| È ormai pacifico negli
studi di topografia storica palermitana che la cattedrale gualteriana sorga in posizione
più meridionale rispetto a quella della basilica che l'aveva preceduta. Questo più
remoto edificio - fondato, come vedremo, alla fine del VI secolo, sostanzialmente col
medesimo orientamento dell'attuale e passato attraverso eccezionali traversie - occupava,
infatti, con la navata centrale la sede dell'odierna via dell'Incoronazione, mentre le due
navate laterali si stendevano rispettivamente su parte dell'area oggi occupata dal duomo
gualteriano e sull'area nella quale sorgono gli edifici che prospettano, da settentrione,
su via dell'Incoronazione. L'Amato, autore solitamente scrupoloso e attendibile, fu il
primo, nel Settecento, a dare, avvalendosi di fonti probabilmente esistenti al suo tempo,
l'informazione, che successivi riscontri edilizi dovevano accreditare: ne precisa la
lunghezza in 300 palmi (circa m 77,45), inferiore cioè a quella della nostra cattedrale,
sebbene, quanto alla pur succinta descrizione che ne fa e alle analogie che istituisce con
la distrutta chiesa di Santa Maria della Pinta, molto vi sia da dubitare. E difatti ne
dubitarono, fra gli altri, il Mongitore e, più di recente, lo Zanca.
Cronologicamente costituiva la terza delle chiese succedutesi nel sito: ivi, al centro
d'una spianata delimitata, a meridione, dalla platea Marmorea (odierno corso
Vittorio Emanuele), a occidente dalla muraglia punica della paleapoli e a
tramontana - laddove il terreno digradava verso le bassure del Papireto - dalle mura della
neapoli, fu, secondo la tradizione, un originario santuario cemeteriale, un latibulum,
formatosi nei primi tempi del cristianesimo in quello che è convenzionalmente
conosciuto come cimitero di Tutti i Santi.
L'Amato pone la conversione della sepoltura in chiesa nell'anno 44, ma probabilmente
l'avvenimento va postergato di alcuni decenni: in ogni caso, la destinazione di questa
sepoltura a luogo di culto dei fedeli non offre motivi di dubbio, atteso che in tempi
pagani non era data altra possibilità alla religione cristiana per celebrare i propri
riti che avvalersi di luoghi sotterranei, e che molto diffuso era l'uso di adibire alla
bisogna i cimiteri e le catacombe dei martiri. In questo luogo, dunque, sorse nel IV
secolo la prima basilica, distrutta intorno alla metà del V secolo durante le
persecuzioni vandaliche; ed è sulle sue rovine che, fra il 590 e il 604, venne edificato
dal vescovo Vittore, che tuttavia non ne vide il compimento, il secondo tempio (o terzo,
se nel conto si mette il sacrario del I secolo): la data della sua ultimazione è
sicuramente attestata da una epistola del pontefice Gregorio Magno, con la quale il
vescovo Giovanni, succeduto a Vittore, venne autorizzato a consacrarlo a Maria Vergine.
Non interessa in questa sede di soffermarsi sull'equivoco che in passato ha identificato
la basilica giovannea con lattuale cripta della cattedrale: la tesi, sostenuta dal
Casano, venne autorevolmente condivisa dal Di Marzo, che imputa all'arcivescovo Gualtiero
di avere mutilato, impiantandovi sopra la tribuna della propria basilica, il supposto
tempio ipogeico, distruggendo la terza navata e interrompendo la mediana. Per altro, anche
il Di Stefano, in tempi più recenti, opina che la cripta non sia stata progettata
contemporaneamente alla cattedrale, né gli sembra che del tutto sia da respingersi
lipotesi della sua anteriorità ai tempi di Gualtiero, pur attribuendo a questi la
sua rifazione nelle attuali forme.
Ora, dove errarono coloro che istituirono l'identità criptabasilica giovannea, o comunque
collocarono questo tempio nel sito della cripta gualteriana, fu nel non aver considerato
che - per attestazione delle fonti storiografiche - nessuna soluzione di continuità è
fra il tempio del VI secolo e quello che i Normanni elevarono a propria cattedrale, prima
dell'integrale rifazione gualteriana.
La più remota testimonianza è di Ibn Hawqal, mercante arabo di Bagdad, che fu nel 972 in
Sicilia: «Quivi [nel Qasr] la moschea gâmi, che fu un tempo chiesa dei
Rûm [= cristiani], nella quale [si vede] un gran santuario». Con la conquista normanna,
nel 1072, sedendo nella cattedra vescovile Nicodemo, il tempio fu restituito al culto
cristiano; l'avvenimento è attestato da Goffredo Malaterra, il monaco benedettino che dal
monastero di Saint-Evroult-sur-Ouche accompagnò, per descriverne le gesta, i principi
suoi connazionali nella loro spedizione: «Dux Robertus comesque Rogerius adepti
Panormum ecclesiam SS. Dei genitricis Mariae, quae antiquitus archiepiscopatus fuerat, sed
tunc, ab impiis saracenis violata, templum superstitionis eorum facta erat, cum magna
devotione reconciliatum, dote et ornamentis ecclesiasticis augent etc.»
