Salvo
Di Matteo


Gruppo Editoriale D'Agostino

La Sicilia
nella natura,
nella storia e
nella vita

di Augusto Schneegans
a cura dl Salvo Di Matteo

Introduzione
di Aldo Gerbino

Appendice e Note di
Giuseppe Pitrè

Traduzione di
Oscar Bulle


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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

Quando Bonaventura Tecchi introduce la sua “Isola appassionata” fa subito il nome di un grande tedesco: Goethe. L'autore dell'Italienische Reise nel 1787, scrivendo da Palermo il suo diario, annotava il celebre giudizio: `'Senza la Sicilia l'Italia non forma un quadro nell'anima; qui soltanto è la chiave per capire il tutto”. Questa frase, fa notare Tecchi, “appariva quasi isolata, come spesso succede in Goethe, in una pagina in cui non si faceva che parlare, oggettivamente e quasi seccamente, di osservazioni sui minerali della Sicilia e poi sul clima e perfino sui cibi siciliani”. Ciò che Tecchi interpreta intorno alla oggettività delle cose, legata a quella frase, è il fatto che Goethe sia da poco uscito dai “cammini stretti e oscuri dell'io”: una situazione psicologico-creativa che lo conduce a comporre, per la dimensione Sicilia, il frammento Nausicaa. Goethe si immerge totalmente nel suo viaggio isolano fino a scoprire “la luce del nostro mondo mediterraneo, classico”: quella luce - sottolinea acutamente lo scrittore di Bagnoregio - “che gli rivelava esistenti, viventi, non meno misteriosamente che dentro di noi, le cose fuori di noi, come oggetto, anzi come dono, di quella più alta forza - come già aveva detto a Weimar - i cui pensieri non sono i nostri pensieri”. La comprensione, insomma, dell'equilibrio fra l'interno e l'esterno fu una rivelazione tipicamente italiana e forse più specificamente siciliana.
Arnaldo Bocelli sottolinea il concetto della scoperta che Tecchi fece della Sicilia “quando vi capitò, al principio della guerra, in veste di censore postale”. L'impatto quasi gioioso con la luce, con quell'isola luminosa intrisa di sole e di fuoco come tanta iconografia illustra, è nello stesso tempo vissuto nell'ansia di partecipare al teatro di varie terribilità. Lo segnala il libro ancora attuale di Capuana, L'isola del sole, quando evidenzia come spesso il concetto di Sicilia sia ingigantito dai luoghi comuni, dalle mode del “dire”. E a testimonianza di ciò invita a leggere i resoconti espressi da tanta cultura francese fino al “viaggio” di Guy de Maupassant.
Tutto questo sembra, quasi inconsciamente, e senza determinare alcun pregiudizio, costituire l'attrazione di fondo per Tecchi. Anzi lo scrittore dà ciò per scontato e passa alla visione di una dolorosa e poetica società aiutata nel suo intimo dal genio salvifico di una cultura millenaria. Un italiano contemporaneo, quindi, alla scoperta della Sicilia. Alla stessa maniera in cui, al di là della nutrita schiera di viaggiatori stranieri in Sicilia nei diversi secoli, può essere considerato straniero (Sciascia ne fa oggetto di riflessione nella sua prefazione al Viaggio in Sicilia fatto dal barone Conzalve de Nervo nel 1833) “anche qualche viaggiatore italiano in Sicilia con forse maggiore estraneità di un francese, di un tedesco, di un inglese: né siamo sicuri - continua lo scrittore siciliano - che un tal sentimento di estraneità sia da relegare a prima dell'Unità, anche se oggi non dichiarato in opere di inchiostro”.
