Salvo
Di Matteo


Ila Palma

Le opere
di Girolamo Ardizzone

 

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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzioni

Poesie

Un libro che raccoglie l’intera produzione poetica di Girolamo Ardizzone: un’opera svoltasi nell’arco di un cinquantennio, fra il 1838 e il 1889, ed espressione, quindi, di un itinerario spirituale autentico, ispirato alle sorgenti del sentimento e sorretto da una rigorosa disciplina formale, nutrita delle raffinate esperienze e della grande lezione classica, in una genuina rielaborazione dai moduli caldi e intensi. Sono liriche di vario metro, carmi, odi, novelle poetiche, epigrammi, traduzioni in versi da Anacreonte, Saffo, Catullo, Byron, Shakespeare, De Musset, una versione del Cantico dei Cantici e così via: tutte insieme rivelano un poeta di interiore originalità e di ricca vena espressiva, cui sarà giusto riconoscere un posto non secondario nella letteratura del nostro Ottocento.


Memorie

Autobiografia d’una personale vicenda vissuta con esemplare fermezza spirituale, pur nelle avverse circostanze della vita, e costruttiva costanza di professionale impegno, queste Memorie, redatte nel 1884 e fin qui inedite e sconosciute, costituiscono il diario di un itinerario umano compiutosi nello sfondo di uno dei periodi più tormentati ed esaltanti della nostra storia. Pagine improntate, per ciò stesso, da una vis narrativa schietta ed efficace, ma anche strumento significativo di informazione riguardo a personaggi e ad eventi - nei quali l’Autore ebbe ruolo di protagonista o dei quali fu privilegiato testimone - del convulso Ottocento siciliano. Al di là delle sue connotazioni biografiche e letterarie, l’opera si segnala quindi anche per le sue valenze storiografiche.


