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Nella
produzione creativa che Guido Quadrio va attuando ormai da qualche tempo, i
momenti progressivi di ispirazione e di azione pittorica sono poco più che
una “variazione sullo stesso tema” (tovaglie ricamate, i frammenti di
trini, pizzi, frange e nierletti) ; dove il “tema” non è però
rappresentato da un prestabilito e delimitato repertorio oggettuale o da un
particolare di esso subito identificabile, ma è piuttosto la situazione in
cui la vita viene accettata con i suoi problemi fisici e morali, affrontata
e forse anche discussa. Allora, e solo allora, prendono senso le varianti
della scelta elettiva; cioè della scelta delle immagini del momento e
quelle della toccata, della qualità della materia e delle tinte.
Corrispondono a una partecipazione e a un trasalimento, a una piega della
sensibilità, riflettono a volte ombre discrete, o lumi attutiti che, dalla
storia di ieri, sospingono il loro raggio nella cronaca quotidiana.
La sostanza resta, in Guido Quadrio, sempre intatta. La sintonia tra gli
aspetti strumentali e le sollecitazioni poetiche e messa a registro con tale
sottigliezza, che i riflessi delle fonti d’ispirazione vengono subito
inglobati nella sua esperienza di pittore: anche quando, come oggi,
risultano più scoperti. Per esempio, in quel suo tradurre in termini di
puri valori plastici il mistero autoctono delle atmosfere e degli oggetti
familiari, spogliati di ogni accidentalità: in quel suo evocarli quasi per
restituirli alla memoria d’oggi, minutamente definiti nei loro più
sottili dettagli: in quei suoi toni di colore, che non sono mai vegetali o
minerali, ma appartengono alle armoniche sequenze degli orditi “a piccolo
punto” e delle arazzerie, con un sospetto di polvere amica, che il tempo
abbia già affabilmente concesso. |
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Nei
confronti dell’operare creativo di Edoardo Bellomo diviene difficile non
parlare di ”figura”, di ”monumentalità”, di ”simbolismo”. Sono
tre termini che possono anche sembrare inattuali; e che certo lo sono ove si
creda di poter ricondurre quanto vi è di positivo nell’arte d’oggi
esclusivamente agli impegni di ”sperimentazione” in senso oggettuale,
alla elaborazione degli elementi primari della forma. Ma non è certo questa
la strada imboccata da Bellomo, poco preoccupato di apparire in the van,
fiducioso, come appare, che il linguaggio poetico possa avere una sua
perennità fatta di espressione personale fuori dei dati contingenti del
gusto. Qualunque discorso intorno al suo far pittura, o al suo far scultura,
deve dunque incardinarsi su questa scelta intimamente maturata e puntata ad
una soluzione consona al suo spirito dominato dal problema della sintesi,
Occorre pero chiarire i termini in cui la figura vivente – sia essa umana
o animale – nell’opera di Bellomo si rivela e si concreta. Perché è
proprio al desiderio di raggiungere una sintesi in cui nulla turbi
l’armonia di presenze essenziali, quasi archetipiche, che egli sacrifica
il particolare; anzitutto quanto possa riportar l’immagine vivente a una
dimensione puramente individuale, come appunto una determinata identità
fisionomica. Nulla deve turbare, per Bellomo, l’enigmatico silenzio in cui
si accampano queste sue presenze essenziali, stabilmente conchiuse nei
termini saldi di una unitaria struttura, capace di condensore una
concretezza di volumi sempre severa e insieme ricca di palpiti vibranti,
quasi sensuali, ma sublimati in una atmosfera rarefatta, dove l’immagine
assurge a dignità di simbolo, di emblema. Una severità impregnata di
grazia, che può richiamare quella dell’arte greca, tra arcaismo e
classicismo, qui realizzata in una materia espressiva estremamente sobria e
financo spoglia, ma sempre profondamente evocativa.
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