Salvo
Di Matteo


Editore G. Denaro

Anni Roventi.
La Sicilia
dal 1943 al 1947

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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

Gli anni che vanno dal 1943 al 1947 sono per la Sicilia come il punto d'incontro di un mondo vecchio o invecchiato, che non vuole morire, e di un altro, che vorrebbe apparire nuovo e diverso, ma in realtà, adattandosi ai mutati schemi politici o sociali, appare come l'ibrido connubio di forme esterne, sovrapposte su costumi e rapporti umani rimasti in fondo pressoché immutati.
La società siciliana era già in disgregazione. Non esisteva uno stato. Non era mai esistito. La Sicilia era sempre stata una terra di conquista. Non aveva avuto né una sua storia, né, per tutto il Medio Evo e l'età moderna, propri sovrani, o li aveva avuti dai padroni venuti da fuori o comunque di origine straniera. Da parecchi secoli poi era rimasta nella condizione, subita o anche accettata, quasi di un minore in tutela: come avvenne nel lungo periodo della dominazione spagnola, quando, fatta eccezione per qualche isolato episodio, può dirsi si sia costantemente mantenuta estranea alla politica, alle guerre, all'espansione imperiale e colonizzatrice di quei re lontani.
Ne derivò, almeno dal XVI secolo, l’assenza, quasi dappertutto osservabile, di una nobiltà guerriera o educata alla guerra o anche cortigiana. I baroni, sebbene in diritto il feudo non sia una proprietà allodiale, non furono in generale che grossi proprietari terrieri. Né si ebbe, in senso più esteso, una classe signorile, così come potrebbe parlarsene per la Toscana o l'Italia settentrionale. Il concetto relativo importa quello di certi diritti, ma anche di precisi doveri, stabiliti dalle leggi, dalle consuetudini, da una tradizione accettata e tramandata di padre in figlio. Quando una tale condizione di cose viene a determinarsi, noblesse oblige anche e soprattutto nei riguardi degl'inferiori. Il rispetto dovuto dagli uni e la consapevolezza negli altri di una superiorità che non può venir meno a sé stessa e deve mantenersi con un certo stile di vita, si accompagnano insieme e continuano a sussistere anche in tempi molto vicini a noi o talvolta, dove possa parlarsi di una classe dirigente degna di questo nome, fino ai nostri giorni.
Come non si sono avuti né un feudalesimo con funzioni analoghe a quelle del feudalesimo occidentale, né una vera borghesia, così non può parlarsi di vere classi sociali, ma piuttosto nelle stesse città o borghi o nelle campagne come di due razze nemiche o straniere, che per secoli son vissute le une accanto alle altre e il più delle volte senz'altri rapporti che non fossero quelli derivati dalla diffidenza o dal rancore da una parte, e dall'altra da un disprezzo profondo o anche da un'antica e invincibile paura. Della prima facevano parte i baroni o i proprietari terrieri, grandi o medi, e con costoro avvocati o giudici o notai, fino non di raro a quegli umili artigiani o bottegai o campieri che potevano in varia guisa ritenersi con essi legati da comuni interessi o dalla solidarietà che unisce il cliente al suo patrono. Nella seconda rientrano in genere i villani e braccianti.
S'intende che non si può dappertutto pensare a uno schema così semplice e uniforme. Nella realtà possono aversi nella prima gruppi solidali e contrastanti, che talvolta si estendono alla seconda. Ma fenomeno costante può dirsi anche in tali casi la barriera che divide i padroni dai servi e il villano dal «galantuomo» o «civile».
Fin dal principio tuttavia del nostro secolo questa condizione di cose aveva cominciato a modificarsi: e a modificarla avevano successivamente contribuito l'emigrazione, il tenor di vita generalmente più elevato, la prima guerra mondiale, la propaganda socialista. Ne derivarono due fenomeni paralleli: da un lato la decadenza del vecchio ceto dirigente e pertanto l'avvio alla formazione di quella che sarebbe stata l'attuale classe politica o meglio di governo, dall'altro la ribellione più o meno evidente o dichiarata dei contadini e braccianti. Sotto quest'ultimo aspetto si era avuta nel passato una lunga storia di rivolte per lo più isolate o anche localmente coordinate da capi comuni, che in tutta la Sicilia accompagnarono i moti palermitani del 1647 o qua e là le rivoluzioni del 1820 o del 1848 o infine l'impresa di Garibaldi nel '60. Sullo scorcio del passato secolo si era così pervenuti ai Fasci dei lavoratori, un movimento che ebbe ripercussioni profonde e però in molti centri dell'isola riprodusse i caratteri propri dei precedenti moti. I capi potevano parlare di socialismo e in qualche caso di fatto ne parlavano, ma nulla ne sapevano quei miseri villani, che pensavano di rompere le loro catene saccheggiando o incendiando i circoli dei civili o gli uffici del governo o dei municipi. Non distinguevano, né potevano distinguere, l’autorità costituita, qualunque essa fosse, dai padroni della terra, né, manifestandosi il loro antico rancore non altrimenti che con quel disperato anarchismo, era possibile che ne derivassero le basi di stabili e moderne organizzazioni future. Sebbene, infatti, anche in questo senso non possa talvolta negarsi qualche risultato positivo, la repressione che ne seguí sembrò dare ragione agli scettici e benpensanti: i padroni e i contadini sarebbero restati quello che sempre erano stati.
