Gli anni che
vanno dal 1943 al 1947 sono per la Sicilia come il punto d'incontro di un mondo vecchio o
invecchiato, che non vuole morire, e di un altro, che vorrebbe apparire nuovo e diverso,
ma in realtà, adattandosi ai mutati schemi politici o sociali, appare come l'ibrido
connubio di forme esterne, sovrapposte su costumi e rapporti umani rimasti in fondo
pressoché immutati.
La società siciliana era già in disgregazione. Non esisteva uno stato. Non era mai
esistito. La Sicilia era sempre stata una terra di conquista. Non aveva avuto né una sua
storia, né, per tutto il Medio Evo e l'età moderna, propri sovrani, o li aveva avuti dai
padroni venuti da fuori o comunque di origine straniera. Da parecchi secoli poi era
rimasta nella condizione, subita o anche accettata, quasi di un minore in tutela: come
avvenne nel lungo periodo della dominazione spagnola, quando, fatta eccezione per qualche
isolato episodio, può dirsi si sia costantemente mantenuta estranea alla politica, alle
guerre, all'espansione imperiale e colonizzatrice di quei re lontani.
Ne derivò, almeno dal XVI secolo, lassenza, quasi dappertutto osservabile, di una
nobiltà guerriera o educata alla guerra o anche cortigiana. I baroni, sebbene in diritto
il feudo non sia una proprietà allodiale, non furono in generale che grossi proprietari
terrieri. Né si ebbe, in senso più esteso, una classe signorile, così come potrebbe
parlarsene per la Toscana o l'Italia settentrionale. Il concetto relativo importa quello
di certi diritti, ma anche di precisi doveri, stabiliti dalle leggi, dalle consuetudini,
da una tradizione accettata e tramandata di padre in figlio. Quando una tale condizione di
cose viene a determinarsi, noblesse oblige anche e soprattutto nei riguardi
degl'inferiori. Il rispetto dovuto dagli uni e la consapevolezza negli altri di una
superiorità che non può venir meno a sé stessa e deve mantenersi con un certo stile di
vita, si accompagnano insieme e continuano a sussistere anche in tempi molto vicini a noi
o talvolta, dove possa parlarsi di una classe dirigente degna di questo nome, fino ai
nostri giorni.
Come non si sono avuti né un feudalesimo con funzioni analoghe a quelle del feudalesimo
occidentale, né una vera borghesia, così non può parlarsi di vere classi sociali, ma
piuttosto nelle stesse città o borghi o nelle campagne come di due razze nemiche o
straniere, che per secoli son vissute le une accanto alle altre e il più delle volte
senz'altri rapporti che non fossero quelli derivati dalla diffidenza o dal rancore da una
parte, e dall'altra da un disprezzo profondo o anche da un'antica e invincibile paura.
Della prima facevano parte i baroni o i proprietari terrieri, grandi o medi, e con costoro
avvocati o giudici o notai, fino non di raro a quegli umili artigiani o bottegai o
campieri che potevano in varia guisa ritenersi con essi legati da comuni interessi o dalla
solidarietà che unisce il cliente al suo patrono. Nella seconda rientrano in genere i
villani e braccianti.
S'intende che non si può dappertutto pensare a uno schema così semplice e uniforme.
Nella realtà possono aversi nella prima gruppi solidali e contrastanti, che talvolta si
estendono alla seconda. Ma fenomeno costante può dirsi anche in tali casi la barriera che
divide i padroni dai servi e il villano dal «galantuomo» o «civile».