A questa si aggiunge la testimonianza di Edrisi, l'arabo che intorno al 1154, per
incarico di Ruggero, attese alla descrizione dell'ecumene conosciuta: «Nel medesimo
[Cassaro] sorge la moschea gâmi, che fu un tempo chiesa cristiana e in oggi è
ritornata al culto al quale dedicaronla gli antichi».
E quale altra mai poteva essere la chiesa cattedrale dedicata in antico alla Vergine
Maria, e successivamente trasformata in moschea dai saraceni, se non quella stessa,
appunto, consacrata dal vescovo Giovanni? Essa, a parte gli interventi cui andò soggetta,
che almeno in due occasioni - come vedremo - ne innovarono la facies architettonica,
ebbe ininterrotta esistenza dalla fine del VI secolo; venne successivamente ingrandita,
probabilmente nel 1129, durante il dominio di Ruggero II, con l'aggiunta dal lato di
settentrione della cappella dell'Incoronata, eretta nel sito medesimo di un precedente
organismo sacro rimasto integrato poi nella basilica e andato in rovina in età islamica,
del quale tuttavia residuano interrati o incastrati nelle strutture taluni resti di
pilastrature, mentre del collegamento organico fra la cappella e la cattedrale primitiva
sono testimonianza una colonna inglobata nella muratura di prospetto - verisimilmente
appartenente alla navata della basilica - e la traccia di un piedritto della volta.
Dall'altra parte, in contrapposizione alla cappella dell'Incoronata, verso meridione, nel
sito che recenti ipotesi identificano con quello oggi occupato dalla sacrestia dei
canonici, era la cappella di Santa Maria Maddalena, aggiunta al tempio nel 1130 dalla
regina Albira, prima moglie di Ruggero II, per destinarla a sepolcreto dei sovrani e dei
duchi della dinastia: il documento di tale addizione è in un diploma del 1187 della
Palatina; in esso l'arcivescovo Gualtiero attesta la demolizione della cappella per far
luogo alla costruzione della nuova basilica. Del complesso di edifici che componevano la
basilica giovannea si salvò, quindi, la sola cappella dell'Incoronata, che, rimasta
separata dal nuovo tempio, fu resa autonoma con l'aggiunta del prospetto.
Se, dunque, fino all'epoca dell'arcivescovo Gualtiero la basilica del VI secolo rimase
ininterrottamente in piedi e di essa era documentato il collegamento, a settentrione e a
meridione, coi contigui organismi dell'Incoronata e di Santa Maria Maddalena, il primo dei
quali tuttora superstite, ne discende che nessuna correlazione potesse istituirsi col
tempio sotterraneo, opera indiscutibilmente d'epoca posteriore all'edificazione della
ornata abside della cattedrale attuale.
Quanto alla opzione edilizia di Gualtiero, è stata definitivamente superata l'ipotesi
dello Zanca, secondo il quale, intendendo il presule utilizzare il possente fortilizio di
difesa che affermava sorgere lungo la muraglia della Galca (l'antica paleapoli) -
sul quale avrebbe eretto infatti l'alta torre campanaria -, ne fece «il caposaldo della
sua concezione, in quanto subordinò ad essa lorientamento e lorganismo
planimetrico del tempio». Una tale finalità, per altro, non sarebbe sufficiente da sola
a giustificare il sacrificio del tempio della regina Albira e il complesso trasloco,
resosi necessario, dei sarcofagi reali, se non l'avesse sorretta un più chiaro concetto
urbanistico e politico: approssimare il tempio principe della cristianità alla grande
bisettrice della platea Marmorea, fulcro di svolgimento della vita cittadina,
seppure riducendo l'area del piano che, con una serie di demolizioni delle antiche dimore
che vi persistevano, venne a realizzarsi lungo il fianco meridionale della cattedrale,
nello stesso tempo in cui si rendeva autonomo il tempio dal palazzo episcopale, contiguo
alla basilica preesistente.
L'antico arcivescovado sorgeva, infatti, nel sito oggi occupato dal palazzetto Agnello e
dal monastero delle monache benedettine di Monte Oliveto, detto la Badia Nuova (oggi sede
del seminario arcivescovile), e si allungava poi verso settentrione, in direzione della
bassura del Papireto. Il fiume costituiva il limite settentrionale dell'antica città
murata, la cui cinta, dalla porta Rota al forum Saracenorum, si svolgeva lungo la
sua riva destra, prima che il terreno scoscendesse verso l'alveo fluviale; ma fra il
palazzo dell'arcivescovo e le mura correva una lunga strada porticata, vero prodigio di
edilizia, che, partendo dal castrum superius, la residenza regia, e costeggiando la
muraglia, raggiungeva la aedes archiepiscopi, che avvolgeva da settentrione.
Con sufficiente attendibilità possiamo presumere quando questa strada sia stata
realizzata. Certamente era d'epoca normanna, poiché non ne è fatta menzione nella
descrizione di Ibn Hawqal; oltre tutto, non era ipotizzabile nemmeno come portico di
collegamento alla moschea gâmi, poiché già dal 938 gli emiri avevano trasferito
la propria residenza nella cittadella fortificata al-Hâlisah (la Kalsa). Non se ne
ha attestazione in Edrisi. La prima testimonianza di una via Coperta o ruga magna
Coperta «che dalla casa dellarcivescovo andava perfino al palazzo del re», è
in Falcando, seguito da Ibn Giubayr, che scriveva un venticinquennio più tardi:
«Alluscir del palazzo [del re] ci eravamo messi per un portico coperto, nel quale
si camminò lungo tratto senza interruzione, finché giungemmo ad una chiesa di immensa
mole. Ci fu detto che il portico serve di passaggio al re quandei viene a questo
tempio».