Questo radicato fatalismo non si traduceva però nell'accettazione dell’ordine stabilito. I galantuomini o cappelli e lo Stato che con essi si identificava, e del quale nient'altro si conosceva o voleva conoscere se non la presenza temuta del birro e dell'esattore, rimanevano per il contadino una realtà estranea e nello stesso tempo nemica. Ma scettico, com'era, e persuaso che chiunque parlasse un linguaggio diverso dal suo dovesse guardarsi con sospetto e tenersi lontano, non si mostrava incline a dar credito alla propaganda socialista. Questo sarebbe accaduto più tardi, ma su un piano, potremmo dire, non diverso da quello in cui si muovevano i galantuomini: quello della «roba», ossia della conquista della terra. L'anima degli uni non era diversa da quella dell'altro. Il contadino che fosse riuscito a superare lo stadio infimo e disprezzato dei braccianti o jurnateri, ossia di quelli che lavoravano a giornata, si comportava nei loro riguardi come si erano comportati i suoi vecchi padroni, né su lui, come del resto neanche su tutti gli altri, le idee o i programmi di una giustizia futura avrebbero potuto aver presa. Solo efficaci restavano quelli che potevano tradursi in qualcosa di immediato e tangibile. Nel 1860 Garibaldi a chi si mostrava preoccupato dell'insufficiente numero dei suoi volontari rispondeva che per conto suo lo considerava superiore al necessario. Quando le cose cominceranno ad andar bene, spiegava, allora tutti accorreranno a noi. Non diversamente è accaduto in Sicilia con i partiti di sinistra. Ma non solo con essi. Potremmo aggiungere con tutti gli altri, né d'altro lato, ripeto, il fenomeno deve considerarsi particolare a questi ceti che più direttamente vivono dell’agricoltura. Una manifestazione tipica può vedersene nell'adesione della mafia al partito o ai partiti che detengono il potere.
L'assenza pertanto di vere classi e quindi di una organica società, nel senso pregnante del termine, il quale comporta una gerarchia spontaneamente riconosciuta di valori sociali, e l'incapacità di credere in un'idea o in qualcosa di meno concreto del «posto» o della «roba» debbono considerarsi come il presupposto del tumultuoso dopoguerra siciliano e soprattutto del separatismo. Bisogna però tenere anche presente la formazione, non certo recente, ma particolarmente evidente negli ultimi tempi, di un ceto politico, se così può dirsi, o di professionisti e impiegati o aspiranti a impieghi, che nei municipi o negli altri uffici procurava di tenere nelle sue mani i pubblici poteri, talvolta in connivenza con la mafia e i padroni della terra, altre volte invece servendosi della macchina elettorale dei grandi partiti nazionali. In quest'ultimo caso costoro si sovrapponevano a una realtà sociale estranea ai partiti stessi. Facevano insomma i socialisti, come più tardi i fascisti, come prima, durante e dopo il Risorgimento, avevano fatto i liberali, perché trovavano conveniente farlo. Ne derivò che nell'opinione comune le idee o ideologie e la relativa retorica si tenessero tanto più in sospetto, quanto meglio si sentiva che rappresentavano un mondo di cose lontane e diverse o di altri uomini e di un'altra civiltà.
Questo è il motivo di quella rivolta palermitana del 1866 che contro il Piemonte o l'Italia o gl'ideali risorgimentali trovò concordi i borbonici e clericali come i garibaldineggianti e i mafiosi. Lo è anche dello scarso successo così della propaganda socialista anteriormente alla prima guerra mondiale come del fascismo, sebbene per quest'ultimo debbano distinguersi la riluttanza o anzi la derisione con cui fu accolta la sua reboante retorica, e l'ammirazione di molti per il suo duce: perché a un certo punto in lui si vide quello che deve essere un vero capo, forte, giusto, deciso, superiore agl'interessi di parte. E perciò si finì col contrapporlo allo stesso fascismo.
In proposito deve anzi osservarsi che questo culto dell'uomo è un'espressione tipica dell'anima siciliana. L'uomo non rappresenta l'idea, come può accadere altrove, bensì in un certo senso la sua negazione e quindi l'umanità o quell'ideale umano che dai siciliani può concepirsi e si pone al di sopra della legge, dello stato, dei comuni rapporti sociali. Come il capo-mafia o il brigante idealizzato dalla leggenda, egli porge la mano al povero e punisce il potente. E' insomma il vero stato, perché è il vero uomo. Da ciò la popolarità di Mussolini, finché le cose gli andarono bene, e il risentimento contro il re, che avrebbe avuto la colpa di consentirgli la guerra e poi di trarlo in inganno e abbandonarlo.
Questo stato d'animo, diffuso soprattutto nel popolo, non avrebbe tuttavia impedito che nel dopoguerra anche il partito monarchico riuscisse a ottenere centinaia di migliaia di voti. Ma anche la monarchia si poneva al di sopra dello stato, mitizzandosi in un regime paternalistico esercitato direttamente e senza intermediari. Che, nonostante tutto, fascisti e monarchici potessero andare d'accordo, come spesso accadde, e mantenere rapporti di buon vicinato, non deve sembrare strano. Accadeva anche altrove, né può in nessun caso pretendersi che il voto popolare sia dettato dalla logica o dagl'insegnamenti della storia.
Fondamento comune di tali diverse e contrastanti manifestazioni debbono considerarsi una sfiducia profonda e il radicato risentimento contro tutte le espressioni dei pubblici poteri o di una società politicamente organizzata. Cercarne la spiegazione nella storia non basterebbe. C'è qualche altra cosa, che non è propriamente la storia o potrebbe anche esserlo, se se ne considerano le stratificazioni profonde, divenute nel corso dei secoli come un aspetto del carattere del popolo siciliano.
Ora, per l'appunto nel separatismo si ripresentano l'uno accanto all'altro i motivi ricorrenti della storia della Sicilia. Come tale questo movimento non va considerato soltanto come l'espressione della paura di quei latifondisti che potevano temere il «vento del nord» e cioè l'invasione nordica del comunismo.
C era anche questo, ma bisogna riflettere che non tutti avevano un latifondo da difendere e che a un certo punto quel movimento si estese a tutta l'isola e fu anche seguito da moltissimi giovani, intellettuali, studenti.
Che cosa pensavano costoro? Eccone il programma in uno dei volantini dell'lndipendenza:
