La presenza dell'uomo nel territorio
palermitano data almeno dal Paleolitico superiore, attestata da graffiti rupestri nelle
grotte dei monti che contornano la città: monte Gallo, monte Pellegrino (grotta Niscemi,
Addaura), monte Grifone; è la cultura dell'homo sapiens sapiens,
anteriore all'anno diecimila prima dell'era cristiana. Questa presenza antropica si
svolge ininterrotta per tutte le successive fasi del mesolitico, del neolitico e delle
età del rame e del bronzo, documentata dai reperti di numerose stazioni, anche
appartenenti oggi all'area metropolitana (Leoni, Porrazzi, Ucciardone).
Alle soglie dell'età storica appartengono i primi insediamenti nel sito dell'odierna
città di genti di stirpe orientale, provenienti dalle estreme sponde del Mediterraneo:
probabilmente nei decenni intorno al Mille av. Cr., e comunque ad epoca anteriore
all'inizio della colonizzazione greca del territorio orientale della Sicilia, nell'VIII
secolo av. Cr., risale uno stanziamento fenicio nell'area palermitana, nel quadro di
quella fase di sviluppo della marineria e di irradiazione dei commerci di questo popolo
intrapresi in corrispondenza di un periodo di contrazione della potenza egemonica assira.
Non si trattava di nulla più che di un emporio, però, di un piccolo deposito mercantile,
localizzato nel territorio per l'instaurazione di rapporti di commercio con le locali
popolazioni pseudoindigene, i Sicani, e con quelle delle vicine aree d'insediamento
èlimo, e come scalo per la navigazione verso l'Iberia: mancò, insomma, al gruppo di
Fenici stanziatisi nel territorio palermitano quella intenzione colonizzatrice che altrove
- nelle coste africane e nella stessa Iberia - dava luogo al sorgere di nuove città:
Cartagine, per esempio, nell'814 av. Cr., divenuta entità statuale politicamente ed
etnicamente distinta, a causa delle ampie fusioni razziali, dalla Madrepatria.
E al più tardo intervento punico che va ascritta la fondazione dell'originario
nucleo urbano di Palermo. Alla fine dell'VIII secolo av. Cr. e nel secolo seguente il
panorama etnico della Sicilia era in profonda evoluzione, sotto la poderosa spinta
colonizzatrice dei Greci, che aveva ridotto i Fenici - in un primo tempo diffusi lungo
tutte le coste - nella cuspide nord-occidentale dell'isola: il timore per gli effetti
strategici di questa baldanzosa ellenizzazione affrettò Cartagine ad opporle in Sicilia i
propugnacoli della propria civiltà, il che avvenne ovviamente nei luoghi in cui la
continuità della localizzazione semita offriva più opportune condizioni all'impianto
delle nuove strutture urbane. Risale, dunque, a quest'epoca la fondazione della città,
alla cui composizione demografica dovettero contribuire l'originario nucleo di mercanti e
fattori fenici, parte delle popolazioni indigene e i nuovi colonizzatori punici.
L'impianto urbico si realizzò alla radice di una stretta lingua di terra che dalla linea
odierna Palazzo reale - Porta Nuova si spingeva fino all'altezza della via Roma,
svolgendosi attorno alla bisettrice del corso Vittorio Emanuele, contenuta a destra e a
sinistra da due corsi d'acqua: il Kemonia, un fiumicello a regime torrentizio che sgorgava
dalla fossa della Garofala (odierno parco d'Orléans), e il Papireto, un fiume in quel
tempo accessibile alle navi puniche, che nella fondura di Danisinni aveva la sua origine.
Si versavano in mare dopo breve percorso, ché allora la linea della rada portuale era
assai più profonda che non mostri l'attuale arco della cala, occupando il mare molte
superfici oggi urbanizzate ed addentrandosi fino all'odierno mercato della Vucciria, donde
un ampio braccio si spingeva a coprire le aree che gravitano attorno a via Venezia e via
Napoli, fino a raggiungere la via Maqueda.
Il nucleo di fondazione della città ebbe tuttavia sede solo in una parte della
penisoletta, quella che abbraccia le aree di piazza Vittoria, della caserma della Legione
dei carabinieri e del palazzo arcivescovile, interclusa cioè fra la piazza Indipendenza,
la via del Bastione, la linea degli edifici della Questura e dell'arcivescovado, la piazza
Domenico Peranni e il corso Alberto Amedeo: circoscritta da una solida muraglia, di cui
sono significativo avanzo i resti pseudoisodomi lungo il corso Alberto Amedeo, aveva
perimetro di circa 1.300 metri ed inglobava una superficie di tredici ettari.
Era la paleapoli di Polibio, la "città vecchia", di cui la monetazione
punico-sicula del V secolo ci ha restituito quello che si ritiene ne fosse l'originario
toponimo: Macchanat, campo fortificato, probabilmente
sostituito più tardi dall'altro, Zyz (il fiore? la splendida? la fiorente?), letto
in successive iscrizioni monetali, ma più verisimilmente riferibile all'intera provincia
cartaginese; i Greci, tuttavia, la dissero Pànormos, tutta
porto, dall'ampiezza e dalla sicurezza del bacino portuale, e con essa mantennero
relazioni commerciali, né sono da escludere immigrazioni d'elementi ellenici e forse
matrimoni misti.
Fu conseguenza dell'opera militare del condottiero Malcho, spedito in Sicilia verso la
metà del VI secolo av. Cr. a fondare l'epicrazia cartaginese per contrapporre ai conati
espansionistici dei Greci la forza di una solida provincia punica, l'espansione anche
urbanistica della città, divenuta ora sede principale dell'eparchia africana,
comprendente anche i capisaldi di Solùnto e Mozia: certo, un secolo più tardi, come
frutto di un graduale processo di accrescimento anche demografico, Panormo si era già
estesa a oriente fino ad occupare l'intera area della penisoletta, cinta di mura e di
torri fino alla cuspide marittima: con la neapoli (la
"città nuova"), demarcata dalla paleapoli per
mezzo della muraglia orientale dell'originario nucleo urbano, che resterà in piedi almeno
fino ad epoca normanna, s'allungava adesso per circa 1.200 metri, occupando un'area di 43
ettari, nella quale una popolazione di trentamila anime viveva. I suoi confini sono
nitidamente leggibili ancor oggi nel tessuto topografico del centro storico, il cui schema
viario e alcune residue vestigia dichiarano il percorso della cortina muraria definitasi
alla fine del V secolo av. Cr. lungo le vie del Bastione e dei Biscottari, la rua
Formaggi, la via dell'Università, la piazza Bellini, la via Schioppettieri, la salita S.
Antonio, le vie Candelai e S. Isidoro, la piazza Domenico Peranni, il corso Alberto Amedeo
e il retrospetto del palazzo reale.
All'interno di questo perimetro, l'assetto delle strade aveva ordinamento "a lisca di
pesce", tuttora rilevabile nel sistema viario, costituito da un lungo asse principale
in direzione ovest-est, all'incirca coincidente con l'odierno corso Vittorio Emanuele, ma
con orientamento lievemente declinato rispetto all'asse attuale della strada, attraversato
ortogonalmente da tutta una serie di viuzze che collegavano il decumano a un lungo anello
stradale che si svolgeva lungo le mura. Nelle quali almeno sette porte si aprivano per
consentire le comunicazioni della città col territorio circostante: una delle più
antiche era sulla verticale dell'odierno palazzo reale, rivolta verso l'entroterra, dove,
nel perimetro oggi delimitato dal corso Pisani, dalla via Cappuccini e dall'asse delle vie
Cuba e Pindemonte, si stendeva l'ampia necropoli, con presenze datate a cominciare dal VII
secolo av. Cr.; un'altra era sulla via del Bastione, cui corrispondeva in linea a
settentrione una terza porta, dalla quale si usciva verso la fondura del Papireto; la
quarta era nella muraglia che divideva la paleapoli dalla neapoli,
la quinta nel vertice marittimo, ed era detta "porta di mare"; almeno altre
due porte, infine, dovevano aprirsi lungo la cortina settentrionale e quella meridionale
delle mura urbiche. All'esterno di esse, nel territorio rurale, del quale all'inizio del
III secolo av. Cr. lo storico siracusano Callia rilevava la straordinaria feracità e il
rigoglio delle piantagioni arboree ("Il territorio palermitano è tutto un giardino,
per essere copiosamente coltivato ad alberi"), erano sparse ville e fattorie.
Nei quattro secoli e mezzo di appartenenza alla provincia punica Panormo fu città
opulenta, e non solo per le sue funzioni di piazzaforte marittima, ma per la ricchezza
agricola e l'ampiezza delle attività commerciali che vi facevano capo dall'Africa,
dall'Iberia, dalla penisola italica, dal levante, dall'isola stessa; il fatto è che, con
avveduto senso politico, Cartagine lasciava alle proprie colonie della Sicilia ampia
autonomia amministrativa, controllata libertà di ordinamenti e di governo, una certa
indipendenza di relazioni commerciali nel quadro dei principi discendenti dai propri
rapporti diplomatici. Del resto, del generale benessere degli abitanti e della ricchezza
che circolava ampiamente nella città è testimonianza la notizia di Diodoro che,
allorché essa venne presa dai Romani, nel III secolo av. Cr., ben la metà dei suoi
cittadini poterono riscattarsi pagando a testa una somma ingente: ed era denaro liquido,
immediatamente disponibile, a cui, per meglio intendere le generali condizioni di
agiatezza della popolazione, va aggiunto, secondo l'avvertenza dello Schubring, il valore
delle proprietà immobiliari e degli estesi patrimoni in utensili della produzione,
mercanzie, navi, bestiame, schiavi, a non dire delle ricchezze scampate coi fuggiaschi.
Che altro sappiamo di quella remota civiltà? Ogni testimonianza archeologica, a parte i
radi resti della cinta muraria che affiorano e il poco che ha restituito la necropoli, è
sotto i nostri piedi, sepolta dalla terra e dai cumuli di detriti ammassatisi nel corso
dei secoli e divenuti sedime alla città moderna. Il resto è solo una storia di violenze,
come per lo più nella generale storia degli uomini, di assedi e di difese, di assalti e
di conquiste: né, se tutto ciò non vi fosse stato, alcuna cosa forse sapremmo della
Panormo punica. Ed ecco la città porto strategico di concentramento (era "il più
bel porto della Sicilia", scrive Diodoro) nel 409 av. Cr. di un imponente corpo di
spedizione punico di centomila uomini mandato a distruggere le greche Selinunte e Imera;
resistere eroicamente nel 397 agli assalti del siracusano Dionisio, che deve contentarsi,
ritirandosi, di farle letteralmente "terra bruciata" all'intorno; resistergli
ancora nel 378, quando quello, rimessosi in forze, riparte alla riconquista della Sicilia,
anzi batterlo e metterlo in fuga nel corso di un'imboscata, esser presa nel 276 da Pirro,
che la tiene per due anni prima di abbandonare l'inutile impresa siciliana (e fu il solo
tempo in cui Panormo in antico sia stata politicamente d'influenza greca); cadere in mano
dei Romani nel 254, che solo poterono prenderla per fame dopo un assedio durato lo spazio
di quattro anni, tanta era la solidità delle sue difese e la robustezza delle mura;
invano esser tentata di riconquista nel 251 dai Cartaginesi - sconfitti dal console
Metello fra le sponde dell'Oreto e del Kemonia - e ancora, in un estremo conato, da
Amilcare Barca, per tre anni, dal 247 al 244, vanamente attestato ai piedi del Pellegrino
col suo esercito a stremare in continue e sanguinose battaglie i Romani, ai quali alla
fine, ritirandosi battuta o impotente, Cartagine lascerà per sempre il dominio della
città.
Così Panormo divenne municipio di Roma: non sarà più capitale per lo spazio d'oltre un
millennio, fino alla venuta degli Arabi; forse, da un punto di vista istituzionale e
politico, non lo era stata nemmeno prima, ma certo dell'intero territorio appartenuto
all'epicrazia punica era stata, come s'è detto, sotto il profilo strategico e
amministrativo, il centro più eminente.
