Il modo meno ortodosso d'accostarsi
a l'Hercole Siculo del Nicolosi - che a trecentotrenta anni di distanza dal
suo primo apparire, ormai dimenticato, nonostante il rilievo ch'ebbe ai suoi tempi, rivede
oggi la luce - sarebbe di guardare ad esso come a un relitto d'antiquaria: un approccio
siffatto sconterebbe l'implicito vizio di astrarre il prodotto letterario (o scientifico,
come nel nostro caso) dalle condizioni dell'ambiente e dal momento storico in cui esso
prese corpo. Non v'è dubbio che nelle produzioni dello spirito, nelle opere dell'umano
ingegno, esistono valori che trascendono il tempo e le rendono permanenti nella luce di
una ragione universale immutabile; ma, se questo è vero per taluni generi (quelli, per
intenderci, cui appartengono l'Iliade o la Gioconda o l'Eroica
di Beethoven e così via), ugualmente non potrà pretendersi allorché tocchi di
muovere in terreno scientifico o, per venire al nostro tema, nel campo della descrizione
geografica.
Allora la condizione storica e l'influenza dell'ambiente (quantità e genere delle
cognizioni disponibili, possibilità d'indagine materiale, stato delle metodologie
critiche ecc.) sono assai più che l'orizzonte scenografico nel quale si colloca l'opera:
ne sono i fattori condizionanti del prodursi e dell'atteggiarsi e, per quel che più conta
qui di rilevare, il limite contingente della sua potenzialità d'imporsi e sopravvivere al
mutevole flusso del tempo.
Poiché non potrà, nella luce d'un meditato giudizio, non riferirsi un'opera come questo
Hercole, o Hercules siculus come venne più tardi titolata dallo stesso Autore, al suo
concreto momento storico, ecco che ci troveremo nella miglior condizione spirituale per
accettare che essa, in quanto intrinsecamente prodotto della storia, e quindi circoscritta
e governata dalle contingenze del tempo, validamente costituisca documento e testimonianza
d'una fase delle conoscenze geografiche; e come documento (o monumento) della scienza
geografica o, se si vuole, della storia della geografia dovremo considerarla. Allora non
sarà più un relitto d'antiquaria, ma, collocata contro le quinte prospettiche della
vicenda temporale nella quale muove, avrà ottenuto il respiro che appartiene alle
manifestazioni vive dell'ingegno umano: insomma, sarà assurta al rango di documento
probatorio dello stato delle conoscenze geografiche a metà del secolo XVII, alla dignità
di «fonte» per lo studio della storia della geografia.
E, del resto, già dai contemporanei - come si è detto - all'opera veniva riconosciuto di
rappresentare un momento di rilievo nella descrizione del paesaggio geografico, non solo
per la messe di cognizioni in essa raccolte, ma per il tentativo di condurre a
elaborazione scientifica la massa dei materiali raccolta, così vasta e sì criticamente
vagliata (nei limiti della disciplina metodologica dei tempi) che raramente in altre opere
coeve era dato di rinvenire un simile sforzo sistematico; tanto è vero - diciamolo
subito, precorrendo quanto più avanti verremo a ridir - che, uscita nel 1660 in lingua
italiana, si rese necessario di darne alla luce solo dieci anni più tardi una traduzione
in latino, tale era il favore che aveva accolto la prima edizione e tale l'interesse
dell'ambiente internazionale, desideroso di prendere contatto con quell'opera in una
lingua intelligibile alla cultura europea.
1. La scienza geografica prima di G.B. Nicolosi
Epoca di grandi fermenti quella seconda metà del XVII secolo. Il panorama scientifico
era attraversato da un grande fervore di conoscenze; si disponeva ormai d'una quantità di
materiali su spazi prima preclusi all'indagine umana, che i grandi viaggi e le navigazioni
in territori estremi o prima ignoti o poco esplorati avevano assicurato all'elaborazione
degli studiosi; interessati dai profondi rivolgimenti provocati dalle nuove scoperte e dal
rapido estendersi degli orizzonti scientifici, da molto ormai le discipline geografiche e
gli studi sul sistema del mondo erano venuti arricchendosi di apporti nuovi, di sempre
più vaste cognizioni che, se da un canto avevano posto ardui problemi alle ancor
rudimentali tecniche di rappresentazione cartografica, dall'altro avevano gettato le
fondamenta di quella scienza nuova che i tempi ormai maturavano. Un evento su tutti
basterebbe a dare la misura dell'interesse che lievitava intorno alle scoperte
geografiche, della congerie di informazioni di cui ormai si disponeva e dell'esigenza di
affrontare metodologicamente il complesso problema della loro riduzione a intelligibile
organicità e del loro ordinamento: la pubblicazione, già assai prima che s'affacciasse
il secolo di Galileo, del Thesaurus geographicus (1587) del belga Abramo Ortelio,
dizionario dell'intero scibile geografico.
Ma soprattutto per lo spazio di quasi un secolo e mezzo, a partire praticamente
dall'indomani della scoperta dell'America, non si contarono le opere d'interesse
corografico e descrittivo: e alcuni - il tedesco Bernardo Varenio, ad esempio, o il
ferrarese G.B. Riccioli - affrontarono teoreticamente il problema dell'autonomia della
scienza geografica o indagarono i fenomeni geografici (o cosmografici, come si diceva
allora) nei loro rapporti di causalità per desumere dalla elaborazione critica delle
conoscenze i principi fondamentali della descrizione e rappresentazione del mondo.
La vivace ripresa dei contatti fra i Paesi del mondo mediterraneo e quelli dell'Asia e
dell'Africa, per effetto, in parte, delle frequenti spedizioni militari, ma soprattutto
dell'interesse degli Stati all'estensione delle relazioni commerciali e al potenziamento
della propria economia, che imponeva la ricerca di nuovi mercati in terre sempre più
lontane, aveva avviato - prima ancora che la scoperta dell'America schiudesse con un
evento di portata eccezionale una nuova era alla storia del mondo - in pieno medioevo il
progressivo ampliarsi dell'orizzonte del mondo conosciuto. E le successive esplorazioni
geografiche, gloria soprattutto di viaggiatori italiani - da quelle dei fratelli Giovanni
e Sebastiano Caboto, di Amerigo Vespucci, di Andrea Corsali, di Antonio Pigafetta, di
Giovanni da Verrazzano, del portoghese Ferdinando Magellano, che per primo circumnavigò
il globo all'inizio del XVI secolo, a quelle di Matteo Ricci, di Gasparo Balbi, di Filippo
Sassetti, di Pietro della Valle, di Francesco Negri e degli altri che fra il Cinque e il
Seicento corsero i mari - , avevano arrecato al panorama delle conoscenze l'apporto di
scoperte nuove, di sempre più vasti e sensazionali rinvenimenti, con così rapida e
costante successione di scoperte che per forza di cose l'interesse degli studiosi doveva
esserne scosso e stimolato.
Dopo l'anno Mille, per opera in particolare dei viaggiatori arabi, i primi forse che
dettero il contributo di una osservazione non casuale alla conoscenza dei Paesi del mondo,
si era avuto già un fervore inusitato di indagini e di rinvenimenti, che si era espresso
in una ricca letteratura geografico-descrittiva; ma i risultati di questo processo, per le
difficoltà stesse dei contatti e per la rozzezza delle metodologie scientifiche, non
potevano che essere provvisori e parziali, condizionando le rappresentazioni cartografiche
in espressioni di contenuto fantastico, generalmente prive di concreta aderenza alla
realtà.
Certamente è estraneo alle compilazioni di questo periodo, cristallizzate in schemi di
puro intento narrativo, linteresse per i fenomeni naturali e per le speculazioni
teoriche intorno ai problemi del globo terracqueo, che invece, sotto la permanente
suggestione delle dottrine tolemaiche sul sistema del cosmo e dei principi fisici di
Aristotele, tanta rilevanza successivamente assunsero nelle opere del tardo periodo
scolastico. In questa fase del pensiero medievale, profondamente condizionata dalle
astrattezze dei problemi metafisico-teologici e da un atteggiamento di fideistica
accettazione dei dati rivelati, si intensificò il dibattito sull'origine del mondo e
sull'ordine universale, sulle sfere celesti e sulla posizione della terra nel sistema
cosmico, con risultati tuttavia che, seppure valsero - nonostante la loro carica di
dommatismo - ad affinare i contenuti e i metodi della speculazione scientifica, per altro
verso distolsero gli studiosi dalla concreta aderenza all'osservazione diretta ed alla
descrizione dei fatti e delle cose della terra.
La rinascita della scienza geografica data dalla seconda metà del XV secolo, attenuatosi
in parte il furore etico e religioso che, prima dell'annunzio dell'era nuova del mondo,
aveva sconvolto le coscienze e imposto nei maggiori centri culturali europei forme di
pensiero impegnate in problemi di puro astrattismo. Le dottrine tolemaiche, impostate
intorno al sistema planetario geocentrico, dominavano tuttora la scienza astronomica; e
alla cieca adesione che imponeva l'autorità dello studioso egiziano, favorita dalla
diffusione della sua opera geografica, si accompagnava la credenza nell'ipotesi di una
ecumene unica, costituita da un sistema compatto di terre emerse prevalente sui mari, ma
non circondato ovunque dall'oceano.