Questa perplessità sulla non improbabile estraneità di un “italico” in viaggio verso il Sud è avvertita un po’ amaramente da Sciascia e sembra idealmente introdurre quell'estraneità di un contemporaneo, quale Tecchi, nella sua scoperta del “continente” siciliano. La luce suggerisce a Tecchi l'intuizione di una solare magnificenza assorbita come fascino, non soltanto fisico, ma soprattutto interiore. “Luce nitida - scrive -, sveglia eppur non crudele come per sua nitidezza è qualche volta in paesi stranieri, né, d'altra parte, luce morbida come per velature, sia pure impercettibili, di nebbia, spesso avviene nelle contrade del nord: ma luce calma, ferma, d'una virile, umana dolcezza”. Per Tecchi questa luce è da collegarsi all'idea goethiana che la Sicilia costituisca la chiave di lettura per una intera nazione. È un viaggio, quello di Goethe, che non è calato nelle sfere di un arido resoconto, o spinto nei territori di una letterarietà che nutre se stessa, ma è più viaggio dell'anima, aperto alla dimensione imperscrutabile dello spirito. Quella “sublimazione” che come caldo afflato lo investe (catturata dal Pitrè nel suo “Viaggio di Goethe a Palermo nella primavera del 1787”), si pone come solida base per una plastica spiritualità del viaggio. Così non è peregrina l'osservazione di Hélène Tuzet offertaci nella sua La Sicile au XVIII siècle vue par les voyageurs étrangers, dove nel paragrafo “Goethe alla ricerca di Goethe” si rivela che «nessun viaggio ha meritato più di questo il nome di Bildungreise». Come dice eccellentemente Michéa, questo racconto è “essenzialmente il racconto di un’anima che a contatto del suolo classico celebra una reale e gioiosa rinascita; di un'anima che si costruisce e arricchisce senza tregua domandando alle cose una più profonda conoscenza di se stessi (...)”. Ciò che bisogna cercare - sottolinea Tuzet - prima di tutto nell'Italienische Reise è Goethe, specialmente nelle pagine dedicate alla Sicilia, dove egli andava incontro ad una iniziazione suprema, alla perfezione ultima del suo essere». “E se la Sicilia richiama in Goethe l'Asia e l'Africa, lo eccita soprattutto pensare che questa splendida terra è il luogo dove convergono tanti raggi della storia universale”. Madame Tuzet si chiede: “Che cosa s'aspettava Goethe da questo viaggio? Innanzi tutto - risponde - la rivelazione del mare; l'effetto è pari all'attesa: «Se c'era qualcosa d'importanza decisiva per me, tale è questo viaggio. Se un uomo non s'è visto circondato dal mare non può avere un'idea del mondo e della sua posizione rispetto al mondo. Come pittore di paesaggi, poi, questa linea semplice e grandiosa mi ha anche ispirato pensieri del tutto nuovi».
Quei “raggi della storia universale” non devono comunque ingannare, avverte la Tuzet, in quanto «Goethe non è orientato verso il passato, non ha il gusto della storia, è attratto dal permanente, non dall'effimero. Ciò che ricerca in Italia è una specie di “idea” platonica di Roma e della Sicilia. Questa forma di platonismo sottolineata da Michèa - nei suoi Études italiennes - si rivela in un curioso passo del Tagebuch: “il godimento nel corso di un viaggio deve essere astratto se lo si vuole puro... capita che, per caso, la realtà corrisponde all’idea; si tratta, allora, di vera fortuna ed io ho provato tali momenti”».
Questa “chiave” intrisa di storia universale viene recepita nel senso più classico del termine da un conoscitore profondo dell'Italia, scrittore, e con l'ufficio di Console dell'Impero tedesco: August Schneegans. Con la prefazione del traduttore Oscar Bulle, si consegna l'opera dello Schneegans all'editore fiorentino Barbèra nel febbraio del 1890 (l'edizione porta altresì una revisione fatta dal suocero di Bulle, Giuseppe Rigutini). Viene ricordato che è interessante “agli Italiani, e specialmente ai Siciliani, conoscere il giudizio di uno straniero sul loro paese e sui loro costumi, e questo interesse sarà tanto più grande quanto più quel giudizio è dato imparzialmente. (...) Scrive egli come tedesco per Tedeschi e con ciò si spiegano tutte le qualità speciali del libro; si spiega soprattutto il suo entusiasmo per le bellezze della natura che gli Italiani, abituati ad essa, forse non sentono alla pari dello straniero, quando si affaccia al divino incanto del loro paese; (...) e non meno tedesca - continua Bulle - è la maniera con la quale egli si immerge nella storia di ogni luogo da lui visitato, riandando col pensiero alle età più remote e perdendosi qualche volta anche nei labirinti dei miti dei tempi favolosi (...) per la tendenza, che hanno i tedeschi, di popolare i luoghi memorabili con le figure della storia e di avvolgerli nella luce delle reminiscenze risvegliate da quei luoghi”.
L'opera La Sicilia (Sicilien) porta come sottotitolo “nella natura, nella storia e nella vita” nell'intento di sottolineare come il viaggio venga condotto prima attraverso l’osservazione naturale per poi passare dal teatro della natura alle complesse vicende storiche, e per giungere, alla fine, ad una vera e propria proiezione antropologica. Una visione tenuta insieme dalla dotta sapienza dello Schneegans (“dotto” lo definisce il Pitrè), già Console germanico in Messina. Della grandezza classica lo Schneegans avverte tutta la maestosa pregnanza, la quale non può non attrarre uno spirito tardo-romantico alimentato da una precedente cultura di viaggiatori tedeschi: da Friedrich Münter a Johann Bartels, a Stolberg fino al naturalista Salis de Marschlins o Joseph Hager (non ultimo il grande Goethe), a testimonianza di una suggestiva valenza della ricerca letteraria, socio-storiografica, naturalistica, atte a condurre alla scoperta del gusto e del senso più profondo della storia. Non è difficile, comunque, cogliere diverse ripetizioni - lo avverte lo stesso Bulle - “sia di frasi, sia di concetti; l'Autore stesso ce lo spiega, dicendoci come nacque il libro e come fu composto di bozzetti, scritti in diversi tempi benché collegati in concetto unico e generale. Ma questa origine del libro ha pure il vantaggio, che ogni bozzetto è per sè un bell'insieme, e un vero gioiello d'arte”.