«La Sicilia vuol diventare Repubblica libera e indipendente:
l) Perché il suo popolo vuol essere libero
2) Perché essa è entrata a far parte dell'Italia soltanto dopo il tranello del 1860,
onde la sua «italianità» è posticcia e comunque naufragata nel disastroso ottantennale periodo sperimentale.
3) Perché essa parla la lingua italiana per la stessa ragione per cui nel Belgio si parla francese, nel Nord-America inglese, nel Sud-America spagnuolo.
4) Perché nessuna delle promesse fatte dall’Italia è stata mantenuta: anzi la Sicilia fu sempre tradita, oppressa, sfruttata e disprezzata.
S) Perché le risorse naturali e la laboriosità della sua gente sono tali da assicurare al popolo la prosperità e il benessere mai goduti.
6) Perché l’Italia ha calpestato ogni suo diritto e impedito che, accanto alla ricca agricoltura, sorgesse una gagliarda industria siciliana, come quella che si svilupperà nell'lsola nel dopoguerra.
7) Perché la Sicilia libera sarà il grande emporio economico del Sud.
8) Perché la Sicilia indipendente rappresenterà la valvola di sicurezza per il mantenimento della pace nel Mediterraneo.
Perciò i Siciliani sono ormai decisi a rinunziare alla vita, non all’Indipendenza».
Erano le accuse sempre ripetute, né soltanto dal popolo, ma con vari argomenti da professori insigni, economisti, uomini di cultura: le stesse accuse, bisogna aggiungere, che si fanno ancora e ritornano pressoché invariate nei comizi dei partiti non meno che nei congressi degli operatori economici. L'inferiorità della Sicilia, si ripete, è un fatto innegabile, ma, poiché non potrebbe negarsi la sua potenziale ricchezza, la causa deve cercarsene nello sfruttamento o nel malgoverno del Nord.
Il ragionamento non sembra fare una grinza. La realtà è però molto diversa. Il Nord non «sfrutta», per ripetere il termine in uso, le terre del Sud, ma al contrario sono queste ultime che continuano a vivere in buona parte della sua ricchezza e dell'intraprendenza dei suoi abitanti. Sebbene qui la questione sia un'altra, non sia cioè quella del torto o del diritto delle due parti in causa, si potrebbe osservare che il comune sofisma del post hoc, ergo propter hoc non è confermato dalla storia. L'inferiorità del Mezzogiorno non risale all'unificazione, ma addirittura ai tempi della dominazione romana, quando Cicerone osservava che, toltone il suo grano, la Sicilia non contava quasi per nulla nel mondo contemporaneo. In seguito, per tutto il Medio Evo, lo splendore e la potenza dei suoi signori, dei re normanni o degl'imperatori di casa sveva, non modificarono sostanzialmente questa condizione di cose. La civiltà artistica e il risveglio economico dei comuni si limitarono quasi soltanto all'Italia centro-settentrionale. Né diversamente accadde nell'età moderna e contemporanea. Sotto gli spagnoli si importavano, come oggi si importano, armi, stoffe, vetrerie e altri manufatti da Milano, Firenze, Venezia, Genova, Livorno. E anche allora nell'isola c'erano alcune isole con caratteri e costumi diversi e diversa economia: c'era, per esempio, Messina, le cui fiorenti attività, soprattutto per ciò che si riferisce all'industria e al commercio della seta, decaddero solo alla fine del Settecento, in seguito alla rivoluzione contro la Spagna. Oltre tutto, non bisogna dimenticare che non esiste, nè mai è esistito, un popolo siciliano, ma diversi popoli insieme conviventi, che mai sono riusciti a fondersi insieme. Che anzi potremmo dire delle singole province o città quel che deve dirsi dei ceti sociali.
D'altro lato, non solo non è vero che la Sicilia in materia tributaria paghi più che non riceva, ma è vero precisamente il contrario: da molti anni il rapporto tra gl'introiti e le spese dello Stato nell'isola è all'incirca come di uno a due. Ma anche precedentemente, quando tale rapporto poteva apparire diverso, la Sicilia pagava sempre meno delle regioni del Nord. Al che si obiettava che pagava meno (meno complessivamente), perché era più povera. E se ne derivava la conseguenza stranissima che in questo doveva vedersi la riprova dell'ingiustizia o addirittura del rancore dei governi succedutisi in Italia, tutti concordi nel continuare la secolare congiura antisiciliana. Nell'un caso e nell'altro insomma, sia che si sostenesse che aveva pagato molto o che invece si affermasse il contrario, anche se in quest'ultimo caso quel poco si riteneva superiore alle sue effettive capacità, il risultato ai fini di quell'inutile polemica restava immutato: un vittimismo sterile e amaro, che doveva considerarsi come l'aspetto più grave della conseguita unità. Se infatti l'inferiorità dell'isola era antica di secoli, solo ora sarebbe stato possibile un confronto diretto e immediato.
Un contrasto tra Nord e Sud non c'era mai stato. Sotto i Borboni, ai tempi del Caracciolo, era cominciato l'antagonismo con Napoli, che però si era mantenuto quasi soltanto su un piano costituzionale, e cioè sulla legittimità di quelle progettate riforme, o quindi, più in generale, come avvenne durante la crisi che precedette la costituzione del 1812, dei diritti del parlamento da una parte e del re dall'altra. Motivi di contrasto di natura più strettamente economica non erano talvolta mancati, come quelli che si ebbero per la questione del libero cabotaggio, ma non avevano molto interessato l'opinione pubblica. D'altro lato, si riteneva comunemente che l'isola fosse tra le terre più ricche del mondo non solo potenzialmente, ma anche nella sua realtà presente. Se qualche studioso di cose economiche aveva avuto modo di osservare, come aveva fatto il Balsamo, l'agricoltura tanto più progredita e redditizia di altri paesi; o qualche altro, come lo Scuderi, lamentando lo scarso sviluppo industriale, ne aveva cercato le cause nell'indole stessa dei siciliani, per la maggior parte dei suoi abitanti la Sicilia rimaneva una terra privilegiata: la più civile, la più fertile, la più bella del mondo. Quel po' di vino o di agrumi che con lo zolfo e qualche altro prodotto si imbarcavano nei suoi porti facevano generalmente pensare che ogni altra terra fosse al paragone sterile e improduttiva. Negli antichi monumenti, che testimoniavano dell'ininterrotto succedersi delle dominazioni straniere, si esaltavano inesistenti glorie indigene, così come del vecchio parlamento si parlava come del più illustre esempio della libertà europea o di un modello di libere istituzioni, che avrebbero mostrato la maturità e la saggezza politica dei padri, mentre in altro campo si affermava che l'isola, con i poeti della corte di Federico II, aveva dato all'Italia la sua lingua o perfino che era stata la culla prima e vera del Rinascimento italiano.