Varranno le conoscenze acquisite attraverso le esplorazioni, l'approfondimento delle
ricerche, la diretta osservazione delle cose del mondo, laccresciuto interesse per i
fenomeni fisici e per la realtà dei fatti nuovi a determinare più avanzati indirizzi
nella scienza della descrizione della terra. Ma, allo stesso tempo in cui si ampliavano i
limiti degli orizzonti e si accresceva il bagaglio delle cognizioni geografiche,
fondamentali problemi di coordinamento e di critica si ponevano agli studiosi: la
soluzione del problema della inabitabilità delle terre equatoriali, quella del numero dei
continenti, soprattutto le questioni connesse alla tecnica della rappresentazione
cartografica, che nel corso del XVI secolo impegnarono i cartografi più insigni - da
Oronzio Fineo a Gaspar Vopel, da Pietro Apiano a Bernardo Silvano, da Diego Ribero a
Giacomo Gastaldi, da Abramo Ortelio a Gerardo Mercatore - nel tentativo di superare le
tradizionali figurazioni della terra racchiusa entro una circonferenza o nel primitivo
fuso conomorfo di Tolomeo, per realizzare un sistema di proiezioni più articolate e
quindi meglio rispondenti all'esigenza di rappresentare la realtà di un globo che i
viaggi di Colombo e di Magellano avevano rivelato molto più esteso di quanto prima non si
supponesse.
La scoperta del nuovo mondo segnò, non solo nei destini dell'umanità, una svolta senza
precedenti. Essa sconvolse la radicata credenza dell'ecumene unica, imponendo la nozione
di due masse di terra abitate e quindi determinando nella cartografia ufficiale il
superamento del tradizionale concetto di un solo emisfero, sede dell'unico continente; nei
planisferi di Mercatore e di Abramo Ortelio compare anzi già un terzo continente, la
«terra australis incognita», che dal polo australe si protende verso settentrione fin
quasi alla linea dell'equatore.
Certo, erano cognizioni ancora rudimentali, spesso approssimative per difetto di indagine,
quelle sulle quali si fondava la scienza geografica negli anni fra il XVI e il XVII
secolo, né le esplorazioni, rese difficoltose dall'arretratezza dei mezzi nautici e
dall'impervietà degli itinerari terrestri, avevano ancora consentito l'approfondimento
delle conoscenze dei più lontani Paesi, dei quali si aveva notizia attraverso le
narrazioni, non sempre attendibili e in buona parte iperboliche, dei marinai e dei
mercanti o di avventurosi viaggiatori. Necessariamente, quindi, le carte e le descrizioni
del mondo risultavano deformate, travisate da leggende e figurazioni di puro contenuto
favoloso e dall'introduzione di elementi irrazionali, dai quali solo attraverso un lungo
travaglio di elaborazione scientifica gli studiosi poterono gradualmente affrancarsi. A
poco a poco le proiezioni a ventaglio, cordiformi, a doppio cuore, a lobi, a farfalle, che
ancora nel primo Cinquecento avevano eccitato lo sforzo inventivo dei cartografi, andarono
cedendo il posto a sistemi di rappresentazione più razionali, fino a che l'opera del
Mercatore non dette una prima impostazione scientifica al vasto materiale cartografico
allora esistente, con una grandiosa e geniale operazione che rinnovò il metodo della
rappresentazione del paesaggio geografico, sostituendo alle carenze e all'eclettico
empirismo del tempo il rigore della elaborazione matematica dei dati rilevati.
Nessuna definitiva conclusione sortì invece il dibattito sull'antica questione delle
acque e delle terre. Il problema era quello di stabilire quanta parte del globo fosse
occupata dai continenti e quanta ne spettasse ai mari; né era una questione di secondaria
importanza, poiché la sua soluzione condizionava indirettamente tutti i calcoli di
misurazione della terra. Ma essa si trascinò ancora incerta per molto tempo, se non fu
sufficiente lo spazio di un secolo, fra il Trattato della grandezza della terra e
dell'acqua del Piccolomini, che è del 1557, e i computi del Riccioli, effettuati nel
1661, a dare una risposta soddisfacente al quesito; anzi, l'opinione più diffusa, che
assegnava alle terre emerse un notevole margine di prevalenza sui mari, doveva rivelarsi
infondata alla luce delle successive acquisizioni scientifiche. Sono tuttavia di quei
tempi le prime timide intuizioni sul difetto di sfericità della terra, che nel 1672 le
esperienze del francese Jean Picard dovevano confermare.
Al vivido fermento di studi e di indagini che, a datare praticamente dalla prima metà del
XVI secolo, promosse lo sviluppo della scienza geografica e avviò nuovi orientamenti
nelle teorie intorno all'ordine del cosmo corrispose l'eccezionale travaglio speculativo
che gradualmente determinò il tramonto dell'influsso delle dottrine fisiche aristoteliche
e alimentò il contrasto che alla tradizionale concezione geocentrica tolemaica, fondata
sull'ipotesi dell'immobilità della terra, oppose, per opera soprattutto di Copernico e,
più tardi, di Keplero e di Galilei, un nuovo sistema cosmogonico, che dalla corretta e
coerente interpretazione delle osservazioni astronomiche traeva il principio della
posizione centrica del sole rispetto al sistema dei suoi pianeti.
Non fu, certo, questa, una rivoluzione senza scosse, e le fiere reazioni dei riformatori
protestanti e di scienziati persino del livello dell'astronomo Tycho Brahe sono la riprova
delle accese resistenze che il nuovo movimento scientifico dovette superare per affermarsi
sugli errori e sulle discordanze del passato. L'episodio, troppo noto per dovere
soffermarvisi, dell'abiura che Galileo, pur convinto delle sue geniali intuizioni, fu
costretto a pronunziare davanti al tribunale del S. Uffizio evidenzia - al di là del
dramma personale dell'uomo e dello scienziato - la posizione di rigida intolleranza nei
confronti dei nuovi orientamenti di pensiero assunta da quegli ambienti religiosi che si
attestavano su una formalistica e intransigente interpretazione della Sacra Scrittura.
Fra la pubblicazione, nel 1543, del De orbium coelestium revolutionibus di Copernico,
recato - si dice - allo scienziato sul letto di morte, e il processo a Galileo, costretto
a sconfessare nel 1633 «con cuore sincero e fede non finta» le sue opinioni scientifiche
e a sottoscrivere in ginocchio, egli vecchio e malato, l'abiura della teoria eliocentrica,
intercorre lo spazio di quasi un secolo: un secolo nel corso del quale le osservazioni
dirette e la riflessione scientifica avviano un discorso nuovo e introducono più avanzati
criteri e metodi di indagine nello studio della terra e del sistema celeste, che sulle
vestigia di antiche concezioni dettano nuovi indirizzi alle discipline geografiche ed
astronomiche.
È in questo orizzonte, dunque, che si collocano la figura e l'opera di Giovan Battista
Nicolosi.
2. La vita
Giovan Battista Nicolosi nacque a Paternò, centro della Sicilia sito nelle estreme
propaggini meridionali dell'Etna, a breve distanza da Catania, nell'ottobre del 1610.
A quell'epoca la città era poco più di un grosso borgo. Arroccata sulla grande rupe
basaltica che domina pittorescamente l'ampia vallata del Simeto, raccoglieva le proprie
case attorno al poderoso mastio normanno e all'antica collegiata di S. Maria dell'Alto,
quasi a cercare nelle correlazioni anche urbanistiche coi maestosi simboli della potestà
civile e religiosa il senso di una naturale difesa e di una vitale integrazione. Era
tuttavia già iniziato il tumultuoso processo di dilatazione del tessuto topografico, che,
in corrispondenza della crescita demografica della popolazione e sotto la spinta di
esigenze pratiche connaturate al carattere rurale dell'economia cittadina, avrebbe
provocato in breve volgere di tempo l'invasione degli orti e dei giardini della
sottostante pianura e l'espansione delle costruzioni oltre l'angusta cinta muraria.
Il fenomeno di questa straordinaria evoluzione urbanistica si caratterizzava già in forme
tipicamente classiste, con insediamenti più cospicui nei nuovi quartieri nord-orientali,
abitati da una piccola borghesia fondiaria e professionale, e la persistenza dei ceti più
umili nelle antiche dimore site sulla collina, delle quali, con eccezionali incentivi di
esenzioni fiscali e con la promessa della moratoria generale dei debiti per richiamarvi
coloro che le abbandonavano e invogliare la venuta di nuovi abitatori, le autorità
civiche si sforzavano di ritardare la decadenza ormai irreversibilmente minacciata dallo
spostamento centrifugo dell'abitato.
