La provincia di Palermo nella storia
La ripartizione territoriale della Sicilia con criteri di giurisdizione amministrativa
data da epoca remota. In età protostorica e fino alla conquista romana (seconda metà del
III secolo a.C.), che operò lunificazione politica della regione, per lo spazio di
un intero millennio la demarcazione ha avuto fondamento etnico; certo, mille anni prima
della nostra èra, a stare al computo di Tucidide, troviamo la Sicilia nettamente distinta
in due territori, in dipendenza dallo stanziamento in essi di due popolazioni: i Sicani
nelle regioni meridionali e occidentali, di insediamento tanto remoto da reputarsi quasi
autoctoni, e i Siculi nelle regioni orientali e centrali. Tutta una serie di fondazioni
urbiche - Camico, Inico, Omphake, Makara, Crastos, Indara, Uessa, Triokala, Skirtea,
Erbesso e, nei pressi di Palermo, Ikkara (Carini), Jetia (San Giuseppe Jato), Skera
(Corleone) - consente di meglio identificare il territorio dei Sicani in unampia
fascia della Sicilia centro-occidentale oggi compresa nelle province di Agrigento e di
Palermo.
Quattro secoli più tardi il profilo etno-politico della Sicilia è radicalmente mutato:
Cartagine ha fondato la propria epicrazia a Panormo, Solùnto e Mozia ed esteso la propria
influenza nei territori occidentali dellisola; a oriente, i Greci hanno operato un
formidabile processo di ellenizzazione attraverso la fondazione di numerose città-stato,
autonome dalla madrepatria e talora in lotta con essa; intanto, lelemento indigeno
sicano-siculo, risolte progressivamente le reciproche differenziazioni politiche e
razziali, è andato assorbendosi, con rari episodi di autonoma individualità, nel
panorama di una regione che si presenta ormai politicamente egemonizzata dai colonizzatori
punici e greci. Il fiume Platani, secondo lattestazione di Diodoro, costituiva la
linea di demarcazione fra le due civiltà.
Lintervento armato di Roma, a metà del III secolo a. C., avviava nellarco di
pochi decenni, con la sconfitta e lallontanamento dei Puni e la graduale conquista
delle città greche, linarrestabile processo di latinizzazione dellisola:
lassorbimento nella realtà statuale della grande Potenza italica ebbe avvio proprio
da Panormo, nel 254 a. C.; nel primo ordinamento del territorio romanizzato, la città fu
classificata col suo territorio "libera e immune", rango che le assicurava una
sorta di autonomia amministrativa, sebbene non fondata su un trattato bilaterale e quindi
soggetta alla voluntas romana. Ma il definitivo ordinamento amministrativo
conseguì alla presa dello Stato siracusano - già da tempo soggetto al protettorato
romano e geograficamente ridimensionato - nel 212 a. C.; la Sicilia diveniva allora
provincia di Roma e fu amministrativamente ripartita in due circoscrizioni demarcate dai
corsi del Salso a sud e dellImera a nord: la Lilibetana, con capoluogo Lilibeo
(Marsala), estesa sul territorio delle odierne province di Palermo, Agrigento e Trapani e
su parte delle province di Enna e Caltanissetta, e la Siracusana, con capoluogo Siracusa,
rette ciascuna da un questore; massima autorità della provincia sicula era il pretore,
che ebbe sede a Siracusa.
Lantica provincia punica di Panormo era, dunque, ora parte dellunica provincia
siciliana di Roma; inserita nel distretto politico-amministrativo lilibetano, perdette
ogni autonomia, sebbene un certo privilegio le venisse dalla costituzione di Panormo a
capoluogo - insieme con Agrigento, Siracusa, Lilibeo e forse anche Tindari - di distretto
giudiziario: qui risiedevano periodicamente i magistrati per lamministrazione della
giustizia; altro privilegio di ordine politico-religioso fu lerezione della città,
insieme con altri sedici centri dellisola, a custode con milizie del famoso tempio
di Venere ericina.
