Salvo
Di Matteo


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Viaggio in Sicilia
del Conte Rezzonico

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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

1. La moda del viaggio in Sicilia nel Settecento
Quando, nell'inverno del 1700-1701, l'inglese John Dryden, figlio e omonimo del poeta, venne da turista in Sicilia, certamente non gli passò per la mente - né alcun altro ai suoi tempi avrebbe immaginato - che col suo tour inaugurasse (o precorresse, piuttosto) la stagione dei grandi viaggi nell'isola. Egli, per la verità, ben poco percorse degli impervi itinerari della regione, preferendo darsi al meno scomodo periplo marittimo e solo limitandosi a rapidi scali a Messina, Catania, Siracusa, Avola, Mazara, Marsala, Trapani e Palermo. Affidò le sue impressioni a una serie di lettere, che solo tre quarti di secolo più tardi videro la luce.
La società che leggeva conobbe prima, in Europa, quel poco che della Sicilia scrisse un altro viaggiatore, il francese Jean-Baptiste Labat. Anche questi, però, è un po' estraneo alla voga del grande viaggio nell'isola, e non solo per l'epoca della sua venuta, che è il giugno del 1711: singolare figura di prete-avventuriero, missionario domenicano, ma anche un po' matematico e ingegnere, il padre Labat era stato parroco nella Martinica, della quale nel 1702 aveva diretto la difesa contro gli Inglesi, e soggiornando nelle Antille aveva insegnato agli indigeni un nuovo metodo d'estrazione dello zucchero da canna; ora, a bordo d'una galera pontificia, fece scalo a Messina. Fu una breve sosta, ma gli bastò per mettere sulla carta puntuali e felici impressioni, purtroppo limitate a quel che poté cogliere dal suo rapporto con la città; apparvero a Parigi nel 1730, comprese nel suo Voyage en Espagne et en Italie.
Terzo a venire, nel 1727, Jacobus Philippe D'Orville: finalmente un viaggiatore autentico. Sebbene appena trentenne a quel tempo, l’olandese aveva girato già l'lnghilterra, la Germania, la Francia, l’ltalia; in Sicilia cominciò il suo tour per mare, e per mare percorse la lunga tratta tirrenica da Messina a Palermo a Trapani; poi proseguì per terra, lungo la costa, con qualche azzardo all'interno: eccolo, dunque, a Selinunte, a Girgenti, a Castrogiovanni, a Siracusa, a Catania, sull'Etna, infine a Taormina e a Messina. Stette in tutto due mesi, che impiegò nello studio dei monumenti dell'età classica; doveva trascorrere però all'incirca un quarantennio perché la sua opera, in due lussuosi volumi in folio e ornata di venti rami, scritta in latino al fine di meglio rendersi accessibile alla cultura europea (Sicula quibus Siciliae veteris rudera illustrantur) vedesse la luce.
Apparve in Olanda nel 1764, una regione dalla quale le officine tipografiche di Leida e di Amsterdam da tempo avevano preso a diffondere per le biblioteche del vecchio continente le belle edizioni che parlavano della Sicilia: è il caso del settecentesco Thesaurus antiquitatum et historiarum Siciliae dei Graevius-Burmann, celebre collana di opere di storiografia e d'antiquaria, nella quale, fra le altre, veniva riproposta quella Sicilia antiqua del tedesco Philipp Cluver (Cluverio) che già nel 1619 a Leida i torchi di Bonaventura e Abraham Elzevier avevano per la prima volta impressa.
Il geografo di Danzica era stato l’anno precedente in Sicilia, che aveva percorsa in molte parti, impegnato però in severe ricerche e in riscontri sulla topografia dell'età classica, il cui taglio e i cui esiti scientifici ne fanno un autore sostanzialmente estrinseco alla letteratura periegetica. Egli fu uno dei pochi forestieri, tuttavia, nell'età moderna, e certamente il più insigne, a percorrere anteriormente al XVIII secolo le contrade dell'isola, che verso la metà del Cinquecento due celebri domenicani avevano già esplorate, il bolognese Leandro Alberti e - questi, però, indigeno - il Fazello: ambedue illustrarono la Sicilia, sebbene con diverso merito, ché, a confronto dell'opera del Fazello, la descrizione del bolognese è ben modesta cosa.
Nell'ultimo quarto del secolo, poi, è la volta di due "tecnici", l’ingegnere Camillo Camilliani e il capitano Tiburzio Spannocchi, fiorentino l’uno, senese l’altro, incaricati in tempi diversi dal governo di percorrere le marine dell'isola, che minuziosamente descrissero: ma quelle loro esplorazioni e le relazioni che stesero s'inquadravano in un'ottica essenzialmente militare, in quanto preordinate alla riorganizzazione del sistema delle difese costiere. Tedesco era, infine, come il Cluverio, e di lui contemporaneo, un altro erudito che in Sicilia compì faticosi viaggi di ricognizione, il Gualterio; ma i suoi interessi erano unicamente rivolti all'epigrafica, e la sua opera non altro è, difatti, che una raccolta delle antiche iscrizioni delle città dell'isola. Un vero viaggiatore, animato dal gusto del tour e dall'interesse dell'osservazione topografica ed etnografica (l'unico nel Seicento), venne tuttavia nell'isola qualche anno prima che vi giungessero il Cluverio e il Gualterio: l’inglese George Sandys, uomo colto, poeta, buon latinista, reduce da una lunga spedizione in Turchia, Egitto, Palestina; delle cose viste in Sicilia lasciò interessanti testimonianze in una corposa Relation of a journey begun a.D. 1610, apparsa a Londra nel 1615 e presto confortata da molteplici ristampe.
Dopo è ancora il vuoto: scrivono sulla Sicilia i nativi, è vero, ma trattasi per lo più di una produzione di campanile; qualcuno magari viaggia (il padre Maja, ad esempio, per le sue predicazioni); gli archivi delle segreterie di Stato raccolgono, a quando a quando, relazioni di funzionari e scrittori politici o d'ingegneri militari che aggiornano le conoscenze sullo stato dell'isola (la Relazione del regno di Sicilia di Placido Ragazzoni, 1574; il Trattato di Sicilia di Alfonso Crivella, 1593; la Descrizione e relazione del governo di stato e guerra del regno di Sicilia di Bernardino Masbel, 1694; la Mémoire de l'état politique de Sicile di Agatino Apary, 1734; e altre ancora potrebbero citarsene); nel 1719 esce dai torchi di Vienna la Description de l’isle de Sicile et de ses côtes maritimes di Pierre del Callejo y Angulo, che una seconda edizione ha ad Amsterdam nel 1734. La letteratura di viaggio, però, è un'altra cosa; e altra cosa è l'atteggiamento culturale medesimo dell'Europa nei riguardi della Sicilia, quel suo tentativo di lettura che in pieno siècle des lumières, in dipendenza dal formarsi di una nuova spiritualità e di moduli critici e progressistici della conoscenza, esplose con la virulenza d'una moda, come vedremo, sebbene artefatto spesso da un retaggio di ideologiche mistificazioni, che darà luogo a un fenomeno senza analogie nella storia dell'isola.
Anagraficamente quel momento è anticipato dal viaggio del Dryden, come si è detto, ai primi vagiti del Settecento; ma poi quella pionieristica escursione rimase avvenimento troppo isolato e senza seguito - anche letterario - per lo spazio di quasi un settantennio, per poter dirsi che veramente inaugurasse la stagione del grand tour; né a collegarla al vasto fermento d'interesse per la lontana isola mediterranea che s'instaura in ambiente europeo qualche decennio dopo la metà del XVIII secolo valgono l'episodio Labat, tanto marginale e casuale, o lo stesso viaggio del D'Orville, proteso alla ricerca esclusiva e umanistica delle antiche pietre. Del resto, non senza significato il Voyage to Sicily and Malta dell'inglese vide la luce nel 1776, a conferma della maturazione, solo allora realizzatasi e non prima, del processo di scoperta e di conoscenza dell'isola.
Quel processo ha orizzonte cosmopolitico: in un solo decennio un tedesco (il barone J. Hermann von Riedesel), un inglese (l’aristocratico Patrick Brydone), un lucchese (il marchese G.A. Arnolfini), un trentino (Carlo Antonio Pilati di Tassullo), un francese (Jean-Marie Roland de la Platière), fra il 1767 e il 1776, giunsero in Sicilia; visitarono l’isola, ne colsero gli aspetti peculiari, eloquenti al proprio spirito, alle proprie propensioni intellettuali. Per loro mezzo, nei salotti, nei circoli di conversazione, nelle biblioteche e nei gabinetti di lettura quando apparvero a stampa i resoconti che essi scrissero - ma la pubblicazione del Giornale di viaggio dell'economista Arnolfini è opera piuttosto recente -, la Sicilia si aperse veramente all'Europa: accolse la Storia, penetrò nella Storia.
Questa osmosi fu possibile in quanto quegli stranieri venuti nell'isola si ritennero investiti di un singolare ufficio di inviati speciali della vecchia Europa: ciò che videro, insomma (e in qualche caso solamente credettero di vedere), non tanto valeva per essi, quanto per gli altri. E davvero fu come se i compatrioti rimasti in casa non altro attendessero se non di conoscere il resoconto delle straordinarie missioni, tale fu il successo editoriale dei libri che furono scritti: il Reise durch Sizilien di Riedesel, per esempio, apparve a Zurigo nel 1771, naturalmente in tedesco, due anni dopo uscì a Losanna in francese e a Londra; a Londra nel 1773 vedeva la luce pure A tour through Sicily and Malta di Brydone, che l'anno dopo usciva a Lipsia in tedesco, nel 1775 ad Amsterdam in francese, nel '76 in Svizzera ancora in francese; due anni più tardi dalle officine svizzere uscivano i Voyages en differents pays de l'Europe di Pilati di Tassullo e nel 1780 ad Amsterdam le Lettres écrites de Sicile et de Malte di Roland de la Platière.
Definitivamente l'incantesimo era rotto: non più astratta e remota entità geografica, che perfino quel supremo concentrato dell'identità illuministica che fu l 'Encyclopédie poteva mistificare per difetto di conoscenze, di essa dando fallaci informazioni, non più mistica immagine emergente dai vapori della cultura classica, o non solamente quello, la Sicilia ora si offriva alla lettura di una società che veniva alla sua scoperta con la curiosità medesima - o almeno con la medesima disinformazione e, in sostanza, il medesimo attonimento - con cui tre secoli prima la società che l'aveva preceduta aveva mosso all'esplorazione dell'America.