La signoria dei Moncada, paternalistica ed assente allo stesso tempo, garantiva
l'esplicazione delle prerogative municipali, con sporadiche intromissioni negli affari di
maggiore rilevanza o che comunque investivano gli uffici della suprema potestà.
Raggruppata in un numero davvero imponente di confraternite, espressione di una chiusa
organizzazione di casta o di mestiere, ma anche dell'acceso fervore religioso tipico dei
tempi, la popolazione viveva la sua tranquilla esistenza, solo a tratti turbata da sterili
rivendicazioni di autonomia dal potere baronale, che bastava l'elargizione di pochi
benefici o la promessa della remissione di alcuni pesi angarici ad acquetare. Ciò era
nello spirito dei tempi e nella logica delle cose, poiché, se è vero che nella città
agli inizi del Seicento abitavano molte famiglie di nobile casato e una agiata borghesia
fondiaria e mercantile, è certo che la realtà più comune e diffusa era quella di un
esteso ceto di gente di umile condizione, di contadini, di artigiani, di piccoli
agricoltori, e quindi sensibile alle occasioni che valevano a mitigarne lo stato di inopia
o di bisogno.
Appunto in una famiglia di povera gente ebbe i natali il nostro Giovan Battista,
secondogenito di dieci fratelli, che ai genitori, Mario Nicolosi e Antonina Corsaro,
dovevano porre fondamentali problemi di sussistenza. Per la verità, delle condizioni di
indigenza della famiglia non abbiamo conoscenze sicure; ma, di certo, se diversa ne fosse
stata la posizione sociale, l'anonimo biografo che per primo, nell'edizione latina
dell'Ercole, ci ha tramandato notizie della vita del Nicolosi, non avrebbe mancato di
farne cenno, se non altro per rendere omaggio alle origini del grande geografo,
conformemente a un formulario cònsono al costume del tempo. Del resto, lo stesso
scienziato, in una breve composizione poetica, accenna alla propria «mala naca» (cattiva
culla), e tale asserzione costituisce testimonianza della precarietà delle condizioni
economiche della famiglia.
Sulla data esatta della nascita vi è discordanza tra le fonti. Il citato biografo,
pedissequamente seguito dal Mongitore e poi da tutti gli altri che scrissero di lui, lo
dice nato il 14 ottobre; ma, poiché agli atti della chiesa parrocchiale ne è registrato
il battesimo sotto la data del 7 ottobre, la nascita va retrodatata di alcuni giorni,
verisimilmente al 6 ottobre, se si tien conto dell'usanza allora vigente di battezzare i
neonati il medesimo giorno o, al più, il giorno successivo a quello della nascita: in tal
caso, l'indicazione del 14 ottobre sarebbe solo il frutto di un banale errore
dell'Anonimo, il quale avrebbe dovuto scrivere «pridie Nonas Octobres» (appunto 6
ottobre) in luogo di «pridie Idus Octobres» (14 ottobre).
Prima del nostro Giovan Battista era venuto al mondo il primogenito Vincenzo, nel dicembre
del 1608, e dopo verranno i fratelli Alfio nel 1612, Maria nel 1615, Giuseppe nel 1616,
Caterina Antonia nel 1617, Barbara nel 1620, un secondo Giuseppe (per rinnovare il nome
del primo, di certo deceduto in tenera età) nel 1622, Giacinto Benedetto nel 1624 e Mario
nel 1628; tuttavia, anche Mario e il secondo Giuseppe morirono presto, rispettivamente nel
1629 e nel 1631.
Nessuna notizia ci è stata tramandata degli anni dell'infanzia e della prima giovinezza
del Nicolosi, che fu comunque travagliata dalle ristrettezze economiche, quelle stesse che
- forse più della naturale vocazione religiosa - lo indussero a lasciare presto la città
natale per recarsi a studiare nel seminario di Catania e pervenire, col sacerdozio,
all'acquisizione di una dignità ecclesiastica che gli consentisse di non gravare più sul
magro reddito della famiglia. Ma, prima ancora che venisse ordinato prete, il padre gli
morì immaturamente, appena quarantenne, il 2 gennaio 1628, e per i Nicolosi si acuirono i
problemi dell'ordinaria sussistenza.
A Catania Giovan Battista venne ordinato sacerdote, ma certamente non proseguì subito
negli studi teologici, se il titolo di «dottore in sacra teologia», ostentato nel
frontespizio degli scritti della maturità, non appare nella sua prima opera, la Teorica
del globo terrestre, edita nel 1642, il che induce a ritenere che esso sia stato
verisimilmente conseguito solo dopo quella data. Preferì invece tornare nella sua città,
donde però si allontanò dopo pochi anni, indignato - si è ritenuto - per non essere
stato elevato a più alte cariche nella gerarchia ecclesiastica, forse piuttosto perché
stanco dell'invidia e dell'ostilità manifestategli dal retrivo clero locale, intollerante
della vivacità dell'ingegno e della poliedricità degli interessi del giovane prete, se a
lui bisogna riconoscere la paternità della bella ottava attribuitagli dalla tradizione
orale, ch'egli avrebbe sdegnosamente dettato nel momento di abbandonare il luogo natale,
la famiglia, i suoi affetti, per trasferirsi a Roma:
Ingratissima patria, empiu rizzettu
di genti iniqua, scelerata e dura,
ju di ccà partu e pri darreri jettu
'na petra e fuju l'udiusi mura.
Di tia chi grazii e chi favuri aspettu,
si non miserii e tradimenti ognura?
Mala naca mi dasti e peju lettu
pessima mi darai la sipurtura.
Eppure, a Paternò, molti anni più tardi, placatisi
i rancori della sofferta giovinezza, ritornerà con memore nostalgia e animo commosso,
descrivendo nell'opera sua maggiore l'amenità del sito e la possanza del castello
normanno, le qualità di quella terra, privilegiata fra tutte le regioni del mondo, e la
gloria della sua patrona S. Barbara, e ricorderà la sua origine e la sua educazione. Di
questa origine nella piccola patria siciliana sembra anzi recar vanto, dichiarandola in
frontespizio a tutti i suoi scritti, quasi a testimoniare il reverente omaggio del
figlio lontano alla città natale, omaggio non infecondo né vano ora che il figlio è
divenuto celebre e onorato, tanto che di quella reputazione una parte almeno potrà
toccare - e sarà giusto che tocchi - alla terra che lo ha visto nascere. Ma a Paternò
non ritornò, dopo il suo trasferimento nella capitale, che una volta, fra il 1647 e il
1652, per un breve soggiorno dettato dal desiderio di rivedere i luoghi della giovinezza,
i fratelli e le sorelle, la cara madre ormai vecchia e prossima al trapasso, lo zio prete,
don Andrea Corsaro, col quale sembra avere intrattenuto qualche corrispondenza.
A Roma la passione per la ricerca scientifica e l'impegno posto nello studio delle lingue
e nella trattazione dei prediletti temi geografici lo assorbirono totalmente. «Ingenio
perspicax, lucidusque, multifaria eruditione instructus», lo dice l'anonimo biografo; e
il Mongitore, che è di poco posteriore, ne ricorda la perizia nelle lingue latina,
spagnola, francese, tedesca, la profondità e la serietà delle applicazioni scientifiche,
la versatilità dell'ingegno, la fluidità dell'eloquio. Quanto alle doti morali, la
prefazione postuma all'Hercules Siculus non manca di evidenziarne la mitezza dell'animo,
la naturale affabilità, la repulsa dall'artificio e dalla dissimulazione di cui in tutti
gli atti della vita sempre dette prova, infine il cristiano spirito di tolleranza che lo
sostenne nella sopportazione dei numerosi mali dai quali, negli anni della maturità e
della vecchiezza, fu afflitto.
Dedicatosi soprattutto allo studio dei fenomeni della terra, si segnalò ben presto
all'attenzione dei potenti con la pubblicazione, nel 1642, della Teorica del globo
terrestre, un breve trattato sul sistema del mondo e sul metodo della rappresentazione
cartografica, ch'egli stesso più tardi si proponeva di riordinare ed accrescere,
evidentemente giudicandolo opera ancora imperfetta, ma che ciò malgrado gli valse subito,
fors'anche per intervento del cardinale Montalto, cui era dedicato, lincarico
dell'insegnamento della geografia nell'Ateneo romano.
La fama che gli provenne dalla cattedra, ch'egli tenne con grandissima dignità e
appassionato fervore, gli procurò significativi riconoscimenti e tangibili prove di stima
da parte degli ambienti politici del tempo: ne offrono la misura il sodalizio, durato dal
novembre del 1645 all'aprile del 1647, col margravio Ferdinando Massimiliano di Baden,
che, ritornando in Germania, lo volle compagno di viaggio e quindi lo tenne presso di sé
in qualità di maggiordomo della sua Casa, e poi, rientrato in Roma, dopo la parentesi di
una breve escursione in Sicilia, la nomina a cappellano della Borghesiana nella basilica
di S. Maria Maggiore conferitagli dal principe Giambattista Borghese, del quale fu
precettore e nel cui palazzo visse fin dal 1651, e l'incarico, affidatogli nel 1652 dalla
Sacra Congregazione di Propaganda Fide, di eseguire una cartografia generale della terra
in diverse tavole per uso delle missioni religiose.