Se leggiamo i nostri vecchi storici, i cronisti e diaristi, gli scrittori di cose letterarie, i pubblicisti e giuristi, li vediamo concordi nell'esaltazione della nazione siciliana. Che se poi di tratto in tratto qualcuno ardisce di mettere in dubbio le glorie patrie o piuttosto municipali, l'eretico si condanna e perseguita come un nemico pubblico. Tale, per esempio, venne considerato il Di Giovanni, che, pubblicando nel 1743 il suo Codex diplomaticus, aveva osato negare la fondazione apostolica della chiesa palermitana.
Il vittimismo dei nostri tempi non poteva dunque sorgere se non dopo l'unificazione. Allora si vide che c'era chi stava meglio ed era inevitabile che, con quelle premesse, gli si volesse attribuire l'origine di tutti i mali presenti e passati. Ma avvenne anche questo. Dopo il 1860 la Sicilia—e fu del resto fenomeno pressoché comune a tutto il Mezzogiorno —non andò avanti di pari passo con le regioni del Nord. Sotto certi aspetti andò anzi indietro. I motivi ne eran diversi e soprattutto vanno cercati nel fatto che queste ultime, per la maggiore ricchezza e disponibilità di capitali, per l'intraprendenza degli abitanti e la più civile organizzazione sociale, poterono profittare del vasto mercato consentito dalla scomparsa degli antichi Stati. Né si poteva evitare che le scarse industrie meridionali, protette da altissimi dazi, resistessero all'unificazione delle tariffe doganali. D'altro lato, al capitale proveniente dall'estero, il cui afflusso ebbe un'importanza determinante nelle origini della grande industria in Italia, non era possibile impedire di preferire le regioni più vicine ai paesi che erano in grado di esportarne.
Del resto, il processo di industrializzazione del Nord fu molto lento e andò soprattutto manifestandosi nei primi decenni del nostro secolo. In un primo tempo deve parlarsi di un'attività spesso artigianale, che nel Sud venne successivamente estinguendosi e, fatta eccezione per qualche grossa impresa, delle numerose piccole industrie che sorsero invece nel Nord o diedero nuovo avviamento ad attività più antiche o anche tradizionali. vecchio mondo continuava trasformandosi nel nuovo, mentre in Sicilia e nel Mezzogiorno avveniva come una frattura tra una società incapace di adeguarsi alle diverse esigenze dei tempi e questa realtà italiana ed europea, che supponeva altre o quasi opposte forme di convivenza economica e un altro ambiente sociale.
In un certo senso era questione di due diverse civiltà, in cui diversamente s'intendevano la famiglia, la donna, la terra, lo stato e l'autorità che lo rappresentava. Regioni talvolta più povere, come alcune del Veneto o dell'Umbria o delle Marche, potevano sotto questo riguardo considerarsi più europee delle più prospere del Sud. L'economia infatti e i rapporti economici non sono se non un aspetto del modo di sentire e di pensare di un popolo: un aspetto della vita tutta, nella totalità delle sue forme. Perciò oggi nel Sud si parla bensì di industrializzazione, ma non diversamente che di nuovi uffici statali o enti o cantieri di lavoro: come di cose, cioè, che dovrebbero venire dall'alto e dal di fuori e risolversi nella possibilità di nuovi «posti» parassitari e decorativi.
Ora, il separatismo fu tutte queste cose insieme: l'espressione di un rancore antico e di un inconsapevole o inconfessato senso di inferiorità, la fedeltà a un costume radicato nell'anima e l'orgoglio, che ne derivava, di rappresentare un'umanità più profonda o complessa, la preoccupazione di subire le conseguenze di una rivoluzione sociale d'importazione e la speranza di un avvenire migliore. Ebbe insomma un'anima e una fede, di cui del resto possono testimoniare non solo il gran numero degli aderenti e la loro diversa condizione sociale, ma il fatto stesso che in origine di movimenti separatisti ce ne furono più d'uno e sorsero senza che gli uni sapessero degli altri. L'autonomia, che poi fu concessa, deriva invece da un compromesso giuridico e burocratico, né ha avuto altro risultato positivo se non quello di svuotare separatismo e autonomismo di ogni contenuto politicamente vivo. Ha cioè mostrato che il vecchio mito non aveva alcun fondamento o giustificazione nella realtà.
Tutto ciò può risultare dall'ampia, attenta, documentata esposizione del Di Matteo, che ora si pubblica dalla Casa editrice Denaro, per tanti aspetti benemerita della cultura siciliana. L'autore dichiara di non aver voluto fare opera di storia. Ma la storia è implicita nella scelta intelligente dei documenti o delle testimonianze e nell'ordine o nel tono stesso della narrazione. In tal senso quest'opera si distingue dalla vasta letteratura sull'argomento per essere la prima che tratti complessivamente e unitariamente delle varie manifestazioni - politiche, economiche, sociali ecc. - degli anni in esame. Il che consente al lettore di osservare uomini e cose in un quadro ampio e animato, nel quale interessi, passioni, ideali, sempre difficilmente separabili, trovano il loro posto e vivono nel loro tempo.
VIRGILIO TITONE