Questa condizione giuridico-istituzionale si mantenne per tutti i secoli della repubblica
e dellimpero, né mutò allorché, nella riorganizzazione costantiniana della
struttura provinciale del 335 d.C., la Sicilia venne classificata distretto periferico
della diocesi dItalia (a sua volta inquadrata nella praefectura Italiae, che
comprendeva anche le diocesi dAfrica e dIlliria) e sottoposta al vicario di
Roma: Siracusa continuò ad essere capoluogo dellisola e sede del pretore, e il
territorio di Panormo rimase inquadrato nel distretto amministrativo lilibetano.
Anche coi Goti, che per un quarantennio dopo la caotica fase vandalica - dal 493 al 535 -
ressero lisola, fu mantenuta la bipartizione distrettuale della regione, alla cui
amministrazione furono preposti un comes (conte), autorità militare, e un corrector,
autorità civile, entrambi con sede a Siracusa, città che rimase capoluogo politico e
amministrativo della provincia di Sicilia; Panormo fu solo dese, insieme con Messana,
Lilibeo e la stessa Siracusa, di una guarnigione militare: era quindi una semplice
piazzaforte di presidio.
Più sostanziali mutamenti maturarono nellorganizzazione provinciale durante il
dominio bizantino (535-831). Intanto, con la costituzione giustinianea, lisola venne
sottratta alla giurisdizione del prefetto italico e considerata direttamente dipendente,
come privato possedimento, dallimperatore di Bisanzio, rappresentato dal pretore o
prefetto, insediato nella capitale Siracusa; ciò almeno fino alla metà del VII secolo,
allorché, in dipendenza da esigenze di difesa, prevalse una organizzazione di tipo
militare: costituita in turma con a capo un tumarca, la Sicilia venne inquadrata in
un thema (distretto militare) che comprendeva anche la Calabria e parte del
Napoletano, a capo del quale era uno strategòs o patrizio.
Apparentemente la riforma non innovò allinterno della geografia della regione,
nella quale perdurò la bipartizione nei tradizionali distretti orientale e occidentale:
crediamo, però, che il sistema di divisione dellisola in due circoscrizioni sia
stato nei tre secoli della dominazione bizantina poco più che nominale; né, infatti, in
una fase politico-istituzionale caratterizzata da un rigido centralismo statuale, in cui
persino lautonomia municipale era fortemente compressa, è ipotizzabile
lassolvimento di un effettivo ruolo amministrativo delle circoscrizioni lilibetana e
siracusana, sì che ad esse, più che una funzione giurisdizionalmente attiva, sarà da
riconoscere valore soprattutto geografico.
La conquista islamica, iniziatasi con la presa di Mazara nell827, travolse e
radicalmente mutò tale ordinamento. Intanto, la capitale: Siracusa definitivamente
perdette il rango che per lo spazio di un millennio e mezzo le aveva assicurato il primato
fra le città dellisola, e sede dellemirato arabo di Sicilia divenne Balarmuh,
Palermo, conquistata nell831; ivi fu la capitale dellamîr (emiro) o wâlî,
chera laltro titolo col quale era indifferentemente detto il governatore della
provincia araba di Sicilia; poi fu la volta dellordinamento circoscrizionale, che
venne diversamente articolato su base territoriale.