Il viaggio dello Schneegans, come egli stesso ci ricorda in una tappa della sua visita nell'isola, avviene circa venticinque anni dopo l'Unificazione italiana. Ma la dimora di Augusto Schneegans è soprattutto legata all'area orientale della Sicilia, dove, sottolinea puntualmente Giuseppe Pitrè in appendice alla prima versione italiana de La Sicilia, il suo lungo soggiorno nel territorio delle province orientali dell'isola “poté fornire all'opera sua minuti ragguagli, pieni di curiosità attraenti e di osservazioni ingegnose intorno a Messina, a Catania e a Siracusa. La rapida corsa che egli fece per le province orientali non gli permise di dare se non brevi cenni su Palermo e su Trapani”.
Schneegans, viaggiando in treno da Napoli verso la Sicilia (utilizzerà lo stesso mezzo di trasporto anche nell'isola), avverte subito le differenze di una categoria astratta: del sentimento elegiaco italiano, dalla dimensione elegiaca tedesca. Ne sottolinea, fin dalle prime pagine, l'impatto repentino e penetrante. “L’elegia meridionale - scrive - è più potente; tocca le corde del cuore meno dolcemente, ma esprime con più energia e con colori più forti il dolore profondo che agita il cuore umano dinanzi all'aspetto delle rovine e della morte. La morte e il disfacimento destano sotto questo cielo un sentire più profondo, ma non la pesante malinconia nordica”. E sulla malinconia più avanti insiste: “(...) anche qui non meno che nelle nebbie settentrionali può impadronirsi dell'anima” ed avverte che, “essendo la Sicilia il paese dove più volte altrove si palesa la tragedia della storia universale”, tutto sembra essere tramato da “una serenità quieta e quasi olimpica, una rassegnazione tutta ellenica e una mite contemplazione del fato irresistibile”.
Dalla classicità e dal senso tragico della “storia universale”, che vede la Sicilia come grande scenario e teatro del mito, Schneegans estrae giudizi e proposizioni di valore morale. Il suo dettato poggia, oltre che sulla sensibilità, sulla padronanza di una cultura esercitata con gli studi della Geschichte Siziliens im Altertum di Holm o dei Cultur - und - Geschichtsbilder di Otto Hartwig, ma non è meno interessato alle visioni storiche di Diodoro Siculo e Timeo. Non apprezza e non riesce a cogliere, a Messina, la grandezza di un Antonello. “In Messina - annota - Verre fece imbarcare per Roma i tesori rubati nella Sicilia; ma in Messina niente rimaneva salvo, e quasi si potrebbe credere che la rapina di Verre fosse in questa città maggiore che nelle altre. Niente qui ricorda il medioevo e il periodo di rinascimento, eccetto qualche chiesa dei Normanni, già in rovina, tre quadri di Antonello da Messina considerevoli più per il lato storico che artistico...”.
L'interesse di Augusto Schneegans si accende di rapida fiamma per i miti arcaici: i culti delle “Madri” o dei “Paliki”, a testimonianza delle migrazioni cretesi e degli autoctoni culti sicani, vengono raffrontati e accostati a quelli dei semidei, delle sirene in particolare, figure ancora tenacemente “presenti nella incolta gente sicula, mentre hanno dimenticato Giove, Nettuno...”.
Ancora si sofferma a ricordare le storie cristiane, dal volo sullo stretto di san Francesco di Paola, miracolosamente sostenuto dal suo fragile mantello, allo sbarco messinese “dell'Apostolo Paolo diretto per Roma”. Di questa leggenda cristiana lo Schneegans spiega i legami con il culto fortemente sentito in Messina della Madonna della Lettera. “Raccontano che la Madonna consegnasse all'Apostolo, allorché si congedava da lei, una lettera ed una ciocca dei suoi capelli per il Comune di Messina. La ciocca - annota il viaggiatore - ancora oggi la mostrano fra le reliquie del Duomo e la portano, ben chiusa, una volta all'anno in solenne processione per le strade”. La lettera originale, si ricorda, fu distrutta nell'incendio del Duomo di Messina durante le esequie di Corrado IV, nell'anno 1254. Ma lo scrittore fa presente che, per fortuna, sono in possesso della chiesa [guarda caso] “due copie autentiche ... opere del famoso falsificatore Lascaris, e sono, come dicono, redatte in lingua latina”.
