|

|
L’estro pittorico di Aldo
Pecoraino risiede, in preminenza, nell’azzardo del colore. Dal colore
gli nasce, fra le tante libertà occasionali ghermite o respinte, la prova
del limite e dello spazio che vi si misura: l’ideazione dell’immagine.
Le definizioni che si sono avanzate per la cultura pittorica da cui
Pecoraino prende le mosse (espressionismo? fauvismo?), valgono quel che
valgono a richiamare negli esempi tutta la tradizione contemporanea,
propria d’ogni autentico pittore diviso tra il rigore delle forme chiuse
e l’ estro libero di avere un’idea di sé. Questo, a ragione, e con
risultati singolarmente irripetibili, per le odierne opere di Pecoraino:
così per i suoi alberi fronzuti che attorcigliano drammaticamente i loro
tronchi e i rami, spingendoli in alto a raggiungere un lembo di cielo:
cosi per le sue barche in secca sull’arenile come grossi crostacei
sonnacchiosi o alla deriva su acque immote, frugate da una impenetrabile
solitudine notturna: così per le figure femminili installate là dove
l’umano e ancora saldamente difeso e tende a bloccarsi in una
perentorietà di fauna orgogliosa. Seducente, allora, e persino
coinvolgente, la pittura di Pecoraino e in virtù non solo della sua
straordinaria perizia tecnica, ma soprattutto del suo felice congiungersi
al desiderio che la provoca, nell’atto di essere chiamata sulla tela.
Eppure, ogni dipinto di Pecoraino e intimamente legato al senso
dell’attesa. La nascita di un’immagine nuova alla conoscenza si
esprime in lui con gli stessi accenti della nascita di una creatura nuova
alla vita: la stessa fatica, lo stesso anelato dolore, lo stesso
gioioso stupore. Perciò ne raggiunge il meraviglioso mistero. |
|
 |
Non
a caso – mentre un vasto settore artistico sembra tuttora attardarsi
nella morta gora degli sperimentalismi più retrivi e consunti –
Francesca Di Carpinello ha inteso con la sua più recente produzione
richiamarsi limpidamente alla sua terra nativa, la Sicilia, e non certo
con intenti di campanile: ma riaffermare, in un generoso atto d’amore,
come la natura, penetrata nella sua intima e sempiterna essenza, possa
sempre offrire inesauribili risorse a chi nelle forme della fantasia
creatrice voglia esternare la propria interiore umana concretezza. Sono
forme che ella ricava in un solitario dialogo fra se e la realtà
frequentata: realtà che ella avverte – e partecipa – in un alone di
favola, un luogo edenico da recuperare per farne dono a tutti noi. Ed e
proprio nella capacità di trasfigurare liricamente il reale, pur
puntualmente aderendovi, che risiede il valore di fondo del linguaggio
pittorico di Francesca Di Carpinello. I suoi alberi, i suoi fiori,
le sue conchiglie, gli stessi suoi reperti archeologici rivelano questa
sua partecipazione alle vicende della natura ottenuta attraverso il magico
filtro dei sentimenti. Dal breve confino di un giardino avito, la cui
recondita grazia è improvvisamente accesa dal sorriso di un colore – un
fiore toccato dal sole –, agli sterminati orizzonti delle campagne e dei
mari di Sicilia dominati da un cielo che ora è terso ora arroventato
dalle vampate riflesse delle zolle riarse, le vicende dell’artista si
specchiano nel racconto delle vicende della sua terra. Qui il cuore di
Francesca Di Carpinello lo si ritrova intero. |
|
 |
I termini essenzializzati a cui
si affida la pittura di Saverio Rao sono il risultato di una ricerca che
dura ormai da qualche anno. Non è stata una ricerca semplice. Rao ha
dovuto disancorarsi da un certo realismo sociale che ne imbrigliava le
tele, in parte di ascendenza populista e in parte collegato a una tematica
proletaria alquanto fruttata. È stata un’operazione liberatoria,
ch’egli è riuscito a compiere individuando e assecondando soprattutto
un’intima esigenza di approfondimento e di limpidezza. Oggi, Saverio Rao
è pervenuto a una pittura di attenta e assidua esumazione di
“documenti” del passato ma anche, e oltretutto, di riproposta di
questi documenti in una dimensione iconica che trapassa da testimonianza a
visione e in cui il realismo degli esordi ha subito un processo di
decantazione e di immersione nella solitudine inviolata di un mondo
