Villabianca, chi era?
Chi scorra il catalogo dei suoi scritti, da lui tre volte ristampato in vita e ampiamente
distribuito, perché potessero servire al pubblico... a quale oggetto senza riserba
e prescrizione di tempo aperta e libera era per tutti la (sua) casa, o consulti le
sue opere - la Sicilia nobile in cinque corposi volumi, il
primo dei quali edito nel 1754, quandegli non contava che soli 34 anni, e l'ultimo
pubblicato nel 1775, che, appena uscita alla luce, gli fruttò fama europea; le Memorie storiche intorno agli antichi uffizj del regno di Sicilia,
apparse in vario tempo a cominciare dal 1764 negli Opuscoli di autori
siciliani del Di Blasi e infine ristampate in volume nel 1776; e poi i manoscritti:
25 grossi tomi in folio di Diari palermitani,
puntigliosamente compilati dal 1746 al 1802, altri 48 grossi tomi di Opuscoli palermitani
sui più disparati argomenti di storia e di topografia siciliana, 10 volumi di Iscrizioni di Palermo e della Sicilia; e altro ancora - non potrà
che rimanere sorpreso da tanta prolificità.
Lui, Villabianca, se ne inorgogliva, chè - pompeggiava nelle Memorie
della sua vita, ch'egli venne redigendo fino a tutto il 1798, ormai quasi ottuagenario e
prossimo alla fine - queste sue opere presso i letterati riescon pregievoli di
molto (non era vero, infatti, rilevava, che persino nella celebre
Enciclopedia francese la sua Sicilia nobile si trovasse richiamata addirittura
al terzo posto dopo le opere del Fazello e del Burigny?); e andava registrando le
citazioni che altri ne facevano; annotava le nomine a membro di varie accademie letterarie
d'ogni parte della Sicilia che gli venivano conferite; descriveva le medaglie che in suo
onore venivano coniate; e poi s'esaltava del titolo del quale più andò fiero:
benemeritissimo di Palermo e della Sicilia, o Padre della Patria, com'egli
traduceva, ch'era il riconoscimento tributatogli dal sovrano nel diploma col quale, nel
1779, per i suoi vanti di nobiltà, gli uffici pubblici onoratamente assolti e il merito
delle opere, lo insigni del titolo di conte di Belforte, e ch'egli da allora venne ad
anteporre a tutti i suoi manoscritti.
Si preoccupò di lasciare i suoi inediti, post mortem, alla
Biblioteca senatoria (oggi Comunale di Palermo), perché potessero giovare in servizio
d'altri studiosi, ma con la raccomandazione pignola che venissero custoditi gelosamente in
luogo separato e acconcio, come s'aveva da fare per le opere di gran pregio, imponendosi
un sorvegliante su le teste d'ognun de' singoli che li vogliono consultare e
con l'avvertenza che se mai, tranne che ad alcuno dei suoi discendenti, si prestasse
ed uscisse fuori della Libreria qualunque suo manoscritto, dovesse tutta la raccolta
passare a mani e in potere della Biblioteca reale e pubblica di Palermo, e
soprattutto che fosse della politezza de' signori deputati della Libreria il
decretare rimostranze di onori di gratitudine, come in memorie, iscrizioni, marmi e altro
a lor piacere, verso il suo umil nome.
Questo scriveva il Villabianca in un suo opuscolo di Ultima volontà
e disposizione testamentaria... di erudizioni ornata letterarie, morali, nobili e legali
del 1797 (contava allora 77 anni ed era preso dal pensiero della morte, che sarebbe giunta
quasi cinque anni più tardi, dandogli il tempo di dettare nuove postreme volontà) e
ribadiva e precisava nell'atto di donazione delle opere, e, poiché sensibile fu
all'enfatica esaltazione delle sue virtù, si dette briga di predisporre da se stesso una Orazione funebre preventiva alla morte, destinata ad esser letta un
giorno dinanzi al suo feretro. Perché, avvertiva, chi altri mai avrebbe potuto
pingere miglior di colui ch'è il pittore di se stesso?; chè se poi tale
orazione venisse o no letta ai suoi funerali, non se ne dava gran pensiero: a lui bastava
intanto d'averla predisposta e lasciata fra i suoi Opuscoli.
Si scusava, però, di tanta vanità: che si voleva fare? a lui, Villabianca, dalla
natura venne a toccare tal carattere innocente pomposo; e, poi, quanti non eran
stati gli uomini illustri che s'erano predisposto in vita da se stessi l'elogio funebre?