Schneegans è molto attento al dato antropologico e filologico; possiamo notare in lui come il mondo classico e quello preistorico, che affiorano continuamente nella trattazione del viaggio, si coniughino attraverso leggende, costumi, usi, piccole raccolte di versi popolari, proverbi e d'innesti idiolettali. Esempi, per Messina, la storia del “Convento sotterrato” di Santa Maria della Valle, detta la Badia, la leggenda dello scrigno donato da una regina di Francia alla Madonna, la descrizione della famiglia Brunaccini che avrebbe ospitato Goethe a Messina nel suo viaggio del 10 maggio del 1787, pochi anni dopo il terremoto del 1783, che funestò l'infelice città. Già il 22 febbraio del 1866 aveva pubblicato sul n. 63 della Neue Zeitung di Berlino la prima redazione del suo “Goethe in Messina”.
Ancora della Settimana Santa vengono colti gli aspetti squisitamente etnoantropologici; lo colpiscono le “grandi figure di cera, con volti coloriti di mattoncino o di gesso”, critica la Crocefissione “rappresentata in una maniera indegna” per poi passare a considerazioni di comportamento e di costume come i segni del lutto emersi nel periodo pasquale. Il dolore - avverte - “si mostra nei vestiti e sui quadri; la gioia e il piacere si leggono nelle facce dei processionanti...”. Tutto in un miscuglio “di forti contrasti”. La devozione siciliana risulta, per Schneegans, espressione di un “cattolicesimo più allegro, più grazioso, ma meno profondo; ha più pompa, più luccichio, ma gli manca il sentimento mistico e commovente”; sottolinea ancora l'esasperato culto dei Santi e come da questo culto si scenda spesso a miserabili diatribe, ben raccontate nella verghiana “Guerra dei Santi”. Ciò che suggestiona Schneegans è la commistione di antiche religioni con il cattolicesimo: dalla cultura fenicia, con i fratelli “Paliki”, al dio dell'Etna, fino ai mitici segnali cretesi; momenti utilizzati da Goethe in mutazioni letterarie per il suo Faust. Una Sicilia che sin dal primo impatto gli suggerisce impressioni orientali; essa è vista come “la soglia del mondo africano ed orientale” quasi a non potersi sottrarre a quella immagine generica e stereotipa di una terra - così con forza ribadisce Capuana - “strana, fantastica, difforme dalla realtà di cui tutti ragionano e discutono... e che molti giudicano, condannano, maledicono, senza partito preso né malignità, né rancore, lo confesso, ma con la perfetta buona fede della ignoranza. Un'ignoranza che crea asti e equivoci, sostenuti con pertinacia sia da Italiani che da stranieri”.
Il Munter, un danese venuto in Sicilia nel 1785, se si pronunzia a favore degli isolani, ingenuamente dichiarando che “non erano così cattivi come si vuol far credere”, in una lettera da Siracusa a Monsignor Garampi definisce la Sicilia “paese semibarbaro”. Anche il Brydone - riporta De Stefano - “ricorda l'ignoranza degli Italiani nel giudicare le reali condizioni della Sicilia; a maggior ragione, spinti da amor patrio e da sentimento di onore, i Siciliani difesero la loro terra”. E con favore afferma: “La ragione ispira ad ogni onesto cittadino quell'interno sentimento di promuovere il decoro della sua patria... illustri esempi... in questo genere di patriottismo ci lasciarono molti abilissimi soggetti del nostro Regno, i quali con fatica inestimabile intrapresero il nobile assunto di mettere in buon lume la storia di essa, o di vendicare l'antichità della sua origine, già oppressa dalla totale sconoscenza, e talvolta ancora da qualche ignorante emulazione”.
De Stefano sottolinea ancora, nella sua Storia della Sicilia (La difesa della Sicilia nel ceto intellettuale), come molti insorsero contro i Francesi allorché questi scrissero giudizi ingiuriosi sulla Sicilia e i Siciliani. L'Avolio si lamenta degli Enciclopedisti, dei quali nell'articolo “Sicile” si legge che l'Isola “n'a plus rien aujord'hui de considerable que ses montagnes et son Tribunal de l'Inquisition”, come, sempre contro gli Enciclopedisti, si accese la giusta protesta del Di Blasi nel leggere l'articolo “Palerme”, dove laconicamente era scritto: “Palerme, ville detruite de la Sicile”. E l'elenco, annota lo storico, continua; il Gallo, riferendosi al Voyage pittoresque di Houel, lo rimprovera di avere “ancora, dopo tanti viaggi, la leggerezza francese, la quale si lascia facilmente trasportare da ogni lieve soffio, e per non perdere il buon motto si scorda facilmente degli altri doveri”. L'Avolio era pronto “a difendere dagli ingiusti motteggi d'alcuni Esteri la Sicilia”, mentre Saverio Scrofani, in relazione alla decadenza economica dell’isola, annotava: “Quei che chiamano infingardi i Siciliani o non han mai conosciuto la Sicilia o ne conoscon solo la capitale”. E si invitava a leggere il testo sulla Sicilia di Arcangelo Leanti come “quanto di più colto ed istruttivo si fosse mai fatto”.