Con la conquista romana Panormo seguì i destini della trionfante civiltà latina.
Classificata - insieme con Alesa (Tusa), Segesta, Alicie (Salemi) e Centuripe - città
"libera ed immune", rango che le assicurava una sorta di autonomia
amministrativa, non scaturente però da un trattato bilaterale e quindi soggetta alla voluntas romana, fu, nell'ordinamento conseguito alla presa
di Siracusa nel 212 av. Cr., compresa in una delle due circoscrizioni amministrative nelle
quali venne divisa la Sicilia: la Lilibetana e la Siracusana, con capoluoghi
rispettivamente Lilibeo e Siracusa, sedi di questore e Siracusa anche del pretore, ch'era
la massima autorità della provincia siciliana. Panormo, inserita nel distretto
politico-amministrativo lilibetano, godette tuttavia di un certo privilegio allorché
venne creata, insieme con altre sedici città dell'isola, custode con milizie del tempio
di Venere ericina ed eretta a sede di distretto giudiziario: era, cioè, insieme con
Agrigento, Siracusa, Lilibeo e forse anche Tindari, uno dei capoluoghi nei quali in
determinati periodi dell'anno risiedevano i magistrati per l'amministrazione della
giustizia. Quanto al reggimento interno, nella linea della tradizionale politica di Roma,
tendente a lasciare ai propri municipi il massimo di autonomia conciliabile coi propri
interessi, fu governata da un Senato civico, espresso dal corpo delle categorie eminenti,
e da magistrati preposti alle finanze, alle opere pubbliche, alla polizia, ai pubblici
spettacoli.
Una successiva fase di fioritura le assicurarono le riforme di Augusto, che, inviandovi
nel 20 av. Cr. una colonia di veterani ed equiparando la città nei diritti civili a Roma,
ampiamente elargendo i benefici della cittadinanza romana e del voto ai provinciali,
distribuendo ai militari i terreni demaniali e gran parte degli incolti latifondi dei suoi
dintorni perché li migliorassero, pose i presupposti di un più progredito sistema
sociale ed economico; altre colonie vi furono inviate più tardi sotto Vespasiano e sotto
Adriano.
Certo, la Panormo romana ci appare città fermentante d'una vivace vita di negozi legati
soprattutto all'opera dei campi e ai traffici marittimi, e del resto Cicerone l'attestava
ai suoi tempi città florida e popolosa ed una delle principali dell'isola per attività
marinare e commerciali; se c'erano produzione e commerci, c'era ricchezza, e questa,
seppur concentrata nelle mani degli ufficiali di governo, dei grandi proprietari fondiari
e dei mercanti, assicurava lavoro e sostentamento ai ceti inferiori. Indizi di tale
condizione di cose sono la frequenza dei simboli legati al mare, ricorrenti nella
monetazione locale, la cognizione dell'esistenza dell'ufficio di un curator
portensis kalendarii, funzionario preposto alla tenuta dei registri del
prestito ad armatori e a gente del porto, le abbondanti restituzioni archeologiche dei
fondali marini, i resti di ricchi edifici pubblici e privati (un foro adorno di statue e
con pavimento marmoreo, detto nel medioevo "sala verde" o "aula
regia", le cui vestigia rimasero in piedi fino alla metà del Cinquecento, una villa
con mosaici pavimentali) emersi nell'area di piazza Vittoria.
Urbanisticamente, la città restava cristallizzata nella struttura dell'impianto punico
del V secolo, impostata sul lungo decumano centrale che longitudinalmente l'attraversava
da occidente a oriente, tagliato a pettine da una serie di stradelle, dalla cui geometrica
disposizione era condizionato l'ordine edilizio dei fabbricati: questa persistenza dei
limiti topografici dell'abitato suggerisce l'idea di una sostanziale stabilità
demografica, e forse è pure possibile che nei primi tempi dell'Impero la popolazione
fosse già in calo numerico, come le frequenti ricolonizzazioni inducono a ritenere.
La penetrazione e la diffusione del cristianesimo, perseguitato e poi trionfante nelle
alterne vicende dei primi secoli, lasciavano più tardi vibrante documento in un
articolato complesso ipogeico, in buona parte inesplorato, che si svolge nel sottosuolo
della città, dove ingrottati e catacombe furono fino a tutto il V secolo sedi di riti
liturgici, necropoli e santuari delle prime comunità di fedeli: lungo la depressione di
Danisinni (catacombe di Porta D'Ossuna), al di là del Papireto (in piazza S. Oliva), a
margine dell'antico percorso del Kemonia (a Porta Mazara, a S. Giovanni degli Eremiti, a
Casa Professa, al Casalotto); più tarde necropoli cristiane, riferibili all'inizio del VI
secolo, sono state individuate in via Cavour e in piazza Tredici Vittime.
Allorché la religione emerse dalle grotte, generalmente nei luoghi medesimi ch'erano
stati ipogeico sacello dei riti cristiani sorsero i primi templi della fede: di un antico
santuario di S. Oliva si ha tradizione nel piano intitolato alla Santa, e nel sito della
cattedrale, sede di un precedente santuario cemeteriale, venne eretta fra il 590 e il 604
la prima basilica, dedicata alla Vergine, trasformata poi dagli Arabi in moschea. S'ebbe
pure un rigoglio di fondazioni monastiche: il monastero di S. Ermete (poi S. Giovanni
degli Eremiti), il Lucusiano dedicato ai santi Agata e Massimo, il Pretoriano consacrato a
Maria Vergine, i conventi di S. Adriano e S. Teodoro, e, nei pressi della città, il
monastero femminile di S. Martino delle Scale, costituiti alla fine del VI secolo,
testimoniano del ruolo assunto dalla Chiesa, divenuta frattanto proprietaria di sterminati
tenimenti in Sicilia - le massae ecclesiastiche -,
pervenutile per lo più a titolo di donazione o dallo sfaldamento dell'antico patrimonio
imperiale; alla loro amministrazione, nel riordinamento introdotto dal pontefice Gregorio
Magno, si provvide a mezzo di un rettore insediato a Siracusa: cedute in enfiteusi o
coltivate direttamente in colonia, quelle terre fruttavano rendite cospicue al Papato
(erano il cosiddetto "patrimonio di S. Pietro", impiegato in buona parte in
opere assistenziali), intanto che offrivano lavoro e mezzi di sussistenza a decine di
migliaia di rurali, sì che veramente può dirsi che la Chiesa nel VI-VII secolo fosse il
principale datore di lavoro nellisola.
E, infatti, almeno dalla fine del Basso Impero, con l'illanguidirsi delle fortune di Roma
e con la disorganizzazione e la crisi che avevano investito il mondo romano, la Sicilia
era attraversata da una fase di profondo travaglio economico e sociale. Le invasioni
barbariche, con tutto il loro portato di devastazioni, di stragi, di persecuzioni, fecero
il resto: forse, i Vandali, che nel 440 costituirono un regno in Africa, non ebbero il
pieno dominio della Sicilia o comunque non vi fondarono un governo istituzionale; tuttavia
con una serie di incursioni, per lo spazio di un intero trentacinquennio, fino al 476, la
tennero duramente soggetta. Una certa ripresa si ebbe più tardi sotto la dominazione dei
Goti, che, conquistato nel 493 il governo d'Italia - e con essa della Sicilia -
all'amministrazione dell'isola imposero un comes (conte),
autorità militare, e un corrector, autorità civile,
i quali, come i precedenti rappresentanti del potere imperiale, ebbero sede a Siracusa,
divenuta ormai capitale della provincia di Sicilia, mentre a Panormo non restò che
d'essere sede, insieme con Messana, Lilibeo e la stessa Siracusa, d'una guarnigione
militare.
Piazzaforte di presidio, quindi, durante il quarantennio nel quale la tollerante
dominazione dei Goti le assicurò un periodo di ripresa produttiva e di relativa
prosperità, la città era caposaldo strategico dell'isola quando nel 535 i Bizantini,
dopo aver preso Càtana e Siracusa, ne operarono la conquista: del resto, gli stessi
aggressori la giudicavano "forte per la posizione e circondata da mura
validissime". L'operazione, guidata dal generale Belisario, partì dal mare: spinte
le proprie galee sotto le mura della città (poiché le acque del porto s'inoltravano
ancora fino al sito dell'odierno mercato della Vucciria) e issate con un sistema di argani
sui pennoni delle navi alcune piccole imbarcazioni nelle quali avevano preso posto gli
arcieri, Belisario sorprese con un inatteso lancio di saette le difese, che cedettero; la
chiesa di S. Maria della Pinta, eretta nel piano del palazzo reale, di fronte alla odierna
caserma dei carabinieri, demolita poi nel 1648, costituì, secondo la tradizione, la pia
offerta dei vincitori alla protezione della Vergine.
I tre secoli della dominazione bizantina sono riconosciuti come generale periodo di
decadenza. Retta da un pretore, insediato a Siracusa, l'isola, nella costituzione
amministrativa giustinianea, ebbe ordinamento autonomo dalla giurisdizione del prefetto
italico e venne considerata direttamente dipendente, come privato possedimento,
dall'imperatore di Bisanzio. Il sistema subì una radicale modificazione verso la metà
del VII secolo, allorché, in dipendenza da esigenze di difesa, prevalse una
organizzazione di tipo militare: costituita in turma con
a capo un turmarca, la Sicilia venne inquadrata in un thema
(distretto militare) retto da uno strategòs o patrizio, che comprendeva anche la Calabria e parte del Napoletano.
Delle sue condizioni economiche siamo poco informati, ma lo stato tristissimo della
regione alla fine dell'VIII secolo sembra riecheggiato dalle parole del cronografo
bizantino Teofane, che ricordava la Sicilia come l'estrema e la più reietta provincia
dell'Impero.
Panormo non si sottraeva a questo stato di cose, anzi con le altre città dell'isola andò
soggetta a un sistema amministrativo nel quale sempre meno spazio era dato all'autonomia
municipale, compressa dal ruolo assunto dai funzionari imperiali e dall'ingerenza delle
gerarchie militari; e, mentre pagava un alto prezzo in termini di tributi all'eccessiva
burocratizzazione della vita pubblica e al mantenimento dell'esercito, subiva nelle
attività produttive e commerciali il riflesso del graduale sfaldamento dello stato
dell'Impero.
Con la dominazione islamica le cose mutarono radicalmente. La città cadde nell'831, e,
sebbene siano da ritenere enfatizzate le notizie di fonte araba, secondo le quali la sua
popolazione, stremata dalla fame e dalla peste, si ridusse durante l'assedio da
settantamila a soli tremila abitanti (probabilmente, nell'ultimo periodo bizantino non
superava i ventimila abitanti), è certo che la conquista, durata lo spazio di un anno,
non fu agevole e veramente i difensori si ridussero, alla fine, a tremila; del resto,
l'assoggettamento della Sicilia si condusse, a parte alcune ulteriori sacche di
resistenza, per un intero mezzo secolo, a testimonianza dell'accanimento col quale i
Bizantini difesero l'isola. Né la stessa dominazione musulmana, durata all'incirca lo
spazio di due secoli e mezzo, fu pacifica, per via degli antagonismi esplosi tra le varie
schiatte che componevano il complesso mosaico etnico dei conquistatori, sì che nel
governo della Sicilia si succedettero, a seguito di cruente lotte intestine, prima la
dinastia degli Aghlabiti di Tunisia fino al 909, quindi i Fatimiti d'Egitto, insediatisi
nel 948 con la prestigiosa dinastia dei Kalbiti, con la quale la Sicilia si resse per un
secolo in emirato ereditario indipendente dal califfato d'Egitto; con la deposizione
dell'ultimo emiro nel 1053 si spegneva la dinastia Kalbita nell'isola, che da allora e
fino alla ormai prossima conquista normanna venne retta, in un nuovo agitato e sanguinoso
periodo di lotte intestine, da quattro qaid, comandanti
militari.