Ne compilava un erudito registro, quasi a cercar venia presso i lettori, e intanto si
preparava il monumento sepolcrale da lasciar a' posteri, con la sua bella
iscrizione (che è in effetti quella stessa che si trova scolpita sopra il suo sarcofago,
nel tempio di S. Domenico a Palermo) e tanto di raccomandazioni al futuro marmoraro, che
stesse ben accorto a mettere il punto fra parola e parola perché il senso ne fosse
chiaro.
Nè questa fu la sola iscrizione commemorativa di sè che compilò, poiché, qualunque
cosa facesse, ritenne bene d'eternarsene i meriti o di ricamare le sue lodi. Dal Manno si
fece ritrarre in pompose effigi, delle quali ornò la sua casa di Piedigrotta, in faccia
alla cala di Palermo, e che poi, riprodotte in accurate acqueforti dal Garofalo, antepose
a tutti i suoi manoscritti; costruisse una gebbia, una fontana o aprisse una stradetta in
qualcuno dei suoi feudi, vi apponeva una lapide; amministrava una pubblica istituzione, ed
aveva la vanità virtuosa di lasciare in tutte esse Opere la memoria del suo bel
nome, con pitture e lapidi, stampe e con scritti, fatti marcare su le tavole e mura
(le parole sono sue); ampliò la sua casa magnatizia coll'aggregarvi un cortiletto, ed
ecco un'altra lapide; male che andasse, si limitava a qualche distico, che poi conservava
fra i suoi scritti per la disattenta posterità, come quando gli riuscì di costruire una
cucina nel palazzo di Piedigrotta dopo una lunga lite col barone Parisi, del quale non
ristette dallo stigmatizzare lessere uomo bestiale, agro di argomento e di
consiglio, o come quando, per celebrare la realizzazione di una strada carrozzabile
che menava a certi suoi fondi di Partinico, dopo avere vinto l'opposizione di un suo
vicino, preparò un altro motto, che restò inedito per modestia.
Ma di modestia il nostro marchese davvero non andò ornato, come ben potrà rilevare il
lettore che scorra gli scritti autobiografici che abbiamo qui raccolto; d'altre virtù,
sì.
In tempi in cui quelli della sua casta, con qualche esemplare eccezione (Torremuzza,
Biscari, Gaetani, Airoldi) si mostravano più propensi a dissipare patrimoni e più
attenti ad effimeri diletti che a coltivare la ferrea disciplina degli studi, egli fu
versato, con una determinazione e un impegno che lo accesero fin dalla più giovane età,
nel culto e nell'illustrazione delle patrie memorie, a gloria di Palermo e della Sicilia,
nelle quali spese senza risparmio tutta la vita (ancora sedici giorni prima di morire
andava aggiornando i suoi amatissimi Diari), le sue sostanze e la vista stessa, che gli si
indebolì infatti in maniera sensibile.
Alcuni cenni biografici. Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca,
nacque a Palermo il 12 marzo 1720 da nobile prosapie, originaria della Spagna,
trapiantatasi in Sicilia nel 1282, ai tempi del re Pietro d'Aragona, e, nel tempo,
insignita di titoli, feudi, vassallaggi; il padre Benedetto, che, morendo nel 1739, lo
lasciò, ancor giovane, capo della casata, era stato non estraneo al mondo delle lettere e
forse da lui il nostro Francesco trasse la passione per gli studi; comunque, nel Collegio
dei Nobili retto dai padri Teatini, nel quale fu educato, ebbe buoni maestri, il senese
Valesio e il padovano Palesi, che godevano a quel tempo di gran fama; gli capitarono
allora fra le mani i primi libri d'argomento siciliano, la Storia
dei Vicerè dell'Auria e i Capibrevi di Gian Luca
Barberi, che ne segnarono la passione per le patrie memorie.
Sposò presto, appena ventitreenne, la nobildonna Zenobia Vanni e Zappino dei marchesi di
Roccabianca, alla quale dedicò più tardi tenere annotazioni, chè con questa dama
s'è vissuto da me Villabianca costantemente nella maggior concordia ed armonia. Un
rapporto felice, dunque, e prolifico, dal quale nacquero un maschio, Benedetto, al quale
col titolo il nostro marchese trasmetterà l'intero patrimonio familiare (nè poteva esser
diversamente, in ossequio all'istituto del fedecommesso ereditario, del quale egli
tesserà persino nel proprio opuscolo di Ultima volontà una
abusata e stucchevole apologia), e sei femmine, impietosamente e anzi con lucida
esaltazione avviate tutte alla vita monastica, chè non in un solo momento sfiorò la
mente dell'aristocratico Villabianca il dubbio che in quelle patetiche professioni di
rinunzia e di fede si consumasse il sacrificio di sei povere vite.