Sta di fatto che la schiera dei viaggiatori si arricchisce tra '700 e '800 consegnando visioni isolane spesso contrastanti, ora punteggiate di acrimonia, ora espresse in semplici reportages, ora in analisi accurate o in vestigia letterarie di forte impegno creativo. Da una concezione illuministica, tipica del XVIII secolo, che avanza la necessità di scoprire quanto più possibile di una terra “ignota”, o mettere in evidenza non senza i motivi dell'enfasi il ricchissimo patrimonio classico di cui l'isola è scrigno tra i più fastosi, dal barone Riedesel, allievo del Winckelmann, gli osservatori tedeschi s'incrementano in un attento desiderio di conoscenza nei confronti della Sicilia. E ciò superando le “facili” conquiste geografiche, urbane, dettate da una guida all'insegna del baedecherismo, spesso superficiale, imprecisa, pronta a cogliere fatti marginali e a trascurare, invece, elementi fondamentali di una cultura. Ma i Tedeschi non soltanto viaggiano per la Sicilia, ma li ritroviamo, come cita lo Schneegans, raggruppati in una piccola colonia di lavoro, a Grotte, “un covo di briganti”, rappresentata dalla figura dell'ingegnere Höfer, della ditta Jaeger di Messina.
Viaggiatori tedeschi muoiono anche, in Sicilia che rappresenta un vero e proprio luogo metaforico della fine, biologica e geologica decadenza. È il caso del conte Augusto von Platen, “un vecchietto rattrappito e occhialuto, di trentacinque anni”, come lo descrive Felix Mendelssohn, nel 1831 a Napoli. Von Platen muore, nel 1835, a Siracusa, meta di una Sicilia drammaticamente attraversata nell'entroterra, per quell'amore della classicità portato all’esasperazione. Autore vissuto in quell'avversione al romanticismo che lo pose come interlocutore polemico nei confronti dell'Heine de I Bagni, “in cui - ricorda il Di Silvestro nel suo August von Platen - esprime la superiorità del suo intelletto sapendo mescolare fantastico e reale” e nello stesso tempo pronto a sottolineare, grazie ai Reisebilder del 1828-29, che “il viaggio non ha principio né termini esterni, ed è tutto compreso nel giro interiore del mondo del poeta”. E Mann che ripropone il caso “Platen”: una morte per colera quasi predestinata, cercata, forse disperatamente desiderata.
Tra il XVIII e il XIX secolo insistono a percorrere la Sicilia viaggiatori inglesi; dal fisico Patrick Brydone, membro della Royal Society di Londra e Edimburgo, a Swimburne, e più avanti nel tempo, in relazione alla politica espansionistica napoleonica (prima metà dell'800), la serie si ipertrofizza di scrittori “in cammino”: le Letters from the Mediterranean di Blaquier del 1811 costituiscono una cospicua opera in due volumi di carattere morfologico che descrive la “Sicilia, Malta, Tripoli e Tunisi”. Il 1833 registra in Sicilia la presenza del Cardinale Newman. Teologo e scrittore, ammirato da Joyce, nel suo viaggio siciliano, è tormentato da una malattia (un attacco di febbre tifoide). “Attraversa momenti di timori e di angoscia. Ma poi - sottolinea Giovanni Velocci - scosso da un misterioso presentimento che sarebbe sopravvissuto, nella gioia della speranza esclamava: Non morrò perché non ho peccato contro la luce”. Velocci insiste sul “senso della luce”, non quella stessa luce connotata da Tecchi, ma una luce più spirituale, che determina il cambio di rotta o, meglio, l’apertura completa d'una verità già votata a condurlo tra le braccia del cattolicesimo.
Questa luce spirituale, pregna della sua valenza teologica e alla quale fa riferimento Velocci, si raccoglie sin dal suo primo impatto di ordine naturalistico; impatto luminoso, esclusivo, non nel senso fisico sottolineato dal contemporaneo Tecchi, ma nello stesso tempo (ed egli stesso ce ne ricorda l'importanza) capace di far scaturire in Goethe un rapporto interiorizzato tra natura e spirito.
Ma mentre in Goethe la luce si trasforma in illuminazione laica capace di rischiarare quei camminamenti “oscuri dell'io”, in Newman si assiste ad una amplificazione salvifica, veritiera, tutta cristiana, del suo rapporto con Dio. La partenza è sempre dalla natura: “quando migliorai - confessa Newman - solevo aspettare l'aurora e nel momento in cui vedevo la luce attraverso le persiane dicevo: O dolce luce; il più grande dono di Dio”. E la sua composizione poetica Lead è - nell'affermazione di Velocci - “un'appassionata invocazione alla luce divina”.