Divisa in tre Valli (Val di Mazara, cui appartenne Palermo, Val Dèmone e Val di Noto),
circoscrizioni amministrative o, più probabilmente, a carattere geografico, controllate
dal diwân palermitano, ufficio centrale per il
demanio e i redditi, la Sicilia godette tuttavia sotto gli Arabi, portatori di una
vigorosa ed originale civiltà, di un eccezionale periodo di fioritura, che investì le
arti, l'edilizia, le scienze, l'agricoltura, l'industria, i commerci, le manifestazioni
della cultura. Palermo, la Balarm o Balarmuh dei
saraceni, fu al centro di questo risveglio: "splendida e popolosa città", come
nell'878 la dipingeva il monaco siracusano Teodosio e come un secolo dopo la vedeva il
mercante di Bagdad, Ibn Hawqal, era la capitale dell'emirato siculo; ebbe un corpo
municipale, la gamâ'ah, a struttura oligarchica, costituito dagli esponenti delle
famiglie nobili, dai capi delle corporazioni, da dotti e dai più ricchi cittadini, e
godette di una notevole libertà di culto e di commerci, dell'osservanza delle leggi delle
varie nazionalità e del rispetto delle proprietà private dei cittadini: a fronte di
ciò, questi, tenuti nella condizione di dhimmi, cioè di soggetti, pagavano ai
dominatori speciali tributi fondiari (karâdj) e
personali (la djizya).
Palermo, dunque, sede del wâlî, l'emiro, e
città più d'ogni altra diletta, fu protagonista d'un impetuoso sviluppo, tale da dettare
agli scrittori arabi accenti colmi di ammirata meraviglia: fiorente era per il rigoglio
delle sue campagne, sottratte, con una provvida opera di colonizzazione, alla sterilità
del latifondo, appoderate, fecondate con complesse opere irrigue, prospere per
l'introduzione di colture ricche (il gelso, la canna da zucchero, l'arancio, la palma
dattilifera, il cotone), fiorente per la produzione delle industrie (seta grezza,
estrazione del ferro, artigianato del legno e del rame, succhi, cantieristica navale,
ceramiche), della pesca (tonno), per lo sviluppo dei traffici portuali, per la
straordinaria intensità della sua vita culturale, per i suoi mercati, per i suoi
commerci, ma splendida altrettanto per la sua ricchezza edilizia.
Veramente, dello splendore architettonico della Palermo araba non abbiamo testimoniale
documento: anzi, è singolare che di tanto rigoglio di civiltà artistica oggi solo
residuino gli originari avanzi del castello di Maredolce, edificato intorno all'anno Mille
dall'emiro Giafar e poi trasformato e ingrandito dai Normanni, alcuni elementi della
chiesa normanna di S. Giovanni degli Eremiti, l'ordine basamentale del campanile della
chiesa di S. Antonio abate, forse antica torre di Pherat nella cinta urbica: tutto il
resto è stato cancellato dal piccone dei successivi conquistatori. O dovremo reputare,
piuttosto, enfatica l'immagine che ci siamo fatti della Palermo islamica? Certo, Ibn
Hawqal, che è la nostra principale fonte per l'epoca, e il palestinese al-Muqaddasî,
venuti in città nell'ultimo quarto del X secolo, si limitano ad attestarne l'ampiezza, la
fertilità del territorio, l'abbondanza delle acque, la ricchezza dei mercati, il gran
numero delle moschee, rilevano la distribuzione dei quartieri, il percorso delle mura, ma
non è cenno in essi della magnificenza delle architetture, se non per dire che le sue
fabbriche erano "parte di pietra e parte di mattoni, onde compare rossa e
bianca".
Così Balarm era città "famosa e popolosa", grande persino più del Cairo (si
valuta che fosse abitata da una popolazione d'oltre centomila abitanti), era cinta da
"un muro di pietra alto e difendevole", nel quale si aprivano nove porte, per
l'intera lunghezza era attraversata nel mezzo da "un mercato che si addimanda as Simât (la fila), tutto lastricato di pietra da un capo
all'altro (l'odierno corso Vittorio Emanuele), bello emporio di varie specie di
mercanzie", contava trecento moschee, la principale delle quali, nel sito della
odierna cattedrale, era capace di settemila persone, e poi ovunque erano botteghe,
mercati, attività economiche: all'esterno delle mura erano negozi di oliandoli,
droghieri, calderai, armaiuoli, venditori di granaglie, sarti, cambiavalute, e nel suq al Balhara (mercato di Ballarò) stanziavano gli
ortolani provenienti dalle odierne contrade di Monreale; all'interno predominavano le
botteghe della carne, oltre centocinquanta: invero, l'immagine prevalente che Ibn Hawqal
ci trasmette della Palermo araba è quella di un grande bazâr.
Dal punto di vista urbanistico, la città si manteneva nei limiti dell'originario
impianto punico-romano. Le antiche mura circoscrivevano i due quartieri della Galka (al-Halqah, "la cinta") sede per lo spazio di un
secolo degli uffici governativi e residenza dell'emiro, e del Cassaro (al-Qasr "il castello"), corrispondenti
rispettivamente alle primitive paleapoli e neapoli, attraversati
nel mezzo dalla grande strada lastricata, la simât al balât;
al di fuori, via via che il naturale arricchimento demografico e l'attrazione centripeta
della capitale accrescevano la popolazione, altri quartieri s'andarono formando: l'hârat al masgid Ibn Siqlâb (quartiere della moschea) e l'hârat al gadîdah (quartiere nuovo), l'ultimo a formarsi,
che abbracciavano quelli che sarebbero stati i quartieri dell'Albergheria e dei Lattarini,
fra le mura meridionali della città e l'odierno corso Tukory; l'hârat as Saqâlibah (quartiere
degli Schiavoni, schiatta di mercanti o milizia mercenaria slava), a settentrione, al di
là del corso del Papireto, ch'era il più popoloso di tutti, esteso per gran parte
nell'area del Capo. A occidente, invece, fuori dell'odierna Porta Nuova, si stendeva una
vasta contrada suburbana scarsamente edificata, il muaskar,
sede di stanza delle truppe.
Etnograficamente, non molto siamo informati della distribuzione della popolazione nei
quartieri: poiché le moschee, per la maggior parte piccoli edifici di possidenza
familiare, erano diffuse tanto nel Qasr che nelle aree esterne, dobbiamo pensare a uno
sparso insediamento della popolazione araba, sulla quale all'interno della città murata
doveva prevalere la presenza dell'originario ceppo indigeno; un forte nucleo di
popolazione greca doveva essere concentrato nelle aree occidentali dell'hârat al masgid e
dell'hârat al gadîdah, ossia nelle contrade più elevate dell'odierna Albergheria, nelle
parti orientali dell'hârat al masgid si formarono due minori quartieri: l'harat al Yahud
(quartiere degli ebrei), esteso dall'odierna piazza di Casa Professa alla chiesa di S.
Nicolò da Tolentino, nel cui sito sorgeva la sinagoga, abitato dalle genti di ceppo
giudaico, e l'hârat Abû Himâz (quartiere di Abû Himâz), nel sito dei Lattarini, a
prevalente insediamento islamico.
Tutti i quartieri esterni al Qasr costituivano il rabad (borgo) e, fin quasi alla
conquista normanna, non erano cinti da mura, che furono costruite poco dopo la metà
dell'XI secolo, al profilarsi della minaccia normanna, per proteggere le indifese aree
domificate a settentrione, a meridione e a levante della città; proprio a oriente,
nettamente distinta e lontana dal Qasr, sorse negli anni 937-38, quando le turbolenze
della popolazione imposero l'esigenza di strutture fortificate, una cittadella murata, al-Hâlisah,
"l'Eletta", la Kalsa, estesa all'incirca 8 ettari, e qui si trasferirono la
sede dell'emiro e i principali uffici governativi, il diwan, i bagni, le prigioni.
Fu da questa cittadella che nel 1072 i Normanni operarono la conquista della città; ma
non mantennero qui la sede direzionale di quel regno ch'essi con arditissima impresa e
scarsi mezzi combattendo in Sicilia per un intero trentennio, costituirono. Eressero
la loro reggia, edificio splendido d'architetture e d'ornati, nella Galka, nel sito stesso
del precedente castello arabo restituendo l'antica dignità all'acropoli
palermitana, e con una lunga strada porticata, la ruga magna Coperta,
che si svolgeva a ridosso delle mura occidentali e settentrionali della paleapoli, la
collegarono alla cattedrale, che edificarono in forme sontuose nel sito della grande
moschea, e al palazzo dell'arcivescovo, quasi ad attestare il vincolo e il fondamento
cristiano della monarchia.
Non furono le sole opere, sebbene le più eminenti, che eressero; tutta la città, nei
centoventi anni della dominazione normanna, venne coinvolta in un processo edilizio che la
condusse a un grado di splendore incomparabile. Palermo era toccata, nella spartizione che
i due fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla avevano operato dei territori
conquistati, a Roberto, ma nel 1091, per concessione del figlio di questi, metà della
città passò sotto il dominio dello zio Ruggero, e solo nel 1122 l'intero possesso della
capitale si unificò nelle mani del figlio e successore di questi, pure lui del nome di
Ruggero.
Che cosa abbia rappresentato per Palermo, divenuta prima sedes
corona regis et Regni caput, il governo della dinastia normanna è
testimoniato dallo splendore delle sue architetture: la cattedrale, la Cappella palatina,
la Zisa, la Cuba, i superstiti edifici del palazzo regio, la chiesa dell'Ammiraglio,
quelle di S. Cataldo e di S. Giovanni degli Eremiti e altre strutture ancora, a non dire
del vicino duomo di Monreale, costituiscono una presenza senza l'eguale nel patrimonio
artistico italiano.
Politicamente, quello dei Normanni fu regno nel quale ebbe coerente attuazione il progetto
organizzatorio di uno Stato solido, ben ordinato, garantito da una amministrazione
efficiente, dall'autorità e dal prestigio della Corona, alla quale la feudalità, pur
favorita da privilegi e giurisdizioni, era sottoposta da vincoli di vassallaggio;
s'instaurò allora, per l'appunto, l'istituto feudale nell'isola, attraverso l'ampia
elargizione di terre e castelli ai militi che avevano partecipato alla conquista, nello
stesso tempo però in cui si realizzava il processo di unificazione politica e civile del
regno, accogliendosi in esso e fondendosi il complesso mosaico delle tradizioni, delle
culture, degli ordinamenti delle varie nazionalità presenti: latini, greci, arabi, militi
normanni ebbero pacifica convivenza e godettero della tolleranza dei nuovi sovrani,
sebbene da questi fosse in ogni modo favorita la rilatinizzazione dell'isola attraverso il
richiamo e la protezione di forti colonie lombarde. Comunque, è un fatto che dalla forza
coesiva della monarchia normanno-sicula, dalla sua rigorosa politica statuale, dal suo
accorto sincretismo, dall'ordine nuovo instaurato e garantito, trarrà questo composito
caleidoscopio etnico, di razze, di stirpi, di costumi, di religioni, sentimento e
coscienza di nazione, quelli stessi che, nel crepuscolo delle fortune normanne, dinanzi al
pericolo che la Sicilia, passando il trono al germanico Enrico VI, divenisse appendice di
un regno straniero, determinarono la formazione di un forte partito "nazionale"
e, con l'elezione al trono di Tancredi, materializzarono l'espressione di una universale voluntas siculorum.