All'espletamento dell'incarico il Nicolosi attese con solerte impegno, tanto che nel
termine di un anno e mezzo fu in grado di esporre nell'aula della Congregazione dieci
grandi carte, eseguite «ea magnitudine, elegantia ac majestate ut a pluribus observantae,
qui speciosiora literati Orbis monumenta lustrare soliti sunt, laudes demeruerit, singulis
nil simile, nedum pulchrius, in hoc genere se vidisse confitentibus».
Certamente, è di grave pregiudizio all'approfondimento degli studi storici sulla
geografia e alla completa esegesi dell'opera dello scienziato paternese la scomparsa di
queste tavole, che, rimosse in epoca in cui l'evoluzione delle conoscenze dei Paesi della
terra ne aveva determinato l'inattualità, sono andate irreparabilmente disperse. Ma della
loro validità è testimonianza l'affermazione di un erudito del tempo, che, a proposito
di queste e di altre cinque tele geografiche pure eseguite dal Nicolosi per il nuovo
palazzo del principe Borghese, ebbe a dire, come tramanda l'ignoto biografo dell'Hercules
Siculus: «Io non ammiro tanto siffatti lavori, quanto luomo di privata condizione
che concepisce e realizza opere sì grandi e maestose».
Frutto della permanenza del Nicolosi in Germania furono il Viaggio di Germania, una serie
di venti lettere da lui indirizzate, mentre si trovava presso il margravio Ferdinando
Massimiliano, al cardinale Rinaldo d'Este in Roma, e il manoscritto Parentele di Baden con
le Corone e prencipi di Europa, raccolta di dodici piccoli alberi genealogici della
famiglia, realizzati per compiacere il margravio Guglielmo di Baden. Seguirono, nel
1654-55, una Descrittione geografica dello Stato Ecclesiastico corredata di una completa
carta corografica dei domini pontifici, offerta ad Alessandro VII Chigi, e la descrizione
del Regno di Napoli, che il Nicolosi eseguì per il re Leopoldo I d'Ungheria e
successivamente rielaborò per i viceré conte del Castrillo e conte di Pignoranda e per
il cardinale d'Aragona.
Rimangono, pure, manoscritte varie compilazioni minori, di contenuto eminentemente
didascalico e pratico, ch'egli eseguì per incarico o per ammaestramento di quegli
ambienti ecclesiastici e patrizi ai quali fu tanto familiare e dai quali sempre ebbe
rispetto e protezione: il cardinale Rinaldo d'Este, il cardinale Sigismondo Chigi, il duca
di Bracciano, Paolo Giordano Orsini, e soprattutto Giovan Battista Borghese, principe di
Sulmona. Per questi scrisse la Notizia de' Potentati di Europa, Asia e Africa, il Culto
dell'Africa e i Ragionamenti cinque sopra le Metamorfosi di Ovidio, e a lui dedicò
l'opera sua maggiore, Dell'Hercole e Studio geografico, pubblicata a spese dell'autore, in
due grossi volumi in folio, nel 1660, cui seguì una seconda edizione in lingua latina,
che vide la luce postuma nel 1670, curata dal nipote Giovan Battista, ch'egli aveva
condotto seco dal suo breve soggiorno in Sicilia perché a Roma potesse avere adeguata
istruzione.
Quest'opera monumentale, nella quale è minutamente descritto lo stato della terra nei
suoi complessi aspetti fisici e politici, con un dovizioso corredo cartografico e vari
repertori e indici analitici, segnalò il nome del Nicolosi a un più vasto pubblico di
studiosi e ne accrebbe l'estimazione goduta da parte dei potenti. Ne è prova
l'apprezzamento apertamente manifestatogli dal pontefice Clemente IX, il quale, a
proposito dell'Ercole, ebbe a dire all'autore ch'era quella opera egregia e di somma
utilità, con la quale s'era meritato il riconoscimento della patria e aveva fatto cosa a
lui ben accetta. E alcuni anni prima, Alessandro VII, poiché si lodava in sua presenza un
altro geografo, ebbe a dire: «Certo, costui possiede molte cognizioni pratiche di
geografia, ma il Nicolosi lo supera di gran lunga nella teoria e nella pratica»; il che
corrispondeva, poi, allopinione che di lui aveva il maestro del Sacro Palazzo,
Raimondo Capizucchi, il quale allo stesso pontefice, che, discorrendo dello scienziato
paternese, già allapice della fama, lo aveva definito «uomo dotto e pio», aveva
obiettato: «Anzi, Santità, egli è dottissimo e quanto più si può dire buono e
amabile».
Ben poco alla gloria del Nicolosi aggiunge l'ultima sua opera edita, la Guida allo studio
geografico, un breve trattato di cosmografia e sulla tecnica della esecuzione
cartografica, in cui l'autore ripete l'errore che già nella prima sua opera lo aveva
indotto a sostenere la teoria geocentrica tolemaica. Frattanto andava traducendo in latino
l'Ercole e stendeva una serie di scritti sull'arte militare, sulle artiglierie, sulle
fortificazioni regolari e irregolari, che attestano - nella singolarità del tema e nella
precisione dei riferimenti e dell'analisi - la poliedricità dell'ingegno e l'ampiezza
degli interessi dello scienziato paternese.
Aveva appena finito di riordinare e ricopiare la Ragione dell'architettura militare, che
si proponeva forse di dare alle stampe, quando la morte lo colse all'età di sessant'anni,
il 19 gennaio 1670. Sul loculo della cappella borghesiana nella chiesa di S. Maria
Maggiore, nella quale furono tumulate le spoglie dell'insigne geografo, venne apposta
l'epigrafe che egli stesso s'era preparata sette anni prima, quasi a tramandare ai posteri
la memoria della propria umiltà, ch'era invece il segno della sua grandezza:
Joannis Baptistae Nicolosii
Servi indigni et cappellani
Virginis Sanctissimae
Lipsana hic jacent
Anima ad Deum rediit
[Die XIX Januarii Anni MDCLXX].
Quello stesso anno, a rinnovarne la gloria istituendo un
ideale rapporto fra la fragilità del corpo e la perennità dell'opera, vedeva la luce il
suo Hercules Siculus, punto di riferimento non negligibile nel patrimonio storico
della scienza geografica.
3. L'«Hercole Siculo»
L'opera fondamentale del Nicolosi, quella che definitivamente ne consacrò i meriti e
la fama, venne scritta fra il 1651 e il 1660 e pubblicata in quest'anno a Roma, nella
stamperia di Vitale Mascardi, in due grandi volumi in folio (cm 28 x 42), a spese
dell'autore, che ne aveva vagheggiato il disegno fin dall'epoca della Teorica del
globo terrestre.
Già il Nicolosi era celebre, riverito. L'insegnamento nell'Ateneo romano e i
molteplici incarichi espletati ne avevano consolidato la reputazione; l'ufficio di
cappellano nella basilica di S. Mana Maggiore e quello di precettore nella famiglia
Borghese, insieme con l'alta protezione che gliene derivava, l'avevano posto al riparo
dalle angustie della vita.
Così, nelle serene meditazioni delle laboriose giornate, dall'indagine sapiente e
dall'appassionato fervore scientifico, venne fuori quest'opera ponderosa, che già nel
titolo offre la misura della estrema diligenza e della meticolosità dell'autore:
Dell'Hercole e Studio geografico, di Gio. Battista Nicolosi, Dottore di Sacra Teologia.
Tomo Primo, nel quale si descrive generalmente il Globo terrestre secondo l'essere che
ricevette dalla Natura, secondo le formalità che gli ha dato l'intendimento humano, et
secondo il ripartimento dello stato presente, datoli dalla guerra e dalla pace. Con una
prefatione, che serve d'introduttione per l'intelligenza et uso di quest'opera, una tavola
metodica de' capi del discorso e due indici, uno de' nomi antichi e latini, e l'altro de'
nomi moderni, secondo la ortografia più usata et ricevuta nelle provincie delle quali si
ragiona. Opera necessaria a tutti coloro che fanno professione di lettere, d'armi,
governo, traffichi etc. et utile e dilettevole ad ogni conditione di persone.
Quindi, l'originario titolo era Dell'Hercole e Studio geografico, senza l'attributo
Siculo, che verrà inserito più tardi nell'edizione latina. Perché quello strano titolo?