La riforma inizialmente trasse le mosse da esigenze militari e strategiche: la conquista
musulmana non fu rapida, e solo dopo un cinquantennio la resistenza bizantina poteva dirsi
definitivamente fiaccata; ora, appunto, la necessità di distinguere durante la fase
bellica i territori già arabizzati da quelli che rimanevano sotto il controllo bizantino
impose la ripartizione della Sicilia in tre distretti o valli. Furono: il Val di Mazara,
il più esteso geograficamente, poiché comprendeva tutta la parte occidentale
dellisola, dalla linea del Salso fino, a nord, a Caronia (solo nel trecento il
confine orientale della provincia venne arretrato e posto lungo il corso dellImera);
il Val Dèmone, che comprendeva la parte nord-orientale dellisola, dalla linea di
Caronia a Regalbuto, al golfo di Catania; e il Val di Noto, limitato a settentrione dal
corso del Simeto e a occidente dal fiume Salso. Veramente, però, in epoca araba i tre
distretti non ebbero nome di "valli": letimologia del termine è latina,
da vallis= circondario; forse, come annota lAmari, nei registri
dellazienda pubblica islamica era scritto iqlîm=territorio, e il termine più
tardi, in epoca normanna, venne reso per assonanza in vallis, con qualche eco del
waliato di Sicilia. Quanto al ruolo di tali circoscrizioni nellordinamento
dellemirato, è difficile ritenere che i valli avessero funzione amministrativa,
tantè che il Gregorio ad essi attribuisce carattere "forse solamente
geografico"; comunque, almeno dal punto di vista tributario, erano controllati dal
diwân palermitano, ufficio centrale per il demanio e i redditi.
Anche il sistema della ripartizione dellisola in epoca islamica nei tre valli,
sebbene ormai pacificamente acquisito nella storiografia, dal Fazello in poi, è, per la
verità, equivoco. Mancano le fonti coeve e unico documento è lattestazione
contenuta in un documento normanno del 1904, trascritto dal Pirri, per cui i conquistatori
cristiani mantennero lisola ripartita "secundum antiquas divisiones
saracenorum"; sicché la questione inerente alla determinazione dellassetto
amministrativo della Sicilia saracena si sposta dallepoca araba a quella normanna.
Il problema è, però, che nemmeno della riforma politico-amministrativa dello Stato
normanno siamo molto informati: sappiamo che Ruggero II ripartì lisola in
giustizierati ("... pro conservanda pace camerarios et iustitiarios per totam terram
instituit", attesta il cronista Romualdo Salernitano); ma che si sia trattato di tre
soli giustizierati ("... pro conservanda pace camerarios et iustitiarios per totam
terram instituit", attesta il cronista Romualdo Salernitano); ma che si sia trattato
di tre soli giustizierati provinciali coincidenti coi tre valli della tradizione, più che
di un numero indeterminato e più ampio di essi, è opinione non verificata
probatoriamente e solo condivisa sullautorità del Gregorio. Noi pensiamo, tuttavia,
che dalla circostanza che nei diplomi del tempo e nelle cronache di Goffredo Malaterra e
di Amato di Montecassino ripetutamente si trovi menzione del Val Dèmone (il solo
distretto attestato) possano derivarsi sufficienti elementi per accreditare lipotesi
della triplice partizione della Sicilia.
È vero che nei diplomi raccolti dal Pirri si fa cenno anche ai valli di Agrigento e di
Milazzo, ma è probabile che questi nullaltro fossero che semplici circoscrizioni di
benefici militari, i quali appunto non ebbero autonomia nellordinamento
amministrativo dello Stato.
Allora, come risolvere il dilemma suscitato dallinformazione del cronista
salernitano a riguardo dei numerosi giustizierati istituiti da Ruggero nellisola? La
vexata quaestio ha plausibile soluzione: in tre valli era divisa la Sicilia in
epoca islamica e tale tripartizione fu mantenuta dai normanni; allinterno dei valli
furono costituite da Ruggero II minori circoscrizioni, i distretti, retti da uno
stratigoto con competenze in materia di giustizia criminale. In tale ordinamento il
territorio di Palermo, compreso fin da epoca araba nel Val di Mazara, divenne sede di
distretto giudiziario con giurisdizione estesa fino a Monreale e a Carini.
Nella prima metà del Duecento, Federico di Svevia ripristinò la divisione romana in due
province: "citra flumen Salsum" e "ultra flumen Salsum"; la
distinzione corrispondeva a una nuova ripartizione dellisola in due soli
giustizierati, nellambito dei quali alla città di Palermo non erano riconosciute
speciali preminenze, essendo lufficio del gran giustiziere itinerante; nella
pratica, tuttavia, il Salso non costituì - se non riguardo alla giurisdizione degli
uffici dello Stato - limite di provincia e la vita della regione continuò ad atteggiarsi
conformemente allantica ripartizione in tre valli.