Ma lui coglieva solo il merito che quelle infelici si han fatto appo la
mia persona e l'onore dato al cognome lor gentilizio di Emanuele. Come
poteva, del resto, indulgere a diverso disegno, lui Villabianca, che in fondo
rappresentava ed esprimeva tutte le virtù e i limiti della sua casta, che aveva costume
di austerità e di bigottismo morale oltre ogni comprensibile limite, che non tralasciava
occasione per testimoniare la propria fedeltà alle tradizioni e agli istituti, la propria
inconcussa devozione ai princìpi e alla Chiesa, la certezza nella legittimità anche
naturale d'ogni privilegio, che sempre evocava la nostalgia del passato in contrapposto
col suo tempo oscuro, piuttosto maldicente e torbido?
Oh, quel fanatico, quell'uomo senza sorriso e senza cedimenti, monomane e folle!: e il
giudizio, che è frutto d'esercitata chiaroveggenza, è di Sciascia.
A saper spigolare nei suoi. scritti autobiografici, c'è infatti da rimanere di stucco:
teneva nella sua camera il funicolo e con esso si flagellava ad espiazione dei suoi
peccati, due messe ogni mattina, in S. Domenico e in S. Giacomo la marina, e poi, tornato
a casa, ancora una messa domestica, il genuflessorio e le lunghe orazioni, e ogni sabato
eccolo supplicare la Vergine in S. Francesco li chiovara, portando sulle carni il cilicio
di disciplina, infine lo si vedeva immancabile alle quaranta ore circolari della città,
chè, scriveva, per lui su tutt'altro professar videsi la virtù in Dio, con che
assicurarsi la speranza eterna: questo fu il primo scopo del suo consiglio.
Reazionario com'era, deplorò ogni riforma, vedendo in essa un attentato alla storia, un
crimine contro il buon ordinamento costituito, tanto che pianse persino sull'abolizione di
quell'orrendo tribunale che fu l'Inquisizione ed ebbe parole di rampogna nei confronti del
viceré Caracciolo. Sorretto da un megalomane orgoglio, non ebbe ritegno a dipingersi come
la norma e specchio della onestà, umiltà, verità, puntualità e pienezza santa di
costumi. E, infatti, condusse regime di vita austero e contegnoso, era frugale e
mattiniero, operoso e zelante; con decoro e diligenza resse numerosi pubblici uffici: fu
governatore della Compagnia della Carità, del Collegio dei dispersi di S. Rocco, della
Compagnia dei nobili della SS. Annunziata, del Monte di Pietà, dell'Albergo dei Poveri,
rettore dell'Ospedale degli Incurabili e dell'Opera di Navarro, priore del Consolato del
Commercio, per breve tempo protonotaro della Camera Reginale, commissario generale di
sanità a Partinico, deputato dell'Opera di Visita Carceri, senatore di Palermo.
Con la medesima oculatezza e col medesimo senno posti nel servizio pubblico gestì le sue
sostanze, industriandosi ad accrescerne in tutti i modi le rendite, fiero dei suoi vasti
possedimenti, delle migliorie che vi apportava, delle tenaci difese dei suoi feudi, più
volte oggetto di lunghe controversie, ch'egli si affrettava a risolvere, quando poteva,
con costose transazioni. Ma si doleva che queste liti, che il travagliarono
orribilmente senza intervallo sempre per il corso della sua vita, sottraessero tanto
tempo ai diletti studi.
Certo, confessava, gli sarebbe piaciuto maneggiare le arti cavalleresche e menare la sua
esistenza dilettandosi di cacce e giuochi marziali, così come i suoi avi, ch'erano stati
campioni nei tornei e nelle guerre; ma che si voleva fare? a lui Villabianca era toccata
la debolezza della letteratura e l'avara natura l'aveva dotato d'una
tessitura corporea imbelle... di debol filo e caduco. Era infatti basso di
statura, pallido e gracile.
Così si dette anima e corpo alle ricerche di patria storia, invasato da un amore
ammirabile per le cose della sua città e della Sicilia, da una passione senza confronti e
da un impegno vivissimo ad illustrare i monumenti e gli istituti della sua terra, perché
ne rifulgessero la gloria e la grandezza e ne restasse conservata ai posteri la memoria. E
se in tanta fatica di ricerca e d'intelletto, nella quale si versò fino agli ultimi
giorni di vita, fecero d'ordinario in lui difetto il rigore della scienza e il severo
spirito critico e persino l'armonia e la correttezza della forma, certo sovvennero
un'ampia e varia erudizione, una laboriosità indefessa, una vigile curiosità, uno
spirito incline oltremodo alla meticolosità dell'indagine.