Correlativamente, l'amministrazione della città si adeguò alla straordinaria
articolazione etnica della sua popolazione. Non vi furono ancora una amministrazione
comunale, né una universitas civium, cioè una
assemblea del popolo, o questa non ebbe giuridica valenza: ciascuna componente razziale si
manteneva con un proprio magistrato che ne rappresentava gli interessi e ne gestiva le
funzioni collettive, sì che v'erano un giudice per i latini, un arconte per i greci, un
qadì per gli arabi, ma, quando cominciò a realizzarsi la fusione delle diverse
cittadinanze, la funzione di capo della città si concentrò nelle mani di un judex
civitatis e ai giudici delle popolazioni si sostituirono i vicecomites in
rappresentanza dei vari quartieri; essi, oltre che funzioni amministrative, avevano
limitate mansioni in materia di giustizia civile, mentre la giustizia criminale era
affidata a un giustiziere, assai più tardi chiamato capitano giustiziere. Comunque,
l'amministrazione civica era assai compressa e condizionata dall'assolutismo regio, e al
sovrano difatti competeva fra l'altro la nomina del judex civitatis.
Fu epoca, questa, di grande evoluzione nel tessuto della città, l'epoca della
costituzione dei quartieri in senso moderno e delle grandi architetture di edilizia
pubblica. Topograficamente, Palermo si manteneva nei limiti della cinta muraria innalzata
dagli Arabi negli ultimi anni del loro governo: si trovava, così, circoscritta da una
cerchia di mura, aggiuntasi a quelle del Qasr e della Kalsa, che omologava i territori che
formeranno i tradizionali quartieri del Cassaro, del Capo, dell'Albergheria e della Kalsa
in una dimensione urbanistica unitaria, destinata a mantenersi sostanzialmente inalterata
fino all'ultimo quarto del XVIII secolo. Cadranno in prosieguo di tempo le muraglie
interne, ridottesi a costituire un inutile diaframma fra i quartieri, e su di esse - in
particolare sulle mura del Cassaro - si edificheranno case e chiese; intanto, quella
cerchia disegnava l'effigie della città "bella e immensa, quella che a narrarne i
vanti non si finirebbe quasi mai, ornata di tante eleganze, di edifizi di tanta bellezza
che i viaggiatori si mettono in cammino attirati dalla fama delle architetture", come
a metà del XII secolo con ammirate apostrofi la decantava il geografo Edrisi; era la
città stessa della quale, visitandola nel 1184, diceva il viaggiatore Ibn Giubayr ch'era
"elegante, splendida e graziosa", tale che "abbaglia la vista con la rara
venustà dell'aspetto (...), stupenda, somigliante a Cordova per l'architettura".
Le mura la definivano all'interno di un tracciato che, partendo dal castello a mare, il
castrum maris o palatium vetus, edificato dagli Arabi all'inizio dell'XI secolo
sull'imboccatura settentrionale della cala e poi ampliato e fortificato dai Normanni, si
svolgeva lungo le odierne via Bara all'Olivella e via delle Mura di San Vito a
settentrione, la via Mura di Porta Carini, il corso Alberto Amedeo e la via dei
Benedettini a occidente, la piazza di Porta Montalto, la via Giuliano Majali, la via delle
Mura di S. Agata e la via dello Spasimo a meridione, mentre a oriente il mare aveva
iniziato quel graduale processo di arretramento che ridurrà all'inizio del Trecento
l'area portuale quasi all'attuale insenatura della cala: si trattava nel complesso di una
superficie di 186 ettari, nella quale viveva una popolazione di circa 120 mila abitanti
(è certo enfatizzata l'attribuzione di trecentomila abitanti alla Palermo
arabo-normanna). Nei territori restituiti dalle acque, a oriente della odierna via
Maqueda, tra la via Bandiera, la piazza S. Domenico, il corso Vittorio Emanuele e il
porto, si formò un ricco borgo, l'Amalfitania (più tardi quartiere della Loggia),
abitato da mercanti di Amalfi, ma anche da genovesi, veneziani, pisani, mentre al di là
del Papireto, nella parte alta dellhârat as Saqâlibah, oltre che nei territori
della Kalsa, si concentrava la popolazione musulmana, lasciando a greci e latini le
abitazioni del Cassaro, topograficamente sempre caratterizzato dalla lunga arteria
centrale, ora ribattezzata via Marmorea per essere lastricata di viva selce; l'intero
quartiere degli Schiavoni prese il nome di Seralcadi, da shera al qadî, strada del qadì,
ch'era il titolo del magistrato preposto alla gente di stirpe islamica (questa strada,
chiamata per antonomasia ruga Seralcadi, corrisponde alle attuali vie S.
Agostino-Bandiera), e nella parte terminale di Caput Seralcadi, finché più tardi, per
brevità, il toponimo Capo passò a identificare l'intero quartiere. Gli ebrei, una
popolazione allora di 1.500 anime, rimasero concentrati fra la piazza di Casa Professa, la
via Calderai e la via Divisi, nell'area gravitante attorno all'odierna chiesa di S.
Nicolò da Tolentino, dove una piazzetta e un vicolo tuttora conservano il nome di
Meschita, mentre al di là del Kemonia venne accentuandosi il processo di domificazione
del quartiere dell'Albergheria (ma tale toponimo è attestato solo dal 1259, prima abbiamo
Deisin), residenza per lo più, a occidente, dei funzionari di palazzo e di un forte
nucleo di popolazione greca.
A occidente della città, fuori dalle mura, si stendeva l'immenso parco del genoard, e
tutto intorno, nei giardini che circondavano Palermo, erano disseminati i solatia regi,
edifici magnifici nei quali i sovrani normanni usavano trascorrere dilettevoli soggiorni
con le dame e i cavalieri della corte, in essi rivivendo le mollezze di quella seducente
vita islamica che tanto li aveva suggestionati. Così questi palazzi ebbero tutti aspetto
arabo: Maredolce, il castello emirale che ulteriormente abbellirono, la Cuba, la Zisa, la
Cuba soprana, lo Scibene, il Minenio ma anche le architetture che inaugurarono nella
città - il palazzo regio, le chiese - ebbero splendida effigie di orientale ascendenza,
traboccante di influssi arabi e bizantini, ai quali si innestano motivi del repertorio
latino. A giusto titolo poteva, alla fine del XII secolo, il poeta Pietro da Eboli
esaltare questa città, nella quale si parlavano tre lingue e si costruiva componendo
insieme tre diversi stili, "urbs felix, populo dotata trilingui".
Palermo fu ancora splendida metropoli nel cinquantennio del regno di Federico II di
Svevia, sede di una Corte raffinata e vivace centro culturale, della poesia (con la Scuola
poetica siciliana, che elevò il volgare siciliano a dignità di lingua nazionale), del
diritto, delle scienze, col gran numero di dotti che da molti Paesi vi convenivano o che
operavano al servizio dell'imperatore, sì che può dirsi fosse faro di civiltà
all'Europa intera e alle altre nazioni del Mediterraneo. Anche economicamente era una
città al massimo rigoglio: certo, se vero è che l'imperatore stimolò le attività
produttive al fine di trarne il massimo possibile di gettito dalle imposte per finanziare
le sue ininterrotte guerre all'estero e trasformò molte delle attività economiche in
redditizio monopolio dello Stato, è un fatto che l'agricoltura, i commerci, le industrie
ebbero nella prima metà del XIII secolo fiorente sviluppo e il porto sempre era affollato
da un grande numero di navi da carico dirette agli empori d'Africa, d'Europa, del Levante.
Dal punto di vista urbanistico-edilizio, Palermo s'esaltava invece solo dell'eredità
normanna: mancò un'opera costruttiva federiciana, e anzi, dal punto di vista degli
interessi strettamente municipali, il periodo fu negativo per la città, cui pure toccò
di subire un decremento demografico con l'estromissione nel 1243 della comunità
musulmana, solo in parte compensata dal ripopolamento con gli abitanti ribelli di
Centuripe e Capizzi, coattivamente insediati nel quartiere dell'Albergheria.
Invece, con Federico il governo cittadino conobbe una timida evoluzione in senso
democratico: furono istituiti nel 1222 i giurati, scelti fra i boni
homines, con limitate funzioni amministrative, e al judex
civitatis si sostituì il baiulo, con funzioni all'incirca
corrispondenti a quelle odierne di sindaco e con una propria corte, detta curia baiulacionis, composta dai giudici di quartiere e dai
giurati, embrionale forma di un primo consiglio civico. Tutti questi magistrati erano,
però, di nomina regia; una maggiore autonomia e un più vivace risveglio della vita
comunale della città si sarebbero avuti solo dal 1278, quando il popolo cominciò ad
eleggere i propri rappresentanti di quartiere.
La felice condizione di cose che abbiamo visto durare in epoca araba, normanna, sveva,
radicalmente mutò nel convulso quindicennio seguito alla morte di Federico II (1250), nel
periodo della "mala signoria" angioina (1266-1282), concluso dalla rivolta del
Vespro, esplosa a Palermo e da lì rapidamente propagatasi agli altri centri dell'isola,
e, tranne qualche sprazzo di benessere, durante il regno aragonese (1282-1409). Con gli
angioini Palermo dovette addirittura cedere a Napoli il rango di capitale, che riacquistò
con gli Aragonesi, allorché la Sicilia tornò ad essere Regno indipendente sebbene
governata da una dinastia straniera e ormai attratta nella sfera d'influenza iberica. Gli
stessi interessi economici, però, si erano spostati e privilegiavano altre aree del
Mediterraneo, sì che all'isola non restò che di esercitare un passivo ruolo di mercato
d'importazione; contribuì, per altro, al tracollo delle sue fortune economiche il
sanguinoso dissidio armato tra la feudalità latina e catalana che per gran parte del XIV
secolo travagliò le contrade della regione, isterilendone l'agricoltura, impoverendone
l'industria e i traffici.
E straordinario che in questo periodo a Palermo siano fiorite le manifestazioni
dell'architettura, un innesto di forme gotiche sulla tradizionale maniera latina, che
farà denominare quell'arte "chiaramontana" dal nome della potente famiglia che
per quasi l'intero secolo, fino alla tragica morte nel 1392 di Andrea Chiaramonte, ribelle
al re, dominò la città e gran parte della Sicilia, identificando in sé l'orgoglio e la
coscienza della nazione sicula: lo Steri, il palazzo degli Sclafani, la basilica di S.
Francesco d'Assisi, le chiese di S. Agostino e di S. Antonio abate, le distrutte chiese
dell'Annunziata e di S. Nicolò la Kalsa, le chiese di S. Maria di Valverde e di S. Cita
nelle originarie strutture e altri edifici ancora testimoniarono di questa felice stagione
d'arte conclusasi alla fine del XIV secolo.
Nello stesso tempo venne restaurata la cinta urbica, rimasta danneggiata nell'assedio
angioino del 1325, e fu completata con l'erezione delle mura intorno all'arco della cala.
All'interno di questa robusta cortina, estesa lungo un perimetro di 6.700 metri, la città
manteneva inalterata la quadrilatera struttura urbanistica ereditata dalla metà dell'XI
secolo, che senza sostanziali modifiche ancora conservò per tutto il corso del
Quattrocento. Era divisa in cinque quartieri, o quintieri piuttosto: il Cassaro, ch'era il
principale e più popoloso (con al vertice la ben differenziata Galka), l'Albergheria a
meridione, il Capo a settentrione, la Kalsa a sud-est, e la Loggia, detta anche quartiere
della Conceria o di Porta Patitelli o Amalfitania, estesa nelle adiacenze del porto, a sud
del Capo e ad est del Cassaro. Ciascuno d'essi esprimeva nel governo municipale, elevato
alla dignità di Senato, un giurato, tranne il Cassaro, che aveva due rappresentanti; a
capo della città era sempre il baiulo, scelto nel seno del ceto patrizio, che dal 1321
prese, per concessione regia, il titolo di pretore; anche i giurati ebbero più tardi il
titolo di senatori; dal 1330, a turno, a cominciare dal primo giurato del Cassaro, ognuno
d'essi assumeva il rango di "priore", con funzioni vicarie del pretore.