In un certo senso, ciò vale a spiegare gli stupori, le intransigenti reazioni, le perentorie declamazioni al cospetto degli idoli infranti: chi era alla questua del passato ellenico, chi nell'isola veniva emotivamente sollecitato da letterarie reminiscenze e dalle fantasie di improbabili sopravvivenze arcadiche aveva modo di ricredersi al miserando spettacolo dei vetusti edifici, dei resti agonizzanti delle orgogliose patrie di Archimede e di Empedocle, ormai spettrali avanzi di una Storia in decomposizione. Sbigottiti, sperduti in quel deserto d'antiche memorie, taluni fecero presto ad ammainare le vele dei sogni accarezzati: tutto era finito, impossibile era l'identificazione nelle abiette rovine del presente della mitologica luminosità vanamente inseguita. Eppure, non solamente dai monumenti malconci, dalle campagne e dai rivi senza segno di giocondità (altro che boschetti di fauni e di ninfe, altro che prative dimore di Proserpina, che liquidi amori d'Alfeo!), veniva la misura d'una sofferenza diffusa, ch'era nell'aspra quotidianità della vita della gente, nelle drammatiche condizioni dell'agricoltura, delle manifatture, dei commerci, nella insicurezza e nella impervietà dei percorsi. Così Riedesel, per un momento, dismise i panni del filologo e dell'archeologo per levare la sua lucida requisitoria: "La potenza, il commercio, l’arte militare, la scienza navale, la perfezione della ragione umana, tutto sembra continuare a ritrarsi vero il Nord".
Non tutti, però, seppero sottrarsi - forse non vollero - alle malie delle straordinarie suggestioni; si attestarono nell'atroce illusione, o semplicemente preferirono ignorare tutto ciò che esulava dai paradigmi della propria immagine mistica, e tacendo trasmisero - davvero non incolpevoli - l’esaltante equivoco. E frutto d'equivoco e persistente pregiudizio non era forse l'atteggiamento di un Paul-Louis Courier, così imbevuto di classiche rimembranze, tanto coinvolto da quel suo sogno d'ellenica purità, da non altro invocare che di "vedere la patria di Proserpina", di visitare la Sicilia a suo bell'agio e in essa per sempre vivere, alle sponde d'Aretusa, lontano da Parigi, oblitus et obliviscendus? Avrà la buona ventura di non venire mai in Sicilia, tragicamente morrà col suo intatto sogno, ignaro che Aretusa non è più ormai che un sudicio lavatoio, che dalle vette d'Enna s'è dileguata l'antica dea all'incalzare degli stanchi passi di miseri bifolchi.
Non fu il solo, abbiamo detto, a vivere le sue fantasie. Davvero quella Sicilia idealizzata e per tanti aspetti posticcia e fuor di misura appariva, alle coscienze di coloro che si manifestavano incapaci di investigare sotto le scorie di una fatiscente classicità, il regno vagheggiato della bellezza assoluta: ivi, malgrado tutto, paesaggi e architetture, natura e Storia rilanciavano gli echi di ancestrali segreti, custodivano le arcane connotazioni di un passato immortale, ripetevano la vicenda perenne di Grecia e di Roma. Finzioni, naturalmente, lusinghe e pregiudizi d'errabonde fantasie: bastarono per alimentare l'ininterrotto pellegrinaggio e - in coloro che, qui giunti, rifiutarono d'affrancarsi dal dilettevole rapimento dello spirito e intatti conservarono le loro intellettualistiche suggestioni, i desideri e i sogni - per suggerire il resoconto immaginifico: che non fu solo letterario, ma persino iconografico.
Goethe, per esempio. Venne nel 1787; che cosa poteva cercare, che cosa volere, che cosa infine rappresentare uno come lui nella pagina di scrittura se non la concretizzazione di quel suo ideale imperativo della bellezza assoluta e dell'omerica armonia? Refrattario a tutt'altro, a ciò che non gli parve meritevole d'esser veduto chiuse gli occhi; così indenne conservò il suo sogno ineguagliabile. Quando, molto tempo dopo, quasi settantenne ormai e lontano, fra le brume del Nord, porrà mano al suo Italianische Reise, che finirà solo nel 1829, quel sogno è ancora intatto e luminescente come un'immagine d'Olimpo.
Venne Goethe, dunque, ma prima di lui altri molti: De Borch e Sonnini e Payne Knight e Swinburne e Houel e Denon e Dolomieu e Munter e Bartels; sono artisti (il francese Houel), archeologi (il danese Munter, l’inglese Payne Knight), studiosi d'istituzioni politico-sociali e delle condizioni morali e civili dei popoli (il conte De Borch, polacco ma di lingua e cultura francese, l’inglese Swinburne, il tedesco Bartels), scienziati (il geologo Déodat Dolomieu); dopo di essi, lo svizzero Salis von Marschlins, i francesi A.H. Jordan e Paul-Marie-François de Pages, l’emiliano Spallanzani, l’inglese Brian Hill, i tedeschi Jacobi e de Stolberg. Di quella terra ciascuno colse ciò che parlava al proprio spirito; i più seppero guardare oltre l'idillio, sgretolare l'immagine letteraria, archiviare i pregiudizi della cultura, oppure non erano attrezzati intellettualmente né spiritualmente disposti alle sublimazioni del passato, ad accettare (e deformare) nostalgicamente l'offerta della Storia e della mitologia. E allora non il sole videro, o non solamente quello, ma, oltre la cortina del pittoresco, attraverso gli interstizi dei ruderi malinconici emergenti dal passato, attinsero la visione smitizzata, il malessere reale del paese che attraversavano; e ci hanno lasciato pagine pregne di dolenti informazioni.
Certo, vi fu spazio ancora perché le due diverse testimonianze convivessero. Come strappare, del resto, quella terra, un dì sì favorita dagli dèi, più convincente forse alla percezione della cultura europea nelle astrazioni della sua dimensione arcadica ed ellenizzante che non nella corporeità della sua afflizione, come strapparla agli stereotipi che avevano alimentato l'universale convincimento? Così il risultato fu meno inesorabile che non si creda.
Pronubi gli artisti o gli autori, comunque, che programmaticamente perseguivano le immagini dell'antica patria e le idilliache atmosfere d'ambiente e di paesaggio del proprio convenzionalismo, avvenne che senza ritegno di pudicizia le sublimi finzioni e le erudite astrazioni e i crepuscolari percorsi della fantasia e della memoria trovassero posto in pagine incantatrici e coinvolgenti, in umorali iconografie: non sempre sorrette da còrrei reportages, è vero, ma la gente restava irretita dall'eloquenza delle immagini.
Forse in ciò Houel, che per un intero quadriennio (1776-80) rimase in Sicilia e da indigeno imparò ad atteggiarsi, non fu tanto astratto e implacabile nella sua rappresentazione; scrittore e illustratore insieme della propria opera, ai quattro tomi del suo Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, venuti alla luce a Parigi dal 1782 all'87, consegnò l'effigie di una Sicilia colta sapientemente nei luoghi urbani e nelle architetture che meglio rispondevano alla sua visione artistica (per questo si manifestò indifferente ai monumenti medievali, per altro nella linea di generale preclusione verso quell'arte, dominante nella cultura del suo tempo), nei costumi e nelle fatiche degli uomini, ch'egli osservò con umana propensione; per altro verso, non seppe sottrarsi al gusto dell'idillio pastorale e alle chimere della classicità, caricando le sue tempere talora di arbitrarie connotazioni pittoresche: si pensi ai due arieti bronzei del palazzo regio di Palermo, ch'egli trasportò in pieno ambiente agreste, in un quadro di somma illusione arcadica.
Scontati i distorsivi effetti pubblicitari: e, infatti, rappresentazioni siffatte qual linguaggio avrebbero mai potuto parlare ai lettori d'Europa, qual diverso messaggio avrebbero potuto trasmettere, se non, ancora una volta, l’evocazione di una convenzionale realtà topografica ed etno-antropologica? Eppure quella dimensione, che tanto par carica di svagate suggestioni nella trama pittorica di Houel, fu superata dall'opera contemporanea di un altro francese: allorché nel 1785-86 apparvero a Parigi il quarto e il quinto tomo del monumentale Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile dell'abate Richard de Saint-Non, l’Europa conobbe una magica, straordinaria Sicilia, che le acqueforti di Cassas, Despréz, Renard, soprattutto di Châtelet, si preoccuparono di enfatizzare suggestivamente negli aspetti del paesaggio, nella raffigurazione delle antichità, persino nella rappresentazione degli ambienti urbani, imponendo all'immagine concreta, l’artifizio di una illusionistica parafrasi della realtà; valse almeno a rettificare il generale difetto di autenticità delle tavole il testo di Dominique Vivant Denon, cui, insieme con le bellezze paesaggistiche e monumentali, non sfuggirono i costumi e i modi di vita del popolo, l’acutezza del problema economico e sociale dell'isola.
Il piccolo mondo siciliano, dunque, allorché nel 1793 giunse da noi il conte di Rezzonico, da qualche tempo era divenuto familiare alla cultura europea: penetrato dalla curiosità degli stranieri, seppur talora ingenua, spesso incapace di sottrarsi ai propri condizionamenti ideologici, s'era dischiuso, nella dimensione accattivante della "scoperta", alla lettura di una società che di esso sapeva, in definitiva, assai poco e tutto voleva sapere. A codesta domanda di conoscenze la letteratura periegetica diede - abbiamo visto - risposte ampie e diversificate: dalla metà del Settecento fin quasi al crepuscolo del secolo successivo un concorso pressoché ininterrotto di visitatori diede luogo a un fenomeno "turistico" che non solo non aveva precedenti nell'isola (se non, per molte convergenze, in epoca islamica), ma non aveva parallelo riscontro in alcun'altra regione d'Europa; e le descrizioni che questi straordinari esploratori ci hanno lasciate costituiscono il documento più vivo - e, tutto sommato, il più onesto - di una realtà corografica e sociale diversamente priva di documentale testimonianza per i posteri e non di rado lo strumento letterario di una sorprendente rivelazione.

