Ci si passi che in questo nostro
breve ragionamento prendiamo le mosse dall'ultimo - e per altro il più cospicuo - dei tre
opuscoli raccolti in questo volume: De' padri di patria della città
di Palermo elogij storici, trascritto dal ms. conservato nella Biblioteca
Comunale di Palermo ai segni Qq.E.88, n. 1; opera letterariamente non indegna e della
tarda età del marchese di Villabianca, se ha iniziale stesura nel 1787 (nacque come
redazione diaristica) e ulteriore sviluppo nel 1789, che è data dichiarata nel contesto
dello scritto. Certo, è un testo vivace, fra i migliori del Nostro, con la cui prosa
convulsa, rotta, spesso abborracciata per la ressa dei pensieri e per difetto di revisione
ci siamo trovati ripetutamente a dover fare i conti. Qui il fraseggiare è sostanzialmente
corretto e riconcilia con le regole della sintassi e dell'ortografia.
Il fatto è che l'opuscolo è di quelli nei quali il marchese meglio si trova ad esporre
ragioni illuminate da una personale partecipazione: non solo trattato di erudizione
spicciola, quindi, come vedremo negli altri due scritti, ma libello di personale
sofferenza e di misurata rampogna; e basterà scorrerlo per avvertire nell'animata
trattazione la vis polemica che lo permea e la coraggiosa riprovazione della
pubblica ingiustizia di cui è cenno, e al contempo quella sottile letterarietà e quel
vigore pamphlettistico che c'incoraggiano a proporlo come uno dei prodotti migliori,
sebbene finora disconosciuto, della nostra trattatistica settecentesca.
Tutt'altro che essere erudita e stucchevole discettazione intorno al titolo di "padre
della patria" o encomiastica memoria di coloro che ebbero tal titolo o che di esso
l'Autore reputa meritevoli (è di breve momento la citazione di Cesare, Cicerone, Augusto;
strana cosa, intanto, la dimenticanza di Romolo o, fra i moderni, di Cosimo de' Medici;
quasi scontata la breve indicazione di taluni benemerentissimi degli ultimi tempi),
l'operetta ha una ragione più profonda e una commossa linfa emotiva.
Il Senato palermitano, in obbedienza a un ordine sovrano, aveva provveduto il 9 marzo 1787
all'eliminazione dal palazzo pretorio - dove ornavano in precedenza lo scalone e
l'ingresso alla sala consiliare - dei busti marmorei dei letterati Antonino Mongitore e
Giordano Cascini e dei giuristi Casimiro Drago e Carlo Di Napoli: tutti e quattro
"padri dalla patria" perché benemeriti dello Stato e della città; non i soli
virtuosi cittadini, invero, meritevoli d'esser immortalati nel Pretorio, ma quelli a cui
intanto s'era pensato di render tanto onore, erigendogli fra il 1747 e il '59 i busti,
sebbene in far ciò si fosse trascurato di provvedersi della regia collazione: era,
infatti, vero che solo i simulacri di santi e di sovrani il Senato poteva arrogarsi di
collocare nei luoghi pubblici, mentre in tutti gli altri casi l'erezione di pubbliche
statue era soggetta a beneplacito regio.
Così la motivazione fu bell'e trovata quando si trattò di imporre la rimozione dei
poveri busti; ma, in verità, destinatario di tanto zelo era solo il simulacro di Carlo Di
Napoli, reo - afferma il Villabianca - agli occhi del Governo d'essere stato nel 1744
autore d'una Concordia tra i diritti demaniali e baronali nella
causa della pretesa riduzione al demanio della terra di Sortino, opera che,
in quanto favorevole agli interessi baronali, «riputavasi infesta direttamente allo
Stato, per non dirla anzi torbida e tumultuaria». Ora, se si era in tempi di
sedicente Illuminismo, se il napoletano consultore Simonetti, autore di un
trattato Sulla reversione dei feudi in Sicilia al regio fisco
(1786), poteva contestare - per rendere un servizio al re - le antiche prerogative
baronali, se quel Caracciolo tanto affetto di mal francese e
tanto avverso ai baroni, che erano - non dimentichiamolo - per l'aristocratico Villabianca
il vitale nerbo del Regno e l'onor della patria, sedeva ora nella poltrona di primo
ministro, ecco che la decisione era scontata e anzi doveva "venir colle ale": fu
giustiziato in statua Di Napoli, furono giustiziati, senza che avessero commesso delitto
alcuno, gli altri, e i loro busti finirono nella carbonaia (poco dopo saranno consegnati
agli eredi). Ed ecco - commenta amaramente il marchese - "è finita, è abbattuta la
virtù!". Quanto a lui, non gli restava che stender quello scritto, perché - ora che
eran caduti nel marmo - di quegli illustri concittadini si preservasse almeno nelle sue
carte la memoria, finché esse avrebbero avuto vita: e qui si perdoni il peccatuccio di
presunzione del nostro marchese.
Il quale negli altri due testi (trascritti dai mss. rispettivamente ai segni Qq.E.108, n.
14 e Qq.E.88, n. 1) si limita a una serie di piccoli appunti di erudizione. Citiamo di
passata i Regij istoriografi di Sicilia cogli elogij storici delle
lor persone, brevissimo testo che offre scampoli di informazione sugli
storici di nomina cesarea (ma all'appello manca Francesco Ambrogio Maja, elevato al rango
da don Giovanni d'Austria), per cogliere dell'altro opuscolo la ratio nella
dichiarazione fatta in premessa dall'Autore, che "è cosa bella saper del
tutto".
Ecco così l'accurato e puntiglioso spoglio delle censure reciprocamente mossesi dagli
scrittori che, l'uno nell'opera dell'altro, hanno trovato errori o elementi di critica; da
ciò il titolo, Le guerre de' letterati. Trattasi, per la
verità, in quasi tutti i casi, di storici e genealogisti, "come quelli sulli quali
ho dovuto, io, Villabianca, consumare i miei giorni e tener consiglio per la produzione
delle mie opere" (ed ecco un ulteriore spiraglio sulle letture e, in definitiva,
sulla biblioteca del Nostro); ma - è il sugo che par di trarre dall'articolata premessa
dell'Autore - il lettore non consideri vano e maligno esercizio questo rimarcare lacune ed
errori: tutto ciò (e, vale a dir, l'operetta medesima) è un utile contributo e quasi una
guida all'avvalimento dei libri di quegli scrittori.
Qui riemerge il Villabianca cui siamo abituati, il ricercatore infaticabile e minuzioso,
il mosaicista delle patrie memorie, che tutto indaga, raccoglie, mette insieme, conserva,
con inesausto fervore, con spirito di servizio, perché valga ad informazione degli altri,
perché gli altri ne abbiano materia per le proprie conoscenze, per i propri studi. In
quest'ottica vanno considerati altresì la serie dei ritratti di letterati che correda il
ms. (e che noi integralmente riproduciamo) e gli approssimativi stemmi di casato, di
autografa redazione del Villabianca.
Salvo Di Matteo |