Col dominio angioino tale organizzazione amministrativa mutò: Carlo dAngiò
ripartì la Sicilia in undici giustizierati o province, retti da giustizieri, con funzioni
amministrative, finanziarie, giudiziarie, nei quali embrionalmente si realizzava una
articolata struttura provinciale. Ma durò poco: allindomani della rivolta del
Vespro, il re Pietro III dAragona, nominando sei giustizieri per le province della
Sicilia, parve dare sanzione giuridica ad altrettante circoscrizioni o giustizierati:
oltre ai tre valli della tradizione, il vallo di Agrigento, il vallo di Castrogiovanni
(Enna) e il val di Milazzo; ma, in effetti, le nuove circoscrizioni, per altro
territorialmente indefinite, non posero radici nellordinamento dello Stato.
In tempo di pace, nel 1309, coi capitoli di Federico III dAragona, la Sicilia venne
ordinata nei quattro valli Dèmone, di Mazara, di Noto e di Agrigento (questultimo
costituito attraverso lo scorporo di alcuni territori dellAgrigentino e
dellEnnese), ma il quarto vallo venne dopo pochi anni soppresso, ritornandosi al
sistema ternario.
Quanto al territorio palermitano, esso restava inquadrato nel val di Mazara, che ai tempi
del re Martino dAragona, nei primi del Quattrocento, comprendeva lintero
comprensorio a occidente della linea Termini-Licata, con 139 terre e città (terre
erano le comunità civiche soggette al dominio feudale; città erano i comuni di
regio demanio, ossia sottoposti direttamente alla giurisdizione dello Stato). Il dato si
trae da un censimento della divisione del regno disposto nel 1408 dal sovrano aragonese,
inficiato tuttavia dallequivoco di considerare ancora esistente il vallo di
Agrigento, a testimonianza della confusione che ancora dominava persino nella cognizione
dellassetto amministrativo del regno.
Nel corso del secolo, gradualmente, le incertezze geografiche andarono risolvendosi e
saccrebbe al contempo la funzione politica dei tre valli, che persino giunsero ad
esprimere propri delegati nella rappresentanza comune degli interessi della circoscrizione
in confronto al parlamento e ai viceré; quando, intorno al primo quindicennio del
Cinquecento, il giurista Gianluca Barberi redigeva i Capibrevi di Sicilia, poteva
inquadrare finalmente i comuni e i feudi dellisola secondo il definitivo ordinamento
della regione nei valli di Mazara, Dèmone e di Noto.
Delle tre circoscrizioni, il val di Mazara era il più esteso, annoverando nel suo
territorio a metà del Settecento quindici città demaniali e un centinaio di paesi di
giurisdizione baronale. Avuto riguardo ai confini attuali della provincia di Palermo, le
città di pubblico demanio erano solo quelle di Palermo, Monreale, Termini, Polizzi
Generosa, Corleone, Castronovo e Cefalù (ma questultima apparteneva al Valdèmone,
poiché - come si è detto - il confine settentrionale della provincia era allora fissato
lungo il corso dellImera, e quindi parecchio arretrato verso ponente rispetto alla
situazione attuale).
Lordinamento amministrativo che divideva la Sicilia in tre valli o province, secondo
una ripartizione - ripetiamo - puramente geografica e quindi priva di sostanziale valenza
istituzionale, si mantenne fino alla Costituzione del 1812, con la quale la Sicilia venne
divisa in 23 distretti, in conformità a prevalenti criteri di omogeneità territoriale.