2. L'erudito Rezzonico nella cultura del secondo Settecento
Al contesto or delineato appartiene, con peculiari connotazioni, il Viaggio della Sicilia che pubblichiamo in questo libro. In precedenza due edizioni esso aveva avuto: rarissima la prima, negli anni 1817-18, stampata postuma a Como nell'officina di Carlantonio Ostinelli, che fra il 1815 e il '30 diede alla luce in dieci volumi le Opere del Rezzonico a cura del professor Francesco Mocchetti, il quale di molte note accrebbe quel Viaggio, per lo più stucchevoli e vanamente erudite; la seconda nel 1828, stampata a Palermo nella tipografia degli eredi Abbate, che alquante importanti manomissioni si permisero.
Carlo Castone Gaetano della Torre di Rezzonico era poco più che cinquantenne (era nato a Como l'11 agosto 1742), né la sorte gli avrebbe riservato molti anni ancora da vivere, quando il 6 agosto 1793 giunse in Sicilia; nell'isola, a parte una breve escursione a Malta, si soffermò per lo spazio di cinque mesi, ch'egli impiegò in una instancabile scorribanda per le sue contrade e - poiché più lo affascinavano - per le sue opere d'arte e le sue antichità. Erudito, eruditissimo e principe d'una celebre Accademia, di lui veramente poteva dirsi che col latte avesse succhiato i primi sedimenti della cultura e dell'amore per le arti e le lettere: il padre, conte Antongioseffo, di distinta prosapia d'origine francese trapiantatasi in antico a Milano (donde un ramo in età aragonese era venuto a insediarsi in Sicilia) fu un celebre erudito, autore delle Disquisitiones Plinianae e d’altri scritti; alla casata appartenne pure quel Clemente XIII che resse il timone della Chiesa dal 1758 al 1769.
Dalla natìa Como, però, la famiglia dovette presto allontanarsi allorché le vicende della guerra di successione austriaca volsero sfavorevolmente per le armi franco-ispaniche, nel cui campo militava il conte: ed eccola trasferirsi nel 1749 nella ducale Parma dei Borboni, una città avviata ormai, per impulso della dinastia, a un intenso rigoglio culturale. Qui Antongioseffo ebbe prospera ventura, più forse con la sua cortigianesca petulanza e con l'insistenza del suo chiedere che per la valenza dei suoi meriti: ottenne il grado di colonnello nell'esercito, la carica perpetua di castellano, quella di gentiluomo di camera con esercizio; ma i tardi biografi lo dipingono vanesio, altezzoso, sparagnino e, tutto sommato, di non grandi virtù negli studi.
Parma era la patria giusta per il Nostro, che, allievo del Bettinelli nel Real Collegio dei Nobili, dove entrò decenne, poteva ancor fanciullo nella migliore delle condizioni accostarsi agli studi classici e godere d'un solido orientamento in quella letteraria inclinazione e in quell'esercizio di lindura linguistica di cui non avrebbe tardato a dar prova, mentre al contempo coltivava il disegno, la musica (imparò a suonare il violino), la danza, discipline che si appartenevano all'educazione di un giovinetto di nobile casato; e si distinse presto a Corte. L'elezione al soglio pontificio del parente Clemente XIII fu l'occasione di un breve viaggio con la famiglia a Roma, dove il giovinetto, sedicenne appena, fece il proprio ingresso in Arcadia, ammesso nell'Accademia dei Quirini col pastorale nome di Dorillo Dafneio, col quale esordirà pubblicamente più tardi nel suo primo libro di versi. Ma dalla città eterna si trasferì presto a Napoli, attrattovi da una celebre scuola di greco e dalla Corte illuminata di Carlo III, che lo accolse fra i suoi paggi; nel 1760, poi, il ritorno a Parma, catalizzato dalla presenza del Condillac, dal richiamo che il gruppo di letterati e pensatori che si raccoglieva attorno al ministro Du Tillot esercitava.
Autentico mago dell'economia e dell'amministrazione il ministro francese, ma anche gran maestro della casa ducale: per sua opera la vita di Corte s'era straordinariamente affinata e ora la reggia di Parma s'avviava ad essere una piccola Versailles, come fu detto. Dominava già l'ambiente letterario l'abate Frugoni, genovese ma da tempo radicatosi nella città emiliana, patentato poeta di Corte, direttore e revisore degli Spettacoli Teatrali di S.A.R. e segretario perpetuo dell'Accademia delle Belle Arti: cantore e funzionario cesareo, dunque, che nel convenzionalismo cultural-salottiero del tempo e fra gli ascritti al rango delle oligarchie intellettuali era già gran cosa, ma soprattutto, per via delle sue cariche, un uomo potente; come poeta, forse, era vero che non valesse granché ("cortigiano senza dignità e menestrello senza passione", lo dipinge impietosamente il Pompeati, storico della letteratura, per via del contingente opportunismo e dell'estrema futilità della sua vena), ma lui seppe imporsi ai contemporanei come gran poeta e far di sé un mito nazionale: il giovane Rezzonico a lui guardò come al supremo bardo d'Italia e a lui si legò d'una amicizia devota che sopravvisse alla morte. Fu sua, naturalmente, l'eredità: nel 1768, quando il Frugoni lasciò questa vita, gli succedette - favorito dalla protezione del Du Tillot, che ne ammirava l'ingegno - come poeta di Corte (era stato nominato, frattanto, capitano delle guardie a piedi) e l'anno dopo nella carica di segretario perpetuo dell'Accademia; assolverà il suo debito nei confronti del maestro e amico raccogliendone nel 1779 le Opere poetiche in una lussuosa edizione in nove volumi, quante le Muse appunto.
La circostanza che giovane di soli 27 anni potesse il Rezzonico rilevare le briglie dell'Accademia delle Belle Arti lascerebbe intendere che prove ragguardevoli avesse già date a quel tempo di virtù poetiche e di valentia nell'argomentare letterario e filosofico. E, in verità, giovanissimo s'era cimentato nell'agone delle lettere, traducendo a 16 anni l 'Ero e Leandro di Museo, ma poi, per quanto non gli fosse mancato di scriver versi, che declamava nei salotti (e qui, bello ed elegante com'era, la faceva da beniamino delle donne, sebbene per parte sua un donnaiuolo mai sia stato, né gli si conoscano grandi amori), tutto quel ch'egli diede alle stampe non precede il crinale del 1772.
In quell'anno vennero fuori dalla Stamperia Reale, in una elegante edizione ornata di eccellenti calcografie del conterraneo Benigno Bossi, allora professore a Parma, i Discorsi accademici, una raccolta delle orazioni encomiastiche per lo più pronunziate in occasione della distribuzione annuale dei premi: che sarebbero state prose oziose e d'occasione - l'elogio del Frugoni, l'elogio del conte Giulio Scutellari, direttore dell'Accademia -, ma egli in quelle pagine (nella Dissertazione sull'origine delle stampe in legno ed in rame, nel Discorso sopra il disegno) elaborò un concettoso svolgimento del proprio pensiero intorno alle manifestazioni del gusto figurativo, che lo collocava già nell'ambito dell'esperienza neoclassica. Diede più ampio corpo alle proprie teorie estetiche e ai propri orientamenti di pensiero nei successivi scritti teoretici: il Ragionamento sulla filosofia del secolo XVIII (1778), permeato delle teorie razionalistiche del sensismo ideologico alla Condillac, e il Ragionamento sulla volgar poesia dalla fine del passato secolo ai giorni nostri (1779), premesso all'edizione delle opere frugoniane; qui argomentò la propria opposizione al barocchismo, ch'egli aveva in dispregio come "lercia putredine", professando, nella luce del razionalismo estetico settecentesco, la necessità di "adattare l’austerità delle scienze alla poetica". Due anni più tardi, fu la volta di una breve Apologia dell'edizione frugoniana e del Ragionamento sulla volgar poesia, scritta per opporsi ai suoi detrattori.
Aveva frattanto dato alle stampe (1773) la prima raccolta poetica, non comprendente tutta l'intera sua produzione: i Versi sciolti e rimati, che una seconda edizione avranno a Napoli l'anno stesso della sua morte. Erano composizioni in gran parte gratulatorie ed encomiastiche, frutto di un'arte troppo spesso orecchiante le verbose sonorità del maestro ("La veglia - Per le nozze del marchese G.B. Landi colla marchesa Isotta Pindemonte"; "Per la valorosissima ninfa che inviò alla R. Accademia delle BB.AA. una sua vaga miniatura rappresentante la Sibilla Cumea"; "Per la coronazione in Campidoglio di Corilla Olimpica", e così via); tuttavia sempre in esse si avvertivano l’alto senso lirico, la vibrante euritmia del verso, i tersi moduli d'"atteggiamento latino", com'egli diceva, e ch'era insomma quell'armoniosa eleganza poetica di chiara ascendenza classica che stemperava in un contesto di formale bellezza componimenti persino di vacua e frivola ispirazione.
Ma in mezzo a quella cortigianesca e futile poesia potevano tralucere momenti di alto respiro lirico, che l'inusuale austerità del verso sciolto con rara efficacia sosteneva ed esaltava, come in questo ispirato carme "Al padre Francesco Jacquier per la morte del P. Tommaso Le Seur, suo strettissimo amico e compagno", occasione poetica di vibrante tensione emotiva:

Francesco, a te del biondo Tebro in riva
cinte le chiome di feral cipresso
lentamente s'accostano le Muse,
e a pianger teco dell'estinto amico
sul freddo avanzo il mio dolor le guida.
Odi qual esce da' forati bossi
e dalle tocche appena Eolie corde
aura pietosa e flebil tintinnio
che di morte e di tomba al cor favella.
Tu per gran doglia al suol chino la fronte
con largo pianto le faville estreme
e l'odorato cenere del rogo
spegni, e su lui, che più non ode, il lungo
salve e l'eterno addio mesto ripeti.

.................................................

O Morte, o tu che di sospir ti pasci
e bevi il pianto che dell'Uom sull'urna
versan gli amici che seguir lo denno,
e quando vuota appenderai sul fosco
muro di Dite la faretra e l'arco?
Ah! Solo allor, che nell'antico caos
ricaderà Natura e fian le cose
tra' l fumo avvolte e le seguaci fiamme,
contro te stessa volgerai lo strale
e rogo ti sarà l'acceso Mondo.
Ma finché mute dall'orribil tromba
dispergitrice del tuo ferreo sonno
pendon l'ore dell'ultima vendetta,
tu regni, e, sulle chete ali del Tempo
fendendo insidiosa il tacit'Etra,
quanto spazia nel ciel, guizza nell'onde
o stampa d'orme il suol vinci ed abbatti.

D'un passo più avanti è la produzione didascalica in versi, due poemetti che realizzano l'integrazione fra pensiero filosofico ed eleganza formale, i quali all'autore dettero fama di poeta-filosofo: ecco allora Il sistema dei cieli (1775), frigida esposizione dell'astronomia di Galilei e di Newton, e, reputata la sua miglior opera poetica forse, L'origine delle idee (1778), razionalistico distillato del sensismo del Condillac, cui il poemetto è dedicato. A lui, cantando in ariosi e sonanti versi liberi, così s'appellava il poeta:

Tu m'odi, illustre pensator, che lume
sì largo in grave ragionar diffondi
sull'arcane dell'alma opre, e del senso
tutte le varie facoltà ne trai,
ond'ella intende, si ricorda e vuole;
odi com’io tuoi detti orni e gli altrui
- indagator delle composte idee -
col verso audace, e lo sospinga ed alzi
de' dipinti fantasmi oltre la sfera
nella deserta regione del nudo
pensier, che in se medesmo entra e si pasce.

Tutt'altra cosa, come si vede, dall'arcadica vacuità de "La veglia", riecheggiante di metastasiane cantilenanti cadenze:

Ami doman chi libero
fu da' bei lacci ognora,
e chi d'Amor fu ligio
ami domane ancora.

Doman da cento aligeri
Amor sul Po condotta
fra le seguaci Grazie
verrà la bella Isotta,

Come dal colle Idalio
l'abitatrice dea
venne al pastor che in Frigia
madre la fe' d'Enea (...).

Ma tu del frutto equoreo
aurichiomata figlia
cedi ad Isotta, o Venere,
l’instabile conchiglia.

