Salvo
Di Matteo


Altre Case Editrici

La contrata e lo plano
di la majuri ecclesia

contrada.jpg (16387 byte)

 

Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

 

È ormai pacifico negli studi di topografia storica palermitana che la cattedrale gualteriana sorga in posizione più meridionale rispetto a quella della basilica che l'aveva preceduta. Questo più remoto edificio - fondato, come vedremo, alla fine del VI secolo, sostanzialmente col medesimo orientamento dell'attuale e passato attraverso eccezionali traversie - occupava, infatti, con la navata centrale la sede dell'odierna via dell'Incoronazione, mentre le due navate laterali si stendevano rispettivamente su parte dell'area oggi occupata dal duomo gualteriano e sull'area nella quale sorgono gli edifici che prospettano, da settentrione, su via dell'Incoronazione. L'Amato, autore solitamente scrupoloso e attendibile, fu il primo, nel Settecento, a dare, avvalendosi di fonti probabilmente esistenti al suo tempo, l'informazione, che successivi riscontri edilizi dovevano accreditare: ne precisa la lunghezza in 300 palmi (circa m 77,45), inferiore cioè a quella della nostra cattedrale, sebbene, quanto alla pur succinta descrizione che ne fa e alle analogie che istituisce con la distrutta chiesa di Santa Maria della Pinta, molto vi sia da dubitare. E difatti ne dubitarono, fra gli altri, il Mongitore e, più di recente, lo Zanca.
Cronologicamente costituiva la terza delle chiese succedutesi nel sito: ivi, al centro d'una spianata delimitata, a meridione, dalla platea Marmorea (odierno corso Vittorio Emanuele), a occidente dalla muraglia punica della paleapoli e a tramontana - laddove il terreno digradava verso le bassure del Papireto - dalle mura della neapoli, fu, secondo la tradizione, un originario santuario cemeteriale, un latibulum, formatosi nei primi tempi del cristianesimo in quello che è convenzionalmente conosciuto come cimitero di Tutti i Santi.
L'Amato pone la conversione della sepoltura in chiesa nell'anno 44, ma probabilmente l'avvenimento va postergato di alcuni decenni: in ogni caso, la destinazione di questa sepoltura a luogo di culto dei fedeli non offre motivi di dubbio, atteso che in tempi pagani non era data altra possibilità alla religione cristiana per celebrare i propri riti che avvalersi di luoghi sotterranei, e che molto diffuso era l'uso di adibire alla bisogna i cimiteri e le catacombe dei martiri. In questo luogo, dunque, sorse nel IV secolo la prima basilica, distrutta intorno alla metà del V secolo durante le persecuzioni vandaliche; ed è sulle sue rovine che, fra il 590 e il 604, venne edificato dal vescovo Vittore, che tuttavia non ne vide il compimento, il secondo tempio (o terzo, se nel conto si mette il sacrario del I secolo): la data della sua ultimazione è sicuramente attestata da una epistola del pontefice Gregorio Magno, con la quale il vescovo Giovanni, succeduto a Vittore, venne autorizzato a consacrarlo a Maria Vergine.
Non interessa in questa sede di soffermarsi sull'equivoco che in passato ha identificato la basilica giovannea con l’attuale cripta della cattedrale: la tesi, sostenuta dal Casano, venne autorevolmente condivisa dal Di Marzo, che imputa all'arcivescovo Gualtiero di avere mutilato, impiantandovi sopra la tribuna della propria basilica, il supposto tempio ipogeico, distruggendo la terza navata e interrompendo la mediana. Per altro, anche il Di Stefano, in tempi più recenti, opina che la cripta non sia stata progettata contemporaneamente alla cattedrale, né gli sembra che del tutto sia da respingersi l’ipotesi della sua anteriorità ai tempi di Gualtiero, pur attribuendo a questi la sua rifazione nelle attuali forme.
Ora, dove errarono coloro che istituirono l'identità criptabasilica giovannea, o comunque collocarono questo tempio nel sito della cripta gualteriana, fu nel non aver considerato che - per attestazione delle fonti storiografiche - nessuna soluzione di continuità è fra il tempio del VI secolo e quello che i Normanni elevarono a propria cattedrale, prima dell'integrale rifazione gualteriana.
La più remota testimonianza è di Ibn Hawqal, mercante arabo di Bagdad, che fu nel 972 in Sicilia: «Quivi [nel Qasr] la moschea gâmi, che fu un tempo chiesa dei Rûm [= cristiani], nella quale [si vede] un gran santuario». Con la conquista normanna, nel 1072, sedendo nella cattedra vescovile Nicodemo, il tempio fu restituito al culto cristiano; l'avvenimento è attestato da Goffredo Malaterra, il monaco benedettino che dal monastero di Saint-Evroult-sur-Ouche accompagnò, per descriverne le gesta, i principi suoi connazionali nella loro spedizione: «Dux Robertus comesque Rogerius adepti Panormum ecclesiam SS. Dei genitricis Mariae, quae antiquitus archiepiscopatus fuerat, sed tunc, ab impiis saracenis violata, templum superstitionis eorum facta erat, cum magna devotione reconciliatum, dote et ornamentis ecclesiasticis augent etc.»
