Ibn Hawqal, il mercante di
Bagdad che nel X secolo visitò Palermo, fissandone una viva immagine nel suo Libro delle vie e dei reami, costituisce la prima fonte storica
sulle risorse idriche del territorio palermitano, descrivendo non solo corsi dacqua
e sorgenti, ma testimoniando anche la presenza di una falda freatica poco profonda, alla
quale attingevano con poca fatica gli abitanti della città, attraverso i pozzi esistenti
perfino allinterno delle loro case.
Quei pozzi, che, in gran numero, son stati più volte rinvenuti nel cavare le fondazioni
di nuovi edifici, costituiscono anche lunica testimonianza dello sviluppo della
città di quel tempo rispetto a quella murata del successivo periodo normanno.
Sono i pozzi che, in questultimo periodo, furono osservati da Ugo Falcando nella
periferia orticola, dove al movimento di volubile ruota, con secchie che scendevano
e per lo simile ascendevano, i pozzi si disseccavano per riempire le vicine vasche, e di
poi lacqua per tanti ruscelletti si conduceva a ciascun luogo....
Un paesaggio agricolo ed un sistema di irrigazione, che sarebbero rimasti quasi immutati
sino alla fine dello scorso secolo, quando lintroduzione delle prime macchine
idrovore, azionate da motrici a vapore, consentì lo sfruttamento di acque sotterranee
abbastanza profonde, permettendo così la trasformazione delle colture del territorio
impiantate su terreni resi irrigui.
La piana palermitana fu in passato ricca di acque, sufficienti non solo per
lapprovvigionamento idrico della città, ma anche per le esigenze
dellagricoltura.
Queste acque furono sempre oggetto non solo di regolamentazione - come appare, ad esempio,
dagli Statuti del Senato di Palermo del 12 giugno, XII
indizione, 1419, pel passaggio delle acque ne giardini di Palermo coltivati a
cannamele (Biblioteca Comunale di Palermo, Qq F 6, n. 33) - ma anche di
inventario e descrizioni, sia da parte della pubblica autorità che di eruditi locali
(Fazello, Baronio, Inveges, Maja, Massa, Amico ecc.).
Tra questi ultimi, Vincenzo Auria (1625-1710), che, oltre a trattare
Della bontà delle acque di Palermo, illustrò anche i Corsi delle
acque della piana di Palermo, scrivendo anche De fiumi e delle fontane di Palermo;
ove si discorre in particolar modo del Gabriello e delle sue ramificazioni, facendo
inoltre un Discorso etimologico, ovvero delle etimologie de fiumi, fontane, monti ed
altre contrade e luoghi della città di Palermo e suo territorio, opere tutte ancor
oggi manoscritte che si conservano presso la Biblioteca Comunale di Palermo
rispettivamente ai segni Qq C 85, nn. 3, 8, 4 e 5. Anche Onofrio Manganante, nel XVII
secolo, dava Notizia dei fonti di Palermo in un suo opuscolo
ancora manoscritto (Biblioteca Comunale di Palermo, Qq C 76, n. 6).
Il Senato palermitano, per altro, nel 1722 aveva fatto dipingere quattro grandi quadri ad
olio, raffiguranti le piante geometriche dei corsi dacqua del Gabriele, del Garraffello, del Peperito (sic) e dellUscibene, facendoli collocare in una delle sale del suo Palazzo.
Questi quadri, che oggi sono conservati presso lArchivio Comunale, costituiscono
anchessi una importantissima fonte iconografica per la conoscenza della idrografia
palermitana nella prima metà del XVIII secolo.
Attingendo a tutta questa documentazione storica, ma anche effettuando una ricognizione ed
una indagine diretta, Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca
(1720-1802), un erudito palermitano noto per la sua abbondante produzione che riguardava,
e magnificava nello stesso tempo, la sua patria, cioè la nostra città,
compose unopera dal titolo Fontanagrafia Oretea,
inserita nel Vol. XI dei suoi Opuscoli palermitani, posseduti
dalla Biblioteca Comunale di Palermo (E 87, n. 1).
È questa unopera di notevole impegno, nella quale vengono descritte lorigine,
letimologia, la storia di tutti i corsi dacqua, delle sorgenti e di molti
pozzi che irrigavano lagro palermitano e approvvigionavano del prezioso liquido
anche la città.
Per redigere questo suo lavoro, il Villabianca impiegò non solo fatica, ma anche una
certa quantità di danaro, come egli espressamente dichiara nello avviso a chi
legge: ... il condurre a termine lassonta impresa
mè costata non poca pena. Le mie forze soltanto il sanno, che notabilmente si son
patite, e la borza lo sa del pari a cui sè slacciato largamente il nodo per le
mancie delle persone ed offiziali di Senato, che giuntamente co i fontanari alla mia
mano son stati assedi. Una dichiarazione che comunque comprova come lerudito
marchese, oltre a servirsi di precedenti fonti storiche, abbia eseguito una accurata
ricognizione di corsi dacqua, sorgenti e pozzi, con lausilio dei
tecnici comunali competenti ma non disinteressati.
La Fontanagrafia Oretea venne compilata dal Villabianca negli ultimi decenni del XVIII
secolo, più esattamente fra il 1777, anno dichiarato nel frontespizio del manoscritto, e
il 1789, data attestata in una delle ultime pagine dellopera; è quindi precedente a
Il Palermo doggigiorno dello stesso autore, scritto tra
il 1778 e il 1802, tantè che egli, allinizio del capitolo Fiumi e teste
dacqua, rimanda il lettore, per un maggiore approfondimento, proprio alla sua Fontanagrafia.
Sullopera del Villabianca si sarebbero successivamente documentati Vincenzo
Mortillaro nel Ragguaglio della amministrazione delle acque del
Comune di Palermo per gli anni 1851-52-53 (Opere, Vol. VI, Palermo, 1954, pp.
57-87), nonché Vincenzo Di Giovanni, trattando nel secondo volume della sua
Topografia di Palermo (1890) de La Palude del Papireto e
gli antichi corsi delle acque nella città (pp. 371-401) ed infine Eduardo
Carapelle, ufficiale sanitario della città, nella sua relazione a stampa, indirizzata al
Sindaco, dal titolo Le acque potabili di Palermo (1914),
nella quale viene condotta una analisi scientifica delle sorgenti che a quella data
alimentavano la città.
Le Edizioni Giada ripropongono oggi ad un pubblico non solo di appassionati della storia
di Palermo, ma anche di tecnici interessati alla conoscenza delle risorse idriche
palermitane del passato, questopera del Villabianca, trascritta ed annotata con cura
e competenza da Salvo Di Matteo.
Per non appesantire eccessivamente il testo, vi sono state omesse alcune iscrizioni
lapidarie relative alle fontane, che, nellipotesi possano a qualcuno interessare,
potranno essere consultate direttamente nel manoscritto originario.
Sono state mantenute tutte le note del Villabianca, accresciute da quelle del curatore,
che costituiscono un puntuale riscontro con i testi precedenti allopera dello stesso
Villabianca e con altri di studiosi successivi.
I corsi dacqua, le sorgenti e le fontane della Felicissima Palermo
tornano così a rievocare nella nostra mente un paesaggio agricolo ed una città oggi
profondamente mutati. |