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Non
parliamo di messaggi, come se l’artista fosse un oracolo. Almeno nella
pittura di Gigi Martorelli non ci sono arcaismi: e se l’immagine può
apparire in sulle prime ermetica, si può ben dire che ogni palmo di tela
e stato ormai decifrato con estrema chiarezza. Per buona sorte, Martorelli
non procede per salti e giravolte: sicché l’analisi esperita da coloro
che l’hanno seguito in sede critica non risulta mai contraddetta. Semmai
prende più forza proprio dal percorso degli anni più recenti. Certa
stringatezza rigoristica di forme non si è mai allentata: sembra invece
che, nel procedere e stabilizzarsi dell’esperienza intrapresa, abbia
invece trovato una più naturale e limpida pronuncia. Quel risalire
verticale di piani verso un orizzonte quasi sospeso allo zenit, non è un
artificio per ribaltare l’immagine schiacciata nei suoi volumi – in un
metodo scorciato di neo-cubismo –, bensì un ripido affacciarsi
dell’immagine stessa nella razionale analisi delle sue componenti. Ed è
su questa più libera spazialità che anche il distendersi del colore, con
l’émpito controllato del trasalimento emotivo, slarga i suoi argini, le
luminose campiture scalfite o marezzate da un vibrare più nervoso della
emozione primaria che mai cede alla confusione, ma tiene serrato il nodo
dei sentimenti naturali nella concretezza di una forma individuata e
scandita più che artificiosamente descritta. Così lo aspetto più
intrigante della pittura di Martorelli sta proprio nel fatto che ogni
sospetto di manierismo cade di fronte alla testimonianza di un fervore
sinceramente scontato, che non si placa sulle proprie doti, ma vuole
realizzare la loro armoniosa convivenza in un certo ordine – ideale,
appunto – del mondo intero.
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Ogni
dipinto di Manlio Giannici ci si presenta come una rivelazione inattesa,
un contraccolpo che apre una molteplicità di interrogativi sulla realtà
e sulla possibilità di pervenire alla vera conoscenza. Ciò è dovuto ad
un modo di precedere creativo che si attua in virtù di inquietanti
presenze tramite le quali il pittore, sorprendendo la nostra abitudine di
pigri spettatori, riesce a mettere in moto il meccanismo delle sue
rivelazioni per via di enigmi, di allegorie, di polivalenze, di allusioni,
di allucinazioni, di trepidi spaesamenti della realtà. L’incontro per
nulla casuale, anche se spesso irrelativo, degli oggetti o delle figure
dentro le prospettive delle scenografie naturali viene a creare una sorta
di sospensione magica, un interrogativo che, attraverso l’ambiguità o
il silenzio perplesso, disvela un’alta tensione emotiva. Per questo le
immagini di Giannici risultano sempre allarmanti, e il loro gioco di
relazioni e di compresenze alternate rende più problematico il senso del
presente. In esso, a guardar bene, si tradisce una malinconia profonda che
solo apparentemente sfugge per via delle divagazioni, mentre in effetti,
dentro la trappola dei sensi contradditori, denuncia forse
l’impossibilita di raggiungere una verità verificabile. Tutto è
relativo, anche se questa pittura cerca di indagare gli oggetti fino alla
loro più minuziosa identificazione, spinta alle soglie del
trompe-l’oeil; per cui il mondo dei valori slitta di continuo verso
l’improbabile o l’illusorio.
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Dopo una
lunga e felice stagione aniconica – contrassegnata tra gli anni ’50 e
’60 da una tensione informale e da una apprensione cosmica tutta intrisa
di un sentimento del tempo-senza-tempo – Michele Cutaia è venuto mano a
mano avvertendo e cogliendo, nell’intensa atmosfera culturale in cui ha
voluto inserirsi, un’aria stimolante e rigeneratrice. Attraverso il
richiamo della memoria e il flusso del sangue, l’istinto segreto della
vita e della natura e divenuto così per Cutaia sentimento partecipe della
realtà. Una realtà tuttavia espressa attraverso una tematica che,
proprio per il modo con cui viene trattata sia sul piano contenutistico
che formale, non è mai ovvia, appariscente, esteriore, perché filtrata
da una atmosfera magica, onirica, enigmatica.