Le due attestazioni sono di estremo interesse: il primo dei due autori scriveva quando il
tempio gualteriano non era stato nemmeno pensato, durante l'episcopato del vescovo Ugo;
l'altro, quando la nuova grandiosa basilica era stata appena ultimata; è una indiretta
conferma della contiguità topografica della aedes dell'arcivescovo e del tempio
giovanneo, poiché non tanto per collegare l'arcivescovado al palazzo regio poteva esser
stata costruita tanta opera, quanto per mettere in rapporto la reggia con la cattedrale:
insomma, uscendo dal suo palazzo e percorrendo l'intera strada porticata, il re, titolare
fin dal 1097 della giurisdizione di legazia apostolica, giungeva alla propria chiesa.
Forse era poco rilevante che nel tragitto passasse per l'arcivescovado; tanto ciò è vero
che (vedasi la testimonianza di Ibn Giubayr), quando la cattedrale venne ricostruita dalle
fondamenta a distanza dalla residenza episcopale, il porticato venne ulteriormente
proseguito perché il sovrano potesse raggiungere il nuovo tempio. L'innesto avveniva
dalla parte del diaconico, perché il re pervenisse al proprio posto senza attraversare la
folla in chiesa. Comunque, l'arcivescovado continuò a restare in comunicazione con la via
Coperta.
Questa, dunque, perveniva alla cattedrale, né proseguiva oltre. Fu un equivoco del
Fazello, dovuto a un'erronea lettura del testo del Falcando, l'avere reputato che la via
Coperta proseguisse oltre la aedes archiepiscopi, per giungere fino alla chiesa di
Sant'Agata de Guilla, che sorgeva alquanto più a oriente e a cantoniera della via
pubblica denominata negli strumenti medievali ruga Kes (via Celso), davanti alla
quale si apriva un'antichissima porta S. Agathae de Villa, che si affacciava sugli
orti e i viridari del Transpapireto. In realtà, lo storico dei due Guglielmi attesta che
la città era attraversata per tutta la sua lunghezza da tre vie, e di esse quella
settentrionale «per la via Coperta» giungeva all'arcivescovado, «indi alla porta di S.
Agata e poi per le case di Maione ammiraglio passa[va] al foro dei Saraceni», sito a
tergo dell'odierna chiesa di S. Matteo al Cassaro, fino a sfociare nei pressi della porta
dei Patitelli, alla cuspide orientale della città, dove si ricongiungeva con la via
Marmorea, che scendeva dritta dal palazzo regio; dal che è evidente che la ruga magna
Coperta era stata realizzata sulla medesima carreggiata della via pubblica, la quale,
oltrepassato l'arcivescovado, proseguiva non più porticata.
Ricostruire l'assetto urbanistico-edilizio della contrata di la majuri ecclesia nei
tempi che seguirono l'edificazione del tempio gualteriano non è agevole: la continuità
degli insediamenti antropici svoltisi nel quartiere del Cassaro ha determinato una tale
manomissione dell'ambiente medievale da cancellare, fatte salve poche isole monumentali,
ogni possibile traccia degli edifici urbani del tempo: e non solo delle abitazioni,
organismi naturalmente deteriorabili perché legati alla consuetudine del viver quotidiano
e predestinati - per l'umiltà medesima dei materiali e dei caratteri edilizi - a una
precaria esistenza, ma anche delle costruzioni più elette, non infrequentemente soggette
alle pratiche dei rifacimenti e del riuso. Sicché quell'antico tessuto è oggi pressoché
interamente scomparso, né, con rare eccezioni, altro di esso residua che qualche traccia
nei documenti della storiografia.
Certo, assai più profonde erano state le trasformazioni allora verificatesi rispetto ai
tempi precedenti: che non furono solo edilizie, ma addirittura altimetriche, essendo che
nel XII secolo il suolo della contrada s'era già sollevato di qualche metro sull'antico
livello della città romana; sulle rovine e sulle macerie degli antichi edifici, per
effetto di guerre e distruzioni, altre rovine e altre macerie s'erano accumulate nei tempi
successivi, che avevano fatto lievitare il piano della città. Del resto, non era rimasta
la cattedrale del IV secolo in parte coperta dall'innalzamento del suolo? Con essa, sotto
le successive fondazioni, scomparve pure un'antichissima chiesetta di San Clemente, che le
aderiva dal lato settentrionale, della quale la memoria sopravvisse, a detta del Di
Giovanni, anche dopo la costruzione della basilica gualteriana, almeno fino al XIV secolo,
in un beneficio S. Clementis de campanili.