A questa si aggiunge la testimonianza di Edrisi, l'arabo che intorno al 1154, per incarico di Ruggero, attese alla descrizione dell'ecumene conosciuta: «Nel medesimo [Cassaro] sorge la moschea gâmi, che fu un tempo chiesa cristiana e in oggi è ritornata al culto al quale dedicaronla gli antichi».
E quale altra mai poteva essere la chiesa cattedrale dedicata in antico alla Vergine Maria, e successivamente trasformata in moschea dai saraceni, se non quella stessa, appunto, consacrata dal vescovo Giovanni? Essa, a parte gli interventi cui andò soggetta, che almeno in due occasioni - come vedremo - ne innovarono la facies architettonica, ebbe ininterrotta esistenza dalla fine del VI secolo; venne successivamente ingrandita, probabilmente nel 1129, durante il dominio di Ruggero II, con l'aggiunta dal lato di settentrione della cappella dell'Incoronata, eretta nel sito medesimo di un precedente organismo sacro rimasto integrato poi nella basilica e andato in rovina in età islamica, del quale tuttavia residuano interrati o incastrati nelle strutture taluni resti di pilastrature, mentre del collegamento organico fra la cappella e la cattedrale primitiva sono testimonianza una colonna inglobata nella muratura di prospetto - verisimilmente appartenente alla navata della basilica - e la traccia di un piedritto della volta.
Dall'altra parte, in contrapposizione alla cappella dell'Incoronata, verso meridione, nel sito che recenti ipotesi identificano con quello oggi occupato dalla sacrestia dei canonici, era la cappella di Santa Maria Maddalena, aggiunta al tempio nel 1130 dalla regina Albira, prima moglie di Ruggero II, per destinarla a sepolcreto dei sovrani e dei duchi della dinastia: il documento di tale addizione è in un diploma del 1187 della Palatina; in esso l'arcivescovo Gualtiero attesta la demolizione della cappella per far luogo alla costruzione della nuova basilica. Del complesso di edifici che componevano la basilica giovannea si salvò, quindi, la sola cappella dell'Incoronata, che, rimasta separata dal nuovo tempio, fu resa autonoma con l'aggiunta del prospetto.
Se, dunque, fino all'epoca dell'arcivescovo Gualtiero la basilica del VI secolo rimase ininterrottamente in piedi e di essa era documentato il collegamento, a settentrione e a meridione, coi contigui organismi dell'Incoronata e di Santa Maria Maddalena, il primo dei quali tuttora superstite, ne discende che nessuna correlazione potesse istituirsi col tempio sotterraneo, opera indiscutibilmente d'epoca posteriore all'edificazione della ornata abside della cattedrale attuale.
Quanto alla opzione edilizia di Gualtiero, è stata definitivamente superata l'ipotesi dello Zanca, secondo il quale, intendendo il presule utilizzare il possente fortilizio di difesa che affermava sorgere lungo la muraglia della Galca (l'antica paleapoli) - sul quale avrebbe eretto infatti l'alta torre campanaria -, ne fece «il caposaldo della sua concezione, in quanto subordinò ad essa l’orientamento e l’organismo planimetrico del tempio». Una tale finalità, per altro, non sarebbe sufficiente da sola a giustificare il sacrificio del tempio della regina Albira e il complesso trasloco, resosi necessario, dei sarcofagi reali, se non l'avesse sorretta un più chiaro concetto urbanistico e politico: approssimare il tempio principe della cristianità alla grande bisettrice della platea Marmorea, fulcro di svolgimento della vita cittadina, seppure riducendo l'area del piano che, con una serie di demolizioni delle antiche dimore che vi persistevano, venne a realizzarsi lungo il fianco meridionale della cattedrale, nello stesso tempo in cui si rendeva autonomo il tempio dal palazzo episcopale, contiguo alla basilica preesistente.
L'antico arcivescovado sorgeva, infatti, nel sito oggi occupato dal palazzetto Agnello e dal monastero delle monache benedettine di Monte Oliveto, detto la Badia Nuova (oggi sede del seminario arcivescovile), e si allungava poi verso settentrione, in direzione della bassura del Papireto. Il fiume costituiva il limite settentrionale dell'antica città murata, la cui cinta, dalla porta Rota al forum Saracenorum, si svolgeva lungo la sua riva destra, prima che il terreno scoscendesse verso l'alveo fluviale; ma fra il palazzo dell'arcivescovo e le mura correva una lunga strada porticata, vero prodigio di edilizia, che, partendo dal castrum superius, la residenza regia, e costeggiando la muraglia, raggiungeva la aedes archiepiscopi, che avvolgeva da settentrione.