Narrativa, Teatro Prose di giornale

Il narratore e il commediografo che incontriamo in questo quinto volume, ultimo della nostra raccolta di Tutte le opere, è l'Ardizzone più sobrio e certo anche il meno autentico: un solo racconto (Enrico e Maria), opera di uno scrittore men che ventenne, una sola commedia (Le due rivali), e ambedue per altro destinati al ripudio, un romanzo (Due amori), nell'arco di un cinquantennio, sono certamente poca cosa per identificare il loro autore nel ruolo del narratore e dell'uomo di teatro.
Altre, abbiamo visto, sono le coordinate della sua attività di scrittore: ché egli fu sostanzialmente poeta, saggista e critico letterario; e letterato fu persino nella sua professione di giornalista, se si fa astrazione della trentennale direzione del Giornale di Sicilia e dell'impegno gestionale dell'impresa, ove si consideri che solo gli articoli e le corrispondenze raccolti in questo volume (o almeno solo questi sicuramente suoi) si discostano dal prediletto filone dei saggi letterari e delle recensioni pubblicati in vari organi di stampa e nel suo stesso giornale. Ma il giornalismo, del resto - lo abbiamo già rilevato nella Introduzione alle Memorie del Nostro - , fu in buona parte nell'Ottocento fenomeno letterario o con la letteratura ebbe fisiologici contatti, ampiamente schiudendole le porte.
Appunto nelle pagine di una rivista culturale, L'Osservatore, fondata nel 1840 da un Ardizzone appena sedicenne insieme con l'amico Vincenzo Di Fede, quello stesso col quale aveva pubblicato l'anno prima la traduzione delle odi di Anacreonte, apparve in due puntate il racconto Enrico e Maria. Quella rivista, in verità, pubblicatosi solo qualche numero, aveva dovuto chiudere i battenti, travolta dai problemi editoriali; riprese a uscire nel gennaio del 1843 (ma intanto al Di Fede era subentrato Giuseppe Silvestri, il futuro soprintendente agli Archivi siciliani), per durare poi fino al 1846, potendo annoverare fra i collaboratori Benedetto Castiglia, Vincenzo Linares, Francesco Minà Palumbo, Pietro Calcara, Rosina Muzio Salvo: e fu nei primi due fascicoli della nuova serie che l'Ardizzone esordì come narratore.
Racconto consono allo spirito dei tempi questo Enrico e Maria, che le suggestioni dei primi romanzi del Guerrazzi, di quelle trame perverse, irte di crudeltà e di morti, risolte in un impasto di romanticume e cupe declamazioni, rendono estraneo alla tolleranza del lettore dei tempi nostri. Ma già lo stesso Autore, in anni più maturi, doveva disconoscere - come si è detto - quella sua giovanile creatura: «In quella novella si sentiva troppo l’influenza guerrazziana; io, come tutti i giovani, ero entusiasta del grande scrittore... Ma ero un infelice imitatore: non ho creduto quella novella degna di essere riprodotta fra le mie prose...»: così nelle Memorie del 1884.
Semplice e cupa la trama del racconto: il barone di Castronovo progetta per la figlia Maria le nozze col ricco e libertino Antonio; ma Maria ama segretamente Enrico, povero e gentile; per risolvere le cose, il barone attira in un tranello il giovane e lo uccide di suo pugno; la sventurata Maria, raccolti le ultime parole e i rantoli dell'innamorato (il lettore generosamente passi sopra al grossolano empirismo del dialogo), e, appreso dell'orrendo delitto del padre, decide di darsi a vita claustrale; ma il barone, ormai, allestisce le nozze, il palazzo si anima a festa: scontata la morte di Maria, consunta da febbre ardente, dolcemente assistita da un'amica fedele e costernata.
E qui, come imponevano i canoni della letteratura strappalacrime del tempo, ecco la civetteria didascalica e moralistica, le personali vibrazioni sentimentali dell'Autore: «Padre crudele, vedrai lo sterminio della tua figlia, ma il tuo cuore sarà lacerato dal rimorso, vivrai una vita infelice; e, quando alfine sopra un guanciale di pietra dormirai il sonno della morte, nissun pietoso pregherà pace all’anima tua, una lagrima non bagnerà la lapide del tuo sepolcro, saran maledette quell’ossa. Ma che? Tu ridi? Ti sembran celie i miei detti? Sciagurato, trema, trema piuttosto: questo riso ti costerà lagrime di sangue». L'epilogo, dunque, è il rimorso, ma è un rimorso acre e senza luce di redenzione, senza il conforto della catarsi: sulla sciagura si spande la maledizione, all'orizzonte è l'orrore della morte solitaria e illacrimata; a conclusione di tutto, ancora il didascalico breve ammonimento dello scrittore. Lasciamo perdere.
Con Le due rivali siamo su un altro versante. La commedia apparve in quattro puntate, nel 1857, nelle appendici di un giornale politico-letterario, Il Vapore, fondato in quell'anno stesso e diretto da Gaetano Somma, reduce dalla direzione del governativo L'Armonia; durerà poi fino al 15 maggio 1860. Briosa e non priva di letterarie suggestioni, sostenuta nell'azione scenica, rapida e serrata nei ritmi, vivace nella trama, l’operetta respira quella sapida aura goldoniana nella quale moveva una non indegna schiera di epigoni del grande veneziano, in quella metà dell'Ottocento: citiamo il veneto Francesco Augusto Bon, autore della trilogia di Ludro, il genovese Paolo Giacometti, il modenese Paolo Ferrari, il cui Goldoni e le sue sedici commedie nuove proprio nel 1851 incignava i primi passi della sua fortunatissima carriera.
Influì questa tarda produzione sull'idea teatrale del Nostro? Certo, il rinnovarsi delle fortune della commedia goldoniana dovette dettare stimoli e suggerimenti all'Ardizzone, ormai affrancato dalle esistenziali preoccupazioni che ne avevano travagliato la vita e già economicamente sereno: dal 1850 faceva parte del corpo redazionale del Giornale Officiale come addetto agli affari culturali, nel 1853 s'era sposato e ora aveva figliolanza, dal '56 nel giornale godeva del rango e del soldo di collaboratore di prima classe, presto sarebbe venuta la nomina a primo collaboratore (caporedattore). Logico che il sorriso della vita potesse catalizzare l'adesione a forme espressive tanto pregne della vivacità e della gaiezza tipiche della commedia di carattere.
Lui, in verità, non aveva il temperamento giusto per queste cose, né il naturale estro e la ricchezza di vena gioconda e quella capacità di cogliere e rappresentare con immediatezza la realtà che si richiedono a chi scrive per il teatro comico. Perciò quella sua creazione rimase prodotto isolato e singolare nel contesto dei suoi scritti; né forse fu pensata veramente come pièce teatrale, sì che, più che nel suo specifico di copione per la rappresentazione scenica, a dispetto dell'impianto formale, ci sembra che debba essere riguardata nella sua essenza di componimento letterario. Vogliamo dire, insomma, che tale commedia l'Autore non intese scrivere per la recita: sedotto dalle sue letture goldoniane, suggestionato dalle fortune sceniche della commedia di carattere, esperì un genere che non si proponeva - già nel momento della creazione - di valicare i limiti della pura composizione letteraria; egli stesso giudicherà più tardi che, sebbene non priva di pregi formali, vivacemente concertata nella trama e ben connotata nei caratteri e nei dati psicologici, quella commedia «sotto l’aspetto drammatico era ben misera cosa». Ma a noi sembra che una tal valutazione sia ingiustamente riduttiva.
La tavola tematica, per sommi capi: Costanza Fuseaux, giovane e vogliosa vedova (la vicenda è ambientata in Francia), ama il dottor Remigio Saint-Simon; lo attende impazientemente in casa, dove ha organizzato un ricevimento. La festa è l'occasione per far figurare nelle prime scene, via via che sopraggiungono, i personaggi della rappresentazione: il dottore, innamorato di Evelina de Petit-Monde, la quale da parte sua si consuma d'amore per Petrillo des Mucherons; questi, però, arde per Flebosilla Fleurdemai, oggetto a sua volta dell'amore dello speziale Fortunatino d'Apoticaire: insomma, una situazione difficile da districare. Eppure, fra intrighi e macchinazioni, grazie alle furbizie del dottor Remigio, con l'aggiunta di molti colpi di scena, il pasticcio amoroso trova la sua soluzione: Costanza sposerà il suo dottore, Flebosilla finirà sposa di Fortunatino, Petrillo impalmerà Evelina: il tutto con generale appagamento, come è nella tradizione del genere letterario.
Trent'anni giusti separano da questa piacevole commedia l'ultima produzione narrativa dell'Ardizzone: quel romanzo Due amori (si noti l'insistenza del binomio nel titolo: prima Enrico e Maria, poi Le due rivali e ora Due amori), che, scritto per le appendici del Giornale di Sicilia, veniva edito in volume all'inizio del 1887 e altre edizioni aveva successivamente fino a quella del 1893, che precedette di soli due mesi la morte dell'Autore. Era stato ben accolto, al suo apparire, dal pubblico, e la critica, non solo in Italia, gli aveva riservato molti encomi: un articolo prodigo di elogi aveva scritto su L'lllustrazione italiana Raffaele Barbiera e significativi apprezzamenti erano veduti anche dalla Deutsche Wochenchrift e dal madrileno Globe. Lusingato, l’Ardizzone lascerà che di quelle recensioni qualcosa trapeli nel suo giornale.
Certamente, noi oggi non sapremmo conformarci a tanto entusiasmo: è vero, l’educato gusto letterario dei tempi nostri, gli ammaestramenti di una estetica raffinata e matura rendono forse eccessivamente guardingo anche il lettore meno esigente al cospetto di costruzioni e di espressioni letterarie del genere di quelle che un trito Ottocento ci tramanda; e tuttavia non ci sembra oggettivamente che, in presenza di questo ingenuo Due amori, ogni diffidenza critica sia oggi del tutto ingiustificata. Se, però, facciamo un salto indietro d'oltre un secolo, se ci immergiamo nella cultura letteraria, nel gusto e nella sensibilità critica dei nostri lontani progenitori, se insomma sapremo guardare a quest'opera in un'ottica storicistica, relazionandone i contenuti e la stessa forma espressiva alla contingente situazione temporale e alle condizioni spirituali dell'ambiente in cui è venuta alla luce, potremo dire di trovarci nella corretta posizione per comprenderne i valori: il che, poi, non vuol dire necessariamente condividerli. Né noi stessi riteniamo di condividerli: rifiutiamo quella composizione eccessivamente cronachistica, quella trama impastata di peccato e di perdizione, di cupa sofferenza e di castigo, quegli ambigui impulsi psicologici, quella didascalica civetteria moralistica mescolata di commozione lirica che rende a quando a quando l'Autore personaggio e attore del dramma narrato, quella epidermica e veloce rappresentazione dei caratteri, l’eccesso retorico delle esclamazioni e delle apostrofi e, con esse, delle note civili e morali: insomma, tutto il bagaglio tematico e il repertorio narrativo tipici del romanzo d'appendice ottocentesco, creato per le letture del popolo, cui occorreva dare - ben ci rendiamo conto - continuità d'azione, scrittura semplice e corrente, trame torbide e crude, con l'ineluttabile premio finale alla sofferenza e alla bontà e la sconfitta del tristo, e molte vibrazioni sentimentali.
Moviamo in un versante a mezzo fra romanticismo e realismo, due categorie estetiche alle quali non si sottrasse il Nostro, o almeno non si sottrasse in questa parte della sua produzione, lui che per altro verso, nelle cose migliori della sua creazione artistica - l’opera poetica - , intraprese i sereni e luminosi itinerari del classicismo, sebbene talora in una commistione con terni e moduli espressivi di anagrafe romantica: ma al riguardo abbiamo detto abbastanza nella Introduzione alla nostra edizione delle sue Poesie. In fondo, ormai all'epilogo del nostro percorso critico, dobbiamo convenire che l'Ardizzone fosse un autore estremamente duttile, ricettivo, sensibile alle voghe letterarie del suo tempo, disponibile ad esperire alterni e persino contraddittori percorsi estetici: ed ecco, se ragioni di moda, se il gusto della narrazione a sénsation, se il desiderio di propiziarsi l'animo dei lettori di bocca buona, se istanze e commozioni liriche lo premevano, ecco questo romanzo, nel quale, imponendosi su un fosco quadro di vizio e di peccato, trionfano costruttivamente alla fine quei Due amori che danno titolo al libro. Si comprende come l'opera, grazie anche alla sua rapidità d'azione e al ritmo incalzante della narrazione, potesse avere successo nella società del tempo e acquistarsi le ripetute edizioni che ebbe nell'arco di un solo settennio.
Ci avvaliamo, per riferirne la trama, di una sintesi fattane nel 1893 dal Giornale di Sicilia, a firma Iobi, che ben conserva e ripete lo spirito del testo.
«La signora Emilia e Lelia: madre e figlia, una fede e una speranza. La prima, segnata dal dolore; la seconda, che di quel dolore, a lei ignoto, è il conforto. La signora Emilia ha amato un uomo (Enrico Rambaldi), ha provato dolori ineffabili, dolori infiniti: quell’uomo le è stato tolto; una terribile accusa di assassinio lo ha sepolto in un ergastolo, e molti anni debbono ancor trascorre prima ch’egli abbia espiata la pena. Vi erano le prove evidenti del delitto: un uomo era stato ucciso a tradimento. Eppure ella non poteva credere. La fede l'aveva sorretta. Era stato forse un tradimento, un errore giudiziario che aveva prodotto la sua condanna. Lelia, la figliuola, gentile giovinetta, era appena al sedicesimo anno: colta, graziosa, dipingeva con valentia, suonava con dolcezza il piano, cantava con voce armoniosa e soave.