Fin dal principio tuttavia del nostro secolo questa condizione di cose aveva cominciato a
modificarsi: e a modificarla avevano successivamente contribuito l'emigrazione, il tenor
di vita generalmente più elevato, la prima guerra mondiale, la propaganda socialista. Ne
derivarono due fenomeni paralleli: da un lato la decadenza del vecchio ceto dirigente e
pertanto l'avvio alla formazione di quella che sarebbe stata l'attuale classe politica o
meglio di governo, dall'altro la ribellione più o meno evidente o dichiarata dei
contadini e braccianti. Sotto quest'ultimo aspetto si era avuta nel passato una lunga
storia di rivolte per lo più isolate o anche localmente coordinate da capi comuni, che in
tutta la Sicilia accompagnarono i moti palermitani del 1647 o qua e là le rivoluzioni del
1820 o del 1848 o infine l'impresa di Garibaldi nel '60. Sullo scorcio del passato secolo
si era così pervenuti ai Fasci dei lavoratori, un movimento che ebbe ripercussioni
profonde e però in molti centri dell'isola riprodusse i caratteri propri dei precedenti
moti. I capi potevano parlare di socialismo e in qualche caso di fatto ne parlavano, ma
nulla ne sapevano quei miseri villani, che pensavano di rompere le loro catene
saccheggiando o incendiando i circoli dei civili o gli uffici del governo o dei municipi.
Non distinguevano, né potevano distinguere, lautorità costituita, qualunque essa
fosse, dai padroni della terra, né, manifestandosi il loro antico rancore non altrimenti
che con quel disperato anarchismo, era possibile che ne derivassero le basi di stabili e
moderne organizzazioni future. Sebbene, infatti, anche in questo senso non possa talvolta
negarsi qualche risultato positivo, la repressione che ne seguí sembrò dare ragione agli
scettici e benpensanti: i padroni e i contadini sarebbero restati quello che sempre erano
stati.
Questo radicato fatalismo non si traduceva però nell'accettazione dellordine
stabilito. I galantuomini o cappelli e lo Stato che con essi si identificava, e del quale
nient'altro si conosceva o voleva conoscere se non la presenza temuta del birro e
dell'esattore, rimanevano per il contadino una realtà estranea e nello stesso tempo
nemica. Ma scettico, com'era, e persuaso che chiunque parlasse un linguaggio diverso dal
suo dovesse guardarsi con sospetto e tenersi lontano, non si mostrava incline a dar
credito alla propaganda socialista. Questo sarebbe accaduto più tardi, ma su un
piano, potremmo dire, non diverso da quello in cui si muovevano i galantuomini:
quello della «roba», ossia della conquista della terra. L'anima degli uni non era
diversa da quella dell'altro. Il contadino che fosse riuscito a superare lo stadio infimo
e disprezzato dei braccianti o jurnateri, ossia di quelli che lavoravano a
giornata, si comportava nei loro riguardi come si erano comportati i suoi vecchi padroni,
né su lui, come del resto neanche su tutti gli altri, le idee o i programmi di una
giustizia futura avrebbero potuto aver presa. Solo efficaci restavano quelli che potevano
tradursi in qualcosa di immediato e tangibile. Nel 1860 Garibaldi a chi si mostrava
preoccupato dell'insufficiente numero dei suoi volontari rispondeva che per conto
suo lo considerava superiore al necessario. Quando le cose cominceranno ad andar
bene, spiegava, allora tutti accorreranno a noi. Non diversamente è accaduto in Sicilia
con i partiti di sinistra. Ma non solo con essi. Potremmo aggiungere con tutti gli altri,
né d'altro lato, ripeto, il fenomeno deve considerarsi particolare a questi ceti che più
direttamente vivono dellagricoltura. Una manifestazione tipica può vedersene
nell'adesione della mafia al partito o ai partiti che detengono il potere.
L'assenza pertanto di vere classi e quindi di una organica società, nel senso pregnante
del termine, il quale comporta una gerarchia spontaneamente riconosciuta di valori
sociali, e l'incapacità di credere in un'idea o in qualcosa di meno concreto del
«posto» o della «roba» debbono considerarsi come il presupposto del tumultuoso
dopoguerra siciliano e soprattutto del separatismo. Bisogna però tenere anche
presente la formazione, non certo recente, ma particolarmente evidente negli ultimi tempi,
di un ceto politico, se così può dirsi, o di professionisti e impiegati o
aspiranti a impieghi, che nei municipi o negli altri uffici procurava di tenere nelle sue
mani i pubblici poteri, talvolta in connivenza con la mafia e i padroni della terra,
altre volte invece servendosi della macchina elettorale dei grandi partiti nazionali. In
quest'ultimo caso costoro si sovrapponevano a una realtà sociale estranea ai partiti
stessi. Facevano insomma i socialisti, come più tardi i fascisti, come prima,
durante e dopo il Risorgimento, avevano fatto i liberali, perché trovavano conveniente
farlo. Ne derivò che nell'opinione comune le idee o ideologie e la relativa
retorica si tenessero tanto più in sospetto, quanto meglio si sentiva che rappresentavano
un mondo di cose lontane e diverse o di altri uomini e di un'altra civiltà.