Con sufficiente attendibilità possiamo presumere quando questa strada sia stata realizzata. Certamente era d'epoca normanna, poiché non ne è fatta menzione nella descrizione di Ibn Hawqal; oltre tutto, non era ipotizzabile nemmeno come portico di collegamento alla moschea gâmi, poiché già dal 938 gli emiri avevano trasferito la propria residenza nella cittadella fortificata al-Hâlisah (la Kalsa). Non se ne ha attestazione in Edrisi. La prima testimonianza di una via Coperta o ruga magna Coperta «che dalla casa dell’arcivescovo andava perfino al palazzo del re», è in Falcando, seguito da Ibn Giubayr, che scriveva un venticinquennio più tardi: «All’uscir del palazzo [del re] ci eravamo messi per un portico coperto, nel quale si camminò lungo tratto senza interruzione, finché giungemmo ad una chiesa di immensa mole. Ci fu detto che il portico serve di passaggio al re quand’ei viene a questo tempio».
Le due attestazioni sono di estremo interesse: il primo dei due autori scriveva quando il tempio gualteriano non era stato nemmeno pensato, durante l'episcopato del vescovo Ugo; l'altro, quando la nuova grandiosa basilica era stata appena ultimata; è una indiretta conferma della contiguità topografica della aedes dell'arcivescovo e del tempio giovanneo, poiché non tanto per collegare l'arcivescovado al palazzo regio poteva esser stata costruita tanta opera, quanto per mettere in rapporto la reggia con la cattedrale: insomma, uscendo dal suo palazzo e percorrendo l'intera strada porticata, il re, titolare fin dal 1097 della giurisdizione di legazia apostolica, giungeva alla propria chiesa. Forse era poco rilevante che nel tragitto passasse per l'arcivescovado; tanto ciò è vero che (vedasi la testimonianza di Ibn Giubayr), quando la cattedrale venne ricostruita dalle fondamenta a distanza dalla residenza episcopale, il porticato venne ulteriormente proseguito perché il sovrano potesse raggiungere il nuovo tempio. L'innesto avveniva dalla parte del diaconico, perché il re pervenisse al proprio posto senza attraversare la folla in chiesa. Comunque, l'arcivescovado continuò a restare in comunicazione con la via Coperta.
Questa, dunque, perveniva alla cattedrale, né proseguiva oltre. Fu un equivoco del Fazello, dovuto a un'erronea lettura del testo del Falcando, l'avere reputato che la via Coperta proseguisse oltre la aedes archiepiscopi, per giungere fino alla chiesa di Sant'Agata de Guilla, che sorgeva alquanto più a oriente e a cantoniera della via pubblica denominata negli strumenti medievali ruga Kes (via Celso), davanti alla quale si apriva un'antichissima porta S. Agathae de Villa, che si affacciava sugli orti e i viridari del Transpapireto. In realtà, lo storico dei due Guglielmi attesta che la città era attraversata per tutta la sua lunghezza da tre vie, e di esse quella settentrionale «per la via Coperta» giungeva all'arcivescovado, «indi alla porta di S. Agata e poi per le case di Maione ammiraglio passa[va] al foro dei Saraceni», sito a tergo dell'odierna chiesa di S. Matteo al Cassaro, fino a sfociare nei pressi della porta dei Patitelli, alla cuspide orientale della città, dove si ricongiungeva con la via Marmorea, che scendeva dritta dal palazzo regio; dal che è evidente che la ruga magna Coperta era stata realizzata sulla medesima carreggiata della via pubblica, la quale, oltrepassato l'arcivescovado, proseguiva non più porticata.
Ricostruire l'assetto urbanistico-edilizio della contrata di la majuri ecclesia nei tempi che seguirono l'edificazione del tempio gualteriano non è agevole: la continuità degli insediamenti antropici svoltisi nel quartiere del Cassaro ha determinato una tale manomissione dell'ambiente medievale da cancellare, fatte salve poche isole monumentali, ogni possibile traccia degli edifici urbani del tempo: e non solo delle abitazioni, organismi naturalmente deteriorabili perché legati alla consuetudine del viver quotidiano e predestinati - per l'umiltà medesima dei materiali e dei caratteri edilizi - a una precaria esistenza, ma anche delle costruzioni più elette, non infrequentemente soggette alle pratiche dei rifacimenti e del riuso. Sicché quell'antico tessuto è oggi pressoché interamente scomparso, né, con rare eccezioni, altro di esso residua che qualche traccia nei documenti della storiografia.
Certo, assai più profonde erano state le trasformazioni allora verificatesi rispetto ai tempi precedenti: che non furono solo edilizie, ma addirittura altimetriche, essendo che nel XII secolo il suolo della contrada s'era già sollevato di qualche metro sull'antico livello della città romana; sulle rovine e sulle macerie degli antichi edifici, per effetto di guerre e distruzioni, altre rovine e altre macerie s'erano accumulate nei tempi successivi, che avevano fatto lievitare il piano della città. Del resto, non era rimasta la cattedrale del IV secolo in parte coperta dall'innalzamento del suolo? Con essa, sotto le successive fondazioni, scomparve pure un'antichissima chiesetta di San Clemente, che le aderiva dal lato settentrionale, della quale la memoria sopravvisse, a detta del Di Giovanni, anche dopo la costruzione della basilica gualteriana, almeno fino al XIV secolo, in un beneficio S. Clementis de campanili.