Ne offre la spiegazione lo stesso Autore, cui, in un'epoca imbevuta di cultura classica e
in pieno fervore di enfatica esasperazione barocca, non poteva sfuggire la suggestione
evocata dal nome del mitico eroe: Ercole simboleggiava la fatica, il superamento di tutte
le difficoltà, la trionfante affermazione del coraggio e della forza sulle insidie e
sugli ostacoli della natura, sicché era giusto che a lui si richiamasse un'impresa così
ardua e magnifica quale quella di descrivere l'intero mondo conosciuto. E il richiamo
trova adeguata esemplificazione nel grande fregio in antiporta: una simbolica
raffigurazione in cui Ercole, superati i molteplici ostacoli espressi sotto forma dei
mostri e degli avversari da lui domati - l'Idra, il gigante Anteo, Gerione - si riposa
sullo sfondo dello stretto di Gibilterra, rappresentato, nell'edizione latina, dalle
celebri colonne di Avila e Calpe avvolte da un guidone col motto «Et citra et ultra»,
mentre dall'alto una grande aquila coronata, recante un cartiglio con la scritta «Te
fautore, te duce» (Dio), testimonia il debito di riconoscenza dell'autore per la
benintesa protezione divina.
La dedica a Giovan Battista Borghese principe di Sulmona è ben più che il doveroso atto
di omaggio nei confronti del rampollo di illustre stirpe che per lo spazio di nove anni il
Nicolosi aveva guidato negli studi: traspare dalla prosa manierata, dalle ampollose
iperboli, dalle erudite allegorie, un sentimento di naturale affetto e di sincera stima
per il giovane patrizio, che va oltre l'obbligo di un cerimonioso attestato di
riconoscenza per il favore e gli aiuti ricevutine.
L'opera, appena edita, ebbe generali consensi ed ampia diffusione, tanto che l'Autore,
allo scopo di consentirne la conoscenza da parte degli studiosi di altre nazioni, e
fors'anche sollecitato dalle pressioni che gli pervenivano in tal senso, decise ben presto
di eseguirne la traduzione in latino. La quale vide la luce dieci anni più tardi, nel
1670, quand'egli era morto da poco.
Qui, come si è detto, appare nel titolo l'attributo Siculus, quasi un omaggio alla terra
natale: Hercules Siculus sive Studium geographicum, auctore Joanne Baptista Nicolosio,
Hyblensi sacerdote et Sacrae Teologiae Doctore; la stampa venne eseguita nell'officina di
Michele Ercole in Roma, pure in due tomi in folio. Sostanzialmente identico il testo a
quello della prima edizione (414 pagine la prima, 416 pagine la seconda, oltre le pagine
di prefazione), se si eccettuano alcune aggiunte di poco conto, determinate da esigenze di
aggiornamento e di rettifica delle notizie concernenti le regioni meno note, lo stato
delle fortificazioni, la storia dei luoghi, repertoriati in ampi indici analitici.
L'impresa risultò colossale per quei tempi, tanto che in una breve premessa il maestro
del Sacro Palazzo, p. Giacinto Libello, non mancò di evidenziarne i meriti: una
enciclopedia dell'intero scibile dello stato della terra, con una descrizione accurata e
minuta dei luoghi geografici, dei mari, delle isole, delle penisole, dei fiumi, delle
valli, dei monti, dei promontori, dei climi, soprattutto dei Paesi - esaminati nelle loro
caratteristiche fisiche e politiche - e delle città.
Delle tre parti in cui è divisa l'opera, l'Autore, ligio ad una misura di rigore logico e
formale che gli proveniva dalla lunga pratica didattica, fornisce una accurata
enunciazione:
«Nella Prima - dice - si considera la superficie della Terra secondo lessere e
dispositione che gli diede la Natura, numerando e ripartendo tutti li mari e le parti più
nominate di essi, come sono coste, golfi, seni, stretti, canali, paludi, sirti o banche,
porti etc., esponendo gli effetti e passioni loro, cagionate principalmente dalle varietà
delle stagioni e de venti. Il medesimo si fa delle parti della Terra habitabile, che
sono continenti, isole, terre non bene conosciute, penisole o chersoneso, promontorij o
capi, monti, fiumi, laghi, valli, selve, deserti, vulcani etc., esplicando le proprietà
naturali delle medesime e riferendo quanto di raro e degno da sapersi è accaduto in esse.
«Nella Seconda si considera listessa Terra secondo la formalità e la distribuzione
che le ha dato lintendimento e discorso humano, restringendo in pochi problemi e
brevissimo discorso tutta la speculatione della Geografia, senza uscire dalla
circonferenza de principij della medesima: e perciò in questo luogo quegli assiomi,
quelle dottrine che il geografo suole pigliare dallAstronomia solamente si
suppongono (non si dimostrano); già che a questo bisogno supplisce bastantemente la
Teorica del globo terrestre, la quale, piacendo a Dio, si ristamperà accresciuta et
riordinata dal medesimo Autore».
«Nella Terza si rappresenta lo stato e ripartimento che hanno dato alla Terra abitabile
la guerra e la pace, riferendo quanto, come e dove possiede ognuno delli signori
della Terra, esprimendo le doti della Natura, come sono ricchezze, costumi, lingua etc.,
le prove dellarte, in specie dellarchitettura militare, e gli accidenti più
considerabili prodotti dalle vicende del tempo medianti le migrationi, navigationi e le
mutationi di stato, religione etc.».
Il secondo volume - pubblicato contemporaneamente al primo nelledizione italiana, un
anno dopo l'uscita del primo volume nell'edizione latina - contiene le carte geografiche
disegnate a corredo dell'opera. Sono in totale ventidue tavole a doppia pagina: le prime
due raffigurano, in un quadro di sintesi, i planisferi del vecchio e del nuovo continente,
le successive - in numero di quattro per ciascuna regione geografica - contengono le
cartografie dell'Europa, dell'Asia, dell'Africa e delle due Americhe (o Messico e Perù,
come le chiama l'Autore, a motivo che «la denominatione si piglia dal più nobile: hor
nella parte settentrionale del Mondo nuovo qual regione è più degna e più nobile del
Messico? e nella parte australe del medesimo qualaltra ardirà di compararsi al
Perù?»), e non sono che la riproduzione in scala delle cinque tele eseguite per il
palazzo Borghese.
Certo, a considerare con lo spirito e con le conoscenze del XX secolo queste tavole, non
si può non rilevarne le lacune e le imperfezioni e - specie nella descrizione delle terre
del nuovo mondo - il generale difetto di concreta aderenza alla realtà. Ma esse,
all'epoca in cui vennero eseguite, costituivano quanto di più avanzato e complesso
potesse offrire la scienza geografica post-rinascimentale, la sintesi grafica di nozioni
realmente acquisite, lelaborazione in forme ricche di contenuto di elementi
accreditati al pensiero scientifico attraverso un processo critico di revisione e di
razionalizzazione dei sistemi precedenti. Da ciò il definitivo rifiuto di quelle
interpolazioni ispirate a soggetti mitologici e di pura fantasia che fino praticamente
alle soglie del secolo avevano formato l'indispensabile sussidio della cartografia
terrestre, il disegno composto e nitido, esaltato dai sobri tratti policromi, la densa
nomenclatura, specie nella descrizione delle regioni europee, limpegno
nell'istituire rapporti reali fra i luoghi, frutto di un accurato studio dei fondamenti
geometrici e dell'attenta predisposizione delle coordinate geografiche.
Il sistema di proiezione è quello globulare meridiano, che, introdotto agli inizi del
Quattrocento e modificato verso la metà del XVI secolo dal Tramezzino, da Giulio Musi
(1554), da Tolomeo Ruscelli (1561) e da Andrè Thevet (1575) nelle loro rappresentazioni
del mondo, venne perfezionato dal Nicolosi (dal quale appunto prese il nome) con
l'introduzione dei paralleli circolari.
Esso costituiva una autentica svolta nella scienza cartografica del '600, che già ai
mappamondi ovoidali, abnormemente estesi lungo l'asse equatoriale per poter comprendere in
unico quadro l'intero ecumene conosciuto, andava sostituendo i mappamondi a due emisferi a
stereografia meridiana, ossia aventi per base comune un dato meridiano; la proiezione
cartografica veniva sviluppata secondo un reticolo di meridiani circolari e di paralleli
rettilinei equidistanti, condotti per i punti di uguale divisione del meridiano centrale.
Era palese l'evoluzione della tecnica rispetto ai precedenti sistemi cartografici, e
tuttavia la rappresentazione geografica veniva a soffrirne, poiché ancora inesattamente
applicato era il principio della sfericità della terra. Il merito del Nicolosi sta
appunto nell'avere valutato la consistenza dell'inconveniente e nell'avere saputo
apportare i necessari correttivi alla tecnica geografica, rendendo circolari i paralleli.
Veniva in tal modo a configurarsi un sistema di proiezione globulare di tipo policentrico
o policonico, in cui le varie zone del globo risultavano suddivise in zone parziali,
ciascuna delle quali veniva rappresentata su una superficie conica limitata da un dato
meridiano con angolo di apertura variabile secondo criteri determinati a volta a volta
mediante opportuni artifici, ossia graduando gli archi circolari della carta
proporzionalmente alle lunghezze obiettive, in modo da ridurre le soluzioni di continuità
fra le varie zone parziali contigue e farle aderire lungo i tratti circolari di
contenimento.