Nettissima nella configurazione urbanistica la bipartizione imposta dalla condizionante
bisettrice della strada del Cassaro, sebbene questa s'arrestasse ancora al livello della
chiesa di S. Antonio abate, strada che convogliava - e fino a buona parte del Settecento
convoglierà - lo sviluppo della vita civica lungo la linea mare-monti, sulla quale si
collocavano il porto e le tre sedi della rappresentanza regia, municipale e religiosa; a
questa, con variabile andamento, si allineavano le altre principali arterie, oggi
riconoscibili nell'asse via Albergheria - via Divisi - via Alloro, oltre il Kemonia, e
nell'asse via S. Agostino - via Bandiera, di là dal Papireto; correlativamente, l'intero
tessuto viario si orientò lungo la prevalente direttrice ovest-est, affidandosi a tutta
una serie di strade che accompagnavano la configurazione longitudinale della città,
irregolarmente intersecate da stradelle minori.
Certo, mancò fino alla seconda metà del Cinquecento al disegno della città una ordinata
progettualità urbanistica: se il Trecento, a parte la ben definita attività dei soggetti
egemoni, fu periodo di generale stasi per l'edilizia, nel Quattrocento si costruì, ma,
tranne i radi episodi di programmato intervento pubblico (sistemazioni del piano della
corte pretoria e del piano della cattedrale nel 1452, ampliamento della Bocceria grande
nel 1454, sistemazione della piazza Ballarò nel 1468, esecuzione della primitiva piazza
di S. Domenico verso il 1470, apertura della via Porta di Termini, odierna via Garibaldi,
nel 1490), la trasformazione edilizia fu opera in buona parte spontanea e perciò
disorganica, la quale si realizzò soprattutto nelle aree verdi ancora libere all'interno
della cortina muraria che nettamente precludeva l'apertura della città alla campagna
circostante: si ebbe, insomma, un fenomeno espansivo dell'abitato nel corpo medesimo
dell'area urbana, che non offriva, per le sue stesse caratteristiche, soluzione al
disordine urbanistico di una Palermo al postutto meno densamente popolata di quanto non
fosse al tempo dei Normanni: nel 1492 i suoi abitanti non superavano il numero di
centomila.
Emerge nell'architettura il genio di Matteo Carnalivari: è l'epoca - ma siamo ormai
nell'ultimo decennio del secolo - del palazzo Aiutamicristo, del palazzo Abatellis,
splendide manifestazioni del gotico catalano, che si innestavano nel solco di una
tradizione che in precedenza, in quel secolo medesimo, aveva avuto espressione nel fiorito
portico meridionale della cattedrale, nel palazzo Pretorio, nel palazzo Speciale, nella
chiesa di S. Maria di Gesù, nel nuovo arcivescovado e, appena travalicato il secolo,
avrà prosecuzione nelle chiese della Catena e di S. Maria la Nuova.
Ormai in Sicilia si respirava aria di stabilità politica; aria asfittica, però, ché dal
1415, con l'avvento del primo viceré, l'infante Giovanni duca di Pegnafiel, secondogenito
del re Ferdinando di Castiglia, l'isola indissolubilmente seguiva le sorti dello Stato
spagnolo, legata alla Madrepatria in una soggetta realtà di provincia: non più Regno
indipendente con un proprio sovrano, ma da allora e per tre secoli, fino a Carlo III di
Borbone (1735), Viceregno, governata da re stranieri a mezzo di propri rappresentanti,
succube di destini decisi in terra straniera. Eppure, per uno strano contrappunto, i
siciliani sempre si sentirono legati alla Spagna, considerarono i suoi re come propri
legittimi sovrani e, tranne sporadici episodi ribellistici, che tuttavia ebbero come
motivo le frequenti carestie e il malgoverno di alcuni viceré, furono loro fedeli. In
particolare a Palermo, sede del rappresentante regio, del Parlamento, degli uffici
maggiori e delle supreme magistrature del Viceregno, s'avvertì l'orgoglio di questa
appartenenza allo Stato iberico, sentimento che s'associava alla fierezza per il rango -
del quale in ogni tempo i palermitani andarono alteri - e per il trattamento di capitale
riservato alla loro città: un prestigio, questo, che per lo spazio di due secoli e mezzo
acremente difesero contro le pretese di Messina, che fin dal Parlamento del 1410, e poi
nel 1460, nel '70, nel '77 e successivamente, rivendicò il primato di capitale fra le
città dell'isola. Era, invero, a quel tempo la città più ricca e produttiva, ma
Palermo, che pure nel 1432 aveva dovuto osteggiare le pretese in tal senso di Catania, non
volle cedere e solo si dichiarò disposta a una soluzione di compromesso: coi capitoli del
re Alfonso d'Aragona si stabilì che il viceré per una parte dell'anno dovesse, a
richiesta del Parlamento, risiedere nelle altre principali città per amministrar
giustizia e controllare l'andamento dei pubblici uffici; così, la questione della
capitale, rimasta sostanzialmente risolta a favore di Palermo, tornò ad agitarsi a varie
riprese, fino alla sfortunata ribellione di Messina contro gli Spagnoli nel 1674, che
sanzionò la decadenza della città ed ebbe squallido corollario nella soddisfazione dei
palermitani.
Eppure, la prima capitale del Viceregno non fu Palermo, ma, seppure per breve tempo,
Catania: ivi, nel castello Ursino, il duca di Pegnafiel stabilì nel 1415 la dimora
viceregia e la sede del governo, che dall'anno dopo, coi suoi successori, vennero
riportate a Palermo. Non, però, al palazzo reale, destinato a una lunga fase di
abbandono: per lo spazio di un secolo il viceré, col sacro consiglio, il tribunale e gli
uffici supremi dell'amministrazione statale, ebbe sede allo Steri, donde, per motivi di
sicurezza, si trasferì nel 1517 nel forte del Castellammare, ingrandito fin dal 1496,
finché, a far data dal 1553, stabilmente s'insediò a palazzo reale. L'edificio dei
Chiaramonte sarebbe divenuto più tardi sede del Tribunale dell'Inquisizione, il terribile
organo istituito a Palermo nel 1487 nel quadro di quella politica repressiva che fra il
1492 e il 1493 procurò pure l'espulsione dalla città (e da tutta la Sicilia) della
fiorente comunità ebraica: una popolazione di cinquemila anime; il S. Uffizio, fin dalla
istituzione, s'era allogato nel palazzo regio, donde si trasferì al Castellammare dopo
che l'ebbero lasciato i viceré.
In tale temperie maturarono i grandi interventi urbanistici. Mentre attorno alla cinta
muraria, per tutto il trentacinquennio dal 1537 al 1572, andarono rafforzandosi le difese
della città, con la creazione di una robusta catena di bastioni a protezione della
muraglia urbica, reputata dall'ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino, che progettò e
diresse i lavori di fortificazione, "assai buona ed inespugnabile ancorché
vecchia", all'interno si realizzarono o si sistemarono strade e piazze (la discesa
dei Giudici e la via Lattarini nel 1508, le Boccerie della foglia e della carne nel 1510,
la piazza del Garraffello intorno alla metà del secolo), fino a quell'intervento,
condotto fra il 1567 e il 1581, che costituì l'opera più grandiosa di tutte,
manifestazione di una moderna visione pianificatrice del Senato civico: l'allargamento e
la rettifica della strada del Cassaro, ribattezzata via Toledo dal nome del viceré sotto
il cui governo si attuò l'iniziativa, e il suo prolungamento fino alla Marina, che venne
sistemata nel 1577 con la creazione della "passeggiata" o strada Colonna,
attuale Foro Italico. L'arretramento dei due fronti stradali del Cassaro comportò
sacrifici enormi in termini edilizi e finanziari: molti fabbricati vennero demoliti e
ricostruiti, gli altri furono ridotti nelle dimensioni e se ne rifecero i prospetti,
alterazioni e demolizioni toccarono pure a edifici monumentali (la torre di Baych, la
chiesa di Portosalvo), ma la strada risultò di grande decoro; ai due vertici,
scenograficamente eminenti sul paesaggio urbano in funzione di quinte prospettiche,
sorsero la Porta Nuova (1569-1583) e la Porta Felice (1582-1637), due edifici che con le
loro magniloquenti sonorità morfologiche vennero a interpretare un felice periodo di
aulico rinnovamento urbanistico-architettonico della città, che l'orgogliosa fase
ispano-asburgica stimolava e la presenza di un viceré della tempra di Marcantonio Colonna
propiziava.
S'affrontarono pure, alla fine del secolo, grandiose opere di risanamento: la deviazione
del Kemonia nel "condotto del maltempo", che, raccogliendo le acque del torrente
all'esterno delle mura, le convogliava all'Oreto; il prosciugamento (1591), invano tentato
a più riprese da oltre un secolo, del pantano del Papireto, le cui acque, attraverso un
canale sotterraneo, furono avviate a versarsi nella cala.
Allo stesso tempo, tardivamente raggiunta dagli influssi del Rinascimento italiano,
Palermo s'aprì, nelle manifestazioni architettoniche, alle esperienze innovatrici della
cultura artistica continentale, interpretate con misurata purezza di linee e geometrico
equilibrio sintattico nelle chiese di S. Maria di Portosalvo, di S. Maria dei Miracoli, di
S. Giovanni dei Napoletani, di S. Giorgio dei Genovesi - certo la manifestazione più alta
della rinascenza classica siciliana -, nel Collegio Massimo dei Gesuiti (attuale sede
della Biblioteca regionale), o con corpose e austere connotazioni nella Gancia o nella
chiesa di S. Francesco di Paola, vibrante di vernacolari accensioni. Ma vennero pure -
espressione della seconda metà del secolo - le plastiche ridondanze e le scenografiche
esuberanze di una lezione manieristica che si esasperava nella superba macchina d'acqua
della fontana Pretoria, prodotto d'importazione però, o ebbe indigena interpretazione nel
magniloquente lessico fiorito di edifici come la Porta Nuova o nel palazzo Castrone. Il
fatto è che l'intera cultura architettonica palermitana del Cinquecento (Giorgio Di
Faccio, Giuseppe Giacalone, Antonello e Fazio Gagini, Natale Masuccio, Giuseppe Valeriano,
Giuseppe Spadafora, i tre Scaglione, G.B. Collipietra: non tutti, è vero, indigeni)
manifesta nell'eclettismo della produzione civile e religiosa del tempo il proprio
carattere ricettivo e la capacità di sperimentare in essa l'innesto di mature e calde
espressioni locali.
La città, intanto, restava rigidamente chiusa all'interno delle sue mura: i radi episodi
di espansione extra-urbana non riguardarono, in tutto il corso del XVI secolo, che sparse
edificazioni di chiese e conventi nelle vicine contrade rurali, conservatesi ancora
sostanzialmente indenni dall'aggressione edilizia; né a tale funzione espansiva
dell'abitato assolse il rettilineo stradone di Mezzomonreale (odierno corso Calatafimi),
inaugurato nel 1583 per collegare Palermo a Monreale, lungo il quale per lo spazio di due
secoli s'ebbe una rada edilizia a carattere soprattutto conventuale e villereccio. Solo
nelle aree nord-orientali, in prossimità del mare, si realizzò un programmato disegno
urbanistico, con la fondazione nel 1571 del borgo di S. Lucia, isolata espressione di un
timido e occasionale ampliamento urbano, abitato da marinai e pescatori, sollecitati a
tale insediamento dalla costruzione (1567-1590) del nuovo molo, opera colossale per i
tempi e difatti dai contemporanei celebrata come l"'ottava meraviglia del
mondo". Del resto, Palermo non manifestava esigenze di aree esterne a quelle del suo
impianto urbano: in un secolo, la sua popolazione, falcidiata dalle pestilenze del 1522 e
del 1575, s'era solo di poco accresciuta, passando dai 106.394 abitanti del 1501 a 114.131
nel 1595, ma nel computo non erano compresi gli ecclesiastici.