Davvero non era con queste cose, pur appartenenti al gusto ed alla voga del tempo, che poteva fondatamente pretendere il Rezzonico di porsi fra i "veri poeti", come scriverà nel 1795 in una lettera da Napoli a un amico a Parma; ma poeta certamente egli era, lirico autentico ed armonioso, raffinato e colto, anzi - giudicava l'affezionato cugino Giovan Battista Giovio e ribadirà più tardi il Carducci, raccogliendone alcune composizioni in una sua scelta di Lirici del secolo XVIII - "il più veramente e variamente dotto dei poeti del suo tempo", di grande concetto e animosi disegni.
Di questi, e dell'eclettismo della propria formazione culturale, darà ulteriore misura componendo nel 1782, in dissenso col teatro del Metastasio (ch'egli imputava d'esser "senza nerbo, senza grammatica e in più luoghi senza nobiltà"), il melodramma Alessandro e Timoteo, rappresentato con gran dispendio di mezzi tecnici e di zecchini nel teatro ducale in quello stesso anno, con le musiche del faentino Giuseppe Sarti, già celebre e destinato ad altre auliche scene: tanto apprezzata al suo tempo, quell'opera, dagli intendenti, malgrado la fredda accoglienza del pubblico, che lo spagnolo Arteaga - pur deplorandone il difetto d'azione scenica - poteva conferirle il primato fra i moderni drammi musicali e l'austero Vannetti le riconosceva il merito d'avere coniugato "tutti gl’incanti teatrali con la ragione"; si giunse al punto che persino l'Alfieri, nel 1783, ricorse a lui per averne il parere su questioni teatrali, tanto lo si riconosceva di queste espertissimo.
Nel 1784 venne L'eccidio di Como, un poemetto storico d'ambientazione medievale sorretto da un'alta concezione civile sonante in versi d'epica omatezza, che guadagnò al poeta l'aperto elogio del Parini. Allo stesso tempo, il Rezzonico continuava a concedersi alla Musa cortigiana e adulatoria: ed ecco Agatodèmone (1782), greve celebrazione dei fasti parmensi e dei meriti del buon nume Du Tillot; Mnemosine (1785), dedicata alla Corte sabauda; Per l'anno secolare d'Arcadia (1790), ode celebrativa del centenario dell'Accademia romana; Al duca di Sudermania per la sua solenne acclamazione in Arcadia (1792).
Molte cose, frattanto, erano maturate nell'umana vicenda del poeta. Era stato elevato alla dignità di gentiluomo di camera del duca; nel suo reggimento, a dispetto delle scarse attitudini militari, aveva conseguito il grado di brigadiere; nel 1782, per la rinuncia del padre, gli era succeduto anche nelle funzioni di castellano; tre anni più tardi, quel gretto e borioso genitore era venuto a morte, e ora lui, entrato nel possesso del ricco patrimonio di famiglia, avido di conoscenze e di libertà, si diede ai viaggi. In precedenza era stato a Verona, a Mantova, a Modena, a Bologna e due volte in giro per la Toscana: queste escursioni compì fra il 1779 e 1'83, dovunque osservando monumenti e pitture, guidato dalle sue istanze culturali e dall'interesse che nutriva per le opere d'arte del nostro passato; e in buona misura risultato di tali spedizioni fu il breve saggio sui Caratteri de' pittori più celebri (da Leonardo a Luca Giordano), da lui composto negli ultimi anni, che nelle chiare intuizioni critiche e nelle lucide prospettive estetiche delineate manifesta il sicuro senso artistico dell'autore.
Ora il Rezzonico s'avventurò in più lunghi percorsi: si recò in Francia nel 1786 e alcun tempo soggiornò a Parigi; negli anni 1787 e '88 viaggiò per l'Inghilterra; nel 1788 visitò anche l'Olanda, la Germania e la Svizzera; l'anno dopo fu di nuovo in Francia, dove si trovava allo scoppio della rivoluzione. Acuto e attento osservatore, colmo di erudite curiosità per la realtà sociale, paesaggistica, soprattutto artistica dei Paesi attraversati, trasse da queste spedizioni uno dei suoi scritti più felici, il Giornale del viaggio d'lnghilterra (solo frammenti ci ha lasciati invece dei viaggi in Olanda e in Germania), concordemente giudicato uno dei migliori saggi di prosa descrittiva del '700 per la curiosità vigile riservata ad ogni luogo e ad ogni cosa visti, per la manifesta cultura del visitatore al cospetto dell'oggetto del proprio interesse, per il garbo e la vivacità letteraria della descrizione: né per nulla, nel 1812, quando si preparava la stampa delle opere del Nostro, il Pindemonte, preannunciando a un amico l'edizione, poteva affermare che grande ne era l'attesa, "per li suoi viaggi massimamente".
E fu durante uno di questi viaggi che avvenne l'episodio destinato a imprimere una brusca sterzata nella vita del Rezzonico. In transito da Trento, di ritorno dalla Germania, nel novembre del 1788, il poeta s'era procurato di conoscer Cagliostro, reduce dalla Francia. Il celebre avventuriero godeva già gran fama in tutta Europa, presso le Corti e nei salotti, palcoscenici stupefatti della sua straordinaria abilità recitativa: mago e istrione, uomo certamente dotato di poteri paranormali, ma anche gran gaglioffo, esaltava i creduli coi misteri della propria scienza e andava propagandando la nuova forma di massoneria da lui fondata sotto l'etichetta di un fantasioso "rito egiziano", della quale s'era proclamato gran cofto; nell'orizzonte della setta erano gli obiettivi del conseguimento dell'eterna giovinezza e della rigenerazione morale degli adepti. Ce n'era abbastanza per affascinare il Rezzonico, intelligenza analitica, scientista, uomo aperto al pensiero degli "illuminati" e illuminista egli stesso, studioso delle culture e delle religioni iniziatiche dell'antico Oriente, permeate di spiritualità orfica.
Era forse massone, non certamente però di quel preteso "rito egiziano" che Cagliostro, passato nella primavera del 1789 a Roma, aveva cercato di impiantare ora nella città di Pietro, fondandovi la loggia di Porta Pinciana, presto divenuta frequentata e potente. A Roma giunse in quella primavera anche il Rezzonico, che un giorno, in compagnia d'una cugina, consorte d'un senatore romano, si recò nella loggia, più per la curiosità d'assistere alle magie del ribaldo e perché spintovi dall'esaltata cugina che per sincero interesse all'ascolto delle teorie che vi erano professate.
Tanto bastò, tuttavia, perché pochi mesi più tardi, preso e gettato nelle segrete di Castel S. Angelo, Cagliostro lo coinvolgesse nello scandalo della loggia, denunciandolo come adepto ai giudici romani; aggiunse, di più, nel corso del proprio interrogatorio, che il patrizio comasco si preparava a suscitar rivolte antigovernative a Napoli e a Palermo, e insomma maturava di impadronirsi della Sicilia per ridurla a reggimento autonomo. Tali cose il Rezzonico seppe confidenzialmente a Napoli dal ministro Acton, della cui amicizia godeva, e riferì più tardi in un incontro palermitano dell'estate 1793 all'architetto Dufourny, che ne accennò nel proprio diario. Per quanto mendace fosse la denunzia d'appartenenza alla massoneria di Porta Pinciana, per quanto incredibili e persino ridicole fossero le altre imputazioni, più tardi infatti lasciate cadere dalla stessa corte di giustizia, esse valsero però al Rezzonico la perdita del favore del duca Ferdinando, la rimozione dalle cariche ricoperte, il bando da Parma (2 settembre 1790); né alcun esito sortirono le premure esercitate in suo favore dal pontefice Pio VI.
Sicché eccolo il Nostro, angustiato per l'esilio dall'amata patria elettiva e per la perdita della grazia del suo signore, disperato per la lontananza dai cari amici e dalla diletta vita di Corte, fissare la propria residenza prima a Roma e poi a Napoli: nell'Urbe si fermò fino alla primavera del 1791, giusto il tempo di riprendersi da un grave malanno che gli prese e quasi lo tolse da questo mondo; si trasferì quindi ai piedi del Vesuvio, e lì si dava distrazione frequentando l'Arcadia, le liete conversazioni del salotto degli Hamilton, la casa di Acton.
Il 1° agosto del 1793 intraprese l'ultimo dei suoi viaggi. E fu allora che venne in Sicilia. "Si conforta viaggiando", annotava nel suo Diario il Dufourny, al quale il conte doveva aver aperto le valvole del cuore; ma non era vero, come scriveva altresì, che in questo amaro vagabondare "si trovasse a suo agio": ora la vita, che tanto gli era stata lieve e prodiga di soddisfazioni, gli era divenuta acre, soffriva - lui che pur disponeva di beni di fortuna ed era gran signore e uomo dotto - la propria solitudine, la mancanza d'una compagna. Rientrato a Napoli dalla Sicilia, scriveva ponderatamente: "Conviene all’uomo saggio coltivare da sezzo un giardino e viver fra’ libri", ma sempre anelava alla sua "placida Parma". Gli fu di consolazione, alla fine, l'essersi dischiuso alla fede, da poco accolto (durante il suo viaggio a Malta) fra i cavalieri gerosolimitani. Era però malandato in salute, sofferente dei postumi d'un primo insulto d'emiplegia che lo colse nell'agosto del 1795, paralizzandolo nel lato sinistro del corpo; finché, colpito da un secondo ictus, si spense il 23 giugno 1796, non ancora compiuto il cinquantaquattresimo anno di sua età.
Con lui lasciava la scena del mondo uno degli intellettuali più completi e rappresentativi del suo tempo, uomo di vaste e poliedriche propensioni culturali (scriveva il Denina ch'egli da solo valeva "un’accademia intera di belle lettere e d’arti in qualunque paese del mondo"), vera incarnazione dell'ideale enciclopedico della seconda metà del '700. Degnamente coi suoi interessi, con la sua produzione letteraria, aveva impersonato i valori eminenti espressi dal patriziato colto, quelli - per intenderci - che in Sicilia trovavano paralleli riferimenti nell'opera dei Serradifalco, Biscari, Torremuzza, Gaetani, Airoldi, Villabianca, appassionati d'antiquaria, numismatici, letterati, storiografi, bibliofili, protettori delle arti e delle scienze.
A Rezzonico, forse, toccò di pagare lo scotto del proprio eclettismo, sì che, a molte cose essendosi applicato, in nessuna riuscì eccellente veramente: esperendo percorsi speculativi, risultò più pensatore che filosofo; in poesia, malgrado la limpidezza dei timbri ritmici, non riuscì spesso ad affrancarsi dal proprio debito accademico e cortigiano e, nelle cose migliori (la lirica della scienza), da una sorta di spirituale didascalismo; nelle prose d'arte e d'archeologia mancò, per eccesso d'empirismo, d'equilibrio metodologico; negli scritti periegetici, troppe volte fece abuso dei propri entusiasmi culturali e della propria erudizione nell'antiquaria e nelle arti figurative, esperendo disagevoli analisi e lasciandosi andare in dotte ipotesi e attribuzioni, e qua e là più volte cruscheggiando. Sicché il Tommaseo (Dizionario estetico, 1840) doveva, troppo ingenerosamente invero, tacciarlo di "stile ricercato, linguaggio pedantesco, erudizione non precisa, non conveniente, non piena".
Ma Carlo Castone di Rezzonico fu - lo abbiamo detto -, pur con tutti i propri condizionamenti, poeta autentico, certo un "minore" nel panorama letterario nazionale, e tuttavia lirico nobile ed elegante, emergente sul vivaio frugoniano con una personale tensione in direzione d'una classicheggiante castità; ed ebbe preziosa e versatile cultura d'arte e d'archeologia e sinceri entusiasmi d'analisi e gusto esercitato, che non ignobilmente lo orientarono e sostennero nelle ipotesi critiche e nei giudizi estetici, di norma affidabili; e, quanto alla prosa, è vero ch'essa abusa di ricercatezze lessicali, ma di quanta animazione siffatti inserti non accrescono le pagine in genere eleganti e nobilmente vivide, letterariamente piacevoli! Ne avremo frequenti riscontri anche nel nostro Viaggio.

 