Dopo un decennio da queste esperienze spirituali, calato nella ventata quarantottesca è il Voyage en Sicile di Felix Bourquelot. L'autore della Recherche sur la Iycantropie e di una Histoire de Province vuol consegnare un'immagine, lo scrive egli stesso in prefazione (attraverserà la Sicilia nel settembre del 1843), che non darà “un quadro della Sicilia di oggi libera e rigenerata, ma della Sicilia di ieri gemente sotto la dominazione napoletana”.
Emanuele Navarro della Miraglia, che si occupa del viaggio del Bourquelot come di quello del Reclus, il famoso autore della Nouvelle geographie universelle, sottolinea come “lo scritto del signor Bourquelot fa rivedere come in sogno la Sicilia di venti anni addietro. Allora il paese aveva meno strade che adesso. Si viaggiava da una città all'altra sul dorso dei muli o nelle lettighe ornate di grottesche pitture e di campanelli (...). All'arrivo del signor Eliseo Reclus non era più la stessa cosa, la rivoluzione avea distrutto d'un colpo quella muraglia chinese che ci separava dal continente. La luce irrompeva con violenza. La libertà penetrava, da ogni parte, a fiotti”.
La Sicilia viene osservata e scandagliata secondo l'occhio, l’umore e le qualità culturali del viaggiatore. Ora gli orpelli fantasmagorici e viscerali di un reboante viaggio mediterraneo voluto nel 1835 da Alexandre Dumas, ora analisi interiori vagliate in luoghi enfatizzanti, come giustificazione alle proprie angosce, e ricercate, ad esempio, sul monte dei monti (Mongibello) da René de Chateaubriand. Ancora enfatiche esplosioni romantiche o armoniche ricerche di una classicità perduta ma pronta ad essere ritrovata, o analisi scientifiche, fino a modelli spirituali letti nell'endoscheletro di un territorio o suggestioni da fascinosi richiami goethiani dove la lettura di Mignon, “Conosci il paese dove fioriscono i limoni”, accompagna un giovanissimo aristocratico, Massimiliano d'Asburgo, in un tour mediterraneo per Messina, Palermo e Siracusa che gli suggerisce la scrittura di Einige tage in Sizilien.
Gli occhi di Schneegans, nel suo mito della classicità e dell'arcaismo, scoprono, quasi in un gusto ossianico, e in veri e propri stilemi gotici, una Sicilia come popolata da sepolcri. “Le antiche città sicane - scrive - situate sui monti sono divenute oggi vuoti scheletri di pietra e dall'acropoli di Enna, da quel castello un giorno così potente, lo sguardo domina sopra un ampio campo di morti, coperto di biancheggianti sepolcri”. Anche Girgenti è pervasa da un altro giudizio sepolcrale: “Oggi Girgenti si stende innanzi ai nostri sguardi simile a un grande e deserto camposanto. Il pallido lume della luna tremola sulle rovine dei templi; lievemente il vento della notte sussurra fra le stoppie dei campi; e in quel sussurro par di sentire i sospiri e i lamenti sommessi di un popolo sommerso e dimenticato”. Erice non è risparmiata dal vento gotico: “Erice si innalza nel deserto mare come una vuota tomba: sola l'eterna morte celebra qui sulle coste occidentali della Sicilia la sua vittoria che tutto seppellisce nelle tenebre”.
Ancora, sulla tomba di Federico II Hohenstaufen, “... invano si cerca il fascino misterioso e crepuscolare della tomba”. La greca Siracusa, già ricordata nel Viaggio a Siracusa dello Spelhageen, con le sue latomie, i suoi tetri passaggi, le oscure vicende, è vestita con un manto chiaroscurale, definita da un’architettura inquieta, quasi orrifica. Puntualizza l'aspetto doloroso la leggenda del pastorello che è solito apparire allo straniero mentre vaga sulle rovine dell'acropoli: e “fa risonare la solitudine di melodie lamentevoli col suo doppio flauto”.