metafisico. I “documenti” di Rao si presentano così sotto forma di
frammenti di sculture barocche, come frantumi di rilievi secenteschi,
frutto chiaro di rimembranze pulsanti impegnate a stimolare il grado più
elevato della coscienza, affinché essa provveda a riproporli, spiazzati
dai loro siti abituali, e a disporli nell’ambiente spaziale del quadro
come pure presenze plastiche che acquistano significato solo
nell’integrità del contesto che li accoglie. L’ambiguità diventa così
un carattere espressivo, un “dato” essenziale della comunicazione
visiva di Saverio Rao. |
|
 |
La pittura di Enrico Musso Lo
Giudice è prima di tutto problema di luce. Ma non si tratta per lui di
dar luce ai colori bensì di colorare la luce, di realizzarla in un alacre
processo di arricchimento e di interiorizzazione. Spesso i colori tendono
a portarsi in primo piano abolendo quasi ogni effetto prospettico, talché
il valore dei timbri, accompagnato da un respiro ampio ed espansivo, si fa
più intenso sia quando l’evocazione dell’oggetto lascia di se forti
tracce sia quando risulta pressocchè inafferrabile. Alla pittura di gesto
Musso Lo Giudice associa un’estasi pittorica in cui l’emozione dello
spunto naturalistico cede ad una reazione esigente di introspezione, che
si esplica in un alternarsi di accenti cromatici accesi ad altri smorzati:
mentre il ricordo trapassa la realtà oggettiva condotto da una reattività
vibrante che si esplica attraverso una voracità sensuosa, di cui
l’effetto d’incanto rivela una redazione pittorica ottenuta in virtù
di una acquisizione tecnica assimilata dall’interno, al punto da essere
poi quasi sprezzata nel compimento dell’opera. |
|
 |
La realtà è la sua
trasfigurazione, non la sua eversione o la sua obliterazione. Ritengo che
questo sia il credo estetico di Giovanni Magenga, un pittore che alla
trasfigurazione arriva per virtù della decantazione del reale così da
offrirne, come in una sfera in controluce, l’essenza. Ed è un’essenza
la quale si esprime in qualità pittorica decantata anch’essa per modo
che i colori acquistano singolare pregnanza. E sono i colori a far luce, a
imbevere l’atmosfera in cui linee e macchie evocatrici s’accompagnano
ora con determinazione ora con trepidanza. Tutto questo si svolge sul filo
di un sottile equilibrio che, avendo come fulcro il dettato naturalistico,
ne mantiene appena i contorni per quel che servono a dividere i piani tra
loro e nel contempo lascia il resto all’arbitrio intellettuale suggerito
dall’emozione di natura. Così, nei dipinti più raggiunti, si coglie
appena un accento compositivo, non un centro, il colore degli oggetti –
siano essi fiori, o lumi a petrolio, o paesaggi, o figure – intorno o
cui si perde un pulviscolo che è come la continuazione di un sentimento
di quel determinato oggetto fino a sfumare nell’atmosfera. |
|
 |
Guido
Colli ha oggi raggiunto una sua autonomia espressiva senza, per questo,
abdicare alla linea di una pittura basata sull’accordo di forme e colori
nell’atmosfera, dando quindi ancora piena fiducia al mezzo tradizionale
di una pittura di “valori” e alla poesia evocatrice di commossi e
insieme serrati colloqui con la natura. Si tratta di paesaggi e di
composizioni che s’intridono di naturale tono luminoso e che, al di là
dell’accidentale, svelano, nel brulichio delle sensazioni e delle
emozioni, o nel vibrante groviglio delle pennellate – quasi il nucleo
pulsante della materia – la vitalità e l’essenza stessa del reale.
Sarebbe facile cedere alla tentazione di citare i grandi nomi
dell’idillio romantico insieme a quelli dell’inquietudine informale in
relazione a questa pittura umbratile e tersa, fluida di trasparenti
penombre e vivida di luminosità interiori, e che trascorre di tono in
tono nelle stesure impegnate a creare la condizione reale, la sua
proiezione nel sentimento e nell’immaginazione, e la sua durata poetica.
Infatti nelle opere di recente datazione, Guido Colli è giunto a un
efficace equilibrio tra veduta ed evocazione dell’assoluto, tra la
diretta e concreta rappresentazione dell’occasionale elemento di natura
(il mare, i vegetali, le radici) e la risonanza sentimentale e fantastica
da quello suscitata. |
|