Possiamo, comunque, con sufficiente attendibilità delineare la generale effigie di
una contrada caratterizzata, già alla fine del XII secolo, da una serie di qualificate
emergenze su un sedimento di insignificanti residenze, le quali, nelle aree a settentrione
e ad oriente della cattedrale, prospettavano su un fitto tessuto di shera o rugae (le
strade maggiori, in terra battuta) e di darbi (vicoli aperti o vanelle).
Incontrastato focus monumentale della contrada, ovviamente, la cattedrale;
sorgevano, a settentrione di essa, l'arcivescovado, come si è visto, e la cappella
dell'Incoronata; quindi la chiesetta di Santa Cristina la Vetere, che la tradizione vuole
eretta da Gualtiero, fra il 1171 e il 1174, e affidata ai cistercensi; infine, più
prossime al fiume e prospicienti la discesa della Madre Chiesa erano le case di Matteo
Bonello, dal quale prende nome oggi la strada. A una certa distanza rilevavano sulla bassa
edilizia e sugli orti della zona la chiesa e la porta di Sant'Agata, quest'ultima
edificata in epoca anteriore alla dominazione araba.
A occidente, di là dalla discesa della Madre Chiesa, era la Galca, un territorio ancora
non perfettamente omologato alla città, per la presenza del castrum regio con
l'antistante zona di rispetto, ma soprattutto per la persistenza della solida muraglia di
demarcazione, d'ascendenza punica, della cui esistenza ancora nel XIII secolo era
attestazione in una serie di diplomi che tramandano i nomi delle porte che in essa si
aprivano per consentire le comunicazioni fra le due parti della città: una porta
Casseri disposta in asse con la platea Marmorea, nei pressi dell'odierna sede
episcopale, una porta Coperti nel sito dove la ruga magna Coperta incrociava
la discesa della Madre Chiesa.
Comunque, ancora per molto tempo la Galca, mantenendo le proprie eminenti caratteristiche
di sito fortificato e persino una sorta di autonomia amministrativa e giudiziaria
apparirà quasi un corpo estraneo alla città, malgrado la residenza in essa di un nerbo
di abitatori e la presenza di chirbe (case con orti) e casalini; né sarà
sufficiente attendere la fine del secolo perché si avveri una completa fruizione della
zona nel contesto della vita e degli interessi civici: insomma, anche dopo l'età di
Gualtiero, l'alto muro della paleapoli costituiva il limite occidentale della contrata
di la majuri ecclesia.
A meridione, la platea Marmorea, nella quale - come in età islamica - si
infittiva una doppia fila di botteghe di vendita d'ogni genere di mercanzie (domus
apothecae), costituiva il grande boulevard commerciale della zona,
caratterizzato da una edilizia civile più cospicua di quella delle aree interne del
Cassaro, dove l'evoluzione della qualità degli insediamenti seguiva ritmi naturalmente
meno rapidi ed estesi; ma, se era lungo i due fronti della via Marmorea - principale e
affollata strada di transito - che si avverò il rinnovamento architettonico della città,
questo dovette interessare in qualche misura l'intera contrada, per il ricambio che si
determinò nella composizione etnografica della popolazione: all'elemento musulmano,
sospinto e decentrato nelle aree transpapiretiche del Seralcadio, si sostituì nella
regione della cattedrale una popolazione di stirpe latina, ciò che valse a innovare
certamente anche nell'architettura degli edifici, per la differenza di usi e consuetudini
che vennero a sovrapporsi agli antichi.
Del ricambio etnografico avveratosi nella contrada abbiamo attestazione dalla
toponomastica sacra: edifici di culto latino potevano sorgere precipuamente in aree ad
insediamento civile latino, il che si verificò appunto - con l'eccezione di poche isole
basiliane - in quella parte della contrada della cattedrale che si stendeva a settentrione
della platea Marmorea. A meridione del grande setto stradale, al contrario,
l'attestazione di una chiesa di San Demetrio, probabilmente nel sito oggi occupato
dall'edificio della Questura, documentata in uno strumento di vendizione del 1146 e -
ubicati assai più avanti - del monastero femminile basiliano del SS. Salvatore, fondato,
per notizia del Fazello e del Pirri, nel 1072 o 1073 nel luogo medesimo in cui nel 1682 si
diede principio alla omonima chiesa oggi esistente, e di una chiesa di San Nicolò de
Cassaro, menzionata in un documento del Quattrocento, ma sorta in epoca assai
anteriore, comprovano una residenzialità a forte componente etnica greca.
Tra la platea Marmorea, lastricata almeno fino al 1325 con balate di marmo,
e l'edificio della cattedrale, si svolgeva - in origine assai meno esteso - lo plano di
la matri ecclesia, che sarà poi ampliato e ridotto alla forma attuale nel 1452
dall'arcivescovo Simone da Bologna, nello stesso tempo in cui farà eseguire il portico
meridionale del duomo.
