|

|
Rowlia
appartiene – sarei per dire “morfologicamente” – a quel genere di
pittori impegnati al recupero di quei valori arcaici, e anche meta fisici,
che stanno alla base del mondo creativo di Campigli, di Tozzi e dello
stesso Gentilini. Un mondo, va detto subito, in cui Rowlia si ritrova non
gia in virtù di occulte persuasioni ma per via di purissime affinità
elettive, solo apparentemente monogeniche. Certi moduli espressivi nella
strutturazione delle immagini non possono trarre in inganno: la fantasia
metafisica, il “visionarismo” (alla Chagall: uno Chagall bolognese!)
che ogni tanto vi serpeggiano, non sono certo d’accatto. Così come non
sono d’accatto le rigorose, spesso addirittura rigide, intralicciature
architettoniche e la cramia, talvolta monocorde, sempre intonata e
preziosa, che modula l’intera orchestrazione del quadro. Ma anche quando
il colore, piuttosto che poesia del colore si fa compiacimento del colore,
anche quando il disegno, per troppo amore del ritmo armonioso, sfiora lo
schema ornativo, ebbene, proprio in questi casi si evidenziano i pericoli
impliciti a una particolare visione morale della pittura: cioè i
“difetti” di elevate “virtù”. E la virtù di Rowlia sta in buona
parte qui: l’esaltazione e anche l’iterazione di un determinato motivo
possono sembrare eccessive e persino ossessive, ma tutto si risolve sempre
in una felice articolazione sui “moti dell’intelligenza”. E tutto si
riscatta per una decantazione dell’osservazione e del sentimento.
|
|
 |
Nella
temperie delle arti visive d’oggi, l’opera di Luigi Guerricchio
s’iscrive tra quelle istanze di riproposta perentoria del personaggio
non più oggetto di una rappresentazione scenica, ma messaggio di presenza
e di affrontamenti che trova negli strumenti figurativi, prima di tutto,
la possibilità di serrare in sé quella densità di implicazioni
reciproche che un’immagine visiva rivela quando è figlia organica di
una tensione emotiva e partecipativa prolungata. Si tratta di una realtà
umana captata in modo irresistibile perché, sulle vie del travaglio
espressivo, Guerricchio affronta personaggi veri e verificabili (sono,
d’altronde, gli stessi della sua terra lucana), carichi di un loro
inaccessibile mistero vitale, che si riesce a suggerire ma difficilmente
ad analizzare, anche se colti nei loro aspetti più consueti.
La deformazione che su di essi viene esercitata non è dovuta a motivi
espressionistici ne può essere un giudizio soltanto estetico o di
narrazione che ne determina le forme e i connotati. A configurarli è, al
contrario, una interpretazione così spietata del malessere esistenziale,
che non può evitare una ripercussione di giudizio nettamente metafisico;
anche se questa realtà assume la propria giustificazione icastica nella
estrema evidenza formale. Una posizione espressiva, quindi, per nulla
estranea alla dialettica problematica della contemporaneità quella di
Luigi Guerricchio; è anzi confittavi dentro fino in fondo, con una
particolare ed efficientissima partecipazione intellettuale, grafica e
pittorica. |
|
 |
Il
personaggio-uomo è al centro degli interessi e degli interrogativi
dell’operazione figurale di Dimitri Plescan, e questa sorta di
antropocentrismo esasperato lo porta ad adottare strumenti figurativi atti
a inoltrare la leggibilità dell’opera dentro i meandri di una
intuizione plastica articolata e complessa. Strumenti figurativi che
vengono daltronde carpiti irresistibilmente, perché sulle vie del
travaglio espressivo, Plescan affonda il bisturi nelle carni del suo
personaggio-uomo, dissecandolo come durante una lezione di anatomia per
disvelarne i muscoli, i tendini, le fibre, i legamenti, le viscere, le
arterie, e poi ricomporlo razionalmente e infine restituircelo carico di
un nuovo mistero vitale, che si riesce a percepire ma che sfugge a ogni
analisi. Così questo personaggio ci si presenta come una struttura, anzi,
come un congegno che ci introduce in un mondo, teso e deciso, di forme
sempre più personali e irripetibili.