Possiamo, comunque, con sufficiente attendibilità delineare la generale effigie di una contrada caratterizzata, già alla fine del XII secolo, da una serie di qualificate emergenze su un sedimento di insignificanti residenze, le quali, nelle aree a settentrione e ad oriente della cattedrale, prospettavano su un fitto tessuto di shera o rugae (le strade maggiori, in terra battuta) e di darbi (vicoli aperti o vanelle).
Incontrastato focus monumentale della contrada, ovviamente, la cattedrale; sorgevano, a settentrione di essa, l'arcivescovado, come si è visto, e la cappella dell'Incoronata; quindi la chiesetta di Santa Cristina la Vetere, che la tradizione vuole eretta da Gualtiero, fra il 1171 e il 1174, e affidata ai cistercensi; infine, più prossime al fiume e prospicienti la discesa della Madre Chiesa erano le case di Matteo Bonello, dal quale prende nome oggi la strada. A una certa distanza rilevavano sulla bassa edilizia e sugli orti della zona la chiesa e la porta di Sant'Agata, quest'ultima edificata in epoca anteriore alla dominazione araba.
A occidente, di là dalla discesa della Madre Chiesa, era la Galca, un territorio ancora non perfettamente omologato alla città, per la presenza del castrum regio con l'antistante zona di rispetto, ma soprattutto per la persistenza della solida muraglia di demarcazione, d'ascendenza punica, della cui esistenza ancora nel XIII secolo era attestazione in una serie di diplomi che tramandano i nomi delle porte che in essa si aprivano per consentire le comunicazioni fra le due parti della città: una porta Casseri disposta in asse con la platea Marmorea, nei pressi dell'odierna sede episcopale, una porta Coperti nel sito dove la ruga magna Coperta incrociava la discesa della Madre Chiesa.
Comunque, ancora per molto tempo la Galca, mantenendo le proprie eminenti caratteristiche di sito fortificato e persino una sorta di autonomia amministrativa e giudiziaria apparirà quasi un corpo estraneo alla città, malgrado la residenza in essa di un nerbo di abitatori e la presenza di chirbe (case con orti) e casalini; né sarà sufficiente attendere la fine del secolo perché si avveri una completa fruizione della zona nel contesto della vita e degli interessi civici: insomma, anche dopo l'età di Gualtiero, l'alto muro della paleapoli costituiva il limite occidentale della contrata di la majuri ecclesia.
A meridione, la platea Marmorea, nella quale - come in età islamica - si infittiva una doppia fila di botteghe di vendita d'ogni genere di mercanzie (domus apothecae), costituiva il grande boulevard commerciale della zona, caratterizzato da una edilizia civile più cospicua di quella delle aree interne del Cassaro, dove l'evoluzione della qualità degli insediamenti seguiva ritmi naturalmente meno rapidi ed estesi; ma, se era lungo i due fronti della via Marmorea - principale e affollata strada di transito - che si avverò il rinnovamento architettonico della città, questo dovette interessare in qualche misura l'intera contrada, per il ricambio che si determinò nella composizione etnografica della popolazione: all'elemento musulmano, sospinto e decentrato nelle aree transpapiretiche del Seralcadio, si sostituì nella regione della cattedrale una popolazione di stirpe latina, ciò che valse a innovare certamente anche nell'architettura degli edifici, per la differenza di usi e consuetudini che vennero a sovrapporsi agli antichi.
Del ricambio etnografico avveratosi nella contrada abbiamo attestazione dalla toponomastica sacra: edifici di culto latino potevano sorgere precipuamente in aree ad insediamento civile latino, il che si verificò appunto - con l'eccezione di poche isole basiliane - in quella parte della contrada della cattedrale che si stendeva a settentrione della platea Marmorea. A meridione del grande setto stradale, al contrario, l'attestazione di una chiesa di San Demetrio, probabilmente nel sito oggi occupato dall'edificio della Questura, documentata in uno strumento di vendizione del 1146 e - ubicati assai più avanti - del monastero femminile basiliano del SS. Salvatore, fondato, per notizia del Fazello e del Pirri, nel 1072 o 1073 nel luogo medesimo in cui nel 1682 si diede principio alla omonima chiesa oggi esistente, e di una chiesa di San Nicolò de Cassaro, menzionata in un documento del Quattrocento, ma sorta in epoca assai anteriore, comprovano una residenzialità a forte componente etnica greca.
Tra la platea Marmorea, lastricata almeno fino al 1325 con balate di marmo, e l'edificio della cattedrale, si svolgeva - in origine assai meno esteso - lo plano di la matri ecclesia, che sarà poi ampliato e ridotto alla forma attuale nel 1452 dall'arcivescovo Simone da Bologna, nello stesso tempo in cui farà eseguire il portico meridionale del duomo.