Anteriormente all'ultimo ventennio del XII secolo, però, prima cioè che sorgesse la
basilica gualteriana, il piano non esisteva: intanto, come s'è detto, la vecchia
cattedrale era arretrata più a settentrione rispetto alla via Marmorea, sicché
bisognerebbe pensare a una spianata assai più estesa di quella che venne più tardi a
realizzarsi, né alcun cenno di essa rinveniamo negli autori che tramandarono la memoria
della grande moschea gâmi o della basilica appena restituita al culto cristiano, e
che pure si preoccuparono di attestare l'ininterrotta valenza mercantile della lunga
strada che attraversava nel mezzo il Qasr; pensiamo piuttosto a un'area linearmente
edificata lungo il fronte della via Marmorea e forse sparsamente domificata all'interno di
tale cortina edilizia. Quel piano, infatti, non poté che nascere in dipendenza dal grande
disegno edilizio dell'arcivescovo Gualtiero, che nell'unica area recuperabile attraverso
un programma di demolizioni lo realizzò anche per adibirlo a cimitero, funzione che si
conservò poi fino al 1754 secondo l'antica regola delle parrocchie; lo troveremo in
prosieguo in parte coltivato ad orto e circondato di cancellate; al centro vi venne pure
collocato, per attestazione del frate Leandro Alberti, che nel 1526 visitò Palermo, un segno
che indicava il luogo nel quale, secondo una mendace tradizione, la regina Costanza
avrebbe dato alla luce nel Natale del 1194 Federico II, nato invece in Jesi della Marca
anconitana.
Poiché, successivamente, Filoteo degli Omodei, che scriveva intorno al 1557, vide nel
luogo «una bellissima fontana che leggiadramente manda fuori l'acqua», si fece presto ad
identificare nel segno del frate bolognese questa fontana, intorno alla quale molte
fantasie furon dette; probabilmente, invece, essa era assai più tarda dell'epoca di
Costanza e fu collocata nel sito al tempo in cui l'arcivescovo Simone da Bologna fece
sistemare e ammattonare il piano della cattedrale. Il quale, intercluso a settentrione e a
meridione fra il fianco destro del tempio e la platea Marmorea, era costeggiato a
occidente dalla discesa della Madre Chiesa, oltre la quale si svolgeva la muraglia
orientale della paleapoli, che rimarrà in piedi fino a buona parte del XV secolo.
Al di là di essa, alla fine del Duecento, andò svolgendosi un graduale processo
insediativo di novi habitatores, che avvierà una certa apertura del chiuso e
austero ambiente del quartiere alla città; ma in effetti la sua omologazione urbana sarà
assai imperfetta e comunque di molto tempo dopo, sebbene non possa pensarsi davvero a un
deserto civile: intanto, le testimonianze di persistenze religiose sono consistenti, a
cominciare - proprio appena oltrepassato il robusto diaframma che separava la cattedrale
dalla Galca -, nel sito oggi occupato dall'arcivescovado, dall'antichissimo monastero di
San Teodoro e dalla chiesa di Santa Barbara la Sottana, provveduti di orti e viridari; ma,
si è detto, l'intero quartiere era coperto di fabbriche: case con cortili e orti,
casalini e perfino botteghe.
Comunque, fino al tardo Medioevo la contrata di la matri ecclesia ebbe il proprio
limite occidentale nel confine della Galca, e sarà solo dopo il 1460, con
ledificazione della nuova aedes archiepiscopi, che, in virtù del
ricompattamento di interessi che ne seguì, per via dellintegrazione istituzionale e
funzionale fra il duomo e la sede episcopale, questa parte dellantica paleapoli
si omologherà allarea della cattedrale.
Quanto al fronte edificato che da meridione prospettava sul piano della cattedrale, è
difficile pensare a una linea ininterrotta di edifici; ma la cortina edilizia era
intermessa a lisca di pesce, verisimilmente come oggidì, da una maglia di vanelle che
delimitavano le insulae abitative: la conservazione del sistema viario
corrispondeva a una prassi urbanistica ininterrotta nel tempo, che nel corpo
dell'originario centro storico si è altrimenti ed episodicamente evoluta solo in presenza
delle grandi esigenze pubbliche; così è da ritenersi che l'edilizia
quattro-cinquecentesca si sia sostanzialmente formata sull'area medesima dei preesistenti
isolati, senza determinare, se non in rari casi, la cancellazione delle antiche sedi
stradali. Ciò è per altro verificabile, per rimanere nei nostri limiti topografici, a
riguardo delle strade e vanelle che, da settentrione, sboccavano sulla via Marmorea, i cui
tracciati si sono sicuramente conservati almeno fin dal XII secolo: diciamo non solo della
via Matteo Bonello, che è, come abbiamo visto, l'antica discesa della Madre Chiesa,
divenuta più tardi salita dell'Angelo Custode, ma di tutte le altre: la via Simone da
Bologna, a quel tempo vanella di Sant'Angelo, la via delle Scuole, che è l'antica ruga
di Gambino de Thoris, la via Collegio di Giusino, ch'era nel Duecento forse (l'incerta
ipotesi è del Di Giovanni) il vicolo San Giorgio lo Xeri, poi vicolo San Cristoforo, e si
potrebbe continuare.
A oriente del piano della cattedrale era, dunque, la vanella di Sant'Angelo, sulla quale
prospettava una doppia fila di edifici, documentati in vari atti a datare dalla prima
parte del XIII secolo; noi, veramente, non abbiamo conferme che della sola cortina
edilizia del lato orientale, ma l'attestazione toponomastica della vanella di Sant'Angelo
conforta l'opinione di un duplice fronte edificato, conservatosi probabilmente fino agli
interventi dell'arcivescovo Simone da Bologna.