Per la verità, il Nicolosi non fu il primo ad avere introdotto i paralleli circolari
nella stereografia globulare, sistema del quale si ha già esempio in un atlante anonimo
realizzato a Madrid nel 1612; ma a lui si deve la prima pubblicazione di mappe che
utilizzano il reticolo delle coordinate circolari (impiegato anche nelle tele eseguite per
l'aula della Congregazione di Propaganda Fide e in quelle realizzate per il palazzo
Borghese) e la successiva teorizzazione del nuovo metodo di proiezione, che tanto seguito
ebbe, anche in un ambito internazionale, nella cartografia dei tempi successivi.
Il problema della lettura delle carte era risolto mediante l'introduzione del meridiano
mobile, una curva di intersezione della superficie del globo divisa in righe, ciascuna
delle quali rappresentava una porzione di dieci gradi del meridiano. Essa aveva lo scopo
di consentire l'individuazione di luoghi geografici e di stabilirne la posizione; e il
Nicolosi, nella prefazione all'Hercole, si affretta a chiarirne l'uso, con una
esemplificazione riferita alla città natale:
«Sapendo che Paternò sta in 24 e in 37 dellEuropa, dando unocchiata al fondo
della tavola, pigliando li numeri tondi, o sia a decine, si vedrà il 30 della lunghezza
et in uno dei lati il 30 della larghezza, et non è dubbio che nel medesimo tempo si
vedrà il concorso del meridiano secondo con il parallelo del grado 30 (non possono
concorrere altrove). Si sa che, applicando la riga al grado 34 delli 30 et 40, salendo
nella detta riga, appunto sotto al 7 si trovarà Paternò.
Nel testo, una pari diligenza e l'approfondimento delle notizie assicurano una trattazione
ampia ed aggiornata fino alle più recenti scoperte geografiche, senza che per altro
risultino trascurate le cose di cui si ha nozione vaga ed imprecisa («quae
vociferantur»). Le fonti sono le opere dei precedenti studiosi, attentamente meditate e
passate al vaglio di una severa recensione, le osservazioni dirette acquisite nel corso
dei propri viaggi, le relazioni dei navigatori, dei missionari e degli esploratori.
Descritte con scrupolo minuzioso e sapiente, con un appassionato fervore che detta persino
all'Autore vivaci espressioni di rampogna nei confronti di quanti conservano i segreti
delle più recenti esplorazioni, le regioni della terra si presentano nell'opera del
Nicolosi in una vivida e articolata rappresentazione degli aspetti fisici, antropici,
politici che le caratterizzano, integrate da frequenti citazioni di eventi storici. Il
risultato è una summa geographica di vasto respiro e coerente impegno culturale, densa di
cognizioni, ricchissima di riferimenti e citazioni dotte, elaborazione compiuta del più
aggiornato pensiero scientifico, alla quale - sebbene l'esegesi storica abbia finora
mancato di porlo adeguatamente in luce - può a ragione riconoscersi, forse a preferenza
di ogni altra opera contemporanea, un sostanziale influsso sull'evoluzione del pensiero
geografico, o comunque sulle cognizioni geografiche, in Italia.
Naturalmente, offrono la misura di una più rigorosa compiutezza le descrizioni dei Paesi
europei, per i quali il Nicolosi poté avvalersi di relazioni attendibili e di precedenti
trattazioni; più compendiosa e, certo, meno precisa la descrizione dei lontani Paesi
oceanici, del Mondo nuovo, dell'Asia orientale, dell'Africa centrale e meridionale, che,
affidata ai risultati delle prime e ancora incomplete esplorazioni, richiedeva il vaglio
di un lungo lavorio critico diretto a sceverare i materiali genuini dai molti fantastici
ed alterati.
Un cenno particolare merita la trattazione dell'isola di Sicilia, alla quale il Nicolosi
si riferisce con vibrante sensibilità, acuita dalla lontananza, dalla nostalgia, dal
ricordo, con una filiale devozione che, in un crescendo di iperboliche esaltazioni, fa
velo al rigore dell'analisi scientifica e persino alla ragione.
La Sicilia è la patria lontana, «la Terra, dove sei nato, e dove forse non morirai»,
quella degli avi materni, ch'egli ricorda come nativi di Adrano, e degli antichi
progenitori, alla cui memoria si riconnette il nome del casale dal quale provenivano
(Nicolosi era in origine un piccolo borgo rurale soggetto a Paternò). Quali meriti,
allora, non le si addicono? Dei monti della terra, il più mirabile è l'Etna, dei fiumi
il Simeto, e con esso il perduto Aci, dei laghi il più temuto quello dei Palici, dei
promontori i più insigni sono il Lilibeo e il Peloro, il porto di Messina è il più
capace e sicuro del mondo, non inferiore a nessun'altra contrada il territorio di
Paternò. Le montagne, poi, «sono altrettanto dovitiose di fontane, che menano latte,
miele, vino, zucchero e olio, quanto di scaturigini di acque, e limpide e minerali»; la
pianura «butta in copia grani eccellenti»; il «buon mare» abbonda di tonni, sarde,
pescispada dalle carni soavi; i cavalli, «mezzani fra il barbaro e il regnicolo e nelle
fattezze e nella vivacità (vi si trova spesso de' bucefali, che muoiono indomiti) e per
la forza, non hanno invidia ad altro animale che porti sella e morda briglia»; vi si
trovano in copia «vene di oro e di argento», «acque salutifere», «alabastri
impareggiabili», «singolari diaspri», che, tenuti altrove servono di tufo e di sasso
vile per le fabriche di poverissimi edificij».
É, insomma, quasi un mitico regno di Saturno quello che il Nicolosi ci presenta
dell'Isola a metà del XVII secolo (né vi manca un timido accenno, infatti),
inconsapevole forse di avere con tale descrizione superato d'un sol tratto tutti gli
ingenui e ampollosi teorizzatori d'una quintessenziale Sicilia.
4. Le opere minori
Un grande spazio di tempo separa l'Hercole dalla prima opera del
Nicolosi: segno che agli studi geografici il Nostro si applicò ancor giovane, forse
mentre attendeva alle cure del sacerdozio nella città natale; certo, però, furono il
trasferimento a Roma e i contatti avuti nella capitale con i maggiori ingegni del tempo,
insieme con le possibilità che solo poteva offrirgli un grande centro urbano, sede di
rapporti internazionali, di biblioteche e di università, a stimolare l'interesse e a
favorirne le ricerche.
Frutto del suo primo impegno di studioso fu la Teorica del globo terrestre et esplicatione
della carta da navigare ristrette in un discorso nel quale si esplicano le regole e notano
le cose più necessarie per l'introdutione dell'antica e moderna geografia, da Gio.
Battista Nicolosi da Paternò in Sicilia dedicata all'Eminentiss.mo e Reverendiss.mo
Signor Francesco Cardinal Mont'Alto, edita in Roma, nella stamperia di Manelfo Manelfi,
del 1642: un volumetto di piccolo formato (cm 7,7 x 13,6), di pagine XXIV + 240.
Opera giovanile, dunque, questa Teorica e non esente da lacune e imperfezioni, tanto che
il Nicolosi stesso, nel 1660, quando, ormai maturo e all'apice della notorietà,
pubblicava l'Hercole, si proponeva di emendarla, riordinando e accrescendo la materia del
suo primo trattato. La quale, già quando scriveva, doveva sembrargli arida ed ostica, se
in un breve proemio al lettore lo avvertiva che, in considerazione della complessità
degli argomenti trattati, perdonasse «alla poca coltura e durezza dello stile, per la
difficoltà che ordinariamente porta seco lo scrivere in una lingua la quale non si è
bevuta col latte, ché io non mi sparagnarò per darti dopo qualche anno un giusto volume
della pratica de' Paesi, nel quale, benché non pensi far vedere (quanto alla sostanza
della materia) più di quello che hanno scritto tutti gli altri, spero, piacendo al Cielo,
tanto per la diversità e facilità dell'ordine, quanto per la novità e moltitudine delle
memorie, rifiutate le favole e l'ineptie, darti cosa diversa da quanto si vede in ogni
altro».
Era, in pratica, già l'idea dell'Hercole, fin da principio accarezzata, sebbene, quanto
alla sua attuazione, quel progetto poi s'ampliasse, si sostanziasse di contenuti, come
s'è visto, e dovesse trascorrere quasi un ventennio perché si concretizzasse.
Il trattato ha dichiaratamente finalità didascaliche: interessare allo studio della
geografia i giovani ingegni e stimolare l'approfondimento delle ricerche e la
pubblicazione di altri scritti scientifici in una disciplina di così grande utilità. Per
questo la materia è preannunciata già nel capitolo II della prima parte: l'opera
tratterà del sistema del mondo, e quindi della posizione del globo terracqueo nell'ordine
universale, dei climi e dei fenomeni atmosferici, delle terre emerse e dei mari e della
ripartizione di questi, dell'equatore, dei meridiani e dei paralleli, degli equinozi e
delle zone terrestri, infine darà cognizioni pratiche dell'uso delle carte nautiche e
della bussola.