Questo è il motivo di quella rivolta palermitana del 1866 che contro il Piemonte o
l'Italia o gl'ideali risorgimentali trovò concordi i borbonici e clericali come i
garibaldineggianti e i mafiosi. Lo è anche dello scarso successo così della propaganda
socialista anteriormente alla prima guerra mondiale come del fascismo, sebbene per
quest'ultimo debbano distinguersi la riluttanza o anzi la derisione con cui fu accolta la
sua reboante retorica, e l'ammirazione di molti per il suo duce: perché a un certo punto
in lui si vide quello che deve essere un vero capo, forte, giusto, deciso, superiore
agl'interessi di parte. E perciò si finì col contrapporlo allo stesso fascismo.
In proposito deve anzi osservarsi che questo culto dell'uomo è un'espressione tipica
dell'anima siciliana. L'uomo non rappresenta l'idea, come può accadere altrove, bensì in
un certo senso la sua negazione e quindi l'umanità o quell'ideale umano che dai siciliani
può concepirsi e si pone al di sopra della legge, dello stato, dei comuni rapporti
sociali. Come il capo-mafia o il brigante idealizzato dalla leggenda, egli porge la mano
al povero e punisce il potente. E' insomma il vero stato, perché è il vero uomo. Da ciò
la popolarità di Mussolini, finché le cose gli andarono bene, e il risentimento contro
il re, che avrebbe avuto la colpa di consentirgli la guerra e poi di trarlo in inganno e
abbandonarlo.
Questo stato d'animo, diffuso soprattutto nel popolo, non avrebbe tuttavia impedito che
nel dopoguerra anche il partito monarchico riuscisse a ottenere centinaia di migliaia di
voti. Ma anche la monarchia si poneva al di sopra dello stato, mitizzandosi in un regime
paternalistico esercitato direttamente e senza intermediari. Che, nonostante tutto,
fascisti e monarchici potessero andare d'accordo, come spesso accadde, e mantenere
rapporti di buon vicinato, non deve sembrare strano. Accadeva anche altrove, né può in
nessun caso pretendersi che il voto popolare sia dettato dalla logica o dagl'insegnamenti
della storia.
Fondamento comune di tali diverse e contrastanti manifestazioni debbono considerarsi una
sfiducia profonda e il radicato risentimento contro tutte le espressioni dei pubblici
poteri o di una società politicamente organizzata. Cercarne la spiegazione nella storia
non basterebbe. C'è qualche altra cosa, che non è propriamente la storia o potrebbe
anche esserlo, se se ne considerano le stratificazioni profonde, divenute nel corso dei
secoli come un aspetto del carattere del popolo siciliano.
Ora, per l'appunto nel separatismo si ripresentano l'uno accanto all'altro i motivi
ricorrenti della storia della Sicilia. Come tale questo movimento non va considerato
soltanto come l'espressione della paura di quei latifondisti che potevano temere il
«vento del nord» e cioè l'invasione nordica del comunismo.
C era anche questo, ma bisogna riflettere che non tutti avevano un latifondo da difendere
e che a un certo punto quel movimento si estese a tutta l'isola e fu anche seguito da
moltissimi giovani, intellettuali, studenti.
Che cosa pensavano costoro? Eccone il programma in uno dei volantini dell'lndipendenza:
«La Sicilia vuol diventare Repubblica libera e indipendente:
l) Perché il suo popolo vuol essere libero
2) Perché essa è entrata a far parte dell'Italia soltanto dopo il tranello del
1860,
onde la sua «italianità» è posticcia e comunque naufragata nel disastroso
ottantennale periodo sperimentale.