Schneegans sottolinea (lo fa fin dall'inizio del testo, quando parla dei rapporti della famiglia Brunaccini con Goethe) come sia importante valutare le fonti delle leggende, dei racconti, evitando di sopravvalutare fenomeni che obiettivamente debbono essere ridimensionati. Ricorda come il viaggiatore tedesco Riedesel, giunto a Girgenti, avesse chiesto, con la scrupolosità dello scienziato, notizie sulla “fonte dell'olio”. Il suo albergatore, che nulla aveva sentito dire fino ad allora di questa preziosa rarità, “da vero meridionale non si confuse e a tal domanda rispose che avrebbero l'onore di condurre subito il forestiere alla fonte d'olio, che scaturiva nel suo proprio giardino”. Allora - si continua nel racconto - “mandò avanti un ragazzo ben ben indettato con una fiasca di olio; e Riedesel, arrivando pieno di riverenza sul suolo classico di quella fonte, vide in verità che una quantità considerevole di olio galleggiava sull'acqua perché il ragazzo aveva versata tutta la fiasca nella pozza”. Questa storiella, testimoniata dal Tomasini nelle sue “Lettere sulla Sicilia” del 1825, aiuta lo Schneegans ad ironizzare sulla credulità del viaggiatore. Avanza dubbi (giustificati) sia sulle accreditate funzioni dell’Orecchio di Dionisio che sulla lettera del diavolo conservata nella cattedrale di Girgenti. Su quest'ultima “rarità” il Console si sofferma in un gustoso dialogo: “La lettera del diavolo, così desiderata, era davanti ai nostri occhi: un pasticcio, senza capo né coda, di uncini e di graffi, di linee curve e intrecciate fantasticamente, di quadrati, di arabeschi, tutti sparsi di asterischi e di grandi macchie di inchiostro, un vero accozzamento di segni senza senso, simili a quelli che si veggono talvolta nei libri magici di una indovina o d'una fattucchiera più o meno pazza”. L'omino che accompagna lo Schneegans è una figura simpatica e meridionalissima, con quelle sue narici che “esprimevano una viva commozione e sembravano quasi sonare una marcia trionfale”. Il colloquio fluisce vivace e pieno di colore. “Messina - gridò l'omino - ha la Lettera della Madonna santissima, ma non la mostrano a nessuno: e c'è il suo perché, essendo il testo originale bruciato da qualche secolo; Catania ha il velo di S. Agata: ma ciascuna ragazza può ricamare o tessere un velo; Palermo ha le ossa di S. Rosalia; ma dove non si trovano ossa di Santi? Girgenti sola possiede la lettera scritta di proprio pugno dal diavolo”. Anche l'entroterra attrae Schneegans per il suo aspetto di miseria, di arretratezza, di doloroso e codardo sfruttamento. Ne sono un esempio le dolorose schiere dei carusi che ci riportano agli occhi il grande quadro di Onofrio Tomaselli. Tra un baluginare di luci, nel giallo fosforescente dello zolfo, Schneegans legge la triste condizione dei fanciulli: “Erano le lanterne di ragazzi che carichi di pietre salivano ansando verso l'uscita della miniera, rassomiglianti a' gnomi delle novelle delle fate”. La sua commozione è sincera “Poveri ragazzi! seminudi, con tutti i muscoli tesi, grondanti di sudore, con le brune braccine incrociate dietro al tergo per sorreggere il peso che portavano sul dorso: una schiera silenziosa che con passo uguale sfilava dinanzi a noi. Poveri ragazzi! Avanzi infelici della vecchia schiavitù”.
E non può fare a meno di esprimere il suo giudizio sulla mafia e sul brigantaggio fino ad avanzare la sua analisi stabilendo un primo anello di collegamento tra il potere mafioso, di stampo feudale, e la politica locale. E sui sentimenti della vendetta, come sull'omertà, sui quali poggia l'edificio criminoso, stabilisce dei rapporti poco convincenti per la superficialità delle osservazioni, poggiate sul luogo comune che accosta siciliani ai corsi, o, con una punta di dispregio, avvicinando alcuni siciliani dell'entroterra ai “beduini dell’Africa”. Ma tra queste annotazioni di ordine sociale, dove per altro non mancano le osservazioni puntuali e dove affiorano anche le letture sull'argomento, si ergono prepotentemente le architetture classiche del suo vedere la Sicilia, come quelle della ingloriosa Acragas, spesso rapportata alla fine gloriosa di Siracusa.
L'immagine di Empedocle induce Schneegans a non condividerne l'accostamento, a suo avviso fin troppo sbrigativo, che fa Ferdinando Gregorovius nei suoi famosi Wanderjahre in Italien, proprio perché - è detto - “ha espresso in poche parole l'opinione comune, mettendo il nome del filosofo accanto a quello di Cagliostro e paragonando questo scroccone, screditato dal famoso processo della collana, col pensatore, che Dante, estimandone giustamente il valore, saluta nell'Inferno fra Talete e Zenone, e lo mette nello stesso ordine che Socrate, Platone, Anassagora, Seneca e il maestro di tutti i filosofi, Aristotele”. Acragas, per Schneegans, proietta l'aspetto degradato della politica dei partiti e “di quell'angusto e geloso spirito delle colonie greche”, mentre la città di Siracusa è stata sempre mossa “da un grande pensiero politico e dallo spirito tenace delle alleanze”. Le belle figure di Terone ed Empedocle rimangono per lo scrittore tedesco confinate nell'oscurità “perché erano figli di Acragas, della città di Falari, ignominiosa e codarda”.