Tutto nelle opere di Cutaia diventa metafisico, surreale, simbolico, in
un armonico alternarsi di elementi oggettivi ad altri emblematici, e così
di piani come di spazi, dove talvolta la struttura della composizione, le
forme e i colori, cautamente calibrati e insieme preziosi, richiamano i
modi della pittura rinascimentale. |
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Angelo
Denaro è un temperamento meditativo, sottilmente visionario, che tende al
valore delle pause, delle attese, dei grandi silenzi celesti, della verità
interna, della voce che non grida eloquente. I suoi dipinti disvelano in
realtà immagini in cui la chiarezza espositiva, spinta a una tersezza
speculare, filtra il colore attraverso una luce di memoria, con passaggi
netti, a volte taglienti. Le superfici, che accolgono atmosfere ora
luminose ora sommesse, si modulano negli impercettibili richiami dei vasti
spazi, nelle assonanze segrete.
La sintesi non è mai astratta perché c’e sempre il ricordo di una
emozione vissuta, di empirei adolescenziali solcati dal volo degli
aquiloni, di paesaggi naturali assimilati in diuturni colloqui, dove il
tempo accumula diverse esperienze e situazioni. Sono immagini che ricevono
un loro preciso significato dall’intera impalcatura compositiva, per un
discorso che si articola nel gioco degli spazi, delle presenze
concomitanti, del raccordo cromatico, della giustapposizione di elementi
tematici e di motivi ideali. |
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Nella
più recente produzione di Nino Parlagreco, che è proprio quella in cui
– uscito dall’impasse di una travagliata crisi esistenziale – egli
sta approssimandosi al punto cuspidale della sua maturità creativa, la
sua personalità si configura in una connotazione ben caratterizzata e
identificabile. Ma, all’infuori di ogni delimitazione categorica e
programmatica è di ogni incasellamento estetizzante, l’attuale pittura
di Parlagreco, così radicata ad un ambiente particolare (storico, morale
e fin geologico), si libera in un’altra dimensione strettamente formale
che e insieme possesso e riflesso del reale, entrambi inseriti
nell’ipotesi di una visione dove l’immanente e il trascendente,
organicamente connessi, rappresentano una ulteriore conquista dello stile.
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Forte della ben digerita
lezione cubista e dopo una felice stagione informale, da alcuni lustri
Ibrahim Kodra ha scelto la sua collocazione a metà strada tra il cubismo
e l’astrazione. Infatti, allontanandosi dalla posizione analitica e per
certi versi letteraria dei cubisti, e altresì da quella aniconica degli
astrattisti, Ibrahim Kodra ha puntato su una posizione geometrica della
realtà, che freddamente ha convertito nell’immagine di un uomo
meccanizzato, automatizzato: non tuttavia disumanizzato in quanto, forse,
nonostante le sue pulitissime convinzioni di artista progressista, Kodra
non se l’è mai sentita di assumere posizioni di propaganda demagogica.
Operaio del pennello e della tavolozza, Kodra propone d’istinto nelle
sue opere pittoriche, l’immagine raggelante di un uomo ridotto a robot
dalla odierna civiltà tecnologica e informativa. Ciò nonostante,
l’uomo robotizzato che Kodra presenta non è quel congegno asettico e
disumanizzato che a tutta prima potrebbe sembrare, bensì un pulsare di
cellule, di elementi dinamici, che ha una sua vita interiore e si colloca
nello spazio, cominciando ad assumere una sua funzione quando la luce che
lo colpisce ne rivela la dinamica |
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