Ivi, a cantoniera con la platea Marmorea, era la chiesetta di Santa Maria
Maddalena, la cui documentazione negli strumenti pubblici non è però così remota; ma
della sua antichità è indiretta conferma la citazione che nel «Quaderno delle gabelle»
anteriori alla riforma del 1312 è fatta dell'altra chiesa di Santa Maria Maddalena,
indicata con l'appellazione de galca: ché, se si avvertì la necessità di
specificare l'ubicazione di questa, indicandosene la contrada, segno era che una seconda
chiesa dello stesso nome doveva esistere; e, del resto, di questa nostra Santa Maria
Maddalena assevera la fondazione «in tempi antichissimi» il Baronio, che nelle sue mura
vide alcune croci rosse, a dimostrazione che a consacrarla era stato un antico
arcivescovo. La chiesa poi pervenne ai Castrone, i quali a fianco d'essa, prima d'essersi
fatta costruire verso il 1588 la grande dimora lungo il Cassaro, avevano nella vanella di
Sant'Angelo la propria casa: un hospicium certamente, edificio qualificato per
massa ed organizzazione interna degli spazi, a più elevazioni, con bottega al piano
terreno; altre due botteghe si aprivano nell'isolato appena girata la cantoniera.
All'altro angolo dell'isolato, prospettante nella predetta vanella, era la chiesa di San
Giovanni Evangelista, sicché la casa dei Castrone veniva a trovarsi in definitiva
interclusa tra due edifici religiosi: antichissima e di più cospicue proporzioni
dell'altra della Maddalena, questa chiesa di San Giovanni si trova attestata nei documenti
del XIII secolo con l'attributo de plano, mutuato dallo spazioso piano della
cattedrale che le si stendeva innanzi; e ad essa era annesso un ospedale dipendente
dall'arcivescovo di Palermo, cui in vari atti testamentari - del 1264, del 1278, del 1324
- alcuni privati cittadini fanno assegnazioni di legati. Più tardi questo ospedale, come
gli altri minori di Palermo, venne aggregato all'Ospedale Grande e Nuovo fondato nel 1431
nel trecentesco palazzo di Matteo Sclafani; ma intanto la chiesa, ormai abbandonata e
quasi in stato di rovina, era stata concessa nel 1415 dal capitolo della cattedrale a
Matteo e Ventura del Castrone per adibirla a sepoltura, ma con l'obbligo di restaurarla
per l'officiatura; successivamente, per via di parentaggio, il jus patronato della
chiesa passò alla famiglia Imperatore. All'interno di essa era, fra le altre, una
cappella di Santo Stefano, provveduta di beneficio e menzionata nel ruolo dei tonni del
1439: doveva godere di particolare devozione se ancora in strumenti del 1551 e del 1580 la
chiesa di San Giovanni era indifferentemente denominata anche di Santo Stefano de
plano.
Questo edificio sacro concludeva la cortina edilizia dell'isolato, finendo a
cantoniera con la via di Sant'Oliva, la quale era la bretella di collegamento fra la
vanella di Sant'Angelo e la ruga di Gambino de Thoris. Ma, al di là della traversa
di Sant'Oliva, praticamente di fronte alle absidi della cattedrale, prospettava sulla
vanella di Sant'Angelo la piccola chiesa di Sant'Angelo, che troviamo menzionata in tutta
una serie di strumenti testamentari a datare dal 1248, coi quali si disponevano legati o
sepolture; e certamente era in buono stato e adibita ad officiatura ancora nel 1439, se
era compresa nel ruolo dei tonni di quell'anno; mutò poi titolo in quello di Sette Angeli
e più tardi fu aggregata al monastero delle Minime che, fra il 1529 e il 1532, venne
fabbricato accanto ad essa. Nelle cartografie del Cartaro, del Florimi e dei Braun e
Hogenberg del 1581 troviamo nitidamente delineati l'antico monastero dei Sett'Angeli con
la vanella di Sant'Angelo, la chiesa di San Giovanni de plano e la via di
Sant'Oliva, che discendeva dalle absidi della cattedrale fino alla ruga Gambini de
Thoris.
Presto, però, questa situazione urbanistica venne a mutare: nel novembre 1586 la
chiesa di San Giovanni venne concessa al monastero dei Sett'Angeli, che già nel giugno
dell'anno dopo aveva cominciato a realizzarvi il proprio ampliamento, sicché la via di
Sant'Oliva disparve sotto le nuove fabbriche; nel 1666 l'antica casa dei Castrone e la
chiesa di Santa Maria Maddalena seguirono la medesima sorte: furono vendute al monastero,
che le rase al suolo per condurre il proprio ulteriore ampliamento. Un quindicennio più
tardi la pianta topografica di Paolo Petrini, incisa su disegno di Paolo Amato,
documenterà l'ormai secolare eliminazione della via di Sant'Oliva e la definitiva
trasformazione dell'area.