Anteriormente all'ultimo ventennio del XII secolo, però, prima cioè che sorgesse la basilica gualteriana, il piano non esisteva: intanto, come s'è detto, la vecchia cattedrale era arretrata più a settentrione rispetto alla via Marmorea, sicché bisognerebbe pensare a una spianata assai più estesa di quella che venne più tardi a realizzarsi, né alcun cenno di essa rinveniamo negli autori che tramandarono la memoria della grande moschea gâmi o della basilica appena restituita al culto cristiano, e che pure si preoccuparono di attestare l'ininterrotta valenza mercantile della lunga strada che attraversava nel mezzo il Qasr; pensiamo piuttosto a un'area linearmente edificata lungo il fronte della via Marmorea e forse sparsamente domificata all'interno di tale cortina edilizia. Quel piano, infatti, non poté che nascere in dipendenza dal grande disegno edilizio dell'arcivescovo Gualtiero, che nell'unica area recuperabile attraverso un programma di demolizioni lo realizzò anche per adibirlo a cimitero, funzione che si conservò poi fino al 1754 secondo l'antica regola delle parrocchie; lo troveremo in prosieguo in parte coltivato ad orto e circondato di cancellate; al centro vi venne pure collocato, per attestazione del frate Leandro Alberti, che nel 1526 visitò Palermo, un segno che indicava il luogo nel quale, secondo una mendace tradizione, la regina Costanza avrebbe dato alla luce nel Natale del 1194 Federico II, nato invece in Jesi della Marca anconitana.
Poiché, successivamente, Filoteo degli Omodei, che scriveva intorno al 1557, vide nel luogo «una bellissima fontana che leggiadramente manda fuori l'acqua», si fece presto ad identificare nel segno del frate bolognese questa fontana, intorno alla quale molte fantasie furon dette; probabilmente, invece, essa era assai più tarda dell'epoca di Costanza e fu collocata nel sito al tempo in cui l'arcivescovo Simone da Bologna fece sistemare e ammattonare il piano della cattedrale. Il quale, intercluso a settentrione e a meridione fra il fianco destro del tempio e la platea Marmorea, era costeggiato a occidente dalla discesa della Madre Chiesa, oltre la quale si svolgeva la muraglia orientale della paleapoli, che rimarrà in piedi fino a buona parte del XV secolo. Al di là di essa, alla fine del Duecento, andò svolgendosi un graduale processo insediativo di novi habitatores, che avvierà una certa apertura del chiuso e austero ambiente del quartiere alla città; ma in effetti la sua omologazione urbana sarà assai imperfetta e comunque di molto tempo dopo, sebbene non possa pensarsi davvero a un deserto civile: intanto, le testimonianze di persistenze religiose sono consistenti, a cominciare - proprio appena oltrepassato il robusto diaframma che separava la cattedrale dalla Galca -, nel sito oggi occupato dall'arcivescovado, dall'antichissimo monastero di San Teodoro e dalla chiesa di Santa Barbara la Sottana, provveduti di orti e viridari; ma, si è detto, l'intero quartiere era coperto di fabbriche: case con cortili e orti, casalini e perfino botteghe.
Comunque, fino al tardo Medioevo la contrata di la matri ecclesia ebbe il proprio limite occidentale nel confine della Galca, e sarà solo dopo il 1460, con l’edificazione della nuova aedes archiepiscopi, che, in virtù del ricompattamento di interessi che ne seguì, per via dell’integrazione istituzionale e funzionale fra il duomo e la sede episcopale, questa parte dell’antica paleapoli si omologherà all’area della cattedrale.
Quanto al fronte edificato che da meridione prospettava sul piano della cattedrale, è difficile pensare a una linea ininterrotta di edifici; ma la cortina edilizia era intermessa a lisca di pesce, verisimilmente come oggidì, da una maglia di vanelle che delimitavano le insulae abitative: la conservazione del sistema viario corrispondeva a una prassi urbanistica ininterrotta nel tempo, che nel corpo dell'originario centro storico si è altrimenti ed episodicamente evoluta solo in presenza delle grandi esigenze pubbliche; così è da ritenersi che l'edilizia quattro-cinquecentesca si sia sostanzialmente formata sull'area medesima dei preesistenti isolati, senza determinare, se non in rari casi, la cancellazione delle antiche sedi stradali. Ciò è per altro verificabile, per rimanere nei nostri limiti topografici, a riguardo delle strade e vanelle che, da settentrione, sboccavano sulla via Marmorea, i cui tracciati si sono sicuramente conservati almeno fin dal XII secolo: diciamo non solo della via Matteo Bonello, che è, come abbiamo visto, l'antica discesa della Madre Chiesa, divenuta più tardi salita dell'Angelo Custode, ma di tutte le altre: la via Simone da Bologna, a quel tempo vanella di Sant'Angelo, la via delle Scuole, che è l'antica ruga di Gambino de Thoris, la via Collegio di Giusino, ch'era nel Duecento forse (l'incerta ipotesi è del Di Giovanni) il vicolo San Giorgio lo Xeri, poi vicolo San Cristoforo, e si potrebbe continuare.
A oriente del piano della cattedrale era, dunque, la vanella di Sant'Angelo, sulla quale prospettava una doppia fila di edifici, documentati in vari atti a datare dalla prima parte del XIII secolo; noi, veramente, non abbiamo conferme che della sola cortina edilizia del lato orientale, ma l'attestazione toponomastica della vanella di Sant'Angelo conforta l'opinione di un duplice fronte edificato, conservatosi probabilmente fino agli interventi dell'arcivescovo Simone da Bologna.