3) Perché essa parla la lingua italiana per la stessa ragione per cui nel Belgio
si parla francese, nel Nord-America inglese, nel Sud-America spagnuolo.
4) Perché nessuna delle promesse fatte dallItalia è stata mantenuta: anzi
la Sicilia fu sempre tradita, oppressa, sfruttata e disprezzata.
S) Perché le risorse naturali e la laboriosità della sua gente sono tali da
assicurare al popolo la prosperità e il benessere mai goduti.
6) Perché lItalia ha calpestato ogni suo diritto e impedito che, accanto
alla ricca agricoltura, sorgesse una gagliarda industria siciliana, come quella che si
svilupperà nell'lsola nel dopoguerra.
7) Perché la Sicilia libera sarà il grande emporio economico del Sud.
8) Perché la Sicilia indipendente rappresenterà la valvola di sicurezza per il
mantenimento della pace nel Mediterraneo.
Perciò i Siciliani sono ormai decisi a rinunziare alla vita, non allIndipendenza».
Erano le accuse sempre ripetute, né soltanto dal popolo, ma con vari argomenti da
professori insigni, economisti, uomini di cultura: le stesse accuse, bisogna aggiungere,
che si fanno ancora e ritornano pressoché invariate nei comizi dei partiti non meno che
nei congressi degli operatori economici. L'inferiorità della Sicilia, si ripete, è un
fatto innegabile, ma, poiché non potrebbe negarsi la sua potenziale ricchezza, la causa
deve cercarsene nello sfruttamento o nel malgoverno del Nord.
Il ragionamento non sembra fare una grinza. La realtà è però molto diversa. Il Nord non
«sfrutta», per ripetere il termine in uso, le terre del Sud, ma al contrario sono queste
ultime che continuano a vivere in buona parte della sua ricchezza e dell'intraprendenza
dei suoi abitanti. Sebbene qui la questione sia un'altra, non sia cioè quella del torto o
del diritto delle due parti in causa, si potrebbe osservare che il comune sofisma del post
hoc, ergo propter hoc non è confermato dalla storia. L'inferiorità del Mezzogiorno
non risale all'unificazione, ma addirittura ai tempi della dominazione romana, quando
Cicerone osservava che, toltone il suo grano, la Sicilia non contava quasi per nulla nel
mondo contemporaneo. In seguito, per tutto il Medio Evo, lo splendore e la potenza dei
suoi signori, dei re normanni o degl'imperatori di casa sveva, non modificarono
sostanzialmente questa condizione di cose. La civiltà artistica e il risveglio economico
dei comuni si limitarono quasi soltanto all'Italia centro-settentrionale. Né diversamente
accadde nell'età moderna e contemporanea. Sotto gli spagnoli si importavano, come oggi si
importano, armi, stoffe, vetrerie e altri manufatti da Milano, Firenze, Venezia, Genova,
Livorno. E anche allora nell'isola c'erano alcune isole con caratteri e costumi diversi e
diversa economia: c'era, per esempio, Messina, le cui fiorenti attività, soprattutto per
ciò che si riferisce all'industria e al commercio della seta, decaddero solo alla fine
del Settecento, in seguito alla rivoluzione contro la Spagna. Oltre tutto, non bisogna
dimenticare che non esiste, nè mai è esistito, un popolo siciliano, ma diversi popoli
insieme conviventi, che mai sono riusciti a fondersi insieme. Che anzi potremmo dire delle
singole province o città quel che deve dirsi dei ceti sociali.