Il Seicento modificò sostanzialmente il tessuto urbanistico-edilizio della città:
proprio all'alba del secolo, con una ardita operazione di sventramenti che comportò
grandiose demolizioni condotte con risoluta determinatezza, nacque la via Maqueda,
ortogonale al tradizionale asse del Cassaro. La nuova strada realizzò nella topografia
urbana il concetto della città cruciforme, geometricamente ripartita in quattro uguali
quartieri, che si sostituirono ai precedenti: l'Albergheria o Palazzo Reale, il Capo o
Monte di Pietà, la Kalsa o Tribunali, il Castellammare o Loggia, ciascuno consacrato a
una santa patrona (nell'ordine, S. Cristina, S. Ninfa, S. Agata e S. Oliva); nel tempo,
esaltata dalla sfarzosa mostra dei Quattro Canti, realizzati dal 1608 al 1621 su progetto
di Giulio Lasso, venne ornandosi d'una cortina di barocche architetture, che ne fecero la
privilegiata residenza della nobiltà (insieme con la via Alloro) e la sede di solenni
complessi conventuali, mentre dietro l'aristocratica facciata inalterata si manteneva -
salvo sporadici episodi edilizi - l'eredità delle antiche case e dei vetusti edifici.
Sebbene la nuova arteria preparasse in embrione la futura direzione di crescita della
città, non maturò per allora, con la sua creazione, l'inversione dello sviluppo urbano,
che sarebbe stato esito di un secolo e mezzo più tardi: insomma, come prima, la vita
civica continuò a scorrere lungo l'asse privilegiato della via Toledo, nella quale o nei
cui pressi si incardinavano le emergenze civili e religiose - il palazzo regio, il palazzo
senatorio, la cattedrale e l'arcivescovado, gli uffici finanziari, i tribunali, il porto e
i mercati - o si svolgevano le manifestazioni fondamentali della vita collettiva (feste,
processioni, cortei di governanti e persino sollevazioni popolari).
Andò mutando, invece, e profondamente, l'effigie della città, nella quale, innestando la
propria autonoma attività edilizia su quella del Senato, nobili e ordini religiosi quasi
fecero a gara nell'edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiosi edifici
conventuali. Parve Palermo allora tutta un cantiere, nel quale artefici del rilievo di
Mariano Smiriglio, Giulio Lasso, Orazio del Nobile, Gaspare Guercio, Natale Masuccio,
Andrea Cirrincione, Antonino Muttone, Angelo Italia, Paolo e Giacomo Amato e altri ancora
realizzarono o progettarono quelle monumentali architetture vibranti di animati ritmi
compositivi, di articolate membrature, di enfatiche ridondanze, di plastiche arditezze,
alle quali la città deve tanta parte del suo aspetto barocco: le chiese di San Giuseppe
dei Teatini, di Casa Professa, del Carmine, di S. Maria di Valverde, di S. Ignazio
all'Olivella, della Concezione, di S. Francesco Saverio, del Noviziato dei Gesuiti, di S.
Matteo al Cassaro, di S. Teresa alla Kalsa, del SS. Salvatore, della Pietà furono le
punte emergenti di questo straordinario fenomeno costruttivo nel quale gli ordini
religiosi ampiamente profusero le immense ricchezze accumulate.
Altra cosa le condizioni del popolo. Nella Palermo viceregia, straordinariamente esaltata
da quell'apparenza di architettonica grandigia, dal fasto della sua aristocrazia, dalla
pompa massima delle feste, che si facevano sempre con colossali macchine di fuoco,
spettacolari addobbi pubblici, processioni e cavalcate sterminate (nel 1686 s'introdusse
per la prima volta il gigantesco carro trionfale di S. Rosalia, eretta nel 1625 a patrona
della città), illuminata a tratti dallo splendido governo o dall'opera di viceré della
tempra di Marcantonio Colonna, del duca di Maqueda, del duca D'Ossuna, del principe
Emanuele Filiberto di Savoia, orgogliosa delle sue costituzioni e dell'antico Parlamento
di Sicilia con tutto il loro illusorio garantismo, "felice" per antico attributo
e bugiarda antonomasia, anzi undique felix come
proclamava una epigrafe scolpita sopra il fornice di Porta Nuova, "felicissima,
nobile e principale e parimente dotata di tante grazie e favori concessile dal Cielo che
senza dubbio egualar si potrebbe a qualsivoglia altra nobilissima città del mondo",
come nel primo quindicennio del Seicento la magnificava il gentiluomo Vincenzo Di
Giovanni, in questa Palermo infine in cui si concentravano i titoli maggiori del Regno e
una burocrazia lenta e vassalla, il popolo soffriva autenticamente la fame.
Il magistrato municipale era espresso nel seno delle caste privilegiate, ma, in verità,
sempre contro le esorbitanze viceregie difese le immunità e gli statuti civici: avvenne,
per esempio, ai tempi del viceré Vigliena, quando il pretore s'oppose all'arbitraria
imposizione di un tributo, finché il governo fu costretto a cedere.
Aveva titolo, per antico attributo, di "eccellentissimo" e molte guarentigie,
allo stesso modo in cui la sua corte o Senato, organo esecutivo a composizione mista di
nobili e civili corrispondente all'odierna giunta comunale, aveva titolo di
"illustre" dal 1616, di "illustrissimo" dal 1618, di
"signoria" dal 1680, cui s'aggiungerà il rango di Grande di Spagna di prima
classe nel 1721, con titolo di "eccellenza": assicuravano, queste pompose
onorificenze, molte sterili prerogative (diritto dell'uso del baldacchino, di mazza
d'argento, di onori militari e così via), ma, in verità, il solo significativo
privilegio era il rango che aveva il Senato palermitano di capo del braccio demaniale nel
Parlamento generale di Sicilia. Alla giunta senatoria s'affiancava il Consiglio civico, un
organismo che abbiamo visto embrionalmente formarsi verso la metà del XIII secolo e del
quale nel tempo s'erano accresciute la composizione e le funzioni: costituito dai più
eminenti cittadini d'ogni classe, dai rappresentanti degli ordini religiosi, dai capi
delle maestranze e dagli stessi senatori nobili, deliberava sulle questioni di maggiore
importanza; nel suo seno, il sindaco (ufficiale municipale ben distinto dal pretore) aveva
la rappresentanza e la difesa degli interessi della cittadinanza.
Non v'era un ceto intermedio di borghesi, professionisti o grossi imprenditori, o questo
non ebbe coscienza autonoma di classe: era appendice della nobiltà, allo stesso modo in
cui il popolo dipendeva dal lavoro assicurato dai ceti aristocratici sotto forma di
impieghi domestici o di commesse artigianali. Mancava un'attività industriale e scarse
erano le proprietà allodiali; i lavoratori dei campi erano salariati e, per gran parte
dell'anno, poveri e perciò ridotti ai margini della città ad accrescere il flusso dei
mendicanti. Nella sostanza, Palermo si reggeva parassitariamente sulle rendite del feudo o
sui redditi burocratici e delle attività giudiziarie: troppo poco perché ci fosse
diffuso benessere e il pane non mancasse alla massa dei diseredati; anzi, era vero il
contrario, e, dall'altra parte della facciata d'ispanica grandiosidad,
Palermo nel Seicento era una città povera economicamente, igienicamente degradata.
Ciò spiega le frequenti carestie, la straordinaria soggezione al flagello della peste
(oltre novemila morti, quasi un decimo della popolazione, s'ebbero nel contagio del
1624-25), la rivolta capeggiata nel 1647 da Giuseppe D'Alesi, ch'era però dopotutto
contro gli abusi governativi e i responsabili della miseria, non contro lo Stato, la cui
legittimità non si discuteva.
Questa condizione di cose continuò nel secolo successivo, con una nobiltà splendida e
infingarda da una parte, e perciò sempre più di frequente coinvolta in liti per debiti o
travolta nella rovina patrimoniale, una società di poveri e di senza-lavoro dall'altra:
era una folla di "vilissimi sfaccendati", vero "turbine di popolaglia che,
dopo avere esaurito la campagna, rigurgitava in città" - come annotavano i
contemporanei -, mendicando un obolo o un servizio occasionale in piazza Pretoria, ai
Quattro Canti, alla Marina, davanti alla cattedrale; tant'è che allora, al tradizionale
intervento caritativo del Monte di Pietà e dei conventi, s'aggiunse, nel quadro
dell'azione riformatrice instaurata da Carlo III di Borbone (1734-1759), un'opera cui era
affidato di concretizzare il dovere pubblico della società di provvedere all'assistenza
nei confronti dei poveri e dei bisognosi: fu posta nel 1746 la prima pietra dell'Albergo
dei Poveri, che alcuni anni dopo iniziava la propria attività.
Con Carlo di Borbone, intanto, la Sicilia, per la quarta volta nell'arco di un ventennio,
aveva cambiato padrone, subendo un destino deciso - nel quadro delle guerre di successione
spagnola e polacca - sui campi di battaglia stranieri. Dopo le effimere e rigide signorie
sabauda (1713-1720) ed austriaca (1720-1734), era stato quel sovrano ad acquistarne la
corona, dando inizio ad una nuova fase politica e ad una nuova dinastia. Carlo, veramente,
era spagnolo, figlio del re Filippo V, ma ora aveva assunto il titolo di re di Napoli e di
Sicilia, che, chiamato nel 1759 al trono di Spagna, lascerà al lungo regno del figlio
Ferdinando. Era un fatto istituzionalmente rilevante questa duplicità di corone nella
sintesi monarchica: ora la Sicilia, staccata dalla sua condizione di provincia spagnola e
unita al Regno di Napoli, assumeva rango di Stato autonomo e Palermo tornava ad essere
capitale del Regno di Sicilia; nella realtà politica, le cose non mutarono: come prima,
l'isola continuò ad essere governata per mezzo di viceré, né Palermo fu veramente
capitale d'un regno che aveva invece per capitale Napoli: in fondo, s'era solo spostato il
baricentro geografico dello Stato.
Così la città, affacciatasi alle soglie del Settecento con una popolazione di 144.467
abitanti, cresciuta cioè d'un quarto rispetto a cento anni prima, splendida,
improduttiva, festaiola e burocratica, sterilmente pomposa del suo primato fra le città
della Sicilia, con fiorite iperboli esaltata dall'intera letteratura municipalistica,
senza sostanziali mutamenti attraversò il secolo, portandosi dietro tutta la somma dei
suoi problemi, che non valsero - sul piano economico - i savi provvedimenti di Carlo III e
assai più tardi - sul piano sociale - l'azione progressista di un viceré illuminato come
il Caracciolo a risolvere, poiché i primi furono slegati ed episodici, l'altra fu
sopraffatta dall'opposizione e dall'azione disgregante dei ceti privilegiati.
Parimente immutato, almeno per buona parte del Settecento, si conservò - fatta eccezione
d'alcuni episodi, per lo più di aristocratica matrice, di espansione edilizia extra
moenia lungo le prevalenti direttrici della piana dei Colli e dello stradone di
Mezzomonreale, che però non offrivano ancora occasioni di conurbazione col territorio
circostante - l'assetto topografico della città, chiusa dalla condizionante cerchia
muraria e dominata dalla rigida croce delle strade Maqueda e Toledo. Si condussero, è
vero, al suo interno operazioni, talora egregie, di ristrutturazione e di riqualificazione
degli spazi urbani (piazza S. Domenico, piazza S. Anna), finché nel 1777, con la
creazione della villa Giulia al termine della passeggiata a mare da una parte, e l'anno
dopo con la realizzazione, ad opera del pretore marchese di Regalmici, di una nuova strada
a prolungamento della via Maqueda verso settentrione (l'odierna via Ruggiero Settimo),
dello stradone di Ventimiglia ortogonale a questa (odierna via Stabile) e successivamente
di un terzo stradone suburbano fra l'odierna piazza Castelnuovo e il borgo di S. Lucia
(oggi, corso Scinà), si preparò lo sviluppo dei collegamenti della città con le ville
della piana dei Colli e con le aree portuali; intanto, le nuove strade attuarono un
programma di ampliamento urbano che superava l'asfissia delle ormai inutili mura e
aprirono all'edificazione le aree gravitanti attorno alle odierne piazze S. Oliva,
Castelnuovo e Politeama e alla via Emerico Amari.