Ivi, a cantoniera con la platea Marmorea, era la chiesetta di Santa Maria Maddalena, la cui documentazione negli strumenti pubblici non è però così remota; ma della sua antichità è indiretta conferma la citazione che nel «Quaderno delle gabelle» anteriori alla riforma del 1312 è fatta dell'altra chiesa di Santa Maria Maddalena, indicata con l'appellazione de galca: ché, se si avvertì la necessità di specificare l'ubicazione di questa, indicandosene la contrada, segno era che una seconda chiesa dello stesso nome doveva esistere; e, del resto, di questa nostra Santa Maria Maddalena assevera la fondazione «in tempi antichissimi» il Baronio, che nelle sue mura vide alcune croci rosse, a dimostrazione che a consacrarla era stato un antico arcivescovo. La chiesa poi pervenne ai Castrone, i quali a fianco d'essa, prima d'essersi fatta costruire verso il 1588 la grande dimora lungo il Cassaro, avevano nella vanella di Sant'Angelo la propria casa: un hospicium certamente, edificio qualificato per massa ed organizzazione interna degli spazi, a più elevazioni, con bottega al piano terreno; altre due botteghe si aprivano nell'isolato appena girata la cantoniera.
All'altro angolo dell'isolato, prospettante nella predetta vanella, era la chiesa di San Giovanni Evangelista, sicché la casa dei Castrone veniva a trovarsi in definitiva interclusa tra due edifici religiosi: antichissima e di più cospicue proporzioni dell'altra della Maddalena, questa chiesa di San Giovanni si trova attestata nei documenti del XIII secolo con l'attributo de plano, mutuato dallo spazioso piano della cattedrale che le si stendeva innanzi; e ad essa era annesso un ospedale dipendente dall'arcivescovo di Palermo, cui in vari atti testamentari - del 1264, del 1278, del 1324 - alcuni privati cittadini fanno assegnazioni di legati. Più tardi questo ospedale, come gli altri minori di Palermo, venne aggregato all'Ospedale Grande e Nuovo fondato nel 1431 nel trecentesco palazzo di Matteo Sclafani; ma intanto la chiesa, ormai abbandonata e quasi in stato di rovina, era stata concessa nel 1415 dal capitolo della cattedrale a Matteo e Ventura del Castrone per adibirla a sepoltura, ma con l'obbligo di restaurarla per l'officiatura; successivamente, per via di parentaggio, il jus patronato della chiesa passò alla famiglia Imperatore. All'interno di essa era, fra le altre, una cappella di Santo Stefano, provveduta di beneficio e menzionata nel ruolo dei tonni del 1439: doveva godere di particolare devozione se ancora in strumenti del 1551 e del 1580 la chiesa di San Giovanni era indifferentemente denominata anche di Santo Stefano de plano.
Questo edificio sacro concludeva la cortina edilizia dell'isolato, finendo a cantoniera con la via di Sant'Oliva, la quale era la bretella di collegamento fra la vanella di Sant'Angelo e la ruga di Gambino de Thoris. Ma, al di là della traversa di Sant'Oliva, praticamente di fronte alle absidi della cattedrale, prospettava sulla vanella di Sant'Angelo la piccola chiesa di Sant'Angelo, che troviamo menzionata in tutta una serie di strumenti testamentari a datare dal 1248, coi quali si disponevano legati o sepolture; e certamente era in buono stato e adibita ad officiatura ancora nel 1439, se era compresa nel ruolo dei tonni di quell'anno; mutò poi titolo in quello di Sette Angeli e più tardi fu aggregata al monastero delle Minime che, fra il 1529 e il 1532, venne fabbricato accanto ad essa. Nelle cartografie del Cartaro, del Florimi e dei Braun e Hogenberg del 1581 troviamo nitidamente delineati l'antico monastero dei Sett'Angeli con la vanella di Sant'Angelo, la chiesa di San Giovanni de plano e la via di Sant'Oliva, che discendeva dalle absidi della cattedrale fino alla ruga Gambini de Thoris.
Presto, però, questa situazione urbanistica venne a mutare: nel novembre 1586 la chiesa di San Giovanni venne concessa al monastero dei Sett'Angeli, che già nel giugno dell'anno dopo aveva cominciato a realizzarvi il proprio ampliamento, sicché la via di Sant'Oliva disparve sotto le nuove fabbriche; nel 1666 l'antica casa dei Castrone e la chiesa di Santa Maria Maddalena seguirono la medesima sorte: furono vendute al monastero, che le rase al suolo per condurre il proprio ulteriore ampliamento. Un quindicennio più tardi la pianta topografica di Paolo Petrini, incisa su disegno di Paolo Amato, documenterà l'ormai secolare eliminazione della via di Sant'Oliva e la definitiva trasformazione dell'area.
