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In questi anni recenti, Antonio Calascibetta sta dimostrando di
aver conquistato la dimensione – sempre disagevole e difficile –
dell’ironia più insidiosa e caustica dipingendo opere in cui le allusioni
alle tronfie arroganze e spregiudicatezze delle classi abbienti e ai cinici
protagonisti della odierna società si rivestono degli edulcorati e
ingannevoli splendori da «vetrina» o da «palcoscenico», senza per questo perdere la carica staffilante e sfuggire a
quell’accorata immedesimazione morale che costituisce l’atmosfera più
credibile del quadro. Ironia e accoramento, speranze improbabili e
insinuanti mordacità, atmosfere di imperturbabilità inquinata e irrisioni
corrosive che emergono ad ogni pennellata, ad ogni invenzione di immagini,
sono le basi su cui Calascibetta costruisce la sua pittura. Che è, giova
rimarcarlo, una pittura della quotidianità più ovvia, perché l’ovvio,
l’accettato, il subito, ciò che è e di cui non siamo in grado neanche di
accorgerci, costituisce la realtà feroce che ci fascia e che ha la forza di renderci
indifferenti alla nostra condizione di strumenti di un sistema impietoso che
sa schiavizzarci e anche seviziarci, nelle nostre case o sulle nostre strade
(così come un tempo nei lager nazisti), in nome di un progresso che ottunde
ogni possibilità di giudizio e di ribellione. Pur nella tecnica – davvero
esperta e a volte persino raffinata – e nell’equilibrato disporsi della
struttura compositiva, Calascibetta riesce a mantenere una vibrazione che
non è semplicemente d’aria e di colore, sibbene di implicazioni acute di
gesti, atteggiamenti, ambienti, azioni compiute, o in atto, che condizionano
l’intera opera. È, in una parola, un «racconto» nel senso più ampio e
meno codificato del termine: un racconto non legato a questo o quel
particolare fatto, bensì a una intera situazione sociale che, in quanto
incombente, deve essere smascherata con la sferza del sarcasmo e con la
partecipazione sdegnata di tutti noi.
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Sarebbe
un grosso errore definire tout court realistica – affidando a questo
termine un significato storicamente delimitato: e non sarà qui il caso di
disquisire se la poetica così implicata possa ritenersi gia risolta, o se
sia tuttora aperta da un suo divenire – l’attuale pittura di Mario
Bardi. Posto che, se tale appariva la sua posizione iniziale, l’impegno a
una ricerca formale attenta alle più determinanti esperienze contemporanee
ha scoperto a Bardi un nuovo e diverso senso del personaggio e degli eventi
che lo condizionano, tanto da liberarlo dall’estroversione del realismo di
denuncia e da portarlo a una iconicità intrisa, nella sua nuova sintassi,
di inediti e più incisivi significati pur essi inerenti alla realtà ma con
venature screziate di raffinata e sottile ironia. Così nel recente ciclo di
opere ispirate alla « Sicilia barocca » si può anche verificare come egli
abbia ulteriormente resa più articolata e flessibile l’intelaiatura
impaginativa, rovesciando criticamente l’iconografia del fasto e del
dominio. Ma è affascinante, come risultato di questa duttilità e
complessità linguistica e strutturale, che la forma dell’uomo (sia esso
re, viceré, inquisitore o popolano) finisca per trovare una centralità e
anche una monumentalità per tanti lati nuova, che potrebbe perfino dirsi
democratica. A un giusto esame, con questi quadri Mario Bardi e ben oltre
una pittura di «negazione» del sistema dominante; ha abbozzato –
passando agevolmente dall’ironia all’ornatezza – una tipologia di
personaggio che ha una durabilità che prescinde da quella della sua vita
mortale. C’e in questi quadri, non allegri, non tristi, qualcosa di
esatto: guardandoli, ci sembra di aver fatto un passo avanti nella
conoscenza non solo dell’ambiente e dei giorni in cui vissero coloro che
ci precedettero, ma anche di quelli in cui ci è dato di vivere.
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Vedere
gli uomini come esseri di altro mondo, in una galassia periferica o in un
universo vicino, dove spazio e tempo sono senza giorni e notti e un altro
sole dal grande occhio sensibilizza piani di luce decantata e filtrata nella
trasparenza di insolite atmosfere, può rientrare in una norma diverso dalla
consueta, ma testimonia pur sempre della presenza di un mondo: un mondo,
come quello di Antonino La Barbera, dove tutto (anche il sole, l’uomo,
l’albero, la parete, il soffitto, l’impiantito, la città) rimanda come
il riflesso di un delirante spaesamento. Perché spazio e tempo, per La
Barbera, sono diversi; non in quanto entità, ma come sistemi. Né per
questa pittura e sufficiente parlare di «altro spazio», né basta
ricorrere alle formule della fantascienza o della «fantapittura».
Procedendo per ipotesi, si potrebbe riproporre la teoria della duplice
personalità, lego e l’alter ma qui anche questi termini del linguaggio
psicanalitico si collocano in un’altra dimensione spazio-temporale, calati
in un colore che – pre-reale – non ha incubi d’ombre. In questa
pittura la melodia ancestrale si lega a reminiscenze subconscie in un modo
che potrebbe anche apparire sgradevole per ricordarci che esistono gli altri
(dentro o fuor di noi, in questo o in altri mondi), ma per dirci anche che
la realtà e sempre reversibile e che nulla e assolutamente logico. La
Barbera dice queste cose (ed altre ancora) dipingendo con stesure di colori
freddi, con accordi tonali di ampio respiro, senza ricorsi a trucchi
eversivi. Il suo disegno non e linea, ma zona ora morbida, ora rigidamente
conclusa in stacchi risentiti di straordinaria razionalità e ciò che più
sorprende è l’assoluto e totale rifiuto di ogni ricerca di effetti.
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