 

Indice

prefazione di Virgilio Titone

capitolo primo
1. Verso la catastrofe. I siciliani «frutto maturo». Il morale della popolazione e delle truppe alla vigilia dell'invasione. 2. Le difficoltà dell'alimentazione. Diffidenze e malcontenti. 3. Insufficienti apprestamenti difensivi. La Sicilia zona di operazioni. Le impròvvide istruzioni dello SME per lo sgombero della popolazione costiera. 4. Il diario di Caviglia. Si accentua la sorda ostilità antifascista. 5. Il covo del Circolo dello Scopone in casa dell'on. Baviera a Palermo. I primi concreti progetti autonomistici. 6. La visita del re e del principe ereditario nei primissimi del 1943; posteriore visita del segretario nazionale del partito, ministro Vidussoni. Si intensifica la propaganda fascista.

capitolo secondo
1. Si aggrava la situazione economico-produttiva del Paese. 2. Disposizione delle forze difensive in Sicilia. Deficienze organizzative. Le richieste inevase del gen. Roatta e l'impegno per una «onorevole resistenza». 3. L'infelice proclama del comandante militare e le sue deleterie conseguenze psicologiche sulla popolazione. 4. Si intensificano i bombardamenti sulle città siciliane. I distintivi di Grande Mutilata a Palermo, Messina e Trapani. 5. Crollano gli estremi baluardi difensivi in Tunisia. Preoccupazione per una imminente azione nemica in Sicilia. Si sostituiscono prefetti e federali in tutte le province dell'isola. 6. Il generale Guzzoni assume il comando militare in Sicilia. La caduta di Pantelleria, Linosa e Lampedusa. 7. Mussolini sa «la verità sulla Sicilia». Ma pronuncia il discorso del bagnasciuga. 8. Divergenti criteri operativi fra il Comando italiano e quello germanico nell'isola. Si modifica la disposizione difensiva delle truppe. 9. La valorosa azione dell'arma aerea italiana. Ancora incursioni nemiche sulle città siciliane. 10. Le esatte previsioni del Comando sulla data e sulla direttrice dell'assalto alla Sicilia.

capitolo terzo
1. Perché fu decisa l'invasione della Sicilia. Imponente spiegamento di forze. 2. Lo spionaggio americano. La missione segreta di Hancock e Poletti e le infondate accuse a Mattarella di intelligenza col nemico. I primi contatti coi capi separatisti. 3. 10 luglio 1943: inizia l'invasione. La disperata difesa dei reparti costieri e il bollettino 1141. La divisione «Livorno» contrattacca a Gela: il nemico ripiega. 4. Come crollò la piazzaforte di Augusta. Tradimento! 5. Mentre gli anglo-americani dilagano nell'isola, Mussolini chiede invano il concorso aereo germanico. 6. La presa di Agrigento e di Enna. La battaglia nella piana di Catania. 7. Prime defezioni dei reparti siciliani. Polemiche e diatribe sulle responsabilità della condotta della guerra in Sicilia: Farinacci contro Guzzoni, i gerarchi contro il Patto d'acciaio. L'inutile incontro di Feltre. 8. Ancora defezioni. Gli americani a Palermo, Trapani e Marsala. 9. Il comportamento delle truppe germaniche nel ritirarsi. Violenze e rapine.

capitolo quarto
1. Il 25 luglio e i rèvenants bonomiani. Badoglio capo del Governo. «La guerra continua!». I primi provvedimenti del nuovo Ministero. 2. Riflessi in Sicilia del crollo di Mussolini. Si inizia la ritirata strategica delle truppe tedesche. 3. Nasce il Comitato per l'Indipendenza Siciliana. La protesta economico-sociale dei separatisti e la postulazione di una Repubblica siciliana. Gli anglo-americani appoggiano Finocchiaro Aprile. 4. L'accanita resistenza nella zona di Troina e la presa di Catania. Abbandono della Sicilia. Occupazione di Messina e fine della battaglia. Il bilancio militare della disfatta. 5. I commossi radiomessaggi del re, di Badoglio e di Orlando alle popolazioni dell'isola. Ma Caviglia pensa che i siciliani siano da invidiare.

capitolo quinto
1. L'armistizio e i proclami di Eisenhower e Badoglio. Lo «sporco affare» di Cassibile. Riflessi in Sicilia dell'armistizio. 2. Il tenente colonnello Charles Poletti, ufficiale superiore addetto agli Affari Civili, si insedia a Palermo. La mancata candidatura di Fiorello La Guardia. L'organizzazione dell'Amgot. Entrano in funzione i tribunali militari. L'Amfa, agenzia alleata per lo sviluppo economico e finanziario dell'isola. 3. Evoluzione dei sistemi amministrativi degli anglo-americani. 4. La delicata situazione economico-sociale della Sicilia in rapporto alla media nazionale e ai dati anteguerra. Statistiche dei danni bellici. 5. Dilaga la delinquenza.