Completano il quadro delle antiche emergenze architettoniche della contrada la chiesa di
rito greco di San Pantaleone, sita nella ruga Gambini de Thoris in prossimità
della platea Marmorea, che sarà travolta nel 1586 dalle nuove fabbriche del
Collegio Massimo dei gesuiti (oggi Biblioteca regionale), e la chiesa col piccolo
monastero basiliano di San Cristoforo - «templum celebre ac nobile», secondo
l'attestazione del Baronio -, che fino al 1729 sorgeva nell'omonimo vicolo (oggi via
Collegio di Giusino), scomparsa poi nelle fabbriche del convitto dei gesuiti. Quanto al
vicolo di San Cristoforo, è possibile che in esso sia da riconoscere lo shera o ruga
de Musta indicato in due strumenti del 1361 e del 1375, strada nella quale esisteva
pure una domus magna, che al Di Giovanni assai più tardi parve di poter
identificare in una casa in parte di sua proprietà.
Nel plano di la matri ecclesia erano venute maturando frattanto sostanziali
trasformazioni, che non attenevano solo ai fatti artistici della cattedrale. La
successione al soglio episcopale, nel primo sessantennio del Quattrocento, di tre
personaggi del rilievo di Ubertino de Marinis, Nicolò Tedeschi e Simone Beccadelli da
Bologna, legati alla corona d'Aragona, che dopo il 1434 si arrogò il diritto della
elezione dei vescovi, fin allora privilegio del clero, aveva accresciuto il ruolo politico
dell'episcopato palermitano, e non soltanto nei confronti del sovrano, ma anche riguardo
alla feudalità e alla città. Correlativamente si consolidava il ruolo della cattedrale,
non più solo centro spirituale, ma vero e proprio cardine delle funzioni direzionali e
politiche cittadine; del resto, doveva proprio Simone da Bologna per ben tre volte
assumere le funzioni sostitutive di presidente del Regno e, prima di lui, il Tedeschi
svolgere incarichi di intermediazione diplomatica tra Alfonso il Magnanimo e la Santa
Sede.
I tempi dei tre presuli coincidono con una fase di grandi innovazioni. Non occupiamoci
delle trasformazioni architettoniche della basilica, che pure segnano un alto momento
d'arte, e veniamo a ciò che intorno ad essa si compì: intanto, il portico della cappella
dell'Incoronata, che nel 1410 era stata destinata a sede della fabbriceria (maramma) del
duomo, fu ornato di balaustra e trasformato in loggetta ad uso della nobiltà, ma
s'ingrandì pure e abbellì il piano della cattedrale, ampliamento che fu condotto in
direzione della vanella di Sant'Angelo, come abbiamo detto, abbattendo le basse
costruzioni che facevano cortina al vicolo. Il che avvenne nel 1452.
Vennero realizzate anche, nel medesimo anno, altre opere di abbellimento in quel piano: la
pavimentazione con mattoni (pulcherrime) e la perimetrazione con un conveniente
parapetto (murus qui locum decuit), secondo l'attestazione del Ranzano, sostituito
in un secondo tempo o forse ornato con una bella cancellata, menzionata un secolo più
tardi dal Fazello e dal Filoteo degli Omodei. La trasformazione fu dettata non soltanto da
esigenze di decoro del luogo sacro; diremmo piuttosto che rispondeva a precise finalità
civiche, o alle une e alle altre insieme: certo, almeno dall'inizio del Quattrocento la
bella piazza era adibita a luogo di incontri e di spasso della nobiltà, tant'è che
veniva chiamata «piano dei cavalieri» e la stessa chiesa di San Giovanni, prospettante
sulla vanella di Sant'Angelo, si trova citata in uno strumento del 1439 col titolo di ecclesia
S. Joannis de' Cavaleri o, altrove, di chiesa di San Giovanni del piano de'
Cavalieri; quanto, poi, alla moda della nobiltà di venirvi a passeggiare, si sa
ch'essa perdurò almeno fino a buona parte del XVI secolo. Nel 1515 nel piano venne
istituita pure la fiera di Santa Cristina, che vi si teneva in maggio, dopo essersi
celebrata per qualche tempo, nel Trecento, in piazza della Fieravecchia: tutto intorno al
duomo, a spese della maramma, si costruivano per l'occasione le baracche e i banchi delle
mercanzie, che poi vi duravano per i quindici giorni della festa.
Più tardi la maramma fece sostituire l'inferriata che recintava la piazza con una
balaustrata in pietra di Termini: l'opera venne realizzata in pochi mesi, fra il 1574 e il
1575, da Vincenzo Gagini e da due ignoti scultori palermitani, Geronimo Giglio e Vincenzo
Dajola; non durerà molto, però, perché meno di un secolo più tardi sarà surrogata da
una nuova balaustrata in marmo bigio, ornata di statue.