Completano il quadro delle antiche emergenze architettoniche della contrada la chiesa di rito greco di San Pantaleone, sita nella ruga Gambini de Thoris in prossimità della platea Marmorea, che sarà travolta nel 1586 dalle nuove fabbriche del Collegio Massimo dei gesuiti (oggi Biblioteca regionale), e la chiesa col piccolo monastero basiliano di San Cristoforo - «templum celebre ac nobile», secondo l'attestazione del Baronio -, che fino al 1729 sorgeva nell'omonimo vicolo (oggi via Collegio di Giusino), scomparsa poi nelle fabbriche del convitto dei gesuiti. Quanto al vicolo di San Cristoforo, è possibile che in esso sia da riconoscere lo shera o ruga de Musta indicato in due strumenti del 1361 e del 1375, strada nella quale esisteva pure una domus magna, che al Di Giovanni assai più tardi parve di poter identificare in una casa in parte di sua proprietà.
Nel plano di la matri ecclesia erano venute maturando frattanto sostanziali trasformazioni, che non attenevano solo ai fatti artistici della cattedrale. La successione al soglio episcopale, nel primo sessantennio del Quattrocento, di tre personaggi del rilievo di Ubertino de Marinis, Nicolò Tedeschi e Simone Beccadelli da Bologna, legati alla corona d'Aragona, che dopo il 1434 si arrogò il diritto della elezione dei vescovi, fin allora privilegio del clero, aveva accresciuto il ruolo politico dell'episcopato palermitano, e non soltanto nei confronti del sovrano, ma anche riguardo alla feudalità e alla città. Correlativamente si consolidava il ruolo della cattedrale, non più solo centro spirituale, ma vero e proprio cardine delle funzioni direzionali e politiche cittadine; del resto, doveva proprio Simone da Bologna per ben tre volte assumere le funzioni sostitutive di presidente del Regno e, prima di lui, il Tedeschi svolgere incarichi di intermediazione diplomatica tra Alfonso il Magnanimo e la Santa Sede.
I tempi dei tre presuli coincidono con una fase di grandi innovazioni. Non occupiamoci delle trasformazioni architettoniche della basilica, che pure segnano un alto momento d'arte, e veniamo a ciò che intorno ad essa si compì: intanto, il portico della cappella dell'Incoronata, che nel 1410 era stata destinata a sede della fabbriceria (maramma) del duomo, fu ornato di balaustra e trasformato in loggetta ad uso della nobiltà, ma s'ingrandì pure e abbellì il piano della cattedrale, ampliamento che fu condotto in direzione della vanella di Sant'Angelo, come abbiamo detto, abbattendo le basse costruzioni che facevano cortina al vicolo. Il che avvenne nel 1452.
Vennero realizzate anche, nel medesimo anno, altre opere di abbellimento in quel piano: la pavimentazione con mattoni (pulcherrime) e la perimetrazione con un conveniente parapetto (murus qui locum decuit), secondo l'attestazione del Ranzano, sostituito in un secondo tempo o forse ornato con una bella cancellata, menzionata un secolo più tardi dal Fazello e dal Filoteo degli Omodei. La trasformazione fu dettata non soltanto da esigenze di decoro del luogo sacro; diremmo piuttosto che rispondeva a precise finalità civiche, o alle une e alle altre insieme: certo, almeno dall'inizio del Quattrocento la bella piazza era adibita a luogo di incontri e di spasso della nobiltà, tant'è che veniva chiamata «piano dei cavalieri» e la stessa chiesa di San Giovanni, prospettante sulla vanella di Sant'Angelo, si trova citata in uno strumento del 1439 col titolo di ecclesia S. Joannis de' Cavaleri o, altrove, di chiesa di San Giovanni del piano de' Cavalieri; quanto, poi, alla moda della nobiltà di venirvi a passeggiare, si sa ch'essa perdurò almeno fino a buona parte del XVI secolo. Nel 1515 nel piano venne istituita pure la fiera di Santa Cristina, che vi si teneva in maggio, dopo essersi celebrata per qualche tempo, nel Trecento, in piazza della Fieravecchia: tutto intorno al duomo, a spese della maramma, si costruivano per l'occasione le baracche e i banchi delle mercanzie, che poi vi duravano per i quindici giorni della festa.
Più tardi la maramma fece sostituire l'inferriata che recintava la piazza con una balaustrata in pietra di Termini: l'opera venne realizzata in pochi mesi, fra il 1574 e il 1575, da Vincenzo Gagini e da due ignoti scultori palermitani, Geronimo Giglio e Vincenzo Dajola; non durerà molto, però, perché meno di un secolo più tardi sarà surrogata da una nuova balaustrata in marmo bigio, ornata di statue.