Protagonista del fenomeno edilizio in espansione fu, insieme con alcuni aristocratici, il
ceto emergente della borghesia professionistica e soprattutto imprenditoriale, avviato
ormai a sostituirsi, attraverso l'assunzione delle leve del potere economico, a quella
nobilità che l'intrinseca neghittosità di casta e lo sfaldamento delle immense fortune
patrimoniali avviava ormai sulla china di un inesorabile declino, lasciandola paga della
sterile difesa della trincea del privilegio.
Al patriziato, piuttosto, è da riconoscere di avere realizzato nel corso del Settecento
la trasformazione agricola delle campagne a tramontana di Palermo: valse all'arricchimento
delle colture l'insediamento nella piana dei Colli di molte ville dell'aristocrazia (una
cinquantina ne elencava il marchese di Villabianca alla fine del secolo), molte delle
quali derivate da preesistenti bagli rurali; precorreranno d'un secolo l'espansione
settentrionale della città, sebbene non possa dirsi che ne abbiano costituito l'elemento
catalizzatore: in fondo, quelle aree si rivelavano il polmone naturale dello sviluppo
metropolitano e perciò ad esse guardò il successivo processo edificatorio. Ugualmente
non avvenne verso l'altra grande zona di villeggiatura dell'aristocrazia, la campagna di
Bagheria, cui la distanza non offriva occasioni di conurbazione con Palermo; avrebbero
potuto svolgere un ruolo alternativo d'effusione extraurbana le aree occidentali
attraversate dallo stradone di Mezzomonreale, ma queste, almeno fino all'ultimo decennio
del secolo, si mostrarono meno favorite e poco domificate, se si escludano alcune
residenze estive e una timida edificazione prevalentemente a carattere pubblico o
conventuale (l'Albergo dei Poveri, 1746; l'Educandario Carolino, 1735; la chiesa di S.
Francesco di Sales, 1772), sì che scarsi ne erano i valori fondiari e solo nei siti più
prossimi al piano di S. Teresa (odierna piazza Indipendenza) e lungo lo stradone dei
Porrazzi (odierno corso Pisani) si ebbe un apprezzabile processo edilizio, comunque non
anteriore alla metà del secolo. In quegli anni, la popolazione, censita nel 1748, contava
167.349 abitanti.
All'evoluzione urbanistica dell'ultimo trentennio del secolo s'accompagnò, in dipendenza
dallo svolgimento degli stili architettonici, una rapida maturazione nell'espressione
formale dell'edilizia settecentesca: il processo, tuttavia, non conferì una diversa
immagine alla città, nella quale le profonde trasformazioni della piena epoca barocca
avevano pressoché saturato gli spazi identificativi; per buona parte del secolo, anzi,
l'architettura continuò ad essere naturalmente barocca (facciate delle chiese di S.
Domenico e di S. Anna la Misericordia, ambedue opera di Giovan Biagio Amico, anteriori
alla metà del secolo; scalone del palazzo Bonagia, circa 1760). Il fatto è che il
Barocco aveva intensamente intriso la civiltà artistica di Palermo, avverandosi nella
formazione della città come elemento fortemente costitutivo della sua facies monumentale: il che fu vero anche riguardo ad ogni
altro aspetto della cultura figurativa.
Sicché le fredde e astruse manifestazioni del Neoclassico, poco intelligibili nella loro
astratta e grecizzante austerità, rimasero soprattutto sporadico prodotto dell'incontro
di una committenza aperta alla loro accettazione con un artista nel quale si identificò
il neoclassicismo palermitano: Giuseppe Venanzio Marvuglia, autore dei palazzi Belmonte
poi Riso, Costantino, Coglitore, Geraci, dell'oratorio di S. Ignazio all'Olivella, della
chiesa di S. Francesco di Sales, degli edifici secondari dell'Orto Botanico (il Ginnasio
fu invece eseguito su progetto del francese Dufourny), della villa Belmonte all'Acquasanta
e, sebbene su diverso versante, della Palazzina cinese. Con poche altre espressioni (villa
Ranchibile, ingresso monumentale della villa Giulia, eseguito nel 1777-78 su progetto di
Nicolò Palma) s'esaurì il discorso architettonico del Settecento neoclassico
palermitano, destinato a proseguire con rade manifestazioni nel primo ventennio del secolo
seguente (la citata villa Belmonte all'Acquasanta, villa Belmonte alla Noce, villa Trabia
alle Terre Rosse, il portico dell'Università, alcuni palazzi signorili).
Frattanto nella città che cresceva lievitavano i fermenti della vita culturale: la
riapertura verso la metà del secolo del teatro di S. Cecilia, dopo una chiusura durata
alcuni decenni, I'istituzione nel 1760 della Biblioteca Senatoria (oggi Comunale) e nel
1767 dell'Accademia degli Studi (dal 1805 Università), inizialmente insediatasi nel
Collegio Massimo dei Gesuiti, che in quell'anno stesso sotto la pressione delle idee
gianseniste erano stati espulsi dalla Sicilia (dove però ritorneranno nel 1804,
rientrando in possesso dei propri beni, mentre l'Università si trasferirà nella casa dei
Teatini), la creazione dell'Orto Botanico (1785-95) e dell'Osservatorio astronomico
(1791), allocato sulla torre Pisana del regio palazzo e affidato alla direzione di
Giuseppe Piazzi, costituirono una concreta testimonianza del maturare di nuovi
orientamenti intellettuali riformatori; in questo contesto s'inquadra la soppressione nel
1782 del S. Uffizio, voluta dal viceré Caracciolo e, in verità, osteggiata
dall'amministrazione civica, preoccupata della perdita di impieghi e di pingui prebende.
L'Ottocento si affacciò con una grande illusione. La decennale residenza a Palermo della
famiglia reale, per la seconda volta - dopo il breve esilio del 1799 - profuga da Napoli,
occupata dalle truppe bonapartiste, aveva rinfocolato nei palermitani la mai sopita
speranza che la Sicilia tornasse ad essere regno indipendente con proprio sovrano e che la
città venisse restituita al rango di capitale dello Stato; risorse l'antico spirito
nazionale, gli isolani veramente credettero - anche per la lunga separazione dei due regni
causata dallo stato di guerra - di essere indipendenti; né basta, ché la Costituzione
del 1812, deliberata dal Parlamento di Sicilia e subìta dal re, sembrò avere realizzato
l'ideale delle libertà politiche, ponendo fine all'assolutismo regio, mentre la presenza
d'una forte armata britannica garantiva all'isola la tutela della grande Potenza
marittima, nello stesso tempo in cui ne tonificava l'economia per via delle spese della
milizia e degli ampi sussidi del Foreign Office al popolo e alla corte.
Tutto ciò non sopravvisse al 1815: la sconfitta di Napoleone restituì Ferdinando di
Borbone a Napoli, produsse l'abolizione della carta costituzionale, la soppressione del
Parlamento siciliano, la ricomposizione dell'unità del regno meridionale sotto la
denominazione di Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816); Napoli tornò ad essere
capitale, a Palermo fu spedito un luogotenente generale. Allo stesso tempo, allontanatisi
gli inglesi, rapidamente crollò il fittizio benessere di cui erano stati portatori: si
contrassero i salari, si ridusse l'occupazione, precipitarono i prezzi e con essi i valori
fondiari; insomma, ancora una volta la Sicilia si ritrovò politicamente delusa,
disgregata nelle strutture economiche e sociali.
Palermo, centro di affluenza - come prima - di una folla di disperati che vivevano delle
precarie occasioni di lavoro agricolo o domestico o ai margini dell'assistenza
governativa, era lo specchio in cui si rifletteva questa patetica condizione di cose;
doveva lasciarne desolata testimonianza verso il 1820 il viaggiatore francese Gourbillon:
"In questa città altro non vedo che una popolazione infelice, un porto del tutto
deserto, un commercio assolutamente distrutto, una industria interamente finita e uno
spirito più che avvilito", e un quindicennio più tardi l'aristocratico Renouard de
Bussièrre doveva rimanere esterrefatto dinanzi al dramma della miseria che vi si
consumava: "La frase Muoio di fame è ripetuta
senza tregua e potrebbe sembrare una espressione banale o uno stratagemma, ma a Palermo si
incontra una miseria troppo reale per poterne dubitare". Il colera del 1837, con le
sue ventiquattromila vite recise, con gli assurdi sospetti ingenerati, coi danni al misero
sistema economico e l'esplodere di violente tensioni sociali, diede l'ulteriore colpo allo
strazio della città.
Eppure, questa Palermo delusa nelle aspirazioni politiche, sconvolta nello stato sociale,
fu quella che diede il segnale dell'insurrezione popolare del 1848 e nel risorto
Parlamento proclamò l'indipendenza del nuovo Stato costituzionale di Sicilia: effimero
sogno, cancellato l'anno dopo dalla restaurazione borbonica e dal ristabilimento
dell'antico regime, cui tuttavia non va disconosciuto d'avere in qualche modo cercato di
operare il sollevamento delle condizioni materiali dell'isola. Nel 1860, poi, maturato il
diffuso e ambiguo convincimento d'una reale comunanza d'interessi col resto degli
italiani, vennero l'adesione all'impresa garibaldina, il plebiscito unitario, il
disfacimento delle aspirazioni autonomistiche nella storia nazionale. Palermo perdette il
suo primato: declassata al rango di semplice capoluogo di provincia, ebbe nel prefetto il
rappresentante del potere centrale. Allo stesso tempo, estesasi all'isola la legislazione
comunale e provinciale piemontese, fu riformato il magistrato civico: all'antico ufficio
del pretore succedette quello di sindaco, il senato fece posto alla giunta municipale,
espressi su base elettiva da un Consiglio comunale.
All'atto dell'unificazione, Palermo misurava una superficie territoriale di quattrocento
ettari e contava intorno a 190 mila abitanti: per l'esattezza, 185.814 nel 1854, 194.463
nel 1861; in poco più d'un secolo la popolazione s'era accresciuta di circa il 10%: era
l'indice d'incremento demografico più basso registratosi negli ultimi tre secoli, ma è
da dire che su di esso influirono i funesti effetti del colera del 1837.
Alle vicende urbanistiche del primo sessantennio del secolo appartiene la tendenza allo
sviluppo della città a settentrione e ad occidente, meno spiccatamente nelle aree
meridionali. Questo accrescimento edilizio, in verità, trovasi già attestato nel 1818
nella cartografia del Lossieux, nella quale sono documentati il travalicamento della
cortina muraria a sud-est, con l'edificazione dell'odierna via Lincoln e sparsi fabbricati
attorno al corso dei Mille e alla via Oreto, laddensamento edilizio nel piano di S.
Oliva e l'ulteriore domificazione delle strade di Mezzomonreale e dei Porrazzi (corso
Calatafimi e corso Pisani), sicché ai quattro quartieri storici Palazzo Reale, Monte di
Pietà, Castellammare e Tribunali s'aggiunsero nel 1860 i due mandamenti esterni Oreto e
Molo, abbraccianti un territorio vastissimo che a guisa di guscio avvolgeva la città: nel
primo erano comprese le borgate a meridione e ad occidente, Brancaccio, Conte Federico,
Falsomiele, Grazia, Porrazzi e Mezzomonreale; nel secondo le borgate settentrionali e
quelle a nordovest, Zisa, Uditore, Baida, Boccadifalco, Resuttana, S. Lorenzo, Mondello,
Pallavicino, Tommaso Natale e Sferracavallo. Faceva parte del mandamento Molo anche
l'antico borgo di S. Lucia, a tramontana del quale venne edificato fra il 1836 e il 1840
il nuovo carcere dell'Ucciardone, mentre nel sito dell'antico carcere della Vicaria, a
margine della piazza Marina, sorse nel quadriennio successivo il neoclassico Palazzo delle
Finanze.