La cinquecentesca recinzione, in verità, nasceva da esigenze di addobbo maturate in
dipendenza da una profonda evoluzione edilizia avveratasi poco dopo la metà del XV secolo
intorno alla cattedrale, evoluzione che fu tale da determinare la crescita del ruolo
urbanistico e civile della piazza. Ciò conseguì al trasferimento della sede episcopale:
nel 1460 cominciò, infatti, a costruirsi il nuovo palazzo arcivescovile a cantoniera
dell'odierna via Matteo Bonello e la vecchia aedes archiepiscopi, ormai
abbandonata, venne dall'arcivescovo Remolino alienata nel primo ventennio del Cinquecento
alle clarisse, che vi costruirono il loro monastero e la loro chiesa sotto il titolo di
Santa Maria di Monte Oliveto. Il sorgere del nuovo episcopio direttamente a prospetto del plano
di la majuri ecclesia accrebbe, dunque, il ruolo di questo, legando in unità organica
la sede dell'arcivescovo e la piazza, che ora assunse maggior rilievo civile: piano della
cattedrale, ma anche dell'arcivescovado, e alle nuove funzioni parve giusto che
corrispondesse una più rappresentativa recinzione dell'intera area, tuttavia adibita -
come s'è detto - a cimitero e a luogo di ritrovo della nobiltà; semmai stupisce che la
balaustrata sia stata eseguita a un secolo di distanza dal trasferimento
dell'arcivescovado.
In sostanza, poco dopo la metà del XV secolo era venuta a compimento l'evoluzione
dell'assetto urbanistico di questa parte del Cassaro: lo spostamento centripeto della aedes
arcivescovile aveva innovato nell'organizzazione degli spazi della città, in
corrispondenza con l'accresciuta influenza dell'autorità religiosa nelle vicende
politiche dello Stato; e davvero, in presenza del declino del palazzo regio, non più
residenza del sovrano, non ancora residenza dei viceré, in questa zona che gravitava
verso l'alto Cassaro si esaltava l'affermazione di un potere non solamente religioso e
spirituale. Noi non sappiamo se, nel momento in cui realizzava, o piuttosto rifondava, la
piazza della cattedrale, con l'episcopato su di essa e l'ordinata simmetria della spianata
chiusa e recintata, che isolava la chiesa nel contesto edilizio della zona, facendo della
piazza medesima il fulcro prospettico dell'intera area, resa più splendida dalla
realizzazione del magnifico portale catalaneggiante della basilica, noi non sappiamo se
allora il vescovo Simone consapevolmente si proponesse di obbedire alla concezione
urbanistica fissata dal catalano Eximenis alla fine del XIV secolo per la città ideale
aragonese, postulando «la cattedrale e il palazzo del vescovo vicino ad una piazza
centrale».
In effetti, non solo la costruzione del nuovo episcopato, ma la stessa conversione di 90
gradi dell'ingresso della cattedrale, ora impostato direttamente sulla spianata,
accresciuta nella sua funzione di transito pedonale, corrisposero a una idealità
umanistica che esprimeva o esaltava il ruolo di comunicazione della piazza. E, del resto,
pur delimitato e ben definito nella sua chiusa perimetrazione, lo plano di la majuri
ecclesia si trovava a realizzare un perfetto equilibrio con lo spazio esterno
attraverso le strade tangenziali ad esso, che ne assicuravano nel migliore dei modi la
relazione con l'ambiente circostante: un sistema di strade disposte 'a turbina', cioè,
che evitava di relegare la piazza entro margini conclusi (come sarà, ad esempio, nel caso
di piazza Bologna), ma ne faceva un organismo dinamico e complesso nella struttura della
città, concretizzandone la dilatazione oltre l'impatto visuale contro gli edifici
circostanti.
Una tale sistemazione urbanistica, per altro, apparteneva alla funzione di un quartiere -
quello del Cassaro - centro della vita cittadina, ma anche straordinariamente segnato,
nella prima metà del XV secolo, da una qualificata vicenda demografica: non molto
popoloso, esprimeva caratteri di prestigio e di agiatezza economica nella qualità dei
suoi abitanti, fra i quali si segnalava la presenza dell'aristocrazia imprenditoriale e
agricola, e questa era naturale che si concentrasse nella grande arteria che attraversava
il quartiere
Quando, all'inizio del Seicento, il gentiluomo Di Giovanni redigeva il suo vivace
resoconto del Palermo restaurato, poteva consegnare alla posterità la
testimonianza della preziosa edilizia che faceva ormai cortina al piano della cattedrale.
Principiava, scendendo per il Cassaro - scriveva -, da man destra, la «casa magnifica e
grande» dell'avvocato fiscale del Patrimonio, ch'era in faccia alla cantoniera
dell'arcivescovado, cui seguivano la casa appena incominciata del dottor Baliano, e quindi
il palazzo del barone di Fontanafredda e quello della baronessa di Carcaci; venivano poi
la casa appartenuta a Gerardo Castronovo e ora passata a Francesco Conte, quindi il
palazzo nuovo dei Castrone, infine - ormai in prossimità del monastero del SS. Salvatore
- il palazzo del barone Galletti di Fiumesalato; di faccia, oltrepassato il monastero dei
Sett'Angeli, erano la «bella casa novamente fabricata dallImbastiani» [Mastiani]
e il Collegio Massimo dei gesuiti, che occupava l'area sulla quale in precedenza
sorgevano la chiesetta di S. Pantaleo, una casa di D. Pietro Ventimiglia e il palazzo di
D. Antonino Montalto e D. Anna Ventimiglia.
E questa era la realtà urbanistico-edilizia della contrata di la majuri ecclesia. Ma
ormai ci siamo lasciati alle spalle anche il XVI secolo; già negli anni 1580-81 le prime
cartografie redatte con criteri di rappresentazione realistica hanno configurato
visivamente l'assetto topografico della città.
|