capitolo sesto
1. Il riordinamento delle amministrazioni pubbliche e l'epurazione degli elementi fascisti. Si sostituiscono tutti i podestà con amministratori di fede separatista. 2. Primi provvedimenti per l'alimentazione: l’ammasso del grano e l'altalena del razionamento. Entrano in vigore i listini dei prezzi di calmiere. Le Sovrintendenze provinciali per gli approvvigionamenti. 3. Il mercato nero e la vana azione repressiva della polizia tributaria. 4. L'opera degli alleati per l'alimentazione dell'isola in un discorso-radio del colonnello Hancock. 5. Le amlire e l'inflazione. Riapertura delle banche dopo una chiusura di fatto e graduale ripristino dei loro servizi. Situazione dei depositi ed impieghi. 6. La politica tributaria dell'Amgot e la riattivazione dell'Azienda dei tabacchi. La ripresa dei servizi postali e ferroviari. Altri interventi sociali, e in particolare della riforma dell'organizzazione sanitaria. 7. Scuole ed Università. Uno strano baratto. 8. Riapertura delle Preture e dei Tribunali. 9. Il ripristino della libertà di stampa e le prime pubblicazioni politiche. I problemi del «ricostruire» nel pensiero di Enrico La Loggia. 10. Gli ultimi provvedimenti del Governo di occupazione.

capitolo settimo
1. Si intensificano l'attività e la propaganda dei separatisti. Gli otto punti dell’indipendentismo. Finocchiaro Aprile minaccia rappresaglie. 2. Gli alleati appoggiano il Mis. La Sicilia quarantanovesima stella. Le strane lezioni di antropologia del professor Gayre. I «Cavalieri della libertà» e i «Caimani della Sicilia» 3. La missione segreta di Vyscinskij: Mosca allunga i tentacoli. 4. Contro il separatismo. Nasce il Comitato della libertà e della dignità nazionale a Caltanissetta. Gli «appelli» di Palermo. 5. Il Fronte Unico Siciliano e l’attività di Enrico La Loggia. Un memoriale per il Governo del Sud. Le prime istanze autonomistiche del dopoguerra e la richiesta dl una giustizia perequativa.

capitolo ottavo
1. La riorganizzazione politica clandestina: i Fronti della Libertà e le prime Segreterie di partito. Comuni istanze per una libertà economica ed una giustizia sociale. 2. Gli appelli della Democrazia Cristiana. I sei punti dei comunisti. Il Partito Socialista minaccia la rivoluzione contro il privilegio. Il classismo e la democrazia progressiva del Partito d’Azione. I liberali invocano graduali riforme sociali. 3. Il decentramento regionale nei primi programmi dei partiti siciliani. 4. L’attività e la propaganda dei democratici cristiani e il primo congresso regionale del partito in casa dell’avv. Alessi, a Caltanissetta, nel dicembre 1943. 5. Ripristinate in Sicilia le libertà politiche. Il Congresso interpartitico di Bari. 6. La Sicilia torna sotto la giurisdizione del Governo italiano. I proclami di Alexander e Badoglio.

capitolo nono
1. L’Alto Commissariato per la Sicilia, con Musotto alto commissario. L’insediamento da parte del maresciallo Badoglio e le elevate parole di questi. La Giunta consultiva per la Sicilia. 2. Il secondo Governo Badoglio con Aldisio ministro dell’Interno. 3. I primi provvedimenti dell’alto commissario in favore dei lavoratori e degli impiegati. 4. La difficile situazione alimentare. Il mercato nero e l’intrallazzo. Il problema del pane e l’ammasso del grano. Perché fallirono i «granai del popolo». 5. Il luogotenente del Regno e il Governo Bonomi. V. E. Orlando e Pietro Tomasi della Torretta chiamati a presiedere rispettivamente la Camera e il Senato. 6. La questione unitaria nella commossa rievocazione del Presidente della Vittoria. 7. Del velleitarismo ciellenista. L’opera del Comitato di Liberazione Nazionale di Palermo. 8. L’on. Aldisio nominato alto commissario per la Sicilia in sostituzione dell’avvocato Musotto.

capitolo decimo
1. La delicata situazione economico-sociale della Sicilia. 2. Un problema di ammodernamento: l’industria zolfifera. Asfalto, petrolio, fosfati, salmarino, salgemma, pomice. Crisi di mercato nel settore enologico. L’industria tessile. Alti e bassi nel settore metalmeccanico. Difetta l’energia elettrica. 3. Elogio dello spirito d’iniziativa dei siciliani. 4. Contro il latifondo: «Contadini siciliani, è la vostra ora!». Statistiche agrarie. 5. Le gravi difficoltà dell’economia ittica. 6. Deficienze turistiche e dei trasporti. Il Cogena non risolve il problema dei traffici marittimi. 7. Ma la bilancia commerciale si chiude con il tradizionale saldo attivo. 8. Gli insolubili problemi della ricostruzione edilizia e della bonifica sociale.

capitolo undicesimo
1. Mafia e banditismo in Sicilia. Le statistiche del delitto. Dei rapporti fra le vecchie e le nuove cosche mafiose. 2. Il feudo e la gabella codeterminanti del fenomeno mafioso. 3. Spettrografia dei rapporti di proprietà e di gabella nella provincia di Palermo. La sòccida nelle zone di Partinico, Misilmeri ed Alcamo. 4. L'embrionale riorganizzazione delle forze di polizia e la lotta alla delinquenza. I compiti della pubblica sicurezza nella parola del ministro Aldisio. 5. Si ricomincia a parlare di don Calogero Vizzini. Girolamo Li Causi e i luttuosi incidenti di Villalba.

