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Andrea Carisi ha la capacita di realizzare «ritratti», vale a
dire delle figure fisionomicamente individuabili (siano essi i tipi-mito
del cinema oppure esseri anonimi) con una pittura quasi totalmente assente
di contributi cromatici ma ben nutrita di apporti tonali e chiaroscurali.
Rendere attraverso la mortificazione del colore non gia la generica
definizione di una «figura», di una «presenza», ma quel determinato personaggio con la sua identificabilità di
carattere, di individuale fisicità e fisionomia, non è impegno agevole
come a tutta prima potrebbe apparire. Tanto più che perfino nel soggetto
figurale che più per sua natura tende a sostituire il generico alla
figura individuale della persona, cioè il nudo, Carisi impone questo suo
modo di vedere l’umanità per individui singoli di cui scava, con la
stessa parsimonia di mezzi, il carattere apparente e, insieme, quello
intimo. La serie di nudi femminili e, sotto questo aspetto, illuminante. Ora, se ci si chiede
cosa caratterizzi la fase più recente della pittura di Carisi, cosa la
distingua da altre fasi precedenti, si dovrebbe convenire che le attuali
opere rivelano come il distendersi pacato e placato, in una lucidità di
intuizione sempre più attenta e perspicace, di un conflitto – se non di
un dramma interiore, ché il termine suona troppo esteriormente clamoroso
– fra le molte suggestioni che hanno sollecitato l’artista nel suo
sviluppo. Una sorta di conflitto o, meglio, di concordia-discorde, di
sensibilità lirica e di controllo razionale, di ricerca delle forme nello
spazio e nell’ambiente – il tema d’elezione sin dai suoi primi
quadri – e di materializzazione delle forme per opera dello spazio e
dell’ambiente stessi, della visione volumetrica e, talora, del gusto
dell’impaginazione, nel senso sia strutturale che tonale e, soprattutto,
della sottrazione della ruffianeria del colore.
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