«La signora Emilia, tuttavia, non era più libera: ella aveva dovuto unirsi a un uomo che non amava e che, a dir vero, non valeva la pena di amare: il deputato Giustiniani, un faccendiere, che aveva ferocemente avversato il matrimonio di Emilia con Enrico, il giovine a cui ella era fidanzata. Allorché questi, colpito dalla giustizia, era scomparso dalla società, Giustiniani si era offerto cavallerescamente di salvare, con le nozze, la reputazione compromessa della fanciulla: infatti, vi era bisogno di riparazione, poiché Emilia stava per divenir madre.
«Lelia, dunque, è al sedicesimo anno, e ama. Il giovine che l’ha fatta palpitare, che ha destato i sogni dorati in quel vergine cuore, è Alfredo Bartolini, pittore valente e suo maestro. Il caso, componendo una delle sue tele sapienti, ha unito due sventure, ha fatto incontrare due anime che hanno bisogno entrambe di felicità. Non si erano ancor parlati: il vincolo dei loro cuori, avvolto nel mistero, non era trapelato ad alcuno. Lelia credeva suo padre quell’uomo arcigno, duro, cinico, il quale non aveva per lei né un sorriso né una parola d'affetto: il deputato Giustiniani, appunto. Alfredo, da parte sua, aveva appena un vago ricordo di sua madre, che, quand'egli toccava appena i sei anni, era scomparsa. Il padre, cui egli ansiosamente ne aveva chiesto, si era affrettato a rispondergli: - Non chiedermi di lei, non so dove si trovi; forse è morta, morta almeno per me - . Così la segreta inconsapevole simpatia dei loro casi ne aveva affratellato le anime.
«La madre di Alfredo, dunque, sorpresa dal marito fra le braccia dell’amante, era scomparsa. Ella, come il mondo, cambiata da moglie onesta e madre felice in avventuriera, era ora l’amante del deputato Giustiniani, ma un’amante infida, che aveva bisogno di sempre nuove emozioni, avida di ebbrezze e di gioie sempre nuove. Giustiniani ha consumato per lei gran parte del suo pingue patrimonio; ma un principe russo le ha fatto sorridere voluttà e ricchezze: ella, dunque, lo abbandona, e non la sgomenta la minaccia di lui, che le fa ricordare com'egli potrebbe trarla a rovina. Certo, esiste fra loro un vincolo misterioso, dacché a quella minaccia risponde: - Bada, io dirò tutto... tutto, m'intendi? - .
«Questa è la ficelle del romanzo. Enrico Rambaldi, l’antico fidanzato di Emilia, intanto soffre da sedici anni all’ergastolo, dove lo ha condotto con diabolica perfidia il commendatore Giustiniani: l’atroce accusa di assassinio infatti è falsa, gli indizi accumulati contro di lui con accanita perversità lo hanno perduto. Giustiniani, al fine di vincere le resistenze della giovinetta Emilia, inferocito dalle ripulse di lei, ha ordito una trama infernale per raggiungere l'intento suo, e vi è riuscito. Ma i nodi vengono fatalmente al pettine; gli avvenimenti s'intrecciano. Elena Riccardi, la madre di Alfredo, era uscita d'Italia col nuovo amante, il principe Velikoff. Improvvisamente il padre Gregorio, un vecchio e venerando sacerdote, che in sua giovinezza era stato missionario apostolico e che conosce il segreto della madre di Lelia, riceve da Monaco l'annunzio che quella donna dissoluta e fatale è morta, e con esso una lettera di lei per il figliuolo...». É il riconoscimento del proprio peccato, la suprema istanza di perdono a quel figlio abbandonato.
La storia prosegue con altri colpi di scena: la morte del padre di Alfredo, la confessione - da lui affidata a una lettera - del delitto commesso sedici anni prima, per il quale è stato condannato l'innocente Enrico, e dell'orribile macchinazione ordita dal Giustiniani, il quale, allo scopo di eliminare il rivale Rambaldi, ha congegnato le prove in modo da far ricadere su questi ogni indizio di colpevolezza. Ormai la trama si svolge rapida fino alla scontata conclusione: l’intervento della Giustizia, adita da Alfredo, la morte del Giustiniani, stroncato da un ictus alla Camera non appena giuntavi la notizia della sua colpevolezza, la liberazione del povero Enrico, infine i doppi sponsali: Enrico ed Emilia, Alfredo e Lelia insieme coronano i loro sogni d'amore e tutti vivono nel bel palazzo Giustiniani a Venezia, in faccia alla riva degli Schiavoni.
Ci resta da dire, infine, della varia pubblicistica raccolta in questo volume. Sono tredici pezzi (i soli estranei al ben più battuto filone letterario, che ha trovato la propria collocazione nel quarto volume di questa collana), d'argomento soprattutto sociopolitico, cui si aggiungono le corrispondenze da Madrid trasmesse al Giornale di Sicilia nel corso di un viaggio compiuto nel 1886, che l'Autore si proponeva di ripubblicare in volume, probabilmente rielaborandole in forma meno emerografica: quel disegno, nebulosamente enunciato nell'edizione del 1889 dei suoi Versi editi ed inediti, non venne poi recato a compimento, sì che a noi non è rimasto che di far ricorso alle pagine del giornale.
E con questi articoli del 1886 concludiamo la nostra silloge pubblicistica, che s'inaugura con un commosso ricordo - apparso ne L'Osservatore del 1843 - di Agata Rumbolo Landolina, la nobildonna spentasi immaturamente in quell'anno, nella cui casa in Castronovo l'Ardizzone era stato accolto adolescente e aveva vissuto ospite per qualche mese nel 1838, all'indomani della sofferta morte del padre. L'articolo successivo, Sugli abusi della libertà della stampa, è tratto dal primo numero de La Libertà, «giornaletto politico-scientifico-letterario», come si proclamava nel sottotitolo quel piccolo foglio fondato 1'11 agosto 1848 dal nostro Girolamo insieme col fratello Matteo e col Di Fede e scomparso dopo il secondo numero: si poneva su posizioni moderate in confronto alla scomposta pubblicistica del tempo, propiziata dal grande fermento libertario e rivoluzionario, le quali per l'appunto in questo articolo sono riflesse. Il pezzo uscì anonimo, ma a noi non par dubbia, per il tono letterario e la stessa consonanza tematica, l'imputazione all'Ardizzone.
Del sessennio 1850-56 è un gruppo di articoli tratti dalle raccolte de L'Armonia, de Il Vapore e dello stesso Giornale Officiale; il primo di essi, Il secolo, apparso il 6 febbraio 1850 ne L'Armonia, venne, con titolo leggermente diverso (Il genio del secolo), ma senza alcuna modifica, ripubblicato poi nell'opuscolo Omaggio al commendatore Lodovico Bianchini, uscito nel 1856 dalla tipografia di Francesco Lao. Sono articoli del tempo della Restaurazione; e della situazione politica maturata col fallimento dello Stato di Sicilia e il ritorno dei Borboni riflettono infatti per lo più i connotati: si legga al proposito L'ordine del 10 giugno 1850, di cui il titolo lascia intendere già abbastanza, o, con ottica che si spinga oltre la mera espressione letteraria, L'antichità della Monarchia, sistema dichiarato «il più universale siccome il più conforme alle società civili» e «fondato sull’esperienza di un passato senza interruzione», talché «grandi esser devono i frutti che se ne raccolgono».
Chiare le allusioni al diritto dei Borboni e scoperto - nelle molte evocazioni delle vicende del passato e nella martellante esegesi storiografica - il tributo alla dinastia. Ancor meno velatamente l'Ardizzone aveva scritto prima (appunto, ne L'ordine, venuto fuori ad un anno giusto dalla rovina della rivoluzione in Sicilia e dal ristabilimento di Ferdinando II): «I mali che produce il disordine politico sono veramente terribili, come ne mostra l’istoria antica e moderna... E noi, spettatori dell’universale disordine politico che ha scosso ai dì nostri l’Europa, noi che abbiamo veduto le piaghe profonde lasciate dalle rivoluzioni e la lunga serie dei mali che ne sono derivati, noi testimoni dei beni che ha prodotto la ristorazione dell’ordine, cioè la guarentigia delle persone e delle proprietà e la sicurezza di viver tranquilli sotto la difesa delle leggi, noi potremmo ancora essere affascinati dalle seduzioni di coloro che tentano d'immergerci nell'anarchia? No, sia l'ordine la nostra bandiera, poiché senza di questo non potremo affatto inoltrarci nelle vie che conducono alla civiltà».
Siffatte professioni di fede, per quanto discrete e soprattutto inconsuete nel contesto della sua attività, resero al loro autore cattivo servigio più tardi, come si sa; sicché, quando il 7 giugno 1860 il Giornale Officiale di Sicilia riprese le pubblicazioni dopo l'interruzione provocata dalla guerra garibaldina, e ora sotto nuova direzione e in un diverso quadro politico e istituzionale, l’Ardizzone venne estromesso dalla redazione, sebbene altri del vecchio organico fossero mantenuti in servizio e malgrado le favorevoli informazioni di polizia assunte sul suo conto.
Lui sempre sosterrà l'eticità del proprio operato, la sostanza del proprio lineare comportamento: mai - s'appellava al governo della Luogotenenza - aveva contravvenuto ai propri doveri e soprattutto all'imperativo della coscienza morale. Il giornale nel quale lavorava, del resto, era organo dello Stato, espressione di un governo legittimo: gli sarebbe toccato di assumere posizioni di dissenso e di contrasto? E scriverà nelle Memorie, assai più tardi, placatisi ormai i fermenti dell'ora: «Mi si fa colpa di aver servito fino all’ultimo un Governo che stava per cadere. Ma non potevo io fare altrimenti? Lo servii fino all’ultimo - non me ne vergogno - come lo servirono tanti egregi uomini e tanti distinti militari». Insomma, come avrebbe potuto un servitore dello Stato osteggiare quelle stesse istituzioni dalle quali dipendeva e che, infine, era deputato a sostenere e rappresentare? Prevalsero la forza del rancore e la cecità della diffidenza, sì che solo due anni più tardi - nell'agosto 1862 - l’Ardizzone poté rientrare nel giornale: vi rientrò però trionfalmente da direttore, allorché fu chiaro agli organi del Governo che solo quell'uomo, con le proprie capacità, avrebbe potuto risollevare le sorti di un foglio di stampa ridotto a un miserando carniere di notizie inutili e stantie, per rilevarne il 31 luglio del 1863 la proprietà.
La bella vicenda di Girolamo Ardizzone giornalista è tutta legata alla storia del Giornale di Sicilia (la nuova testata, che sostituiva la precedente di Giornale Officiale, nacque il 10 agosto 1863), prima come redattore per un decennio, e successivamente, per lo spazio di trent'anni, come direttore e proprietario: ma, per tutto ciò, rinviamo ancora alla nostra introduzione alle citate Memorie.
Non abbiamo elementi per ritenere che appartenga a questo fecondo trentennio un più consistente numero di articoli dei tre che riproduciamo in questa raccolta: il primo (per la verità non molto significativo) del 1863, gli altri due del 1876, l’anno della grande svolta: con l'avvento della Sinistra al potere, infatti, il giornale, che fin allora aveva goduto dei cespiti assicuratigli dalla pubblicazione degli annunzi ufficiali, restò privo di ogni sovvenzione, perdette ogni rapporto col governo; coerente con la propria linea di consenso ai programmi della Destra storica, passò all'opposizione. Ed eccolo l'Ardizzone proclamare la propria idea del giornalismo, dichiarare la linea politica del Sicilia: «Militando nel campo dell’opposizione, noi saremo moderati, moderatissimi, ma avremo sempre il coraggio delle proprie opinioni. La nostra attitudine con il governo sarà questa: lo loderemo quando merita lode, lo biasimeremo quando merita biasimo. Non sostituiremo mai alla serenità dei principi la cecità delle passioni», che è poi una magnifica carta dei valori (v., infra, l’articolo Il «Giornale di Sicilia» nel campo dell’opposizione).
L’articolo - come l’altro, che lo precede solo di pochi mesi, Siamo governativi - apparve anonimo, ma non è dubbio che sia di pugno dell’Ardizzone. Il quale, per altro verso, non ci dà mezzo di presumere una meno laconica pubblicistica politica; è un fatto che egli, da direttore del giornale, certamente produsse poco, scrisse poco: a parte i tredici pezzi pubblicati e le corrispondenze del suo viaggio in Spagna, solo alcuni scritti critici, né altro ci risulta; il resto del suo impegno giornalistico appartiene alla quotidianità della pratica fatta alla scrivania della direzione, fra i tavoli della redazione, lungo i banconi della tipografia.
Quando nel 1884, ancora nel pieno fervore della propria attività, affidava alle sue Memorie il resoconto della propria vita, che ancora doveva essergli prodiga di giorni (si spense il 30 maggio 1893), enunciando per quelli che sarebbero seguiti la propria concezione del giornalismo, dava in fondo una personale testimonianza dell'esercizio della propria stessa milizia giornalistica: «Siano onesti pubblicisti, come io lo sono stato nella mia lunga carriera. Rispettino gli avversari politici, pur combattendoli con franca e leale parola, che conferisce al trionfo delle buone idee. Gli interessi delle idee antepongano a quelli del partito. Indipendenti sempre, sostengano il principio di autorità, senza del quale non può reggersi uno Stato. Ciò non vuol dire che non debbano combattere gli errori dei governanti, ma farlo in modo onde cotesto principio non iscapiti e venga demolito con grave danno della cosa pubblica».
E, a cento anni dalla morte, risuonano ancora queste parole alte ed intense come la professione di fede d'un cavaliere antico.
Salvo Di Matteo