capitolo dodicesimo
1. Il Mis e la mafia. Un memoriale che suscita indignazione. 2. Crisi a Palazzo delle Aquile. L'avv. Rocco Gullo nuovo sindaco di Palermo. 3. Gli alleati sconfessano il separatismo. Mario Scelba. 4. La grave situazione della Sicilia in rapporto ai fabbisogni alimentari della popolazione. L'aumento del costo della vita. Scoppiano i primi tumulti a Raffadali, Canicattì, Gangi, Partinico, Naso, Regalbuto, Licata. I luttuosi incidenti di Palermo durante una manifestazione contro il carovita e loro ripercussioni politiche. 5. Il Consiglio dei Ministri approva alcune provvidenze per l'agricoltura: la proroga dei contratti agrari e il decreto sulla distribuzione delle terre incolte. Loro scarsa applicazione nell'isola. 6. Fervore di studi e di indagini. Il Comitato di studi tecnici per il potenziamento economico della Sicilia elabora il primo programma di ricostruzione economico-sociale. 7. I problemi del rinnovamento culturale in Sicilia tra la fine del 1944 e il 1945. 8. Il nuovo Gabinetto Bonomi e le recrimine per l'assenza di ministri siciliani dal Consiglio.

capitolo tredicesimo
1. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista alla fine del 1944. 2. Il secondo congresso d.c. di Acireale. Le relazioni di Cortese, Attilio Salvatore, Scelba, Restivo, Bonifacio. 3. Sorge la Federazione regionale comunista. Le relazioni di Li Causi, D'Onofrio, Fiore. 4. Il Consiglio dei Ministri approva nella seduta del 20 dicembre importanti provvedimenti per la Sicilia. L'ampliamento dei poteri dell'alto commissario e la costituzione della Consulta. Istituiti nell'isola un ufficio della Ragioneria Centrale ed una sezione della Corte dei Conti. Provvidenze per la ricostruzione e per lo sviluppo dell'attività agraria ed industriale. La più netta presa di posizione del Governo contro il separatismo. 5. Si intensifica la sobillazione contro il richiamo alle armi. Disordini a Catania, a Trapani, nel Ragusano e nell'Agrigentino. Dalla «repubblica» di Comiso alla «repubblica» di Piana degli Albanesi.

capitolo quattordicesimo
1. Verso la normalizzazione della vita pubblica e delle attività economiche. I problemi dell'agrumicoltura. L'insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione della Cassa di Risparmio e della Sezione di credito industriale del Banco di Sicilia. 2. Le manifestazioni fasciste in alcuni centri dell'isola e l'attentato incendiario contro la Camera del Lavoro di Messina. La fine della guerra in Italia e il Gabinetto Parri. 3. La regolamentazione dell'applicazione del decreto Gullo sulla mezzadria e conseguenze di essa. 4. Il Capo del Governo a Palermo. Quel che vogliono i liberali. 5. I problemi dell'industria mineraria. La difficile situazione dell'energia elettrica e i provvedimenti tampone del Governo. Si vuol mettere in crisi l'Alto Commissariato. 6. La Consulta nazionale inizia i propri lavori a Roma. 7. Da Parri a De Gasperi.

capitolo quindicesimo
1. I lavori della Consulta per l'elaborazione dello schema di Statuto regionale. La cerimonia dell'insediamento e il nobile messaggio di Bonomi. 2. Carenza di orientamenti unitari. L'unico fatto di rilievo dei lavori della prima sessione è un ordine del giorno di «fiducia» nell'Autonomia! 3. Si parla degli ammassi, dei problemi dell'approvvigionamento della carta e dell'alimentazione. Le commissioni speciali istituite per l'esame delle più delicate questioni economiche del momento. 4. Finalmente si torna a discutere dello Statuto: ma per poco. La disapprovazione dell'opinione pubblica. 5. Ancora una seduta sterile. Tutto rimandato. 6. Le ventitré sedute della Commissione per la elaborazione dello schema di Statuto. I progetti dell'on. Guarino Amella, del Movimento per l'Autonomia della Sicilia, del dott. Mineo e del prof. Salemi. I consultori hanno fretta. 7. L'articolazione dello Statuto e la normazione degli organi e delle competenze della Regione. 8. La seduta del 18 dicembre. L'appassionato discorso dell'alto commissario. La solidarietà nazionale nella parola di Enrico La Loggia. 9. L'esame dei singoli articoli. Si accende la polemica fra i consultori sull'art. 39 dello Statuto. I calorosi interventi di Guarino Amella, Alessi, Romano Battaglia e Ausiello Orlando. Diciassette sì e dodici no. La Consulta conclude i lavori per l'elaborazione dello Statuto.

capitolo sedicesimo
1. Il separatismo. Giudizi di Borgese e di Sturzo. 2. Il secondo congresso «nazionale» del Mis e l'ignobile memorandum alla conferenza di San Francisco. La netta presa di posizione dei Governi di Washington e di Londra contro ogni manovra indipendentista siciliana. 3. Le dimostrazioni studentesche di italianità e gli incidenti coi separatisti a Palermo. 4. Si prepara l'insurrezione armata. Nascita dell'Evis e del Gris. Antonio Canepa, comandante generale della guerriglia. Gli succede il commerciante Concetto Gallo. «Indipendenza o morte!». 5. Primi contatti con Giuliano. 6. Lotta aperta al separatismo. Finocchiaro Aprile, Varvaro e Restuccia arrestati ed inviati a Ponza. Le polemiche e i chiarimenti ministeriali sul provvedimento. Il Mis fra repubblica e monarchia. L'aventino di alcuni dei capi. 7. I primi episodi di violenza. 8. Il convegno di Ponte Sàgana. Salvatore Giuliano al servizio del separatismo. Chi fornisce le armi ai banditi? Tutto pronto per l'occupazione di Caltagirone. 9. Ma i finanziatori del movimento frascheggiano con i monarchici. Gli inutili accordi col gen. Berardi, nuovo comandante militare territoriale della Sicilia. C'è anche il Masca (Movimento per l'annessione della Sicilia alla Confederazione americana).