3. Il "Viaggio della Sicilia" del conte di Rezzonico
Il Viaggio della Sicilia e di Malta, giornale di una solitaria spedizione che ha le proprie coordinate temporali fra il 1° d'agosto 1793 e il 12 gennaio 1794 (e in quest'anno venne scritto, sulla scorta degli appunti presi durante il soggiorno nell'isola), è dunque l'ultima opera del Rezzonico, che dopo quella non compilò, per quel che ne sappiamo, che il breve saggio sui Caratteri de' pittori. Quanto ai meriti, il Carducci aveva le sue riserve: le riconosceva, sì, d'esser "vera e svariatissima guida artistica ed archeologica", ma deplorava "che non fosse scritta più pulitamente"; altri (Arato) ha colto in essa l'"impegno di cronista che dà molti ragguagli, e una urgenza di partecipazione emotiva". Certo, fra i resoconti di viaggio di quel fermentante Settecento, e, più in generale, nel panorama della letteratura periegetica sulla Sicilia, lo scritto del Rezzonico è uno dei prodotti più interessanti e ricchi di poliedrici stimoli: l’autore ha nobili curiosità e spirito enciclopedico, cultura e gusto artistico, né in Sicilia è venuto sprovvisto di letture di storia e d'antiquaria sull'isola; tutto ora può mettere a frutto nel corso del suo itinerario.
Il quale nell'arco di quasi sei mesi di permanenza - quanti altri, invece, non sono stati più frettolosi e hanno creduto d'aver capito ciò ch'era rimasto loro oscuro o s'eran risparmiato di vedere? - lo condusse per le ormai consuete tappe del periplo terrestre dell'isola, con alcune digressioni e persino qualche variante lungo le impervie strade dell'interno; non mise piede, però, nella costa settentrionale, della quale solo percorse la breve tratta fino a Bagheria (il resto, è vero, era considerato povero d'interesse dai viaggiatori).
A Palermo giunse per mare col postale "Il Tartaro" da Napoli, un bastimento moderno - attestava il Dufourny, che ebbe a visitarlo nel dicembre del 1790 -, "costruito alle Bermude con molta accuratezza e senza badare a spese", elegante e dotato d'ogni comodità per i passeggeri; e subito, il giorno stesso dell'arrivo, preso albergo, già girava per la città, intento a osservarne i monumenti, a muovere i propri rilievi, a cominciare dall'entrata principale della Villa Giulia, che gli parve "malissimo profilata" e "di soverchio aggetto" nelle modanature della trabeazione e nelle metope del fregio.
Toh, che ti andava a notare! Sarà sempre così per tutto il viaggio, un osservatore attento e ostinato, minuzioso e acuto, perspicace, puntiglioso, talora ingiustamente impietoso; ma lui aveva le sue vedute in fatto d'arte e non risparmiava taglienti giudizi se il prodotto che gli stava dinnanzi non fosse entrato nei suoi paradigmi, quand'anche si fosse trattato della cattedrale palermitana. Ma come, quel gran monumento dell'arte gotico-normanna? Lui se la liquidava in una sola battuta: "in tal genere ho veduto in Inghilterra meraviglie che qui non sono" (sempre gli tornava alla mente quell'Inghilterra che l'aveva affatturato); più tardi, però, ci tornerà su, per contestare i guasti dei rifacimenti che allora andavano conducendosi dal Fuga, l'arbitrio dei cupolini sulla navatella, "che vieppiù schiacciano e deprimono il basso fianco che riguarda la piazza". Non parliamo della rigogliosa ornamentazione delle chiese barocche: gli parvero - marmi, affreschi - motivo d'obbrobrio, e senza esitazione tutto assoggettò all'oltraggio d'una condanna definitiva. Che era quel moderno "modo di ornare", deplorava, quell'"incrostare le pareti da capo a fondo e rabescarle di pietre mischie"? E pronosticava, a suo modo: "Poca lauda ne verrà da’ buoni conoscitori a sì fatta lascivia ed intemperanza, essendo insozzate, anziché ornate e distinte, le mura da’ mostruosi capricci".
S'appassionava, invece, straordinariamente ai dipinti, per i quali e sui cui autori dimostra una competenza profonda e sicuro senso critico, al punto di riconoscere la mano di pittori desueti e di fare corrette attribuzioni. Andato a Monreale e a San Martino delle Scale, non esita a tornarvi diverse volte, solo per guardare alcuni quadri che in precedenza non gli era stato dato di vedere. In S. Cita fa lunghe riflessioni sulle tele di Vincenzo da Pavia e di Pietro Novelli, allora ivi esistenti, e così pure sulla Madonna del Rosario del Maratta nell'adiacente oratorio, ma non ha una parola sola sull'opera di Antonello Gagini e su quella del Serpotta; per essere esatti, alle statue di Giacomo dedica cinque parole: "sono manierate anzi che no"; e la medesima indifferenza coinvolge i serpottiani stucchi dell'oratorio di S. Domenico, dove però il Nostro s'esalta alle tele del '600 che vi vede ("il fiore delle pitture che trovansi a Palermo"). Non stiamo a dire di tutte le ardite e vivaci considerazioni e delle altre informazioni che ci lascia del suo soggiorno palermitano: il lettore scandagli da sé nello scrigno di questo gustoso e personalissimo taccuino di viaggio.
Due mesi in quella "città tranquilla e piena d’un ozio beato", dove le umanissime accoglienze dell'ottimo viceré [Caramanico], paragone di gentilezza e generosità... l’urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame, l’affabilissimo carattere de' cavalieri ed i loro gentilissimi modi" volentieri lo avrebbero trattenuto più lungamente se non gli fosse premuto di proseguire il viaggio, poi eccolo il 9 d'ottobre di nuovo per strada, in lettiga, con una carovana composta di sette uomini a piedi e sei muli. Era una buona comitiva: tenuto conto delle usanze del tempo, che prevedevano un caporedina, una guida che marciava a fianco della lettiga e uno o due campieri (ma col Rezzonico ce n'era uno soltanto) col compito di vigilare sulla sicurezza delle strade, dobbiamo pensare che gli altri quattro fossero i domestici del conte; venuti con lui da Napoli, solo tre volte, e di passata, godono d'una menzione: all'approdo a Palermo, durante la sosta ad Alcamo e al momento della partenza per Malta, per via d'alcuni servizi resi al loro padrone. Il quale, in precedenza, qualche escursione aveva già fatta - preludio della sua traversata dell'isola - a Bagheria, a Capaci, a Segesta per la strada di Partinico; le cose viste gli avevano dettato felici notazioni sul paesaggio e sui timori in lui destati dalle asperità del percorso: sono pagine la cui letteraria lindura molto lascia dubitare che il Carducci avesse avuto sott'occhio l'intero Viaggio. Scriveva:
"La strada fino a Partenico è bellissima e devesi continuare fino ad Alcamo. Per la via non cessava di maravigliarmi, da principio, agguardando la fertilità delle valli e delle agevoli colline a sinistra e l’asperità e la nuda apparenza de’ monti a destra, su cui vedesi torreggiare il castelluccio detto di San Martino. Ma dopo alcune miglia entrasi in una gola di montagne sterilissime e di sassose vallee, finché si scopre quella deliziosissima e spaziosa dove giace Partenico. I monti sono tutti calcarei e l'acque ne hanno in certi luoghi formate piramidi isolate e minacciose che stanno per piombarti sul capo, e se ne staccano enormi pezzi, che rotolando al basso ti schiaccerebbero colla mole e col peso". Poi, angosciato per dovere inoltrarsi "per inique strade e tortuosi sentieri sul pendio di perpetue collinette o nel fondo di dirupate valli", andando più oltre, verso Segesta: "Io mi maravigliava come potessero i muli ora inerpicarsi sull’erta di que’ dirupi sassosi, ora passara fil filo d’uno in altro solco sulla margine d’un viottolo, che qual tenue cornice scorreva intorno all’inclinato piano d’un colle, e più volte per l’orrore dell’imminente pericolo rivolgeva gli occhi altrove e morivano gli sguardi miei contro la schiena ardua del monte, che quasi poteva toccare distendendo la mano. Altre volte scendeva in una cupa ed oscura voragine, anziché strada, e la lettica sugli omeri de’ muli rimbalzando per le scosse mi faceva temer vicina una gravissima caduta. Ma, veggendo che mai non ismucciava il piede a' solerti animali, e più di loro fidandomi omai che de' condottieri vociferanti con nojoso metro, mi lasciava trasportare nella mobile carcere per que' luoghi e sentieri sol culti dalle bestie e valicava intrepido valli e monti, finché giunsi al Crinisio".
S'era associato in quel viaggio un compagno, che recava buone provviste di caffé, zucchero, vini, per alleviare la gravezza del percorso, e contava su certe commendatizie per ottenere alloggio presso i benedettini di Alcamo, "essendo i fondachi di Sicilia caverne anziché ricetti di uomini, e per lo più senza letti e mobili di sorta alcuna"; al momento d'allestirsi il desinare, però, non gli fu dato di trovar burro, né strutto, né altro condimento, in una città - osservava con sorpresa - che contava dodicimila anime.
Di peggio gli capitò alla partenza: assediato "da miserabile volgo di storpi, di muti, di cenciosi", a tutti dovette a forza far l'elemosina, al medesimo modo come più tardi, a Villafrati, nella tratta per Girgenti, frotte di ragazzotti ignudi o solo coperti di stracci, gli s'affollarono intorno, con petulanza implorando la carità, "ed io dovetti dividere con essi loro il pane e l’uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le spolpate ossa e le relique del tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed a’ porci". E qui il letterato, lo studioso d'arte e d'antichità, dismetteva per un momento i panni dell'erudito per indugiare sulla gravità del dramma sociale: "L’Italia si è il semenzajo de’ poveri, e la Sicilia parvemi la più afflitta da questo gravissimo flagello dell’umanità, dal quale non si vedrà giammai liberata se non si adottano le politiche misure degli oltramonti. I nostri usi alimentano la poveraglia, invece d’impiegarla utilmente, e l’abbandonano quando non può in modo alcuno sussistere accattando".
Non si avrà riscatto - o almeno non troppo presto, né compiutamente - a siffatto stato di cose, e per lungo tempo ancora lo spettacolo della miseria alimenterà le attonite testimonianze dei viaggiatori più attenti e sensibili al dramma sociale della regione. Così Gourbillon, venuto in Sicilia nel 1819, doveva scrivere (Voyage critique à l'Etna) a proposito di Palermo: "In questa città altro non vedo che una popolazione infelice, un porto del tutto deserto, un commercio assolutamente distrutto, una industria interamente finita e uno spirito più che avvilito"; e l'aristocratico Theodor Renouard de Bussierre (Voyage en Sicile), un quindicennio più tardi: "La frase Muoio di fame è ripetuta senza tregua e potrebbe sembrare una espressione banale o uno stratagemma, ma a Palermo si incontra una miseria troppo reale per poterne dubitare". Ora, se tali, quali emergono dalla sommaria informazione, erano le condizioni della capitale, sede del viceré, dei principali uffici amministrativi, delle supreme magistrature di giustizia, residenza privilegiata dell’aristocrazia, a dispetto delle occasioni di lavoro assicurate dalle pubbliche istituzioni, dal patriziato, dalla borghesia burocratica e professionale, figuriamoci quale vista dovesse offrire ogni altro centro della Sicilia!