Studi Danteschi

Sgombriamo subito il terreno da una ambiguità. Girolamo Ardizzone non pubblicò, né specificamente compose, un volume di Studi danteschi; ma la locuzione è sua, e, in realtà, essa costituiva il titolo di una sezione dei suoi Studi letterari e critici, editi a Palermo nel 1880, nei quali organicamente ordinò, nei primi nove capitoli, gli scritti dedicati al Poeta della Commedia: redatti nel 1850, quando l'Autore non contava che ventisei anni, e pubblicati quasi tutti per la prima volta ne «L’Armonia» fra il 26 ottobre e il 31 dicembre 1850 sotto il titolo I secoli della poesia italiana, essi formano, appunto, i primi nove capitoli di questa nostra edizione. Il testo del X capitolo, pure compreso nell'edizione del 1880, venne composto nel 1854 e apparve per la prima volta nella «Rivista scientifica, letteraria ed artistica per la Sicilia» del 30 aprile 1855. Del 1856, infine, sono gli scritti che qui costituiscono il capitolo XI e che abbiamo ritenuto opportuno di raccogliere in questo volume in ragione della materia: sono la prefazione e le note che l'Ardizzone redasse per l'edizione italiana dell'opera di Claude Fauriel, Dante et les origines de la langue et de la littérature italiennes, che, edita in Francia nel 1854 a cura di Giorgio Mohl, venne da lui tradotta e pubblicata due anni più tardi, in due tomi.
Ci è parso che dare autonoma collocazione a questi Studi dell'Ardizzone valga a meglio qualificarne l'impegno letterario e critico nell'arduo campo della dantistica, un campo che tuttavia, esauriti i grandi entusiasmi che hanno precisa datazione nel sessennio fra il 1850 e il 1856, il Nostro non tornò più a perlustrare, se non per la traduzione, pubblicata a puntate dal 24 agosto al 30 settembre 1858 nel «Giornale officiale di Sicilia», sotto il titolo Dante Alighieri e la letteratura dantesca in Europa (e tuttavia rimasta incompiuta), di un discorso del francese Saint-René Taillandier apparso nella «Revue des deux Mondes»; comunque, è l'intera produzione saggistica dell'Ardizzone (studi su Byron, sul Camoens, su Chateaubriand, su Dante, sulla Turrisi Colonna) che non oltrepassa il crinale del 1856, per esprimersi successivamente in tutta una serie di brevi recensioni e prose critiche. Conosciamo, del resto, le vicende della sua vita - la gravezza e le responsabilità dell'impegno giornalistico, le spinose vicissitudini del biennio seguito all'avvento garibaldino, le sollecitudini della diletta attività poetica -, limitative condizioni tutte in un esistenziale percorso in cui le professionali scelte imponevano correlate rinunzie.
Gli studi danteschi dell'Ardizzone si collocano, quindi, abbiamo detto, nel periodo compreso fra il 1850 e il '56 o, al massimo, il '58: si era in una fase storica, del resto, in cui, sulla spinta di sollecitazioni politiche, nella risorgimentale costruzione dei destini nazionali, vivace fermentava - in Sicilia e nel resto d’Italia - la fortuna di Dante. Anzi, tanto è connaturata la presenza ideale di Dante al Risorgimento italiano che probabilmente, senza la grande tensione nazionalistica che animò tanta parte del nostro Ottocento, meno vasto e profondo sarebbe stato il culto del Poeta. Non ammoniva Mazzini le nuove generazioni d'abbeverarsi alle radici del pensiero sociale, al grande fuoco rigeneratore dell'ira dantesca? E chiedeva che gli italiani dalle pagine dell'Alighieri succhiassero - proprio, succhiassero - «lo sdegno magnanimo onde l’esule illustre nutriva l’anima», la virtuosa ira contro i vizi e le corruttele, l’energia di vivere nella sciagura, «gli auspici delle sorti future», additate fin dal secolo XIV ai lontani fratelli di patria: né l'auspicio del Mazzini era isolata espressione d'una mistica patriottica, se esso traeva spirituali riverberi dal dantismo di un Alfieri o di un Foscolo e degli altri che del sommo fiorentino intesero l'ufficio di poeta-profeta o di poeta-vate, sì che costituirono il tramite spirituale onde si realizzò la fortuna risorgimentale dell'Alighieri.
Da un tale esito mette, è vero, in guardia il Croce: non può pretendersi di fare di Dante il maestro e la guida spirituale esclusiva degli ideali politici, civili e morali di un'epoca tanto posteriore alla sua, poiché in lui non è (né poteva essere) ciò che si formò dipoi; «tutti i grandi sono maestri di vita, ma nessuno può esser tale da solo, poiché ciascuno di essi è un momento della storia, e la vera maestra è la storia tutta, non solo quella che noi di continuo ricreiamo, ma anche, e soprattutto, quella che noi in ogni istante creiamo»: onde la Commedia resta eterno monumento di poesia, ma limitato nei contenuti dalla fase storica alla quale appartiene. E tuttavia è da dirsi, postillando il Croce, che non l'identità delle situazioni coglievano coloro che esercitarono nell'età romantica il culto di Dante, ma l’altissima lezione politica e morale del poema, le suggestioni del dolore e dell’orgoglio, la luce illuminante infine della grande speranza che lo ammanta in una prospettiva di permanente validità.
Né altrimenti si spiegherebbe il valore etico che nell'Ottocento assunsero gli studi danteschi: non solo nella penisola dove il risveglio dell’interesse per il poema dell'Alighieri giungeva ad alimentare letture pubbliche e private della Commedia e persino declamazioni teatrali (in palcoscenico Gustavo Modena, vestito da Dante, recitava interi canti danteschi), ma nella Sicilia stessa, nella quale il maggiore degli interpreti di Dante, Francesco Paolo Perez, postulava un nazionalismo unitario in contrapposto alla quarantottesca ideologia separatista, ch'era poi lo stesso che riecheggiare il generoso sogno politico dell’Alighieri, assurto per tale visione a simbolo dell'affrancamento dell’Italia dalle angustie delle segmentazioni statuali e dalle asfissie del municipalismo.
E prima? Di una ininterrotta conoscenza di Dante nell'isola abbiamo documentale testimonianza fin dalla seconda metà del Trecento: non di un «culto» ancora, poiché esso come si è visto, fu sostanzialmente connesso al concretizzarsi di una serie di fattori politici e civili e all'instaurarsi di ideologie libertarie e unitarie che ebbero materiale cittadinanza in età risorgimentale; e, anche se è vero che non in tutti gli interpreti operò una lettura in chiave politica o profetica o di apostolato del poema dantesco - tant'è che la fortuna dell'Alighieri presso di noi non ebbe soluzione di continuità una volta realizzatasi l'istanza risorgimentale, ininterrotta proseguendo per tutto il corso dell’Ottocento -, vi fu comunque una voga letteraria della Commedia, sicché, per un verso o per l'altro, può dirsi che veramente nell'intero XIX secolo gli studi danteschi conobbero una primaverile fioritura: avremo modo di tornarvi più avanti.
In precedenza, dicevamo, fin dal Trecento la Commedia ebbe lettori ed estimatori nell'isola, sebbene nei secoli XIV e XV i livelli di familiarità col poema fossero fortemente elitari e non riguardassero, in definitiva, che pochi esponenti delle classi egemoni e una ristretta cerchia di letterati. Certo, è vero, come ricorda il Santangelo, che già nei documenti della cultura siciliana del Trecento «è operante la lezione della Commedia sul piano dell’espressione linguistica e letteraria», e basterebbe citare al proposito l'Historia sicula del cronista Niccolò Speciale; ma noi non sapremmo dire veramente se i quindici codici trecenteschi o i dodici accertati nel Quattrocento in inventari di beni e biblioteche depongano per una effettiva diffusione della conoscenza del poema dantesco nell'isola: di quei codici, uno era proprietà, nel 1367, della Corona aragonese, e noblesse oblige; un secondo, databile alla seconda metà del Trecento, apparteneva con tutta probabilità a Ruggero da Piazza, vescovo di Mazara e cappellano di Federico III; un terzo lo troviamo fra le cose del mercante messinese Pino Campolo; più tardi, sempre in inventari messinesi fra il 1449 e 1485 sono segnalati tre altri codici; uno è compreso in un inventario palermitano del 1421-22; uno si trovava nel XV secolo fra i libri del protonotaro del Regno, Leonardo di Bartolomeo; uno era nella biblioteca del medico trapanese Giovanni di Siviglia; e, sempre a Trapani, uno fra i libri di Giacomo Speciale.
Non è molto, invero, specie se si pensi che, per lo stesso periodo, il Carducci annoverava altrove 510 codici conosciuti della Divina Commedia, un totale corrispondente sostanzialmente ai 498 codici del Witte, cui erano da aggiungersi gli altri 11 ignoti allo studioso tedesco e censiti nel catalogo dell'esposizione dantesca del 1865: tale era l'interesse per quell'opera che si ricorreva in Toscana - informa sempre il Carducci - persino alla prestazione di carcerati per trarne nuove copie, e un tale con cento copie che fece ne ricavò tanto da poter accasare molte sue figlie; né solo questo, fiorivano al contempo gli studi intorno alla Commedia e pubblici lettori e commentatori letteralmente pullulavano: una sessantina se ne contavano fra Tre e Quattrocento, da Jacopo della Lana al Boccaccio, dal Landino a Marsilio Ficino.
Tutto ciò, è ben evidente, non sarebbe logico attenderselo in Sicilia, dove solo nel Cinquecento, con la circolazione delle prime edizioni a stampa, s'accelera la fortuna di Dante, che ora ha cultori e interpreti in una autorevole rappresentanza di dotti e letterati: citeremo, fra i maggiori, Paolo Caggio e Antonio Veneziano, il Maurolico e l'Arezzo, e potremmo aggiungere ancora Nicolò Liburnio, Argisto Giuffredi, Francesco Gallo, per non dire che d'alcuni dei quali è nota la passione di raccoglitori di excerpta della Commedia o nei quali, ai rispettivi livelli, sono presenti espressioni stilistiche e reminiscenze dantesche.