Tuttavia non sembri contraddizione il rilevare che raramente e dato di
accertare, come nell’opera di Plescan, che l’uomo moderno e antico e
che l’uomo di ogni tempo si riconosce da uguale – per resistenza e
consistenza, stupore del nascere e dell’esistere – nell’uomo
d’oggi.
|
|
 |
Il
linguaggio iconico di Nino Pedone (specialmente quello grafico, che gli è
più proprio) si adegua, con puntuale esattezza, alle necessità del
momento creativo: non un segno in più. Tale rigore non nasce, però,
soltanto dal mezzo adottato, ma deriva dalla fantasia che evoca
l’immagine insieme con l’impostazione più consona per realizzarla.
Così noi sentiamo che la rilevante perizia tecnica – qualcuno potrebbe,
a torto, considerarla virtuosismo – non domina ma è dominante e si
piega alle esigenze della rappresentazione, come duttile strumento.
L’immagine risultante assomma in sé una sequenza di gesti di cui
sarebbe superfluo individuare i motivi e i moti perché l’artista,
liberandosi nel teso e insieme controllato lavoro di definizione, si muove
nel contesto di un rasserenamento formale, che e poi la condizione stessa
della costante virtualità di quella ispirazione: del suo essere e del suo
evocarsi.
|
|
 |
Una
sorta di intimismo trepido, di struggente partecipazione esistenziale sta
alla base dell’operare pittorico di Tino Signorini. Rifuggendo da
esperienze non figurative (e pur avendone approfonditi certi suggerimenti
e accolte certe indicazioni) egli fa uscire come da una caligine,
dall’accavallarsi delle nostre paure e delle nostre incertezze,
spettacoli e oggetti della nostra sofferta quotidianità che il mistero
della creazione ha appena delineati e che abbrividiscono alla luce stenta
e fumosa di misteriose sorgenti. Ed è questa luce fioca – simile a
quella dei cinerei crepuscoli suburbani – a sostenere i percorsi di un
segno repentinamente affiorato dalle zone d’ombra e dai vuoti che pesano
grevi sul giorno, a dargli, nell’atmosfera di sortilegio dell’ora,
nell’insidia annullante della tristezza, nella cupa prigione della
solitudine, la forza di ritrovarsi nel gesto che crea un varco: il varco
comunque vero è nostro da cui evadere per ritrovarsi, se non nella
certezza di un mondo, in questa sofferta visione. Tino Signorini non si
spinge al limite di un gesto estremo: si avvicina invece alle immagini
evocate con una pittura precisa nei suoi equilibri tonali, nella sua
parsimonia coloristica, tuttavia preziosa di tenui screziature
crepuscolari, spiegata con un’apertura patetica e nervosa insieme, che
riesce ad assumere talvolta anche la tenerezza dell’idillio.
|
|
 |
L’immagine
pittorica di Sciamè è di quelle che catturano il presente, svelandone la
labilità, la discontinuità, la transitorietà. Da ciò derivano la
fermezza dell’impegno, del percorso e le definizioni di urto, di scontro
e di incisività che partecipano nella significazione del quadro. Ci si
accorge che Sciamè ha condotto a maturazione la struttura di un severo
linguaggio espressivo, anche perché la via che ha da tempo intrapreso
richiede il segno di una forte coscienza se vuole giungere ad un approdo
davvero rasserenante. E specialmente oggi, che si è inclini a ridurre la
pittura a novità da brevettare e che per desiderio di noia,
artisticamente infeconda, ci si trastulla in pascoli salottieri,
l’incontro con un artista che crede ancora al sacrificio e alle rinunce
della ricerca, fa vero piacere e induce alla speranza, quella di una sana
e non fugace verifica, per un discorso senza finzioni e ripensamenti sul
presente della nostra pittura.
|
|