Rezzonico, per la verità, non molto aggiunge al riguardo, e la sua osservazione resta epidermico e compassato sfogo, dettato forse più dall'aristocratico fastidio procuratogli dalla vista e dall'accalcarglisi da presso della querula turba di infelici, che da umana sollecitudine per le sofferenze della povera gente. Non ritornerà più sul tema: l’inoltro nella Sicilia greca - solo interrotto il 21 settembre da una escursione d'una ventina di giorni nell'isola di Malta, che compì a bordo d'una speronara noleggiata a Terranova (l’odierna Gela) - è tutto preso dall'interesse per i gloriosi resti dell'antichità, occasione d 'ulteriori meditazioni d 'antiquaria e fonte di mitologiche reminiscenze. L'erudito, il poeta, l’accademico intriso di cultura classica s'accende allo spettacolo dei superbi templi d'Agrigento affioranti su uno scenario naturalistico d'incomparabile maestà, ma disserta al contempo sapientemente sui vasi greco-siculi, come prima, a Palermo, ha fatto mostra d'erudizione visitando il gabinetto numismatico del principe di Torremuzza o il museo martiniano, o più tardi farà a Catania visitando da competentissimo osservatore il museo del principe di Biscari, il gabinetto Gioeni di storia naturale, il museo dei Benedettini.
A Siracusa arriva per mare, di ritorno da Malta, e qui - sul grandioso spettacolo delle latomie, sulla nuda distesa del teatro, sulla scabra possanza dell'Epipoli - compone alcune delle pagine più belle. La turpe visione d'Aretusa (ecco che riaffiora il poeta) lo muoverebbe a una lamentevole elegia, "non essendovi più né pesci che vi guizzino, né reticolato che dall’impeto del mare la difenda, né vestigio alcuno della venerazione antica e dell’antica ampiezza. Le sue bell’acque, divise in più rigagnoli, sgorgano inosservate nel mare e la sua sorgente è lavacro di sordidi panni. Ne calpestano il fondo giumenti ed uomini poco di loro dissimili, e la spargono d'ogni sozzura..."; meglio consolarsi alla fonte Ciane, "l’amorosa Ciane", "purissima sorgente" a capo d'un sentiero di papiri.
Poi è la volta di Catania; ma intanto, nei pressi d'Augusta, "un drappello di forosette, che, nude fino al ginocchio e smaltate di loto le nevose gambe, ivano saltellando d’una in altra pietra per limacciosi sentieri al suono d’una caramella", gli ha suscitato per un momento arcaiche suggestioni ch'esse fossero le nipoti delle Fillidi cantate da Teocrito: peccato - deplora - che quei miseri cenci onde esse eran rivestite troppo presto gli avessero tolto gran parte della dolce illusione. Era ben capace di lieti sobbalzi ("taluna ne sbirciai di non disaggradevole aspetto") il provato cuore dell'austero viaggiatore.
Catania, dunque: la squallida visione della lava nereggiante e terrifica che opprime da presso la città gli detta una vivace descrizione della lotta tra il mare e il fuoco, e un interrogativo colmo d'inquietudine: ma come possono i catanesi vivere alle falde dell'ignivomo gigante? Poi è l'immancabile salita sull'Etna sotto un cielo poco propizio, a dorso di mulo, occasione d'ampia descrizione e d'altre speculazioni scientifico-letterarie.
Taormina gli offre l'opportunità d'una dottissima descrizione del teatro, ma è pure da quelle alture che il sensibile animo si scioglie alla contemplazione del paesaggio circostante, della costa a settentrione. Lasciamolo parlare, allora: "Oh, quanto si è bella da quest’altro punto la vista! L’avido spettatore trovasi fra due mari per l’aggetto della rupe sul lunato golfo di S. Niccolò; quindi a me parve più dilettevole il prospetto da questo lato che da quello verso Schisò, quantunque e l’uno e l’altro sieno ammirabili. Verso, dunque, l’antica Nasso appaiono tre sublimi ed asprissime roccie, sulle quali torreggia un antico castello, e dove più clemente ne diviene il pendio siede Taormina, che, veduta dall’alto al basso, pare distendersi e cingere un grande spazio, coronando il monte ; ma sull'erta dei due alti macigni diresti sdrucciolare allo ingiù l'alpestre e pendente Mola con tutti gli edifizj suoi, già divisa in due parti. L'opunzia verdeggia in più luoghi a tanta altezza, che ben si vede che gli uomini non ve la piantarono fra inaccessibili burroni. Il monte Etna più lungi, coll'immane suo dorso coverto di neve e fasciato più sotto di folta boscaglia, allunga il piede feracissimo e pieno d'amenità fino al mare...".
Ultima tappa del laborioso viaggio, Messina. Rezzonico vi giunge all'indomani del disastroso terremoto (sono trascorsi dieci anni) che ha funestato la città; la regina dello Stretto è ancora prostrata, annichilita, tragico rovescio ormai di quello che fu un tempo il più fiorente centro commerciale e culturale dell'isola, la città che aveva osato contendere per secoli il rango di capitale a Palermo: ora rovine s'accumulavano in ogni luogo, ovunque s'assisteva al penoso spettacolo d'una vita più che avvilita. Commosso alla vista di tanta miseria, il visitatore annota: "A Messina non vi sono antichità. Le sue recentissime rovine danno però un’aria di vetustà e di squallore agli edifici, che nessuno degli antichi cadaveri delle città sicule non mi è ancora accaduto di vedere più miserando, deplorabile e malinconoso. Le pietre, le terre ammonticchiate in ogni vicolo, gli archi isolati e caduchi, le pareti fesse e mezzo distrutte attestano l’orribile diroccamento all’attonito passeggiero". Si dedica alla visita dei superstiti monumenti, delle chiese, all'osservazione delle opere d'arte, compie escursioni nei dintorni, trascorre molto del suo tempo in albergo a riordinare e sviluppare gli appunti presi nel corso del viaggio, e può persino scrivere alcune pagine del suo resoconto: il soggiorno a Messina è infatti indesideratamente lungo, ché gli tocca d'attendere più d'un mese prima di trovare imbarco. Alla fine, la polacca del sorrentino Cacace (lui scrive Caccacci) per sempre l'allontana dalla Sicilia.
A Napoli, nell'agra quiete del sofferto esilio, Rezzonico stese quel suo Viaggio della Sicilia e di Malta, in verità concluso con una breve descrizione dell'isola di Capri, visitata a distanza di pochi giorni dal suo ritorno. E tutto descrisse con meticolosa penna: in specie "le arti e l’antichità", come si è visto, che lui diceva esser l'obiettivo principale del suo itinerario, ma poi molte cose mise a contorno di quel pezzo forte, e da poeta e letterato rappresentò i paesaggi e gl'imponenti scenari della natura che gli si schiudevano innanzi, da autentico dotto indagò ed espose le ragioni dei fenomeni geologici, a contatto d'una realtà sociale e infrastrutturale tanto estranea alla sua esperienza, di essa fissò sulla carta i profili più appariscenti. Frigidamente, per la verità; ma non è dall'aristocratico Rezzonico, uomo di Corte e d'Accademia e tanto preso dalla detentiva ragnatela della sua operosa cultura, che ci si debba attendere che penetrasse oltre l'epidermica rappresentazione dei fenomeni sociali, antropologici e di costume che coglieva; certo, egli nulla fece per accostarsi alla loro comprensione e impietosamente condannò tutto ciò che non trovava spazio nelle griglie della propria logica e del proprio sentire. Per ogni cosa oggetto di dissenso con crudezza espresse la propria riprovazione.
Abbiamo visto il trattamento usato alle manifestazioni del Barocco: non condividendo quell'arte, non le dedicò che poche righe di sentenzioso biasimo, a pié pari saltando chiese ed edifici civili. Giustamente si sdegnò alle arbitrarie modifiche che dal Fuga venivano eseguendosi nella cattedrale di Palermo: ma si capiva che così dovesse andare - lui precisava sarcasticamente -, il progetto dell'architetto napoletano era il peggiore fra quelli presentati "e per tal motivo fu scelto dalla Corte". Estese la taccia d'insipienza agli intenditori d'arte della capitale siciliana (il fonte battesimale della cattedrale, celebrato manufatto dei Pennino, "qui credesi un miracolo dell’arte ed è mediocrissimo lavoro"); e, quanto al patrimonio artistico, che vedeva per lo più "tenuto con poca cura", appropriatamente lasciava tralucere la sua civile rampogna, solo che nella denuncia metteva più d'un pizzico d'acredine. Venendo alle costumanze cultuali del popolo, alle pompe religiose e ai modi in cui la fede era vissuta dalla gente, non mancò di rilevarne la rozzezza, o ciò ch'egli interpretava in chiave di rozzezza, di grottesco, di superstiziosa credulità: così non comprese il rapporto dei palermitani con S. Rosalia, ch'egli, persino inclinando a dubitare della sua realtà, si limita a chiamare "l’amabile figlia di Sinibaldo" (ci penserà il curatore dell'ottocentesca edizione palermitana del Viaggio a rimediare all'affronto, abusivamente sostituendo al poco compromissorio appellativo del patrizio quello di "Santa Vergine"); trovò ridicola la monrealese processione del Trionfo della Croce ("spettacolo meschinissimo e pieno d’incoerenza", scrisse); deplorò che i fedeli si lasciassero irretire nelle chiese dallo sperpero dei "lustri", ossia degli ornamenti, come frutto di una superstiziosa credenza, per cui, a suo dire, "tutto si finge nell’empireo d’oro, d’argento e di care gemme coverto".
Ce n'era anche per la parlata dei siciliani, giudicata "rozza", "impura", "disarmonica" e colma delle asprezze ereditate dagli Arabi e dai Normanni (buon per tutti - si consolava - che la lingua nazionale si fosse fommata nelle "ben temprate glottidi toscane", guadagnandoci in sonorità, eleganza e purezza). Il triste spettacolo della miseria della povera gente, la vista della folla dei mendicanti e dei cenciosi alla questua di qualche soldo o dei resti della mensa, non è occasione se non di coloristiche descrizioni, così come negli orrendi tuguri in cui i poveri sono costretti a vivere altro non sa vedere che "la sordidezza dei popoli più barbari e selvaggi": non un fremito di pena lo prende - dobbiamo insistere - per quella meschinissima realtà. Persino quando, a proposito dello stato infelice delle strade che è costretto a percorrere, s'invelenisce in un grido di sdegno ("Oh, infame Sicilia, per sì difficili vie!"), sapientemente tralasciato dal pavido editore palermitano, quell’invettiva è, a ben guardare, piuttosto che la giusta esplosione d'umana collera per le condizioni infrastrutturali dell'isola, l’autocertificazione del proprio personale disappunto per gli incomodi sofferti durante quella disagevole periegesi; e al diavolo i siciliani se a loro toccava d'aver a che fare con sì malandate strade. A proposito, non era vero che per esse "immense somme di denaro si sono pagate e si pagano con poco frutto"?
Insieme con quello della impraticabilità delle strade, ricorrente leit-motiv nella descrizione del conte e occasione di ribadite recrimine è lo stato degli alberghi, che il Rezzonico trova - e ben a ragione - scarsi e indecenti e privi persino d'ogni servizio. Lui calca la mano, però, né solo deplora "l’incomodo, la miseria, lo squallore degli ostici e pantanosi fondachi", ma - precisa - "fondachi de’ Lestrigoni": e, infatti, quei poveri Siciliani, costretti a vivere in condizioni abiette, a non poter disporre dei molti comodi che in altri contesti territoriali erano d'ordinario godimento, non altro gli parvero che redivivi Lestrigoni, quasi a dire cavernicoli, e addirittura "isola lestrigonia" chiamò l'intera Sicilia. Forse epiteti siffatti, colmi di duro scherno più che di dolente constatazione, non troveremo in alcun altro dei viaggiatori.