D'altro lato, non solo non è vero che la Sicilia in materia tributaria paghi più che non
riceva, ma è vero precisamente il contrario: da molti anni il rapporto tra gl'introiti e
le spese dello Stato nell'isola è all'incirca come di uno a due. Ma anche
precedentemente, quando tale rapporto poteva apparire diverso, la Sicilia pagava sempre
meno delle regioni del Nord. Al che si obiettava che pagava meno (meno complessivamente),
perché era più povera. E se ne derivava la conseguenza stranissima che in questo doveva
vedersi la riprova dell'ingiustizia o addirittura del rancore dei governi succedutisi in
Italia, tutti concordi nel continuare la secolare congiura antisiciliana. Nell'un caso e
nell'altro insomma, sia che si sostenesse che aveva pagato molto o che invece si
affermasse il contrario, anche se in quest'ultimo caso quel poco si riteneva superiore
alle sue effettive capacità, il risultato ai fini di quell'inutile polemica restava
immutato: un vittimismo sterile e amaro, che doveva considerarsi come l'aspetto più grave
della conseguita unità. Se infatti l'inferiorità dell'isola era antica di secoli, solo
ora sarebbe stato possibile un confronto diretto e immediato.
Un contrasto tra Nord e Sud non c'era mai stato. Sotto i Borboni, ai tempi del Caracciolo,
era cominciato l'antagonismo con Napoli, che però si era mantenuto quasi soltanto su un
piano costituzionale, e cioè sulla legittimità di quelle progettate riforme, o quindi,
più in generale, come avvenne durante la crisi che precedette la costituzione del 1812,
dei diritti del parlamento da una parte e del re dall'altra. Motivi di contrasto di natura
più strettamente economica non erano talvolta mancati, come quelli che si ebbero per la
questione del libero cabotaggio, ma non avevano molto interessato l'opinione pubblica.
D'altro lato, si riteneva comunemente che l'isola fosse tra le terre più ricche del mondo
non solo potenzialmente, ma anche nella sua realtà presente. Se qualche studioso di cose
economiche aveva avuto modo di osservare, come aveva fatto il Balsamo, l'agricoltura tanto
più progredita e redditizia di altri paesi; o qualche altro, come lo Scuderi,
lamentando lo scarso sviluppo industriale, ne aveva cercato le cause nell'indole stessa
dei siciliani, per la maggior parte dei suoi abitanti la Sicilia rimaneva una terra
privilegiata: la più civile, la più fertile, la più bella del mondo. Quel po' di vino o
di agrumi che con lo zolfo e qualche altro prodotto si imbarcavano nei suoi porti facevano
generalmente pensare che ogni altra terra fosse al paragone sterile e improduttiva. Negli
antichi monumenti, che testimoniavano dell'ininterrotto succedersi delle dominazioni
straniere, si esaltavano inesistenti glorie indigene, così come del vecchio parlamento si
parlava come del più illustre esempio della libertà europea o di un modello di libere
istituzioni, che avrebbero mostrato la maturità e la saggezza politica dei padri, mentre
in altro campo si affermava che l'isola, con i poeti della corte di Federico II, aveva
dato all'Italia la sua lingua o perfino che era stata la culla prima e vera del
Rinascimento italiano.
Se leggiamo i nostri vecchi storici, i cronisti e diaristi, gli scrittori di cose
letterarie, i pubblicisti e giuristi, li vediamo concordi nell'esaltazione della nazione
siciliana. Che se poi di tratto in tratto qualcuno ardisce di mettere in dubbio le
glorie patrie o piuttosto municipali, l'eretico si condanna e perseguita come un nemico
pubblico. Tale, per esempio, venne considerato il Di Giovanni, che, pubblicando nel 1743
il suo Codex diplomaticus, aveva osato negare la fondazione apostolica della chiesa
palermitana.
Il vittimismo dei nostri tempi non poteva dunque sorgere se non dopo l'unificazione.