Più avanti, nel Seicento, riecheggerà la lezione dell'Alighieri nella produzione drammatica in versi di un Bartolo Sirillo, di un Gaspare Licco, di un Antonio Tantillo, di un Luigi d'Heredia; ma anche chi non percorse le strade della poesia pagò il suo scotto a Dante: cosi l'erudito e storiografo Vincenzo Auria raccoglieva versi e motti della Commedia, la gentildonna messinese Camilla Bonfiglio mandava a memoria l'intero poema, che amava declamare spesso, e pure a memoria lo conosceva il Tantillo. Finché, nel Settecento, per opera del Bisso e di G.A. De Cosmi, Dante fece, sebbene timidamente ancora, il proprio ingresso nelle scuole: aprì il discorso, alla metà del secolo, il gesuita Giovan Battista Bisso, che nel 1756 approntò un dizionario poetico il quale venne a costituire un profittevole strumento di approccio didattico; un po' più tardi, De Cosmi inaugurava il dibattito sulle ragioni dell'insegnamento scolastico dell'opera del sommo fiorentino, al quale per la sua parte offriva il sussidio, nel 1788, di una lettura critica: e fu il momento, questo, in cui veramente la coscienza pubblica dell'isola si dischiuse, ben oltre l'episodicità dell'interesse erudito, al culto e alla cultura dantesca, precorrendo il grande risveglio dell'età romantica. Dei letterati inutile dire: basterà per tutti citare il Meli, il maggiore dei poeti siciliani d'ogni tempo, la cui Fata galante non infrequentemente ripete, con colorita vivezza vernacolare, modi e persino immagini della Commedia. Nell'Ottocento, quindi, allorché si schiuse la gran fioritura d'interesse per l'opera dantesca, la Sicilia vantava a suo modo una ininterrotta tradizione nel campo della letteratura e dello studio del sommo fiorentino: alla sua gran fonte continuarono i poeti ad abbeverarsi, né mancò chi, nel 1817, raccogliesse in un'opera antologica componimenti di Dante. La vera svolta venne, però, nel 1830, con la prima edizione siciliana a stampa della Divina Commedia per cura e col commento del padre Pompeo Venturi, alla quale altre ne seguirono, nel 1832, nel '37, nel '45, nel '56, nel '58, nel '60, per mano d'altri; intanto s'inaugurava la grande letteratura critica e filologica sull'opera di Dante, cui dava la stura nel 1830 il Bozzo col Ragionamento critico intorno ad un famoso luogo della «Divina Commedia», seguito nel 1835 dalla prima delle opere dantesche del Perez, Sulla prima allegoria e sullo scopo della «Divina Commedia»; nello stesso anno il Borghi teneva nell'Università di Palermo un corso di letteratura dantesca, e l'anno dopo era la volta della Vita di Dante di Giannozzo Manetti, edita a Messina nella traduzione dal latino del benedettino Mauro Granata, che nel 1855 pubblicava a Napoli un buon Florilegio e dizionario dantesco; a questo s'aggiunse nel '58 la Fraseologia poetica e dizionario generale della «Divina Commedia» del palermitano Giovanni Castrogiovanni . Appartengono al successivo ventennio i monumenti maggiori nel campo della saggistica e della filologia dantesca: La Beatrice svelata del Perez (1865), opera eruditissima e di profonda esegesi critica, e gli scritti del trapanese Alberto Buscaino Campo compresi nel 1877 in Studi di filologia italiana e poi definitivamente, con ulteriori contributi, in Studi danteschi (1894), la cui pubblicazione precedette di un solo anno la morte dell'autore. Sono le opere capitali della dantistica siciliana dell'Ottocento; ma, accanto ad esse, è tutto un germogliare di studi che s'impreziosisce ancora dei nomi di Pietro Galvagno, Benedetto Castiglia, Lionardo Vigo, Salvatore Salomone Marino, Matteo Ardizzone e, più tardi, di G.A. Cesareo, di Giuseppe Crescimanno e d'altri. Gli Studi danteschi di Francesco Paolo Perez, venuti fuori dalla tipografia del «Giornale di Sicilia» nel 1898, degnamente segnavano il crepuscolo del secolo.
Girolamo Ardizzone non c'era più a quel tempo, morto cinque anni prima: al «fervido e quasi tumultuoso risveglio del culto di Dante», come scriveva l'amico Natoli, aveva offerto il proprio contributo con la ripubblicazione nel 1880 dei giovanili scritti; poi ancora aveva taciuto. Contributi non immeritevoli d'attenzione i suoi, comunque: rivelano «intuito e sensibilità metodologica», osserva autorevolmente il Santangelo, che ricorda più avanti il merito riconosciutogli dal Vallone, d’essere stato il primo ad accorgersi di un «errore di natura storica tra i più gravi in cui sia incorsa la critica su Dante», o piuttosto di un errore metodologico ci par meglio di dire, opponendo a coloro che si affidavano alle suggestioni d’una lettura alterata dai pregiudizi moderni, e perciò convenzionale e fuorviante, il richiamo a una lezione rispettosa del panorama storico e spirituale e politico dei tempi di Dante: in altri termini, aveva avvertito l'Ardizzone, non potevano applicarsi alle «cose antiche», o, vale a dire, alla sostanza e agli scopi del poema dantesco, i «moderni pensieri» (che sarà più tardi, abbiamo visto, la preoccupazione di Croce). Da ciò la confutazione del Foscolo, che, imponendo i suoi paradigmi ad alcune parti del Paradiso, faceva di Dante quasi un precursore del Luteranesimo, e la critica nei confronti del Rossetti, che all'Alighieri attribuiva di avere introdotto nel poema intenzioni o ispirazioni eretiche, e poi dei francesi («i francesi spesso si dilettano di farneticare») Aroux e Boissard, tanto preoccupati di presentarci un Dante rivoluzionario e socialista e, il primo, anche eretico: insomma - ammoniva giudiziosamente il Nostro -, coll'applicare il giudizio proprio o la conoscenza degli eventi e delle idee dei tempi propri a quelli di Dante si finiva coll'ascrivere al Poeta concetti e ideologie che non gli appartenevano.
Con pari onestà critica, opponeva un rigoroso ragionamento ad altri interpreti, nostrani e d'oltralpe: e contro le opinioni del Lombardi, del Marchetti, del Villemain, del Denina, del Fontanini, del Ginguené, del Sismondi, del Costanzo affermava l'originalità dell'ispirazione e del disegno della Commedia, ne argomentava gli scopi etici, religiosi, politici: queste e non altre - proclamava - furono le ragioni del grande progetto dantesco.
Scrisse: «Lo scopo religioso si ravvisa nella espressione naturale del pensiero; il morale e il politico talvolta nella espressione naturale, talvolta nella simbolica. Dante dipinse l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso per intimorire i malvagi colle pene minacciate dalla religione e confortare i giusti colla promessa di un premio eterno: ecco lo scopo religioso, chiaro, semplice, non involto in simboli, risultante da tutta la tela del poema, conforme al genio del secolo e alla fervosa credenza del medioevo. Il mezzo di cui si serve è la visione, mezzo ammesso come possibile dalla religione e reso verisimilissimo dai pregiudizi del tempo. Lo scopo morale è un risultato del religioso; il primo è la causa, il secondo l'effetto. La minaccia delle pene eterne corregge il malvagio, la promessa dell'eterno guiderdone corregge il giusto. Emendate i malvagi, incoraggiate (sic) i giusti, ed integri diverranno i costumi: ecco lo scopo morale, dedotto dallo scopo religioso come conseguenza da un principio... Ma la morale resterebbe senza applicazione se non si legasse intimamente colle forme della società: ecco lo scopo politico...».
Riprendeva un concetto, veramente, ch'era stato del Perticari e del Gioberti, per i quali - ricordava - scopo di Dante fu «di correggere i costumi dell’umanità, e principalmente dell’Italia, di dare una direzione morale alla politica, di sublimare la religione cristiana e, conculcando i vizi che in quel tempo la contaminavano, renderla cara e veneranda ai cuori di tutti».
L'amore, allora? Era venuto il Fauriel, con le sue lezioni alla Sorbona, a sostenere che Dante fosse stato mosso a scriver la Commedia dall'intento di elevare un immortale monumento alla memoria di quella tanto gentile e tanto onesta Beatrice Portinari, quasi venuta/da cielo in terra a miracol mostrare, e in lui a suscitare sentimenti d'amore: Ardizzone tradusse e pubblicò quelle lezioni, frattanto venute alla luce in Francia (erano «opera di un nobile intelletto», lo confortavano «in mezzo a tanti deliri»), ma, quanto alla limitazione delle ragioni dell'immortale poema all'amore, come voleva il francese, con garbo respinse la troppo angusta opinione: «Noi siamo di accordo col Fauriel che fu questa una delle ragioni che mosse il poeta a comporre il suo meraviglioso lavoro, ma che lo scopo sia circoscritto al solo amore è quello che si nega dagli Italiani, oltreché risulta dallo studio del poema». E subito, netto: «Dante ebbe uno scopo religioso, morale e politico»; abbiamo visto l'ulteriore argomentazione della tesi, con cui s'inseriva in un dibattito vivissimo ai suoi tempi sull'interpretazione escatologica del poema.
Gli Studi danteschi dell'Ardizzone non ebbero particolare fortuna, ma fu sorte condivisa con molt'altri di coloro che allo studio e all'esegesi della Commedia offersero nel secolo passato il loro generoso contributo. Ebbero, questi studiosi, i loro limiti, né d'altronde - con l'eccezione del giganteggiante Perez e del Buscaino Campo - può dirsi che abbiano esperito ampi orizzonti tematici o veramente personali e profonde esplorazioni filologiche: s'appagarono, per lo più, d'un epidermico e talora stucchevole esercizio critico, furono retorici, raramente nel profondo originali; sì che forse, più che ai dantisti o agli storici della letteratura, lo studio e l'analisi di tutta quell'ottocentesca produzione intorno alla Divina Commedia e al suo Poeta, o di buona parte d'essa, giova a coloro che indagano la partecipazione della Sicilia al movimento risorgimentale e insomma i modi come, attraverso l'instaurazione del culto di Dante nella cultura siciliana, questa s'immetteva a sua volta nel vasto quadro nazionale .
Gli studi dei siciliani, almeno quelli del sessantennio preunitario, con rare eccezioni, non movevano «da autentiche e originali istanze critiche o da impulso di nuovi orientamenti metodologici», riprendevano piuttosto e dibattevano «prospettive e questioni già avanzate da letterati e critici della penisola, che in Sicilia venivano a mano a mano trovando appassionati fautori o tenaci oppositori»: ci pare di poter condividere questo generale giudizio del Santangelo. Al contempo, però, occorrerà discernere il contributo reale che all'interno della filologia dantesca medesima da taluno fu dato: dal venticinquenne Ardizzone, ad esempio, per quel che ci interessa; certo, pure lui muove per lo più da posizioni o da prospettive contingenti e non costruisce all'ingrande, è «appassionato fautore» e «tenace oppositore», mostra di prediligere il dibattito intorno alle «questioni avanzate da letterati e critici della penisola» e d'oltralpe, ma poi con ordine programmatico svolge la sua idea critica, palesa cultura storica e aggiornata informazione letteraria, gusto dell'analisi e senso del metodo, realismo e capacità di sicure opzioni lungo gli ardui percorsi interpretativi, vivacità di ritmo e serrato impianto sul piano della costruzione formale.
Né crediamo che questi meriti possano disconoscersi, a rileggere serenamente, ancorché dopo un secolo di smaliziata saggistica, questi Studi danteschi.
Salvo Di Matteo
 