Resta da dire della prosa: degno prodotto di buona letteratura, talora (ma di rado) impervia quando l'autore troppo indulge a quel vezzo erudito dell'antiquaria, quasi sempre piacevole e vivace nel resoconto delle cose viste; con in più un pizzico di pepe in alcune lessicali ricercatezze, senza dubbio artificiose, ma pure così inattese e sagaci, che rendono del tutto individuali queste pagine. Qualche esempio alla rinfusa: il "cane venatico", la "mula poltra", la "noderosa clava", il "tumultuario desinare", l'"illetabile cammino", le "affaldate nevi", "l’ubertoso testo del Fazello", le "forosette con smaltate di loto le nevose gambe", il timore "che smucciassero i piedi ai travaglianti muli e stallasser nel fiume", "le pugnanti sentenze degli antiquari", la "somma crepidine dell’Epipoli", le volte delle latomie "suffulte di rovinosi pilastri", le "caverne orrisone del Peloro" e così via.

4. Le edizioni del "Viaggio": questioni di metodo
Opera del 1794, il Viaggio della Sicilia e di Malta quasi un quarto di secolo dovette attendere, come s'è detto, per vedere la luce fra le Opere del cavaliere Carlo Castone conte della Torre di Rezzonico che il Mocchetti curò per l'editore di Como, inzeppandolo di note. E premise a quel Viaggio una dedica al patrizio comasco Francesco Giovio, figlio di quel conte Giovan Battista, così caro al nostro Rezzonico e buon letterato egli stesso, autore di versi e di prose d'ispirazione sepolcrale e notturna, che, non più fra i viventi al tempo della stampa dell'opera, aveva però lasciato la memoria biografica contenuta nel I volume di quella edizione. Il Viaggio - ricordiamolo - apparve ripartito nei volumi V e VI della raccolta, negli anni 1817-18.
Dieci anni più tardi venne, in corrispondenza dell'accresciuto interesse intorno alla letteratura periegetica e in ragione della scarsissima diffusione avuta in Sicilia dalle opere del Rezzonico, l'edizione palermitana: molto manomessa, abbiamo accennato, ché l'anonimo curatore (gli stessi tipografi-librai Abbate?) espunse tutte le parti che gli parvero pletoriche nell'economia dell'opera, eliminò varie note, soppresse i passi in cui più duro e tagliente si esprimeva il giudizio dell'autore sulla Sicilia, e persino s'arrogò di sostituir parola a parola e d'inventar alcuni brani per rabberciare quel che rimaneva monco in forza delle segmentazioni operate. Tale edizione, dagli stampatori dedicata al duca di Serradifalco, Domenico Lo Faso Pietrasanta, il futuro direttore della Commissione di Antichità e Belle Arti, non comprende la parte relativa al viaggio a Malta, né le ultime pagine dedicate alla breve escursione nell'isola di Capri; è arricchita tuttavia di una serie di 12 piccole incisioni, anonima opera di cattiva mano (solo una è firmata ed è certamente di diversa mano, tratta dalla Storia generale dell'Etna del Ferrara), raffiguranti per lo più i monumenti dell'antichità classica, che non compaiono nella prima edizione, corredata invece - almeno nell’esemplare da noi utilizzato, posseduto dalla Biblioteca Palatina di Parma - di una calcografia di D.K. Bonatti raffigurante un bassorilievo del Museo Biscari.
Il VI volume delle Opere del Nostro, nel quale si conclude il Viaggio della Sicilia e di Malta, è completato inoltre da quattro monografie, che, pur non appartenendo organicamente al giornale del viaggio, sono tuttavia tematicamente a questo collegate e frutto di quella spedizione medesima. Sono, nell'ordine: Spiegazione dell'obelisco di Catania; Dissertazione sovra alcune lucerne antiche del Museo d'Ercolano; Antichità di Palermo e suo emblema; Cenni sovra il bue cornupeta (il bue "che assale con le corna" rappresentato in alcune antiche medaglie della Sicilia e della Magna Grecia). Di tali saggi, solo quello relativo all'emblema di Palermo (il vecchio re coronato sedente su una piccola conca marmorea, con un serpente che gli si avvolge a una gamba e gli morde il seno) è accolto nell'edizione Abbate.
La nostra edizione tiene conto di ambedue le precedenti, curando di restituire il testo, pregiudicato dai disinvolti interventi dell'editore palermitano, alla lezione originaria. L'operazione di riscontro filologico ha consentito di individuare i brani e i singoli termini espunti nell'edizione di Palermo, che sono stati segnalati collocandoli fra parentesi quadre. Abbiamo eliminato la parte relativa al viaggio a Malta, in quanto estranea al nostro soggetto. Alle note del Mocchetti, indicate - così come nelle due precedenti edizioni - con la segnatura finale L'Editore, e alle poche dell’Autore, riconoscibili in quanto prive d'alcun contrassegno, abbiamo aggiunto un nostro apparato di note, identificate con numero arabo seguito da asterisco o (se aggregate a note del precedente curatore o dell'Autore) con semplice asterisco. Delle dissertazioni abbiamo accolto quelle relative all'emblema di Palermo e all'obelisco di Catania.
In conformità a consentiti criteri di razionalizzazione della lettura, siamo ampiamente intervenuti sull'interpunzione e sull’ortografia delle maiuscole; nostra è altresì l'accentatura dei vocaboli greci, omessa nelle precedenti edizioni. Abbiamo riprodotto tutte le incisioni, con l'aggiunta delle due raffiguranti rispettivamente il Genio di Palermo (inc. Barberis) e l'obelisco di Catania (dis. Falcon, inc. E. Rouargue), ricavate da altre fonti, che corredano le relative monografie. L'immagine del Rezzonico è tratta dalla calcografia contenuta nell'edizione di Como.
Sia lecito lusingarci alla fine, avendo ridestato queste pagine dal loro sonno, che da esse i lettori ricavino, come noi, utilità e diletto.
Salvo Di Matteo 

 

Indice

Premessa
di Francesco Pilliteri

Introduzione
di Salvo Di Matteo

Bibliografia
Viaggio della Sicilia
Antichità di Palermo e suo emblema
Spiegazione dell’obelisco di Catania
Indice dei luoghi e delle altre cose notevoli
Indice delle tavole