Così erano determinati i limiti del distretto di Palermo: «Esso confina ad oriente colla
comarca di Termini sino allorigine del fiume Milicia; di qui la linea di
demarcazione passa al nord di Godrano, traversa il bosco di Capilleri, corre al sud dei
feudi di Giancaria e di Tagliavia e al nord del feudo di Palastrango; indi per i feudi di
Montaperto, Para e Pircuni, al sud di S. Giuseppe li Mortilli, sincontra nel fiume
Jato, col cui corso si accompagna sino al mare, che ne termina il resto». Il distretto
comprendeva, oltre che la città di Palermo, i comuni di Belmonte Mezzagno, Borgetto,
Capaci, Carini, Cinisi, S. Cristina, Favarotta (poi riunito a Terrasini), Ficarazzi,
Giardinello, S. Giuseppe Jato, Marineo, Misilmeri, Montelepre, Monreale, Ogliastro
(Bolognetta), Parco (Altofonte), Partinico, Piana dei Greci, Terrasini, Torretta,
Valguarnera.
Con decreto di Ferdinando I di Borbone, a decorrere dal 1° gennaio 1818, alla Sicilia
venne dato un nuovo ordinamento amministrativo. Furono mantenuti i 23 distretti introdotti
dalleffimera Costituzione del 1812, ma lorganizzazione civile venne riformata
secondo principi che prevedevano una struttura piramidale: i tre valli di Mazara, Noto e
Dèmone furono divisi in sette Intendenze; Palermo fu sede di Intendenza, e quindi
capoluogo di provincia, retta da un intendente coadiuvato da un consiglio di Intendenza di
cinque membri, tutti di nomina regia, e da un Consiglio provinciale costituito da venti
consiglieri nominati dal re su terne proposte dai decurionati civici (le odierne giunte
comunali) fra i cittadini di censo superiore a 400 ducati. Le Intendenze, a loro volta,
erano ripartite nei 23 distretti, con a capo un sottointendente, coadiuvato da un
consiglio distrettuale di dieci consiglieri. A Palermo furono assegnati i distretti di
Palermo, Cefalù, Corleone e Termini, comprendenti complessivamente 73 comuni; i distretti
erano, a loro volta, ripartiti in circondari: sedici erano quelli del distretto di
Palermo, otto quelli di Termini, sei quelli di Cefalù, quattro quelli di Corleone, in
totale 34. Ciò che, però, importa di rilevare è che, geograficamente, sera venuta
a costituire la provincia di Palermo sostanzialmente in quelli che sono gli odierni limiti
territoriali.
A questo ordinamento furono estese nel 1834 le leggi borboniche sullamministrazione
civile emanate nel 1816 e nel 17 per i domini del Napoletano. Lintendente era
organo esecutivo e rappresentante dei poteri dello Stato; gli competevano
lattuazione delle leggi, la direzione della polizia e il mantenimento
dellordine pubblico, la ripartizione dei carichi tributari, la vigilanza sui comuni
e sugli altri istituti di diritto pubblico. Mentre il Consiglio dIntendenza era
semplice organo consultivo dellintendente, il Consiglio provinciale rappresentava la
valle ed esercitava le funzioni deliberative inerenti al riparto dei tributi e del fondo
di contribuzioni destinato alla provincia, allassegnazione dei fondi per le opere
pubbliche, alle spese per listruzione secondaria, per la statistica, per il
casermaggio, per il mantenimento degli esposti e così via.
Tale organizzazione amministrativa si mantenne fino a tutto il 1860, anno nel quale, con
decreto prodittatoriale del 26 agosto, alla Sicilia venne estesa la legge piemontese del
23 ottobre 1859, che tuttavia prevedeva una strutturazione dellordinamento civile
non dissimile da quella borbonica, ma fondata su principi di elettività. A capo della
provincia venne posto un governatore, e dal seno del Consiglio provinciale venne espressa
una deputazione provinciale, organo consultivo e di tutela delle Amministrazioni comunali.
La figura dellintendente rimaneva, ma declassata al rango di capo del circondario
(lintendente del circondario del capoluogo assumeva nel seno della provincia la
funzione di vicegovernatore).
Il 26 maggio 1861 si celebrò la prima seduta del Consiglio provinciale di Palermo, che fu
presieduto da Mariano Stabile.