E frutto di sapiente ricerca e faticoso travaglio diplomatico fu la sua opera maggiore,
quella Sicilia nobile salutata ai suoi tempi, e anche dopo, come il più prezioso
monumento che avesse potuto innalzare al merito e alla gloria, secondo l'asserzione
del contemporaneo D'Angelo, elogiata dallo Scinà, che di essa poteva rilevare l'ampiezza
del disegno e la sincera narrazione della verità, chè, trattando della
storia delle città demaniali e delle terre baronali, delle cessioni e traslazioni di
dominio, dei titoli e delle magistrature, sulla scorta di una documentazione mai per
l'innanzi indagata con tanto laborioso intendimento e serena obiettività, l'autore giunse
ad illustrare non solo la grandezza della feudalità siciliana, ma la storia stessa della
Sicilia.
Nè men meritorie risultarono le Memorie storiche intorno agli
antichi uffizj del regno di Sicilia, che, condotte attraverso la severa indagine
storica e diplomatica, contengono le vicende delle grandi magistrature del Regno
introdotte dai normanni: il gran contestabile, il maestro giustiziere, il gran siniscalco,
il gran cancelliere, il grand'almirante, il protonotaro, il gran camerlengo.
Furono queste le principali sue opere pubblicate nel corso della sua vita, serenamente
conclusa alle soglie degli 82 anni di età, il 6 febbraio 1802, sufficienti tuttavia a
dargli fama nel consesso degli studi; altre minori videro la luce in vario tempo: le
cronologie dei governatori del Monte di Pietà (1759) e dei rettori dell'ospedale di S.
Bartolomeo (1775), le memorie storiche intorno alla pia Opera di Navarro (1778), la pianta
geometrica di Palermo (1777, ristampata nel 1783 e, con aggiunte e modifiche, nel 1791),
quella della Villa Giulia (1778), infine due scritti sulla storia della sua famiglia (1780
e 1794).
Molto più fu ciò che rimase inedito, monumento d'operosità instancabile, di vigile
intelletto e d'erudita storiografia. Vi abbiamo accennato in principio: i Diari di Palermo in 25 tomi, cronaca fittissima delle civiche
vicende, pubbliche e private, fra il 1743 ma, meglio, 1746, e il 1802, ricca di notizie,
d'aneddoti, di curiosità e d'ogni ragguaglio intorno agli avvenimenti del tempo, in
una molteplicità sì ammirabil di cose, da non darsi lavoro di simil natura che meglio
renda e fino al più intimo lo stato e la vita di Palermo per tutto quel tempo e in molta
parte ancora della Sicilia, sebbene siano da lamentarsene la forma spesso confusa e
ingarbugliata da successive annotazioni e la trascuratezza della prosa; la serie delle Iscrizioni di Palermo e della Sicilia in 10 tomi, compilata per
incarico del Senato civico; gli Opuscoli palermitani,
raccolti in 48 tomi, prezioso scrigno di notizie, nei quali l'autore scrisse d'una
incredibile varietà d'argomenti, soprattutto di patria storia: torri litoranee, ponti,
teatri, tonnare, feste e processioni, strade pubbliche e caricatori, giuochi cavallereschi
e popolareschi, belle arti, banditi e giustiziati, accademie letterarie, poste e correrie,
pubbliche calamità, emblema civico, araldica, fonti e fiumi di Palermo, sovrani e
viceré, e così via.
Di quest'ultima raccolta fa parte Il Palermo doggigiorno, una particolareggiata e
fondamentale descrizione dello stato della città nel 1788, pubblicata dal Di Marzo nella
sua Biblioteca storica e letteraria di Sicilia; gli altri Opuscoli, quasi tutti inediti, vengono dati alla luce in questa
collana. In essa trova collocazione questo libro di scritti autobiografici, che raccoglie
le Memorie nobili della vita (compilate in vario tempo e perciò redatte in forma sciatta,
frammentaria, di frequente intercalata da annotazioni a margine, che hanno posto seri
problemi di interpretazione e di ordinamento), il Discorso funebre
preventivo alla morte e l'Ultima volontà e disposizione testamentaria, ed
opportunamente è completato dal Catalogo delle opere del Nostro, specchi tutti dell'anima
di un personaggio che indubbiamente fu singolare nella vita e nella letteratura
storiografica siciliana e col quale onorevolmente si conclude la tradizione dei grandi
eruditi del nostro Settecento. |