Tondi Solari  VIII

 

L’estro pittorico di Aldo Pecoraino risiede, in preminenza, nell’azzardo del colore. Dal colore gli nasce, fra le tante libertà occasionali ghermite o respinte, la prova del limite e dello spazio che vi si misura: l’ideazione dell’immagine. Le definizioni che si sono avanzate per la cultura pittorica da cui Pecoraino prende le mosse (espressionismo? fauvismo?), valgono quel che valgono a richiamare negli esempi tutta la tradizione contemporanea, propria d’ogni autentico pittore diviso tra il rigore delle forme chiuse e l’ estro libero di avere un’idea di sé. Questo, a ragione, e con risultati singolarmente irripetibili, per le odierne opere di Pecoraino: così per i suoi alberi fronzuti che attorcigliano drammaticamente i loro tronchi e i rami, spingendoli in alto a raggiungere un lembo di cielo: cosi per le sue barche in secca sull’arenile come grossi crostacei sonnacchiosi o alla deriva su acque immote, frugate da una impenetrabile solitudine notturna: così per le figure femminili installate là dove l’umano e ancora saldamente difeso e tende a bloccarsi in una perentorietà di fauna orgogliosa. Seducente, allora, e persino coinvolgente, la pittura di Pecoraino e in virtù non solo della sua straordinaria perizia tecnica, ma soprattutto del suo felice congiungersi al desiderio che la provoca, nell’atto di essere chiamata sulla tela. Eppure, ogni dipinto di Pecoraino e intimamente legato al senso dell’attesa. La nascita di un’immagine nuova alla conoscenza si esprime in lui con gli stessi accenti della nascita di una creatura nuova alla vita: la stessa fatica, lo stesso anelato dolore, lo stesso gioioso stupore. Perciò ne raggiunge il meraviglioso mistero.


Non a caso – mentre un vasto settore artistico sembra tuttora attardarsi nella morta gora degli sperimentalismi più retrivi e consunti – Francesca Di Carpinello ha inteso con la sua più recente produzione richiamarsi limpidamente alla sua terra nativa, la Sicilia, e non certo con intenti di campanile: ma riaffermare, in un generoso atto d’amore, come la natura, penetrata nella sua intima e sempiterna essenza, possa sempre offrire inesauribili risorse a chi nelle forme della fantasia creatrice voglia esternare la propria interiore umana concretezza. Sono forme che ella ricava in un solitario dialogo fra se e la realtà frequentata: realtà che ella avverte – e partecipa – in un alone di favola, un luogo edenico da recuperare per farne dono a tutti noi. Ed e proprio nella capacità di trasfigurare liricamente il reale, pur puntualmente aderendovi, che risiede il valore di fondo del linguaggio pittorico di Francesca Di Carpinello. I suoi alberi, i suoi fiori, le sue conchiglie, gli stessi suoi reperti archeologici rivelano questa sua partecipazione alle vicende della natura ottenuta attraverso il magico filtro dei sentimenti. Dal breve confino di un giardino avito, la cui recondita grazia è improvvisamente accesa dal sorriso di un colore – un fiore toccato dal sole –, agli sterminati orizzonti delle campagne e dei mari di Sicilia dominati da un cielo che ora è terso ora arroventato dalle vampate riflesse delle zolle riarse, le vicende dell’artista si specchiano nel racconto delle vicende della sua terra. Qui il cuore di Francesca Di Carpinello lo si ritrova intero.


I termini essenzializzati a cui si affida la pittura di Saverio Rao sono il risultato di una ricerca che dura ormai da qualche anno. Non è stata una ricerca semplice. Rao ha dovuto disancorarsi da un certo realismo sociale che ne imbrigliava le tele, in parte di ascendenza populista e in parte collegato a una tematica proletaria alquanto fruttata. È stata un’operazione liberatoria, ch’egli è riuscito a compiere individuando e assecondando soprattutto un’intima esigenza di approfondimento e di limpidezza. Oggi, Saverio Rao è pervenuto a una pittura di attenta e assidua esumazione di “documenti” del passato ma anche, e oltretutto, di riproposta di questi documenti in una dimensione iconica che trapassa da testimonianza a visione e in cui il realismo degli esordi ha subito un processo di decantazione e di immersione nella solitudine inviolata di un mondo metafisico. I “documenti” di Rao si presentano così sotto forma di frammenti di sculture barocche, come frantumi di rilievi secenteschi, frutto chiaro di rimembranze pulsanti impegnate a stimolare il grado più elevato della coscienza, affinché essa provveda a riproporli, spiazzati dai loro siti abituali, e a disporli nell’ambiente spaziale del quadro come pure presenze plastiche che acquistano significato solo nell’integrità del contesto che li accoglie. L’ambiguità diventa così un carattere espressivo, un “dato” essenziale della comunicazione visiva di Saverio Rao.