Lordinamento non subì sostanziali modifiche con la prima organica legge provinciale
e comunale 20 maggio 1865, n. 2248. Ma la Provincia, dichiarata corpo morale,
sarricchì di compiti e venne riconosciuta come ente autarchico e di circoscrizione
amministrativa dello Stato; accanto alle precedenti funzioni e allattività di
vigilanza e tutela sui Comuni, allistruzione secondaria e tecnica, al mantenimento
degli esposti, le furono affidate competenze in materia di viabilità, il mantenimento
degli ammalati mentali, vari altri compiti in materia sanitaria e di approvvigionamento.
Il governatore fu sostituito da un prefetto, rappresentante del Governo dello Stato e capo
della deputazione provinciale. Con la successiva legge 30 dicembre 1888, trasfusa poi nel
T.U. 10 febbraio 1889, si realizzò la demarcazione della Provincia dalla presenza
gestionale del prefetto: venne istituita infatti la figura del presidente della
deputazione provinciale, capo dellorgano esecutivo. Al prefetto, estraniato
dallamministrazione attiva della Provincia, vennero tuttavia attribuite funzioni di
vigilanza sulla medesima. Si istituì un nuovo organo: la Giunta provinciale
amministrativa, presieduta dal prefetto e a composizione mista di funzionari di prefettura
e di membri eletti dal Consiglio provinciale nel proprio seno, cui vennero attribuite le
funzioni di vigilanza sulle deliberazioni comunali prima esercitate dalla Provincia.
A quellepoca, il territorio provinciale di Palermo comprendeva sempre i quattro
circondari di Palermo, Cefalù, Corleone, Termini, suddivisi ora in 35 mandamenti, con 76
comuni.
Il processo di formazione dellistituto venne a maturazione coi T.U. delle leggi
provinciali e comunali 21 maggio 1908 e 4 febbraio 1915, n. 148, coi quali vennero estese
e precisate le competenze della Provincia: istituzione di stabilimenti di pubblica
istruzione, costruzione e manutenzione di strade provinciali, interventi in materia di
arte e salute pubblica, beneficenza, cura della mendicità, caccia e pesca, vigilanza
sulle istituzioni autonome provinciali, partecipazione facoltativa alle spese dei Comuni.
Ma ormai, col fascismo, incalzavano tempi in cui la concezione autoritaria dello Stato
imponeva nuove forme di accentramento delle funzioni della Provincia nei rappresentanti
del Governo centrale. Tuttavia, in un primo momento (R.D. 15 novembre 1923, n. 2506, legge
18 giugno 1925, n. 1094, legge 23 ottobre 1925, n. 2113 e successiva legge 2289), la
Provincia mantenne la propria formazione democratica su base elettiva, con nuovi compiti
in campo sanitario ed assistenziale e in materia di viabilità e nuove fonti di entrata.
Fu solo con la legge 27 dicembre 1928, n. 2962 che si spense ogni forma di autogoverno:
come già, due anni prima, consigli e giunte comunali erano stati aboliti, sostituiti dai
podestà, così vennero soppressi i Consigli provinciali; alla Provincia vennero preposti
un preside e un rettorato, inizialmente di nomina regia, poi ministeriale.
A Palermo la prima amministrazione del nuovo ordinamento sinsediò il 28 aprile
1929, presieduta dal prof. Salvatore Riccobono, che succedeva a una regia commissione
straordinaria, composta da quattro commissari e un presidente, la quale dal 23 maggio 1925
aveva amministrato lente.
Il T.U. 3 marzo 1934 configurava una Provincia priva di rappresentanza democratica,
esautorata nelle attribuzioni, asfittica nei bilanci, con fonti di entrata commisurate
alla modestia delle funzioni, compressa da un regime di jugulatoria vigilanza prefettizia.
Otto mesi dopo la caduta del fascismo, quando ormai faticosamente si avviava il processo
di riorganizzazione democratica delle strutture dello Stato, col D.L. 4 aprile 1944, n.