Nel 1862, all'atto della redazione della pianta topografica del prefetto Torelli, la
situazione urbanistica della città non era granché mutata rispetto a quella del 1818,
tranne che per un aspetto rilevante: la realizzazione della via Libertà, deliberata dal
Parlamento rivoluzionario del 1848 per "dar lavoro al popolo e adornare la
città", iniziata dal governo di Ruggiero Settimo, proseguita dal governo borbonico
dopo la restaurazione, principale intervento urbanistico dell'intero corso dell'Ottocento.
La nuova strada definitivamente sanzionò nell'opzione settentrionale la direzione dello
sviluppo di Palermo; ma per allora, sebbene prevista in tutta la sua estensione,
s'arrestò all'incrocio con le odierne vie Notarbartolo e Duca della Verdura, e qui venne
impiantato nel 1853 il Giardino Inglese, romantico polmone verde nato su progetto di
Giovan Battista Filippo Basile, che dieci anni più tardi realizzò anche il giardino e la
sistemazione di piazza Marina.
Il processo di sviluppo proseguì impetuoso nei decenni successivi. Mentre Palermo era
ancora alle prese con le macerie delle lotte garibaldine e dei bombardamenti del 1860, coi
problemi dei vecchi e fatiscenti rioni del centro storico, nei quali s'ammassava metà
della popolazione, della mancanza di una regolare rete fognante, delle pessime condotte
idriche, realizzate in canali d'argilla (si iniziarono allora le necessarie opere del
sottosuolo), della malandata viabilità interna, nasceva la città borghese. Frutto
dell'iniziativa privata, con tutta una serie di nuovi insediamenti edilizi, le aree
dell'espansione settentrionale si saldarono al borgo di S. Lucia; a cardine di queste, fra
la vecchia e la nuova città, sorse nel 1874 il teatro Politeama; l'anno dopo, sull'area
di risulta della demolizione dell'intero rione di S. Giuliano, che comportò la scomparsa
di grandiosi complessi conventuali, si iniziò la costruzione del teatro Massimo, portata
a compimento nel 1895; nello stesso tempo si sistemavano molte strade (via Maqueda, via
Villafranca, corso Alberto Amedeo, corso Tukory), altre ne vennero ricostruite (corso
Pisani, corso dei Mille, via Matteo Bonello, piazza Fonderia), altre ne furono aperte (via
Papireto, via Emerico Amari, via Lolli, odierna via Dante); cadevano, sotto la pressione
delle esigenze urbanistiche che maturavano, le antiche mura urbiche coi loro baluardi e
molte delle porte che vi si aprivano; si prolungò ulteriormente dal 1877 al 1886 la via
Libertà, destinata a divenire coi suoi raffinati palazzetti la privilegiata passeggiata
della borghesia palermitana, mentre il popolo trovava spasso al Foro Italico, a villa
Giulia o fuori Porta Nuova; nell'ultimo quindicennio del secolo s'operò pure il
risanamento dei rioni Lattarini, Conceria, S. Antonino, S. Agata, Kalsa. L'inaugurazione
della stazione ferroviaria nel 1886, che stimolò l'espansione urbanistica a sud, e
I'Esposizione nazionale del 1891 trovarono la città in vivace fermento di sviluppo, anche
demografico: contava in quell'anno 278.804 abitanti, e coi nuovi rioni urbani
Guarnaschelli, Boscogrande, Madonna dell'Orto, Radaly, Carella, Montalbo, Acquasanta,
Stazione, Filiciuzza, nei quali venivano svolgendosi i nuovi impianti edilizi, avrebbe
raggiunto alla fine del secolo i 550 ettari di superficie comunale.
Quanto a dire del clima politico e sociale, è altra cosa. A un trentennio
dall'unificazione, la Sicilia aveva sperimentato ormai l'infelice esito dell'illusione
nazionale unitaria, il disconoscimento da parte delle strutture del Regno della
peculiarità isolana, latteggiarsi in senso rigidamente centralistico e autoritario
della politica dello Stato: né dai governi della Destra, né - dopo il 1876 - da quelli
della Sinistra i bisogni della Sicilia furono compresi; al contrario, tutta una serie di
provvedimenti adottati in campo economico e fiscale favorì lo sviluppo dell'Italia a
settentrione, emarginando il sud e determinando pesanti stati di crisi nelle attività
manifatturiere e nei commerci dell'isola. Tutto ciò fu causa di un diffuso disagio e di
malcontento nel seno della media e piccola borghesia e accrebbe il malessere dei ceti
contadini e operai, che, incanalato sotto la bandiera del socialismo, sfociò negli anni
1893-94 nella violenta azione protestataria dei Fasci dei lavoratori: il fenomeno, in
verità, ebbe teatro nei paesi e nelle campagne, ma i vasti fermenti sociali e le inquiete
tensioni politiche che ne furono corollario ebbero risonanza anche cittadina. Lo Stato non
seppe rispondere che in senso duramente repressivo, con provvedimenti eccezionali di
polizia, stati d'assedio, tribunali militari e con la limitazione delle libertà
personali.
In questo clima di tensioni e di disagi, Palermo, negli anni a cavallo dei due secoli,
realizzava quello che fu il più colossale intervento urbanistico nel suo stesso tessuto
edilizio dopo il taglio della via Maqueda: lapertura della via Roma, venuta a
stralcio del piano regolatore Giarrusso degli anni 1885-89. Quella strada collegò
direttamente la stazione ferroviaria e i quartieri meridionali della città alle zone
dell'espansione settentrionale e, mediante gli ortogonali assi delle vie Stabile ed
Emerico Amari, alle aree portuali; intanto, costituiva una vitale alternativa alla via
Maqueda, concepita nell'ambizioso progetto d'una Palermo che respirasse atmosfera europea.
Fu realizzata a brani: il primo tronco, nel tratto compreso fra l'incrocio col corso
Vittorio Emanuele e la piazza S. Domenico, negli anni 1895-98; negli anni 1905-1922 venne
il resto; solo nel 1933 fu realizzato il neobarocco ingresso monumentale in piazza Giulio
Cesare. Il risultato, per via della cortina di bei palazzi dal tipico e signorile impianto
umbertino sorti nel tempo ai margini della lunga arteria, fu architettonicamente felice;
ma lopera, realizzata con traumatica brutalità, alterò coi suoi sventramenti il
disegno storico della città, cancellò interi rioni (Stazzone, Spedaletto), travolse
monumenti d'insigne effigie: persino la piazza S. Domenico ne risultò violata e mutilata;
irrisolti rimasero pure i presupposti igienico-sociali dell'intervento, poiché la bella
strada rimase isolata realizzazione nel gramo contesto edilizio delle zone attraversate.
Con pari freddezza, fra il 1929 e il '32, si attuò il risanamento del rione Conceria, che
ad uno dei più caratteristici ambienti urbani sostituì un geometrico tessuto di anonima
edilizia, incentrato intorno alla gelida e opaca Galleria delle Vittorie.
All'esterno, intanto, la città aveva continuato a crescere, materializzando una graduale
espansione a macchia d'olio: l'agglomerato urbano invase radialmente il rione Oreto-Perez,
le aree ancora inedificate del corso Calatafimi e dei Porrazzi, i siti dell'Olivuzza e
della Noce, la zona Dante, le aree intorno alle vie Villafranca e Boscogrande, quelle di
Sampolo e dei Leoni; nel 1910 la via Libertà venne definitivamente prolungata fino al suo
odierno termine e gradualmente fu interessata da rade costruzioni; intanto, sul monte
Pellegrino s'era realizzata all'inizio del secolo la rotabile dalle falde al santuario di
S. Rosalia. La crescita edilizia del territorio comunale determinò il formarsi di nuovi
quartieri: ai sei mandamenti del 1860 si sostituirono otto sezioni urbane (Tribunali,
Palazzo Reale, Monte di Pietà, Castellammare, Molo, Zisa, Cuba, Oreto) e nove borgate
esterne (Brancaccio, Villagrazia, Mezzomonreale, Altarello, Uditore, Resuttana, Tommaso
Natale, Pallavicino, Falde): tutte insieme coprivano una superficie di 15.290 ettari, di
cui 1.344 nel territorio urbano, e contavano una popolazione di 327.557 abitanti nel 1909.
Questo accrescimento edilizio, per lo più, in quanto corrispondente a utilitaristiche
esigenze di domificazione di un ceto piccolo-borghese e di civili di modesta condizione,
ebbe anonimo aspetto: fu prodotto di onesta e insignificante progettualità; ma nelle aree
settentrionali, in tutti i casi in cui poté realizzarsi l'interpretazione degli interessi
di una committenza di estrazione aristocratica o borghese di raffinata cultura da parte di
un architetto del genio di Ernesto Basile o degli altri della sua scuola, s'ebbero le
squisite costruzioni liberty che con le loro calligrafiche
locuzioni dettero carattere distintivo all'epoca e ai nuovi quartieri. Quella felice
stagione d'arte, a parte alcune minori manifestazioni dei posteriori epigoni, durò però
poco, s'esaurì con la prima guerra mondiale; né, del resto, in una città oppressa da un
pesante fardello di problemi sociali, decadute le fortune economiche di quelli ch'erano
stati protagonisti della belle époque a cavallo fra i
due secoli e molti d'essi ormai scomparsi, era più il tempo delle vaghe fantasie.
Bisognava progettare, invece, il risanamento interno dei malsani quartieri del centro
storico: che non venne. Altre cose ci furono: la disattenzione per i reali problemi
isolani da parte di un'Italia che marciava al "passo dell'oca" (ma in tutta la
Sicilia il fascismo non ebbe che adesioni epidermiche e opposizioni tepide), il protrarsi
dei disagi del rudimentale apparato produttivistico palermitano, l'aggravarsi della
questione sociale, la guerra con le immani distruzioni provocate dai bombardamenti aerei:
nel corpo devastato della città v'era da censire ora il definitivamente perduto (fra
l'altro, ottanta edifici monumentali), da operare i possibili rimedi della ricostruzione e
della bonifica. Si perse ancora del tempo; seppero fare assai di più i privati, con la
costruzione speculativa degli enormi edifici della megalopoli (la città aveva raggiunto
la soglia del mezzo milione di abitanti nel 1951, con un ritmo d'accrescimento del 20% in
soli 15 anni) che s'allargava, banalmente geometrizzata, nei nuovi quartieri residenziali
sottratti giorno dopo giorno alle colture di quella ch'era stata la Conca d'oro.
Negli ultimi quarant'anni, Palermo, divenuta nel 1947, con la costituzione della Regione,
capitale della Sicilia autonoma, ha realizzato così un tumultuoso sviluppo, dapprima nei
territori settentrionali e oggi, saturate quelle aree, nella pianura occidentale; ha
sostituito con dissennato criterio, nel suo corpo medesimo, molta parte della raffinata
edilizia civile ottocentesca e dell'inizio del Novecento, omologando le nuove costruzioni
a quelle che nelle aree residenziali esterne al centro storico ne configurano ormai la
prevalente effigie moderna; non molto, per converso, ha rimarginato delle vecchie ferite,
perpetuando nel suo seno l'abbandono di interi rioni (qualche fausta operazione in tal
senso è solo episodico prodotto dei nostri giorni); si è realizzata, insomma, nella sua
dimensione metropolitana di quinta città d'Italia (oltre ottocentomila abitanti alla data
odierna, 15.888 ettari di superficie comunale, venticinque quartieri urbani), con una
banale connotazione di città borghese, burocratica, astratta e anonima nei luoghi in cui
si è coperta di nuovo, ma con tutto il vibrante carico di una trasparente tradizione
storico-artistica laddove, fra i mille scompensi, emergono i segni prestigiosi del suo
millenario passato.
Salvo Di Matteo
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