Studi Letterari

Pubblicando nel 1880 i suoi Studi letterari e critici, prima serie, come avverte il frontespizio (ma una seconda serie non vi fu), Girolamo Ardizzone ne ricordava la lontana anagrafe: e, infatti, le monografie su Chateaubriand, su Byron, sul Camoens, su Giuseppina Turrisi Colonna, la maggior parte degli scritti critici, gli stessi studi danteschi, da noi riproposti autonomi nel precedente volume di questa edizione, sono opera di un autore poco più che venticinquenne; il quale, raccogliendoli assai più tardi in quel suo libro, poteva con umiltà, coi tristi versi dell’esule Ovidio, riconoscere in essi molte cose da eliminare («digna lini»), impresa tuttavia alla quale l'infelice poeta di Sulmona non s'apponeva, null'altro essendovi di meglio da fare - diceva nella sua disperata solitudine, e di più elevato, che scrivere («labor hic quam scribere major»). Sicché, nell'orizzonte di questa asserita valenza dello scrivere, di queste nobiltà della professione dello scrittore, ecco che trovava giustificazione il rispetto per le cose scritte e, con esso, l'esigenza della loro preservazione.
In verità, consapevole o involuto che ne fosse il risultato, non tutto ciò che appartenne alla sua attività di recensore militante l'Ardizzone incluse nella propria raccolta: sebbene si tratti per lo più di scritti di breve momento, legati alle contingenze della critica letteraria, alcuni testi non compresi nell'edizione del 1880 sono stati da noi recuperati attraverso la ricerca nelle fonti emerografiche; dobbiamo tuttavia riconoscere che non molto aggiungono al Nostro, e, semmai, questi materiali valgono solo per il contributo offerto alla definizione della sua biografia, consentendoci di meglio delineare il percorso della sua attività critica, in ogni caso episodica, assai rarefatta dopo il 1854, infine praticamente interrottasi nel 1869, ove si escludano due brevi recensioni posteriori a quella data.
Il fatto è, certamente, che gli impegni della sua attività di editore e giornalista, le predilette cure della produzione poetica e narrativa (compose versi fino a pochi anni prima della morte e del 1887 è la prima edizione del romanzo Due amori) molto lo distraevano da un compito che - sostanzialmente esercitato negli anni della gioventù e della prima maturità - ormai nel suo giornale restava affidato ad altre mani.
Ma, fino agli ultimi giorni della vita, o almeno fino a quando la vista, colpita da infermità, glielo permise, sempre si mantenne al corrente della produzione letteraria, non solo nazionale, leggendo i principali libri che si pubblicavano in Italia e all’estero: la sua ricchissima biblioteca, conservatasi intatta e risistemata al secondo piano del moderno edificio del «Giornale di Sicilia», testimonia di questo aristocratico gusto della lettura, di questa perenne propensione all'arricchimento culturale e, se si vuole, del raffinato piacere che aveva del possesso dei buoni libri. Era, insomma, Girolamo Ardizzone, anche nella considerazione dei contemporanei, il tipo del giornalista-letterato, quello che in altre parti d'Italia furono ai suoi tempi stessi il Rovani, il Bersezio, il Barrili, il più giovane Ferdinando Martini.
A questa culturale inclinazione, alle biografiche coordinate di una personalità così attenta al fenomeno letterario e tanto aperta alle espressioni dello spirito, in contatto con gli ambienti culturali europei quanto allo stesso tempo era sensibile alle manifestazioni poetiche, narrative, scientifiche dei conterranei, soprattutto dei giovani, che sempre incoraggiò nel loro cammino (lo stesso Pitrè, che egli sostenne nella sua fatica, consacrando nel 1900 alla memoria del perduto amico le sue Feste patronali in Sicilia, ricordava l'incitamento e l'aiuto da lui sempre ricevuti nei suoi giovanili studi), appartennero dunque la sua produzione di saggista e di critico letterario.
Pubblicò a puntate, fra il 16 febbraio e il 12 ottobre 1850, gli studi su Byron - che fu il primo dei suoi saggi e rimase interrotto alla quarta puntata - , sul Camoens, sul visconte di Chateaubriand ne L'Armonia, un giornale sussidiato dal Governo che usciva il mercoledì e il sabato, a quel tempo dalla stamperia di Francesco Lao nella salita dei Crociferi; gerente ne era uno zio dell'Ardizzone, tale Antonino Galvagno, ma la direzione era stata affidata a Gaetano Somma, brillante e inconsiderato pubblicista, un cui articolo di acre condanna del tentativo insurrezionale di Nicolò Garzilli, cinicamente plaudente alla fucilazione dello sfortunato giovane e dei suoi compagni, scritto ancor prima che la sentenza di morte fosse stata pronunziata dalla corte di giustizia, era stato causa dell'allontanamento dell'Ardizzone, il quale a riguardo di quell'articolo non aveva esitato a manifestare il proprio sdegno; perciò la sua collaborazione al giornale durò meno di un anno. L'Armonia si pubblicò poi fino al 1855; quanto al Somma, passò alla redazione del Giornale Officiale e successivamente fondò e diresse Il Vapore, che si pubblicò dall'inizio del 1857 al maggio 1860.
Ardizzone a quel tempo già lavorava al Giornale Officiale di Sicilia, della cui redazione era entrato a far parte nel gennaio del 1850 durante la direzione del veneziano Marco Dal Fabro, con la qualifica di secondo collaboratore (ossia di redattore ordinario), addetto alle notizie letterarie: ivi esordì il 25 gennaio con una recensione della traduzione di Ruggero Bonghi del «Filebo» di Platone e, a parte pochi articoli che oggi si direbbero da «opinionista», proseguì fino al maggio 1860 con recensioni e traduzioni di testi letterari. Intanto, alcune collaborazioni critiche aveva offerto pure, dal gennaio al luglio 1855, alla Rivista scientifica letteraria ed artistica per la Sicilia, un periodico diretto da Domenico Ventimiglia (nel 1853 succeduto al Dal Fabro nella direzione del Giornale Officiale), dal quale nel febbraio del 1856 deriverà Il Poligrafo; e qui, il 10 gennaio 1855, esordì con una monografia su Giuseppina Turrisi Colonna, quarto e ultimo (e anche il più breve) dei suoi studi letterari; altre collaborazioni offerse nel 1856 al Poligrafo.
Sappiamo le successive vicissitudini della sua vita, l'ingiusto allontanamento dal Giornale Officiale col governo della Dittatura, il trionfale ritorno e l'assunzione della direzione nell'ottobre del 1862; e nel giornale che presto sarà suo anche quanto alla possidenza, senza più nel titolo l'attributo dell'officialità, l'Ardizzone tornerà, sebbene sempre più sporadicamente ormai, a pubblicare le sue rassegne bibliografiche, come le chiamava, ossia i suoi scritti critici, incominciando col ripubblicarvi il 15 gennaio 1963 il saggio sulla Turrisi Colonna. L'ultima recensione da lui scritta, o l'ultima almeno che a noi è riuscito di rintracciare, apparve il 10 marzo 1883.
E qui ci occorre di dire del rigore metodologico col quale s'applicava agli studi letterari, della matura sensibilità critica manifestata nei suoi saggi a dispetto della giovanile età, dell’impegno politico-civile, della passione morale, della profonda religiosità dei quali sono permeati i suoi migliori scritti critici.
Aveva profonda la dignità del costume del letterato e vivo il senso pedagogico della critica; e alla virtù idealizzatrice dell'arte affidava di esprimere i valori del bello e del buono attingendo ai concetti rigeneratori di religione, patria, famiglia, in una parola alla «energia di affetti», come scriveva. In questo senso, l'intera sua attività di recensore s'esercitò con la consapevolezza precisa che spettasse al critico di fissare le regole alle quali ancorare la valutazione del prodotto letterario; e non solo le regole estetiche, ma, prima ancora, morali; in questo senso, imponeva la propria didattica.
E inquadrava storicisticamente il fenomeno letterario: «Gli scrittori non debbono essere giudicati dal lato soltanto dell’arte, ma ancora riguardo al tempo e alla società in cui vissero (...). Un poeta non bisogna guardarlo con l’occhio dell’attualità, né giudicarlo secondo le proprie dottrine, sebben rette e giuste si fossero, ma convien risalire all’epoca in cui visse, studiarne le vicende e addentrarne lo spirito. Che diverrebbe la divina visione di Alighieri se misurar si volesse colle nostre maniere di vedere, coi nostri costumi, coi nostri principi? (...). È dunque certo che per dar giudizio di un poeta è d'uopo che la mente si trasporti a considerar l'epoca in cui scrisse». Così, nel saggio su Chateaubriand, dettava il dovere del critico, depositario di una scienza duplice, fra l'estetica e la storia; ed era un giusto punto di partenza.
Quanto al bello estetico, teorizzava nel formale rigore della disciplina esteriore, nel rispetto dei canoni stilistici dell'espressione, nell'estrinseca castità del linguaggio il valore di involucro necessario di un contenuto scrupolosamente ancorato alle virtù del sentimento e della morale: «L’arte consta di due elementi, del pensiero cioè e della forma; l’uno ne è l’anima, l’altra la veste; il primo appartiene al vero, la seconda è sottoposta all’imperio del bello. Lo scopo dell’arte, dunque, è quello di nascondere il vero sotto il velame del bello, e in conseguenza di simboleggiare i vari concetti che nei diversi secoli e nelle varie nazioni esercitano la loro influenza, risvegliando gli affetti e dirigendo le azioni».
Più avanti meglio specificava questo concetto: il bello non è che il mezzo del quale si avvale l'artista per rappresentare il vero al fine di guidare al buono; ne emergono i criteri onde il letterato si realizza come perfetto uomo sociale, che vive nel suo tempo e in esso percorre un itinerario spirituale autentico, sorretto dalla coscienza dei supremi valori morali ai quali ancorare la creazione artistica: «L’artista che manifesta il vero mercé il bello onde invogliare al buono sarà il perfetto uomo sociale, che adempie i suoi doveri e sente la dignità della sua missione».
Ecco, quindi, additato l'ufficio del letterato come missione o, in altri termini, come funzione civile e perciostesso pedagogica, lo abbiamo già rilevato; quanto, poi, a dire in che dovesse codesta funzione civile esercitarsi o, che è lo stesso, in che dovesse consistere quel buono cui l'Ardizzone affidava di essere il fine della letteratura, la direzione era nitidamente tracciata: «Ristabilire l’edifizio delle scenze morali, diffondere le dottrine del cristianesimo nelle menti e nei cuori, rendere puri e severi i costumi, rinnovellare le passioni energiche e magnanime, apprezzare la dignità dell’arte, applaudire alle creazioni del genio».
Ritorna il discorso a quei concetti rigeneratori di religione, patria, famiglia, che debbono essere i soggetti ispiratori (o l'oggetto) di ogni prodotto letterario, di ogni manifestazione artistica, in una parola ne costituiscono il vero estetico. In effetti, l'Ardizzone additava tali contenuti venendo a parlare della poesia, ma non è dubbio che essi vadano estesi a tutti i generi letterari, non altro essendo la poesia che «la regina delle arti, perché più vasta, più espressiva e più pieghevole a trattare qualunque argomento»; in prosecuzione, annotando e parafrasando il Fauriel, del quale sotto il titolo di Dante e le origini della lingua e della letteratura italiane pubblicava nel 1856 la traduzione delle lezioni alla Sorbona, l'Ardizzone insisterà sulla funzione civilizzatrice della poesia, «sublime e vasta missione» poiché «essa educa i popoli al bello e al vero e ne ingentilisce i cuori e ne sviluppa gli ingegni».
Alla luce di questi principi estetici meglio si comprenderà il saggio su Chateaubriand, il maggiore e il meglio elaborato degli studi letterari dell'Ardizzone: lo scrittore bretone è il missionario giganteggiante fra le miserie della cultura francese del suo tempo, l’apostolo ardito nel quale si realizza il disegno della Provvidenza e dal quale prendono forma i sublimi pensieri che stampano orme indelebili nella palude d'una società corrotta dall'ateismo ed ebbra dell'orgia di sangue nella quale si sono celebrati il crollo del tempio e lo sfacelo della monarchia; in confronto alla tragica dissoluzione della patria, alla rovina dell’altare, Il genio del Cristianesimo è «una grande epopea, una gloria del sentimento religioso, una protesta del genio contro la prepotenza della spada, una fiaccola che dirada le tenebre che offuscano le intelligenze», esso è «il solo forse che tra i libri di quel tempo vivrà strettamente legato ad un’epopea memoranda, vivrà come quei fregi sculti sul marmo di un edifizio, i quali insieme ad essi eternamente rimangonsi».
Non ci vuol molto a cogliere in questo appassionato fraseggiare, negli accesi entusiasmi del giovane Ardizzone, la spirituale adesione dell'autore al proprio personaggio; e, del resto, Chateaubriand, tempra d'artista più che di pensatore, dalla esasperata sensibilità, perfettamente realizzava, col suo apologetico tentativo d'epica cristiana, col suo grandioso disegno etico-letterario immerso in una poetica di vibrante emozionalità lirica, la categoria dell'artista nel quale si avverava l'unità dei tre elementi dell'arte teorizzati dall'Ardizzone: bello come espressione formale, vero come contenuto di valore morale, buono come fine.
Qualche annotazione dovrà pure dedicarsi all'altra monografia sul Camoens, poeta al quale quasi fisiologicamente l'Ardizzone doveva pervenire: e, infatti, I Lusiadi è il poema dei fasti e degli eroismi della piccola patria portoghese, Vasco da Gama nella sua avventurosa navigazione alle lontane Indie è l'eroe, non solo della scienza, ma della fede; e, in questo, l’opera dello sfortunato poeta, malgrado l'irrazionale intrusione in essa di elementi pagani, è poema intimamente cristiano, pervaso da quell'orgoglio di nazione che anima la rievocazione della storia del popolo lusitano, la narrazione della grandiosa epopea della conquista.
Ora, la rappresentazione di questo vario mondo di fantasia e di poesia, l’apoteosi epica del popolo portoghese, le liriche emergenze poetiche dell'opera, con vigile senso critico segnala l'Ardizzone, cui del capolavoro del Camoens non potevano sfuggire «la bellezza delle descrizioni, l’eleganza dello stile, le ispirazioni tutte proprie e nuove», soprattutto «il carattere nazionale» del quale esso è intriso: e non è questo «carattere» uno di quei concetti rigeneratori (religione, patria, famiglia) ai quali, appunto, scriveva che dovesse ispirarsi ogni prodotto letterario per realizzare il vero estetico? Ecco, dunque che, come il francese Chateaubriand avvera l'apoteosi della religione, il portoghese Camoens avvera l'altra categoria ispiratrice dell’amor di patria, o altrimenti l'esaltazione dello spirito nazionalistico; se si pensa, poi, che nella Turrisi Colonna si realizza la poetica degli affetti («Giuseppina Turrisi Colonna si circoscrive nelle pareti domestiche, e qualche volta le oltrepassa per cantare i fasti della religione o deporre un fiore sull’urna di un genio o di un eroe»), sembra quasi che nelle proprie monografie l'Ardizzone abbia voluto dare esemplificazione delle tre diverse categorie ispiratrici del vero estetico.
Né importa che un progetto siffatto, magari, sia mancato all’Autore; a noi tocca di rilevare che il risultato, seppur meno intenzionale che non si pensi, questo fu al postutto, e non altro.
Salvo Di Matteo