111, spazzate le forme autoritarie, la Provincia venne riassoggettata al regime introdotto
dal T.U. del 1915. Dal 6 ottobre 1943 la Provincia di Palermo era retta da una deputazione
provvisoria, presieduta dal prof. Giuseppe Cascio Rocca, cui succedettero, fino all8
luglio 1947, lon. Giuseppe Scialabba e il col. Giovanni La Duca; Cascio Rocca
mantenne poi la carica per un decennio ancora in qualità di delegato regionale. Nel nuovo
sistema autonomistico, infatti, la Regione aveva istituito tale organo straordinario,
assistito da una consulta, nelle more dellattuazione della riforma amministrativa.
Il sistema di provvisorietà gestionale si protrasse poi fino a tutto il 1961, anno nel
quale si pervenne alla costituzione del primo consiglio elettivo, presieduto dal dott.
Michele Reina.
E tuttavia, con questo fondamentale atto, radicato al principio della rappresentatività
democratica, non può dirsi che il lungo e tormentato processo evolutivo
dellorganizzazione provinciale fosse venuto a compimento. Se la Costituzione della
Repubblica, infatti, riconosceva la Provincia quale ente autonomo e circoscrizione di
decentramento della struttura organizzatoria statuale, a ben più ampia e rivoluzionaria
previsione perveniva lo Statuto regionale, che configurava la Provincia (in prospettiva,
Libero Consorzio di Comuni) come ente associativo maturato dallespressione
volontaristica dei comuni sulla base della omogeneità degli interessi locali e dotato
della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria. A questa previsione di grande
momento si connetteva il decreto legislativo regionale 29 ottobre 1955, n. 6, poi trasfuso
nella legge 15 marzo 1963, n. 16, che ha disciplinato il nuovo ordinamento amministrativo
degli enti locali nella regione.
Una situazione anomala, quindi, era maturata in Sicilia fin dal 1946 con lo Statuto
autonomistico, che differenziava lorganizzazione provinciale dellisola da
quella del resto del Paese: con lart. 15 della carta statutaria della Regione
(mentre nella penisola la Provincia era ente autarchico territoriale e struttura di
decentramento), nellisola «le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti
pubblici che ne derivano erano soppressi» per essere sostituiti dai Liberi
Consorzi, tantè che il Ministero dellInterno poteva affermare nel 1956 che
«la Provincia come persona giuridica autarchica ha cessato di esistere in Sicilia dal 15
maggio (1946)».
Nella realtà, a dispetto della prescrizione abolitiva, mai la Provincia ha cessato di
esistere e di esercitare le proprie funzioni; surrettiziamente definita Libero Consorzio
ancora nella legge di ordinamento degli enti locali del 1955-63 e conseguentemente
chiamate Amministrazioni straordinarie quelle che fino al 1989 lhanno retta, essa
per oltre un quarantennio ha continuato a vivere, conservando la propria facies di
ente territoriale, anzi - affermava nel 1968 la Corte Costituzionale - essa «sopravvive
fino a quando verranno creati i Liberi Consorzi fra comuni».
Ed ecco, tardivo atto nel lungo processo formativo della Provincia, la legge regionale 6
marzo 1986, n. 9, che, al di là della istituzionalizzazione dellimperseguito
momento aggregatorio, ha riconosciuto allente, sotto la denominazione di Provincia
regionale, lesercizio di una riqualificata funzione progettuale ed operativa nello
sviluppo economico e civile del territorio amministrato. Non Libero Consorzio, allora, ma
Provincia regionale, sebbene progettualmente di autonoma aggregazione intercomunale; nella
realtà, tale libera aggregazione si è rivelata imperseguibile perché soggetta ad ardue
condizioni, né difatti alcuna nuova struttura provinciale è sorta in Sicilia: non si
sono avute, alla prova dei fatti, innovazioni istituzionali, né modifiche negli ambiti
territoriali.
Alla fine, la legge regionale 12 agosto 1989, n. 17, stabilendo che «sono costituite le
Province regionali di Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa,
Siracusa e Trapani, risultanti dallaggregazione in liberi consorzi dei comuni
ricadenti nellambito territoriale delle disciolte Province», ha dato sanzione
giuridica a una realtà in concreto immutata. |