L'apertura è ariosa, ricca di incantate suggestioni nell'immagine degli otto cieli
planetari in perpetuo moto e del nostro firmamento coi grandi sistemi stellari, e tutti
questi cieli, «disposti in modo che uno abbracci et racchiuda da ogni banda l'altro,
benché non tutti habbino un'istesso centro», vivono una loro esistenza incorruttibile ed
eterna; al contrario, nella sfera del nostro universo, l'influsso delle stelle, agendo
sugli elementi - terra, acqua, aria e fuoco - , «per la scambievole mescolanza de' quali
si alterano tutte le forme corrottibili, e nasce, cresce, e si corrompe tutto ciò che si
compone da quelli», è causa «non solo di quanto nasce, cresce e si matura per servitio
dellhuomo, ma dellhumana generatione e conservatione ancora».
La concezione cosmologica è quella di un universo rigorosamente geocentrico, in cui la
sfera celeste «si rivolge intorno alla Terra di proprio e indefesso moto, che dicono del
Primo Mobile, e comincia e camina da levante in ponente con legge infallibile e regolata,
adimpiendo la sua intera rivoluzione nello spatio di ventiquattrhore».
La dimostrazione dell'assunto soffre della cieca fede nelle leggi del sistema planetario
fissate da Tolomeo nel II secolo d.C. e rivitalizzate in Occidente attraverso l'autorità
della Scolastica, al punto da dominare di fatto la scienza astronomica fino a tutto il XVI
secolo. Lo studioso paternese si appella ai principi fisici aristotelici, si richiama
all'opinione dominante, ai testi di Tolomeo: se, egli dice, la Terra è un corpo pesante,
poiché consta delle reazioni degli elementi, mentre i cieli hanno per definizione natura
eterea, ed è inoltre rotonda (il che «si sperimenta dal nascimento delle stelle, le
quali né nascono né meno tramontano in un'istesso tempo ad ogn'uno e in qualsivoglia
loco, ma a chi prima, a chi dopo»), essa non può che occupare il centro dell'universo.
Certo, offre motivi di perplessità l'incondizionata adesione del Nicolosi alle teorie
tolemaiche in tempi in cui le ardite concezioni di Nicolò Copernico, confermate dagli
studi di Keplero e del nostro Galilei, avevano dimostrato la fondatezza del sistema
eliocentrico e, con essa, la fallacia della dottrina aristotelica in base alla quale i
diversi elementi si compongono in sfere o gusci concentrici intorno al centro della terra,
a sua volta centro dell'universo, in relazione al loro peso specifico. Ma bisogna
osservare che tale sistema era il risultato degli apporti di pensiero di tutta la scienza
antica, fondata sull'autorità di Omero e di Erodoto, di Marino di Tiro e di Apollonio di
Perga, di Eratostene e di Strabone; essa, poi, in quanto si conformava ai principi
fondamentali della teologia cristiana, che ripudiava come eretica ogni altra credenza, non
poteva offrire, nel chiuso e dommatico ambiente religioso dell'epoca, al quale il Nicolosi
apparteneva, alcuna alternativa che si fondasse sull'osservazione diretta dei fenomeni
piuttosto che sulla deduzione dai supremi principi della fisica di Aristotele.
L'aveva tentata in quegli anni il Galilei, per ritrattare poi, il 22 giugno 1633, davanti
agli inflessibili giudici del S. Uffizio, «la dannata opinione della mobilità della
terra e stabilità del sole», addirittura impegnandosi a confutarla con «più chiara
dimostratione»; e l'episodio, troppo recente e noto, non poteva essere sfuggito al
Nicolosi, che di Galilei fu attento e meticoloso studioso.
Comunque, non è nelle teorie cosmologiche, nelle sommarie concezioni del sistema
dell'universo, nella fallace enunciazione dei problemi astronomici, che cercheremo lo
scienziato. La parte più interessante e valida dell'opera del Nicolosi è nella
trattazione dei fatti geografici, in quel descrivere minuto e scrupoloso le cose della
terra, nella chiara definizione dei concetti (non si dimentichi che il trattato ha
finalità pratiche e didattiche), nel minuzioso aggiornamento, per cui l'autore non manca
di dare notizia fin delle più recenti scoperte.
All'Hercole seguì, scritta in un solo anno e pubblicata nel 1662 nella stamperia di
Vitale Mascardi, in un volumetto (cm 12 x 19) di 140 pagine di testo, precedute da una
corposa prefazione, la Guida allo studio geografico da Gio. Battista Nicolosi, Dottore di
Sacra Teologia, composta in gratia di coloro che desiderano essere istrutti di quelle
parti della cosmografia le quali si presuppongono dal geografo, et indirizzata alla
perfetta intelligenza dell'Hercole, già composto e publicato dal medemo. Con una
prefatione, nella quale si narrano li motivi, serie della costruttione e molti rari et
importantissimi beneficij che si prestano dalli sudetti componimenti. Con due tavole, una
de' capi generali et un'altra delle materie, et un foglio intagliato in rame con le figure
le quali servono per le demostrationi et esempij delle cose che s'insegnano e pratticano
in quest'opera.
Trattasi, come si rileva dallo stesso titolo, anche in questo caso, di un'operetta di
carattere didattico, che ben poco aggiunge ai meriti dell'Autore; e tuttavia il Tiraboschi
la definì «opera, nel suo genere elementare, prevegole e utile al tempo in cui fu
scritta».
Il Nicolosi la compose come necessario complemento e ad integrazione dell'opera maggiore e
per dare, insieme coi rudimenti dello studio della geografia, le necessarie indicazioni
sulla lettura delle tavole generali e particolari, sulla determinazione delle distanze
terrestri e sui metodi di esecuzione delle carte geografiche. Dedicato al principe Giovan
Battista Borghese, il trattato offre una rigorosa esposizione della materia: nomenclatura
e descrizione delle forme e degli aspetti della superficie emersa, delle linee
dell'equatore, dell'orizzonte, dei tropici, dei meridiani e dei paralleli, studio dei
fenomeni climatici, problema delle dimensioni della terra, illustrazione del sistema
cartografico globulare a meridiani e paralleli circolari. Quanto ai grandi problemi
dell'universo, ritornano i postulati della teoria tolemaica, con la tradizionale
sistematica delle sfere celesti, sedi dei pianeti e delle stelle, rotanti con moto eterno
intorno alla Terra, centro dell'universo e della complessa «macchina del mondo», e le
consuete tesi sulla sostanza degli elementi.
É il fatale limite dell'opera, che relega il Nicolosi nell'asfittico ruolo di ultimo
grande epigono della scuola tolemaica, pateticamente ligio - nell'orizzonte scientifico di
un mondo che ha ormai avviato la sua feconda evoluzione culturale e spirituale - alla tesi
della centricità della Terra nel sistema universale. E questo è il motivo per cui la sua
opera cosmografica, apprezzata ai suoi tempi nel chiuso ambiente della scienza ufficiale,
venne ben presto dimenticata.
Né miglior fortuna toccò a un denso corpo di scritti, rimasti inediti (e alcuni andati
dispersi), oggi conservati nella romana Biblioteca Casanatense, che per la maggior parte
li acquistò nel 1747 da un libraio della città.
Possiamo raggrupparli in quattro fondamentali categorie: scritti di carattere geografico
(comprendono le descrizioni dello Stato della Chiesa, del Regno di Napoli, della costa di
Spagna, il Viagio di Germania e un Trattato geografico); scritti di carattere
storico-politico (la Notizia de' Potentati di Europa, Asia e Africa); scritti galileani
(comprendono la Sfera e la Discolpa di Galileo Galilei e il Breve ristretto del pensiero
del sig. Galileo Galilei intorno al flusso et reflusso del mare); scritti di architettura
e arte militare (Disciplina militare o sia arte d'erigere, condurre, allogiare et disporre
in battaglia un esercito reale; Trattato dell'artiglierie; Trattato della fortificatione
regolare et irregolare; Modo di disegnare le piante della fortificatione regolare; Ragione
dell'architettura militare); scritti di vario argomento (il Culto dell'Africa, ch'è il
più notevole di questo gruppo, i Ragionamenti cinque sopra le Metamorfosi di Ovidio, le
lettere al duca di Bracciano e al cardinale Chigi, e le Parentele di Baden con le Corone e
prencipi di Europa, consistenti in una serie di dodici piccoli alberi genealogici della
famiglia, eseguiti mentre il Nicolosi si trovava ospite del margravio Guglielmo di Baden).
La Descrittione geografica dello Stato Ecclesiastico è il testo originario del
manoscritto che accompagnava la grande carta corografica dei domini della Chiesa (mt. 3,10
x 2,05), eseguita dal Nicolosi nel l655 per incarico del pontefice Alessandro VII Chigi,
al quale il libretto è indirizzato. La descrizione contiene una analisi accurata dello
stato dei luoghi, dati sulla popolazione e sull'economia, notizie sui presidii, e
certamente era preordinata a scopi militari, se, come afferma l'autore, «i mondi furono
creati per gli Alessandri, et agli Alessandri nè dovuto non meno il miglioramento
che la conservatione».