 

Indici

Poesie

Introduzione
L’opera poetica di Girolamo Ardizzone, di Salvo Di Matteo
POESIE
Prefazione a «Versi», 1879
LIRICHE
La bellezza ideale
A Giannina Milli, celebre poetessa estemporanea
A mia figlia estinta
La pazza
Ad una fanciulla
A Delia
Alla stessa
Nell’album di una fanciulla
Alla luna, ultimo canto di Lauretta Li Greci
Espero
Ad una giovinetta che mi chiedeva il volume delle mie poesie
Per l’inaugurazione del busto di Giovanni Meli alla Villa Giulia
A S.A.R. il principe Umberto di Savoia
Elvira (romanza)
Sorge l’alba (romanza)
Il mio scarabeo egiziano
Il mio frammento d’aereolito
Note
OLDI ALCAICHE E ASCLEPIADEE
Il Pantheon
A Delia
I nuovi poeti (alla stessa)
Ad una farfalla
Note
CARMI
Le catacombe
A Lauretta Li Greci, cara e gentile poetessa
Lauretta Li Greci a Girolamo Ardizzone
Note
CANTI
Preghiera a Maria
Gerusalemme distrutta
A Gaetano Landolina
Alla vergine de’ miei pensieri
Alla speranza
L’addio del proscritto
La superbia
Alla lira
A mia sorella Concetta
A mio fratello Girolamo
L’ultimo canto del trovatore
Omaggio a Francesco Ferrara
Per l’occasione di pronunziare i solenni voti monastici la distinta donzella Carlotta Colizza
JUVENILIA
Alla croce
La vergine dei miei pensieri
Ad una giovinetta
Addio!
Fu sogno!
A Gerusalemme
Roma
Il cieco e la figlia
Il povero
L’arpa dell’esule
L’usignuolo
Il fiore
La viola
Ritorna aprile
A Gaetano Landolina
Il trovatore
A R... T...
Rimembranze
Romanza
Note
Novelle poetiche
Un mistero di un convento
Amalia
Creta (frammento)
Note
EPIGRAMMI
Un cangia-mestiere
Quirinale e Vaticano
La zucca di padre Pero
Il più bel passo
Idealismo e realismo
Un gran tragico
Il matrimonio di Nanni
Il gallo di Nina
La scienza di Cecco


Memorie

Presentazione di Giovanni Pepi
Introduzione
Girolamo Ardizzone: poeta, letterato, patriota, giornalista, fondatore del "Giornale di Sicilia", di Salvo Di Matteo
Memorie
Premessa
I/ Mia nascita. Miei primi anni. Miei maestri. Miei studi. Mie inclinazioni.
II/ L’anno 1837. Il cholera in Palermo. Ne è colto mio padre. Vane speranze di salvezza. Al suo letto di morte.
III/ Cambiamento di scena. Mia madre. Mia malattia nervosa. Mia gita in Castronovo. Accoglienza in casa Landolina.
IV/ Mio ritorno in Palermo. Vincenzo Di Fede. Nostra doppia traduzione di Anacreonte. Pubblicata nel 1839. Buona accoglienza avuta in Sicilia e fuori. Una lettera del Gargallo in proposito. Un giudizio di Felice Romani. Incoraggiamenti e speranze. Fondazione dell’Osservatore. Sua breve durata. Il giornalismo letterario in Palermo in quell’epoca. L’oreteo del Crispi. L’Occhio del Parlatore. Mia amicizia col Crispi. Così era egli al 1840, cosa poi divenne.
V/ Nuovi giornali letterari. La Ruota di Benedetto Castiglia. Impulso dato al movimento letterario dell’isola. Critica ardita. Soppressione della Ruota. Torna in vita L’Osservatore. Mio corso legale all’Università. Perché non presi la laurea. Abbandono della carriera del Foro. Tardo pentimento. Strettezze domestiche. Matrimonio delle mie zie. Conseguenze per la mia famiglia. Una strega. Cose incredibili. Parce sepulto!
VI/ Mia inclinazione ai viaggi. Mia prima gita in Napoli. Lo zio di una bella leccese. Michele Bertolami. Miei amori con una certa Caterina Rotelli. Svaniti in fumo. Mio ritorno in Palermo. Un nuovo amore. Miei entusiasmi. La vergine dei miei pensieri. Un sonetto acrostico. Altre poesie alla stessa.
VII/ Lotta colla miseria. La mia buona madre. Suo sviscerato amore pei figli. Sua vitù di sagrifizio. Un generoso zio materno. Mia sorella Concetta. Sua affezione per me. Sue poesie. Suo matrimonio. Il 1848. Suo marito chiamato in Napoli. Partenza di lei su di un vapore da guerra francese. Suo addio alla patria. Sua morte in San Germano.
VIII/ La mia traduzione del Cantico dei Cantici. Riveduta ed approvata da Gregorio Ugdulena. Mia nuova gita in Napoli. Stampa di quella traduzione e di alcune mie poesie. Favorevoli giudizi dei giornali letterari napoletani. Le mie cugine. Un aneddoto riguardante Giuseppe La Masa. Mia cugina Giuditta. Sua vedovanza. Mio amore. Mie relazioni con lei. Pietro Sampolo. Tradimenti. Mio carme Le rimembranze. Misteri.
IX/ Una domanda del ministro Santangelo. Mia coraggiosa risposta. L’ottobre del 1847. Entusiasmi in Napoli per le riforme largite da Pio IX. Divisi in Sicilia. L’idea guelfa prevalente. Vane dimostrazioni in Palermo. La rivoluzione del 1848. La vittoria. Errori del governo rivoluzionario siciliano. La spedizione di Messina. Partenza degli esuli
X/ Il 15 maggio 1849. Migij, capitano di Stato maggiore presso il Filangieri. Offerta di collaboratore del Giornale Officiale. Da me accettata a malincuore. Domenico Ventimiglia e Gaetano Somma. La Storia della spedizione di Sicilia. Rivelazioni. Ventimiglia direttore del Giornale Officiale. Somma direttore dell’Armonia. Mia collaborazione. Mia uscita da quel giornale.
XI/ Riparazione. Mia nomina a collaboratore di prima classe, poi a primo collaboratore del Giornale Officiale. Mio ufficio di revisore. In che modo lo esercitassi. Mie larghezze coi giovani liberali. Mie norme per facilitare l’introduzione dei libri politici. Mia severità per le contumelie e le offese personali. Alcuni aneddoti in proposito.
XII/ Mia dirittura nell’adempiere il proprio ufficio. La tragedia Nerone. Il mio giudizio salva l’autore. Il tipografo Giliberti. Guarentigia della mia persona per la sua liberazione dal carcere. Carattere del Maniscalco. Suo lato buono. Un aneddoto a proposito di un vile traditore. Nicolò Di Marco. Una rivelazione. Altri aneddoti.
XIII/ [...] La signora Adamo. Lauretta Li Greci. Eloisa Giordano mia fidanzata. Matrimonio.
XIV/ Pace domestica [...] I giorni tristi. Consolati dal lavoro. Morte di mia figlia Giovannina. Intelligenza superiore alla sua età. La Rondinella pellegrina. Morte di mia figlia Francesca e di mio figlio Salvatore. Mio dolore infinito.
XV/ Il 4 aprile. Un certo prete. Suo infame disegno. Persecuzioni. Un amico dei giorni tristi. Una serata di magnetismo. Severa lezione ad un giornalista. Mio ritiro. Lavoro onesto.
XVI/ Mia nomina a direttore del Giornale Officiale di Sicilia. Il barone Piaggia. Sua inimicizia con me, poi sua grande amicizia. Un aneddoto in proposito. Abolizione dei Giornali Officiali delle Provincie. Fondo il Giornale di Sicilia. Mi è concesso il privilegio degli annunzi giudiziari ed amministrativi. Durata di cotesto privilegio. Il Bullettino delle Prefetture. Vita nuova del Giornale di Sicilia. Suo programma. Sua fortuna. I miei figli Antonino ed Alessandro.
XVII/ Mie relazioni coi prefetti che si succedettero in Palermo. Di Monale. Di Cossilla. I "pugnalatori". Gualterio. Torelli. I sette giorni di anarchia. Miei pericoli. Il conte Rasponi. Soragni, Gerra ed altri prefetti. Mio carteggio col Gerra. Suoi incoraggiamenti e consigli. Un giudizio del Minghetti sul Giornale di Sicilia.
XVIII/ Mio primo viaggio a Firenze e a Roma. Impressioni. Le catacombe. Sant’Onofrio. Ritorno in Napoli. I Campi Flegrei. Pompei. Il Museo. La chiesa del Carmine.
XIX/ Di nuovo a Firenze. Leopoldina e il canonico Montalbano. Un mio epigramma. Bologna. Genova. Gita a Luino. Savona.
XX/ Torino. Impressioni. Vi ritorno nel maggio 1884. L’Esposizione nazionale. Il castello medievale. Verona. Le tombe degli Scaligeri. L’Arena. Milano. La Galleria. Il Duomo. Venezia. San Marco. Il Palazzo Ducale. Il Canal Grande. Il lido. Un curioso accidente al canonico Montalbano. Padova. La Cappella degli Scrovegni. Altro accidente allo stesso Montalbano.
XXI/ Pisa. La cattedrale. La torre inclinata. Il camposanto. Una pagina eloquente di Castelar. La torre della fame. Nuova gita in Napoli. Eruzione del Vesuvio. Pioggia di cenere. Una gita a Trapani. Erice. Gita a Cefalù cogli scienziati. Messina. Catania. L’Etna. Una bella descrizione di Dumas. Siracusa. Sue antichità. Sue memorie.
XXII/ Il sesto centenario del Vespro siciliano. Suo significato. Il generale Garibaldi in Palermo. Suo ultimo saluto alla nostra città. Sua morte. Mia gita a Caprera. Impressioni. I funerali del duce dei Mille.
XXIII/ Lo spiritismo. Mia incredulità. L’evocazione di Virgilio. Prova meravigliosa. Un saluto in un esametro. Una profezia di San Girolamo rispetto a Roma. Come spiegarsi il fenomeno? Studi ed esperienze del Lotze e del Crookes. L’ultima parola alla scienza.
XXIV/ Ancora degli spiriti. Giovanni Genzardi. Sua vita e miracoli. Miei epigrammi. Mia benevolenza per lui.
XXV/ Un altro tipo originale. Girolamo Trescritti Monti. Suo ufficio presso di me. Sua mania pel canto e per la poesia. Un’accademia per ridere. Il Gobbo trasformato [...] Trescritti riparatore. Suo matrimonio. Sua vita presente.
XXVI/ I miei versi. I miei scritti letterari. Giudizi dei giornali italiani ed esteri. Mia corrispondenza con illustri letterati italiani e stranieri. Epigrammi. Un’ultima lettera del maestro Petrella.
XXVII/ Ammonimenti ai miei figli. Conclusione.
Lettere
Indici