Allora si vide che c'era chi stava meglio ed era inevitabile che, con quelle premesse, gli
si volesse attribuire l'origine di tutti i mali presenti e passati. Ma avvenne anche
questo. Dopo il 1860 la Siciliae fu del resto fenomeno pressoché comune a tutto il
Mezzogiorno non andò avanti di pari passo con le regioni del Nord. Sotto certi
aspetti andò anzi indietro. I motivi ne eran diversi e soprattutto vanno cercati nel
fatto che queste ultime, per la maggiore ricchezza e disponibilità di capitali, per
l'intraprendenza degli abitanti e la più civile organizzazione sociale, poterono
profittare del vasto mercato consentito dalla scomparsa degli antichi Stati. Né si poteva
evitare che le scarse industrie meridionali, protette da altissimi dazi, resistessero
all'unificazione delle tariffe doganali. D'altro lato, al capitale proveniente
dall'estero, il cui afflusso ebbe un'importanza determinante nelle origini della grande
industria in Italia, non era possibile impedire di preferire le regioni più vicine ai
paesi che erano in grado di esportarne.
Del resto, il processo di industrializzazione del Nord fu molto lento e andò soprattutto
manifestandosi nei primi decenni del nostro secolo. In un primo tempo deve parlarsi di
un'attività spesso artigianale, che nel Sud venne successivamente estinguendosi e, fatta
eccezione per qualche grossa impresa, delle numerose piccole industrie che sorsero invece
nel Nord o diedero nuovo avviamento ad attività più antiche o anche tradizionali.
vecchio mondo continuava trasformandosi nel nuovo, mentre in Sicilia e nel Mezzogiorno
avveniva come una frattura tra una società incapace di adeguarsi alle diverse esigenze
dei tempi e questa realtà italiana ed europea, che supponeva altre o quasi opposte forme
di convivenza economica e un altro ambiente sociale.
In un certo senso era questione di due diverse civiltà, in cui diversamente s'intendevano
la famiglia, la donna, la terra, lo stato e l'autorità che lo rappresentava. Regioni
talvolta più povere, come alcune del Veneto o dell'Umbria o delle Marche, potevano sotto
questo riguardo considerarsi più europee delle più prospere del Sud. L'economia infatti
e i rapporti economici non sono se non un aspetto del modo di sentire e di pensare di un
popolo: un aspetto della vita tutta, nella totalità delle sue forme. Perciò oggi nel Sud
si parla bensì di industrializzazione, ma non diversamente che di nuovi uffici statali o
enti o cantieri di lavoro: come di cose, cioè, che dovrebbero venire dall'alto e dal di
fuori e risolversi nella possibilità di nuovi «posti» parassitari e decorativi.
Ora, il separatismo fu tutte queste cose insieme: l'espressione di un rancore antico e di
un inconsapevole o inconfessato senso di inferiorità, la fedeltà a un costume radicato
nell'anima e l'orgoglio, che ne derivava, di rappresentare un'umanità più profonda o
complessa, la preoccupazione di subire le conseguenze di una rivoluzione sociale
d'importazione e la speranza di un avvenire migliore. Ebbe insomma un'anima e una fede, di
cui del resto possono testimoniare non solo il gran numero degli aderenti e la loro
diversa condizione sociale, ma il fatto stesso che in origine di movimenti separatisti ce
ne furono più d'uno e sorsero senza che gli uni sapessero degli altri. L'autonomia, che
poi fu concessa, deriva invece da un compromesso giuridico e burocratico, né ha avuto
altro risultato positivo se non quello di svuotare separatismo e autonomismo di ogni
contenuto politicamente vivo. Ha cioè mostrato che il vecchio mito non aveva alcun
fondamento o giustificazione nella realtà.
Tutto ciò può risultare dall'ampia, attenta, documentata esposizione del Di Matteo, che
ora si pubblica dalla Casa editrice Denaro, per tanti aspetti benemerita della cultura
siciliana. L'autore dichiara di non aver voluto fare opera di storia. Ma la storia è
implicita nella scelta intelligente dei documenti o delle testimonianze e nell'ordine o
nel tono stesso della narrazione. In tal senso quest'opera si distingue dalla vasta
letteratura sull'argomento per essere la prima che tratti complessivamente e unitariamente
delle varie manifestazioni - politiche, economiche, sociali ecc. - degli anni in esame. Il
che consente al lettore di osservare uomini e cose in un quadro ampio e animato, nel quale
interessi, passioni, ideali, sempre difficilmente separabili, trovano il loro posto e
vivono nel loro tempo.
VIRGILIO TITONE |