Il Regno di Napoli altrimenti detto Regno di Sicilia di qua dal faro, a distintione del
Regno et Isola di Sicilia è la relazione che accompagnava la carta geografica del
Napoletano eseguita dal Nicolosi nel 1654 e inviata nel novembre del 1655 al re Leopoldo I
d'Ungheria, perché avesse conoscenza delle condizioni di quel territorio. Il metodo della
trattazione è analogo a quello seguito per la descrizione dello Stato della Chiesa, con
rapidi riferimenti - attinti in genere da altri scrittori di cose napoletane -
all'economia, alle condizioni demografiche, alla geografia ed alle difese militari della
regione.
Il Viagio di Germania è una raccolta di venti lunghe lettere dirette dal Nicolosi al
cardinale Rinaldo d'Este, poi duca di Modena, fra il 3 dicembre 1645 e il 25 aprile 1647,
all'epoca in cui egli era al seguito del principe Ferdinando Massimiliano di Baden. In uno
stile animato, brioso, che il frequente ricorso all'anacoluto vivacizza, accattivandosi
l'interesse del lettore, il nostro geografo, attento osservatore delle cose del grande
Paese che attraversava, compone un originale reisebilder, in cui le sue impressioni sulle
attività economiche, sui metodi di governo, sulle caratteristiche dei luoghi visitati,
sulle costumanze e sull'indole degli abitanti disegnano un compiuto affresco descrittivo,
sapido di umori impressionistici, affinato da una prosa libera ed arguta, attraverso la
quale le città, le regioni, gli uomini e le cose trascorrono sempre rinnovandosi in nuove
immagini come nel fondo variopinto di un caleidoscopio.
La Descripcion de la Costa de Espãna, breve relazione sulle condizioni geografiche,
economiche, sociali, militari dei luoghi, appartiene al filone della letteratura
corografica. Di argomento storico-politico è la Notizia de' Potentati di Europa, Asia e
Africa, stanca e incompiuta trattazione dei sistemi di governo e delle condizioni storiche
dei Regni del tempo, compilata per servizio del principe Giovan Battista Borghese, per il
quale pure venne scritto il Culto dell'Africa, succinta relazione sulle religioni
professate in quel continente.
Particolare rilievo, fra gli scritti galileani, acquista il Breve ristretto del pensiero
del sig. Galileo Galilei intorno al flusso et reflusso del mare, dal Nicolosi compilato
per il conte di Navailles, rivoltosi al geografo per averne il parere intorno al fenomeno
delle maree. In realtà, però, parlare di scritti galileani è improprio, ché gli altri
due manoscritti inseriti nella raccolta, la Sfera e la Discolpa di Galileo Galilei, non
sono che semplici trascrizioni dei testi dello scienziato pisano, eseguite probabilmente
quando non erano stati ancora pubblicati. La loro presenza fra i mss. del Nicolosi non è
però priva di significato: essa attesta che lo scienziato siciliano conobbe e studiò
l'opera del sommo autore del Nuncius sidereus. Certo, è vero, il trattato della Sfera non
è che una modesta trattazione in chiave tolemaica della questione intorno al sistema
dell'universo, tanto che proprio il trovarvi dimostrata la teoria della immobilità della
terra al centro della sfera celeste e dei pianeti ha indotto i primi esegeti a ritenerlo
apocrifo; esso è, però, opera autenticamente del Galilei, appartenente al periodo del
suo primo insegnamento nello studio di Padova (1592-1600), nel corso del quale lo
scienziato si attenne fedelmente alla cosmografia tolemaica. Il testo compreso nella
miscellanea di scritture del Nicolosi è uno dei quattro manoscritti esistenti (gli altri
si trovano nella Biblioteca Nazionale di Firenze, nella Marciana di Venezia e nella
Biblioteca dell'Università di Cracovia, in Polonia); tuttavia non è di mano del geografo
paternese, che probabilmente per la sua trascrizione ebbe ad avvalersi di un copista
romano, come inducono a ritenere talune forme dialettali e alcune glosse incorporatevi,
non corrispondenti alle lezioni degli altri manoscritti.
Nicolosi, dunque, non si chiuse - come agli zelanti e dommatici giudici della Chiesa
capitò di fare - in un irrazionale rifiuto della teoria eliocentrica, che egli nel
ristretto discute anzi e argomenta, seppure assumendola in via di pura ipotesi e con molte
ambagi e con la preoccupazione di non turbare «le verità stabilite dalla Santa Madre
Chiesa» e rimettendosi «alla censura de' Superiori»; conclude, però, con una
attestazione di rispetto per «questo gran lume della filosofia» (il Galilei), che appena
qualche decennio prima la protervia degli uomini e la nequizie dei tempi avevano costretto
ad abiurare la propria fede.
Accenniamo di sfuggita agli altri scritti minori (Ragionamenti cinque sopra le Metamorfosi
di Ovidio, commentario in chiave geografica e mitologica dell'opera del poeta latino; il
Trattato geografico, redazione un po' più ampia della Guida allo studio geografico, che
costituiva forse il testo dell'insegnamento di geografia del Nicolosi nell'ateneo romano),
per occuparci del compatto corpo degli scritti sull'arte e sull'architettura militare:
tema, questo, invero inconsueto per un prete, ma di vasto interesse e di viva attualità
in un'epoca in cui la guerra costituiva un'attività costante del genere umano, tanto che
di esso non avevano disdegnato di occuparsi geni del livello di Leonardo da Vinci, di
Nicolò Tartaglia, del Machiavelli e dello stesso Galilei, e se la trattatistica militare
del tempo annovera, fra gli altri, i nomi di Roberto Valturio, di Francesco de' Marchi, di
G.B. Valle, di Buonaiuto Lorini, di Carlo Theti, di Gerolamo Cattaneo, di Francesco
Tensini, per non dire che dei più celebri.
Gli studiosi di scienza militare e di architettura delle fortificazioni potranno,
dell'inedita e misconosciuta opera del Nicolosi in tale campo, valutare il merito; a noi
sembra di poter cogliere in essa il senso di una sorprendente analisi della complessa
problematica e la autonoma capacità di rielaborazione di schemi e sistemi appartenenti
alla pratica del tempo; l'Autore, tuttavia, non si limita all'esposizione dell'ordinamento
vigente e alla disamina della tecnica degli apprestamenti difensivi, ma detta norme
costruttive e di comportamento tattico-strategico.
La materia, nei quattro trattati che compongono questo corpo di scritti, è
sistematicamente svolta, dalla fase della formazione e disposizione degli eserciti in
battaglia, a quella dell'apprestamento delle opere di fortificazione. Ed è qui,
nell'ampio Trattato della fortificatione regolare et irregolare, che si palesano gli esiti
più cospicui dell'elaborazione scientifica del Nostro: con rigorosa e sorprendente
competenza, Nicolosi affronta i problemi tecnici e strutturali delle fortificazioni: loro
finalità e modi d'impiego, sistemi costruttivi, caratteristiche del terreno, dimensioni e
forme, funzioni delle varie componenti (i baluardi, le muraglie, i contrafforti, le
cortine aperte, i muri di scarpa e controscarpa, il terrapieno, il fosso, il rivellino),
disposizione delle porte e delle artiglierie, e così via. Frequenti e ricchi di perspicue
notazioni i ricorsi storici alle opere difensive del passato e soprattutto i riferimenti
ai vari orientamenti seguiti nell'architettura militare del tempo, in particolare in
Italia, in Francia e nei Paesi Bassi; donde l'esigenza di metter ordine in una materia che
aveva «fluttuato quasi per due secoli nella confusione di molte sentenze, fra di loro
diverse e contrarie».
L'opera è preceduta da alcuni preliminari geometrici (non compresi tuttavia in una
redazione definitiva), diretti ad offrire un contributo scientifico alla pratica
applicazione dei princìpi esposti nel corso della trattazione Il che corrispondeva, del
resto, a un sistema ampiamente seguito nella trattatistica militare del tempo, se proprio
in maniera consimile iniziavano alcuni dei più celebrati libri sulla materia - quelli del
Cattaneo, del Lanteri, del Lorini, del Fiammelli, per esempio - e se lo stesso Galilei
premise alcuni avvertimenti geometrici alle sue due opere d'argomento militare: la Breve
instruzione all'Architettura militare, compilata per uso del suo insegnamento privato, e
il Trattato di fortificazione, sintesi delle pubbliche lezioni tenute nello studio di
Padova durante il primo anno del suo insegnamento.
Può darsi che proprio questo organico trattato sulla scienza delle fortificazioni il
Nicolosi destinasse già alle stampe: certo, lo aveva riveduto e fatto trascrivere con un
diverso titolo - Ragione dell'architettura militare esplicata da Gio. Baptista Nicolosio
da Paternò in Sicilia - , quando la morte interruppe la sua opera.
Salvo Di Matteo |