 


Narrativa, Teatro

Introduzione
Il narratore e il giornalista, di Salvo Di Matteo

NARRATIVA, TEATRO
Enrico e Maria (Racconto)
I - L'ambizione
II - L'anello
III - La repulsa
IV - La morte
V - Il rimorso

Due amori (Romanzo)
Ai lettori
I - Madre e figlia
II - Un buon pievano
III - Due giovani amanti
IV - Il prigioniero
V - Il deputato faccendiere
VI - Una seduta di spiritismo
VII - La lettera da Monaco
VIII - La confessione
IX - La cassetta di ebano
X - La liberazione
Xl - Padre e figlia
XII - Doppi sponsali
XIII - Conclusione

Le due rivali (Commedia in due atti)
Atto I
Atto II

PROSE DI GIORNALE
Un ricordo alla memoria di Agata Landolina
Sugli abusi della libertà della stampa
Il secolo
La religione e la politica
Cosa sia e come debba essere considerata la povertà
La proprietà
L'ordine
L'antica e la moderna civiltà
Delle confessioni intorno al furto in danno di D. Francesco de' conti Procaccini: conclusioni di Pietro Ulloa, Procurator Generale del Re, innanzi la Gran Corte di Principato Ulteriore nell'udienza del 16 settembre 1850
L'antichità della Monarchia
Secondo esperimento del concorso alla cattedra di filosofia morale nella Regia Università degli Studi di Palermo
Siamo governativi
Il «Giornale di Sicilia» nel campo dell'opposizione
Da Palermo a Madrid, corrispondenze al «Giornale di Sicilia»


Studi Danteschi

Introduzione
Il secolo di Dante in Sicilia e gli scritti di Girolamo Ardizzone, di Salvo Di Matteo
Studi danteschi
I / Idea generale delle belle arti e primato della poesia. I Trovatori, le Crociate, Federico II. La lingua volgare. Guerre della Chiesa e dell’Impero. I Guelfi e i Ghibellini in Firenze.
II / Dante. L’Italia dopo la morte di Federico. I Neri e i Bianchi. Carlo di Valois. Condanne ed esilio di Dante. Suoi viaggi.
III / Poesia lirica di Dante. Suo amore per Beatrice Portinari e bellezza ideale ispiratagli dal Cristianesimo. Giudizio sulle canzoni amorose e politiche.
IV / La Divina Comedia. Importanza dell'argomento. Parere di Villemain, e confutazione. Omero e Dante. I tempi eroici e il medioevo. Opinioni intorno allo scopo della Divina Comedia del Lombardi, del Marchetti e del Foscolo. Interpretazione del Perticari seguita dal Gioberti.
V / Lo scopo della Divina Comedia è morale. Si confuta il Marchetti e si spiega la prima allegoria.
VI / La Divina Comedia non tende ad uno scopo religioso. Si confuta il Foscolo e il Rossetti, e si prova col Gioberti che Dante è eminentemente cattolico. Falsità dell'interpretazione del Lombardi e del Gozzi.
VII / Rimproveri di Balbo e di Villemain. Giustificazione dell'Alighieri. Sui principi politici attinti dai sistemi di Platone e di Aristotile. Ingiusta sentenza di Cesare Cantù.
VIII / Originalità della Divina Comedia. False opinioni del Fontanini, del Costanzo, del Denina e del Ginguené. Descrizione dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Genesi dei premi e delle pene attinte dall'Esodo e dalla filosofia morale di Aristotile. Vero significato dei personaggi di Virgilio e di Beatrice.
IX / Bellezze estetiche della Divina Comedia. Errori del Sismondi. Unità del poema di Dante. Perfezione delle tre cantiche. Novità della poesia. Concisione dello stile. Conclusione.
X / La Divina Comedia secondo le opinioni dell'Aroux, del Boissard e del Fauriel.
XI / Prefazione e note alla traduzione dell'opera di Claude Fauriel, «Dante et les origines de la langue et de la littérature italiennes».

Appendice
«La Divina Commedia», traduzioni dal Fauriel


Studi Letterari

Introduzione
Studioso delle letterature e critico di campo
di Salvo Di Matteo

STUDI LETTERARI E SCRITTI CRITICI
Ai lettori
Studi letterari
Sul visconte di Chateaubriand
Studi sulla letteratura straniera: Byron
Luigi Camoens
Giuseppina Turrisi Colonna
Scritti critici
«Introduzione ad un saggio sulla storia dell’incivilimento generale dell’umanità» di Francesco Debilio Di Benedetto
«Filebo o del sommo bene», dialogo di Platone volgarizzato e commentato da Ruggero Bonghi
Il «Libro di Giobbe» tradotto da Francesco de Beaumont
Versioni dal greco di Giuseppe De Spuches
Il «Sistema della scienza universale» del D'Acquisto esposto da Eugenio Santi Salomone
L'orazione inaugurale del prof. Antonio Catara-Lettieri per la solenne apertura dell’Istituto «Maurolico»
La poesia estemporanea e l'improvvisatore prof. Gaetano Leonardo Spina
«Dell’arte e suo svolgimento nella storia» del sacerdote N. Bianco
Poesie sacre del P. Arcangelo Cordaro
Le poesie di Nicola Cirino
«Un pellegrinaggio al paese del Cid» di Ozanam
«In morte dell’ex provinciale Santo Orlando dei Minori conventuali», elogio del P. M. Antonmaria Adragna
«Sopra la pietà verso i morti», discorso di Francesco Tornabene, priore cassinese
«Per l’Immacolato Concepimento di Maria Vergine», stanze di Giuseppe De Spuches; «Poesie» di Antonino Montalto da Adernò; «Speranze e lacrime» di Antonio Frazitti
Un'autobiografia di Schiller, di A. Diezmann
La «Storia dell’Impero ottomano» di Teofilo Lavallée
«Sull’Immacolato Concepimento», terzine di Carmelo Pardi
Gli «Scritti vari» di Heine
Poesie sull'Immacolata Concezione, di Ugo Antonio Amico e d'altri
La lirica di Lionardo Vigo
La traduzione dal francese del «Viaggio dantesco» di G. G. Ampère
Il «Florilegio e dizionario dantesco» di Mauro Granata
La poesia arte incivilitrice, note al Fauriel
«Il mito di Polifemo» secondo Grimm
La «Georgica» di P. Virgilio Marone, tradotta e annotata da Giuseppe Sapio
«Fede e dolore» e «Dante in Ravenna» di Felice Bisazza
«Il Ciclope» di Euripide tradotto da Giuseppe De Spuches
Il primo libro dell'«Eneide» tradotto da Giuseppe Sapio
Un'ode di Giacomo Zanella
«A Vittorio Emanuele, re d’Italia», canzone del cavalier Pietro Bernabò Silorata
«L’ultimo dei trovatori arabi in Sicilia», versione da un antico manoscritto di Giuseppe Bennici
«Di Giovanni Agostino De Cosmi note storiche», di Gaetano Mollica di Blasi