La pittura di Enrico Musso Lo Giudice è prima di tutto problema di luce. Ma non si tratta per lui di dar luce ai colori bensì di colorare la luce, di realizzarla in un alacre processo di arricchimento e di interiorizzazione. Spesso i colori tendono a portarsi in primo piano abolendo quasi ogni effetto prospettico, talché il valore dei timbri, accompagnato da un respiro ampio ed espansivo, si fa più intenso sia quando l’evocazione dell’oggetto lascia di se forti tracce sia quando risulta pressocchè inafferrabile. Alla pittura di gesto Musso Lo Giudice associa un’estasi pittorica in cui l’emozione dello spunto naturalistico cede ad una reazione esigente di introspezione, che si esplica in un alternarsi di accenti cromatici accesi ad altri smorzati: mentre il ricordo trapassa la realtà oggettiva condotto da una reattività vibrante che si esplica attraverso una voracità sensuosa, di cui l’effetto d’incanto rivela una redazione pittorica ottenuta in virtù di una acquisizione tecnica assimilata dall’interno, al punto da essere poi quasi sprezzata nel compimento dell’opera.


La realtà è la sua trasfigurazione, non la sua eversione o la sua obliterazione. Ritengo che questo sia il credo estetico di Giovanni Magenga, un pittore che alla trasfigurazione arriva per virtù della decantazione del reale così da offrirne, come in una sfera in controluce, l’essenza. Ed è un’essenza la quale si esprime in qualità pittorica decantata anch’essa per modo che i colori acquistano singolare pregnanza. E sono i colori a far luce, a imbevere l’atmosfera in cui linee e macchie evocatrici s’accompagnano ora con determinazione ora con trepidanza. Tutto questo si svolge sul filo di un sottile equilibrio che, avendo come fulcro il dettato naturalistico, ne mantiene appena i contorni per quel che servono a dividere i piani tra loro e nel contempo lascia il resto all’arbitrio intellettuale suggerito dall’emozione di natura. Così, nei dipinti più raggiunti, si coglie appena un accento compositivo, non un centro, il colore degli oggetti – siano essi fiori, o lumi a petrolio, o paesaggi, o figure – intorno o cui si perde un pulviscolo che è come la continuazione di un sentimento di quel determinato oggetto fino a sfumare nell’atmosfera.


Guido Colli ha oggi raggiunto una sua autonomia espressiva senza, per questo, abdicare alla linea di una pittura basata sull’accordo di forme e colori nell’atmosfera, dando quindi ancora piena fiducia al mezzo tradizionale di una pittura di “valori” e alla poesia evocatrice di commossi e insieme serrati colloqui con la natura. Si tratta di paesaggi e di composizioni che s’intridono di naturale tono luminoso e che, al di là dell’accidentale, svelano, nel brulichio delle sensazioni e delle emozioni, o nel vibrante groviglio delle pennellate – quasi il nucleo pulsante della materia – la vitalità e l’essenza stessa del reale. Sarebbe facile cedere alla tentazione di citare i grandi nomi dell’idillio romantico insieme a quelli dell’inquietudine informale in relazione a questa pittura umbratile e tersa, fluida di trasparenti penombre e vivida di luminosità interiori, e che trascorre di tono in tono nelle stesure impegnate a creare la condizione reale, la sua proiezione nel sentimento e nell’immaginazione, e la sua durata poetica. Infatti nelle opere di recente datazione, Guido Colli è giunto a un efficace equilibrio tra veduta ed evocazione dell’assoluto, tra la diretta e concreta rappresentazione dell’occasionale elemento di natura (il mare, i vegetali, le radici) e la risonanza sentimentale e fantastica da quello suscitata.