La cinquecentesca recinzione, in verità, nasceva da esigenze di addobbo maturate in dipendenza da una profonda evoluzione edilizia avveratasi poco dopo la metà del XV secolo intorno alla cattedrale, evoluzione che fu tale da determinare la crescita del ruolo urbanistico e civile della piazza. Ciò conseguì al trasferimento della sede episcopale: nel 1460 cominciò, infatti, a costruirsi il nuovo palazzo arcivescovile a cantoniera dell'odierna via Matteo Bonello e la vecchia aedes archiepiscopi, ormai abbandonata, venne dall'arcivescovo Remolino alienata nel primo ventennio del Cinquecento alle clarisse, che vi costruirono il loro monastero e la loro chiesa sotto il titolo di Santa Maria di Monte Oliveto. Il sorgere del nuovo episcopio direttamente a prospetto del plano di la majuri ecclesia accrebbe, dunque, il ruolo di questo, legando in unità organica la sede dell'arcivescovo e la piazza, che ora assunse maggior rilievo civile: piano della cattedrale, ma anche dell'arcivescovado, e alle nuove funzioni parve giusto che corrispondesse una più rappresentativa recinzione dell'intera area, tuttavia adibita - come s'è detto - a cimitero e a luogo di ritrovo della nobiltà; semmai stupisce che la balaustrata sia stata eseguita a un secolo di distanza dal trasferimento dell'arcivescovado.
In sostanza, poco dopo la metà del XV secolo era venuta a compimento l'evoluzione dell'assetto urbanistico di questa parte del Cassaro: lo spostamento centripeto della aedes arcivescovile aveva innovato nell'organizzazione degli spazi della città, in corrispondenza con l'accresciuta influenza dell'autorità religiosa nelle vicende politiche dello Stato; e davvero, in presenza del declino del palazzo regio, non più residenza del sovrano, non ancora residenza dei viceré, in questa zona che gravitava verso l'alto Cassaro si esaltava l'affermazione di un potere non solamente religioso e spirituale. Noi non sappiamo se, nel momento in cui realizzava, o piuttosto rifondava, la piazza della cattedrale, con l'episcopato su di essa e l'ordinata simmetria della spianata chiusa e recintata, che isolava la chiesa nel contesto edilizio della zona, facendo della piazza medesima il fulcro prospettico dell'intera area, resa più splendida dalla realizzazione del magnifico portale catalaneggiante della basilica, noi non sappiamo se allora il vescovo Simone consapevolmente si proponesse di obbedire alla concezione urbanistica fissata dal catalano Eximenis alla fine del XIV secolo per la città ideale aragonese, postulando «la cattedrale e il palazzo del vescovo vicino ad una piazza centrale».
In effetti, non solo la costruzione del nuovo episcopato, ma la stessa conversione di 90 gradi dell'ingresso della cattedrale, ora impostato direttamente sulla spianata, accresciuta nella sua funzione di transito pedonale, corrisposero a una idealità umanistica che esprimeva o esaltava il ruolo di comunicazione della piazza. E, del resto, pur delimitato e ben definito nella sua chiusa perimetrazione, lo plano di la majuri ecclesia si trovava a realizzare un perfetto equilibrio con lo spazio esterno attraverso le strade tangenziali ad esso, che ne assicuravano nel migliore dei modi la relazione con l'ambiente circostante: un sistema di strade disposte 'a turbina', cioè, che evitava di relegare la piazza entro margini conclusi (come sarà, ad esempio, nel caso di piazza Bologna), ma ne faceva un organismo dinamico e complesso nella struttura della città, concretizzandone la dilatazione oltre l'impatto visuale contro gli edifici circostanti.
Una tale sistemazione urbanistica, per altro, apparteneva alla funzione di un quartiere - quello del Cassaro - centro della vita cittadina, ma anche straordinariamente segnato, nella prima metà del XV secolo, da una qualificata vicenda demografica: non molto popoloso, esprimeva caratteri di prestigio e di agiatezza economica nella qualità dei suoi abitanti, fra i quali si segnalava la presenza dell'aristocrazia imprenditoriale e agricola, e questa era naturale che si concentrasse nella grande arteria che attraversava il quartiere
Quando, all'inizio del Seicento, il gentiluomo Di Giovanni redigeva il suo vivace resoconto del Palermo restaurato, poteva consegnare alla posterità la testimonianza della preziosa edilizia che faceva ormai cortina al piano della cattedrale. Principiava, scendendo per il Cassaro - scriveva -, da man destra, la «casa magnifica e grande» dell'avvocato fiscale del Patrimonio, ch'era in faccia alla cantoniera dell'arcivescovado, cui seguivano la casa appena incominciata del dottor Baliano, e quindi il palazzo del barone di Fontanafredda e quello della baronessa di Carcaci; venivano poi la casa appartenuta a Gerardo Castronovo e ora passata a Francesco Conte, quindi il palazzo nuovo dei Castrone, infine - ormai in prossimità del monastero del SS. Salvatore - il palazzo del barone Galletti di Fiumesalato; di faccia, oltrepassato il monastero dei Sett'Angeli, erano la «bella casa novamente fabricata dall’Imbastiani» [Mastiani] e il Collegio Massimo dei gesuiti, che occupava l'area sulla quale in precedenza sorgevano la chiesetta di S. Pantaleo, una casa di D. Pietro Ventimiglia e il palazzo di D. Antonino Montalto e D. Anna Ventimiglia.
E questa era la realtà urbanistico-edilizia della contrata di la majuri ecclesia. Ma ormai ci siamo lasciati alle spalle anche il XVI secolo; già negli anni 1580-81 le prime cartografie redatte con criteri di rappresentazione realistica hanno configurato visivamente l'assetto topografico della città.