capitolo diciassettesimo
1. La grave situazione dell'ordine pubblico in Sicilia nel 1945. Una relazione Li Causi-Guarino Amella sui servizi di pubblica sicurezza. 2. I primi provvedimenti governativi e la costituzione dell'Ispettorato regionale di P.S. 3. Battaglia a S. Mauro. Disperse le forze dei separatisti. 4. Il dilagare della delinquenza e i numerosi atti di banditismo. Gli assalti alle caserme dei carabinieri. L'attività della banda Giuliano. La lotta alle bande armate ed i mezzi adottati per fronteggiarle. Il coprifuoco e i rastrellamenti militari a Partinico, Montelepre, Giardinello, Borgetto. Le operazioni su larga scala nei pressi di Caltagirone. 5. Si acuisce la polemica politica. Salvato dalla crisi l'Alto Commissariato. 6. Nuovi atti di banditismo. Vengono sostituiti i prefetti. I positivi risultati delle prime operazioni di polizia. Finocchiaro, Varvaro e Restuccia rilasciati dal confino. 7. Sulle collusioni tra mafia e pubblica sicurezza e sugli attriti di questa con i carabinieri.

capitolo diciottesimo
1. Le prime elezioni amministrative del marzo 1946. Dal crollo dei partiti minori alle nette affermazioni della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. 2. Agitazioni e tumulti contro il carovita. Le gravi dimostrazioni di Palermo e Messina. 3. Lo Statuto siciliano davanti alle commissioni della Consulta nazionale. Aldisio si dimette dalla carica altocommissariale. Luigi Einaudi contro lo Statuto. Ma anche le sinistre siciliane pensano, per altro verso, che il progetto elaborato non sia «il migliore». L'approvazione ed il decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455. Come venne accolto in Sicilia l'annuncio della concessione dell'autonomia. Influssi separatistici? 4. Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Contatti e apparentamenti. Le posizioni dei diversi partiti. Vittorio Emanuele III abdica al regno. 5. Le strane offerte dei separatisti: Umberto di Savoia «re di Sicilia». 6. La difficile situazione alimentare e gli aiuti americani alla popolazione. Ancora agitazioni contro il carovita. 7. Provvidenze governative per l'industria elettrica ed i lavoratori zolfiferi. Il senatore Igino Coffari nuovo alto commissario per la Sicilia. 8. De Gasperi e Umberto II in Sicilia per concludere la campagna elettorale. 9. I risultati delle urne e la ripartizione dei seggi. Il sovrano va in esilio. Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato. Il secondo Gabinetto De Gasperi.

capitolo diciannovesimo
1. Prime problematiche nell'attuazione dello Statuto siciliano: il coordinamento. L'alto commissario Igino Coffari lascia la Sicilia. Si aggrava la crisi dell'istituto. L'avv. Selvaggi, nuovo alto commissario, si insedia a Palazzo d'Orléans, affiancato dall'avv. D'Antoni. Sulla legge elettorale per la prima Assemblea parlamentare siciliana. 2. Il problema delle terre incolte ed il decreto Segni del 6 settembre 1946. Il movimento contadino. L'occupazione dei feudi. Il patto di pacificazione fra proprietari terrieri e contadini. La partecipazione del proprietario al processo produttivo e la concessione dei terreni incolti a cooperative. 3. Perdura la crisi alimentare. Ancora scioperi di protesta per l'alto costo della vita e il mercato nero. 4. Secondo ciclo elettorale per le amministrazioni comunali nell'autunno 1946. Confermati i precedenti risultati. 5. Il grave problema dell'energia elettrica e le vicende di un Comitato tecnico per il controllo della Sges. Nasce l'Ente Siciliano di Elettricità: suoi limiti e competenze. 6. La prima Fiera del Mediterraneo. Fervore di studi e di indagini: i convegni economici sui problemi del commercio, della pesca, della marina mercantile, della riforma agraria e sul turismo siciliano.

capitolo ventesimo
1. La lotta politica in Sicilia all'alba del 1947. Posizioni e orientamenti dei partiti unitari. L'atteggiamento del Mis. Giuliano fra separatisti e monarchici. 2. Attuazione dell'autonomia: il passaggio degli uffici e del personale dallo Stato alla Regione. L'attività della Commissione paritetica. 3. Si accende la polemica sulla data delle elezioni regionali. Il nuovo Gabinetto De Gasperi, con Scelba agli Interni e Aldisio alla Marina Mercantile. Una campagna elettorale priva di mordente. I luttuosi incidenti di Messina e di Catania. 4. Le elezioni per la prima Assemblea regionale. 5. Giuliano e l'eccidio di Portella delle Ginestre. Alla ricerca dei mandanti e delle causali. 6. L'inaugurazione del Parlamento siciliano e i primi incidenti a Sala d'Ercole. 7. Complesse trattative per la formazione della maggioranza. Il senatore Cipolla eletto presidente dell'Assemblea. Il commiato dell'alto commissario Selvaggi. La composizione del primo Governo regionale, con l'on. Alessi capo della Giunta (30 maggio 1947).