Catturato sempre dalle bellezze elleniche, Schneegans non coglie certe culture figurative; sulla profondità della temperie caravaggesca che larghe tracce lasciò in Sicilia, o per il grande Antonello, elargisce giudizi superficiali, poco pertinenti, fuori da ogni equilibrio critico, imbarazzanti silenzi. Allo stesso modo del giudizio di un viaggiatore inglese, l'Evans (riportato dalla Martino) che nella sua guida Classic and Connoisseur in Sicily, descrivendo il duomo di Monreale, riporta che questo è rivestito di “mosaici vecchi e rozzi”. Lo stesso può riferirsi ad un altro viaggiatore inglese, il Galt, il quale per lo stesso monumento dichiara che: “L'architettura è di uno stile ibrido. Colonne classiche sostengono archi gotici; quanto ai mosaici, non vale neanche la pena di mettersi gli occhiali per guardarli”. Schneegans nella sua corsa rapidissima per Palermo (appena quattordici pagine ricorda il Pitrè) rimane incantato dal Duomo e dalla città di Monreale. Cita le belle tavole del Gravina e compara il Duomo della città normanna con la Cappella Palatina. Vi ritrova “lo stesso splendore e la stessa magnificenza rilucente d'oro”. Anzi sottolinea come il Duomo e la Cappella sono due membri di un sol corpo e “chi ha parlato dell'uno bisogna che parli anche dell'altra, perché ambedue si compiono vicendevolmente”. Non apprezza a Palermo il convento dei Cappuccini, “noto per la sua orribile esposizione di morti... perché non c'è cosa più ributtante di questi corridori pieni di cadaveri sogghignanti, quali penzoloni, quali ritti in piedi, quali aggruppati insieme in paurosi atteggiamenti”. Della Zisa fa appena un cenno, ricordando che fu un antico castello saraceno. Non apprezza il fascino fantastico di Villa Palagonia piena di “visacci” e, raggiunto a Palermo il convento della Gancia, culla di tutte le rivoluzioni, e la piccola chiesina che “con la sua campanella diede il segnale dei Vespri Siciliani”, è colto da sentimenti diversi. Sottolinea come “rivoluzioni, stragi, cospirazioni, tutta la storia siciliana più moderna (e qui aggiungi il brigantaggio e la mafia) e l'immagine della Sicilia come ce la rappresentiamo nel Nord è completa”. Ma poi si chiede se questa immagine risponde al vero. “Merita la Sicilia la sua riputazione di sangue?”. Ricorda lo studio accuratissimo di Michele Amari sulle verità storiche del Vespro, sulla leggenda del famoso Giovanni da Procida, “prototipo di tutti i tenebrosi cospiratori”, e sottolinea attraverso quella “scala diatonica del carattere meridionale” come “il periodo più grande e felice della storia siciliana sia stato quello svevo, in particolar modo sotto Federico II”. “Lo spirito meridionale, infatti, unito al carattere tedesco più fermo e più duro, sviluppò sotto il governo di quell'uomo del Nord una forza meravigliosa, della quale nessuno lo avrebbe innanzi creduto capace”.
Il viaggio per Schneegans è immersione, total body, nel territorio; è capacità recettiva di cogliere i messaggi classici, sottolineando anche come viaggi ideali possono essere altrettanto efficaci. Coglie l'esempio delle poesie La cauzione, Il nuotatore e, in modo particolare, La sposa di Messina dello Schiller, il quale è riuscito a penetrare, pur senza esserci stato, “interamente nella natura siciliana e nel carattere di questo popolo”. Rientrano nei testi schilleriani le leggendarie figure del pescatore Cola Pesce o le immagini di Eteocle e Polinice carichi delle reminiscenze sofocle dell'Edipo re. “In questi ultimi giorni - scriveva Schiller a Goethe - mi sono occupato molto di trovar una favola che fosse della natura di quella dell'Edipo re”. Il racconto immaginato e trapiantato nello scenario siciliano serviva a Schiller per “fondere insieme efficacemente le idee elleniche del fato con gli elementi cristiani del medioevo”. Sperava così “di trovare un terreno acconcio alla sua tragedia del fatalismo e di poter far uso dei differenti culti e delle reminiscenze religiose antichissime, per la sua intenzione poetica che è in parte tragica e in parte lirica”, “definendo molto bene quella natura siciliana oscillante tra il dato fisico e il dato spirituale”. Questi valori sono ripresi in più parti da Augusto Schneegans. Soprattutto in quella definizione più precisa del valore del tempo e del valore della memoria: due categorie che si intersecano vicendevolmente e si potenziano, dove il tempo rappresenta l'enorme contenitore di fatti, di storie, di rivoluzioni, di sangue, di miti, di grandi architetture che sfidano il cielo, di incursioni, di lotte titaniche e di semidei, di ignominie e di delicate leggende, di condottieri e di culture diverse poi omologate.
Il valore della memoria, già fortemente avvertito da Schneegans, viene percepito nella giusta dimensione in una temperie culturale che vede la Sicilia, con suoi uomini di punta come Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, fondatori della demopsicologia, o ancora con il Bruno, il Vigo o l'Avolio, partecipe alla nascita dell'antropologia culturale, in quel valore, sempre più profondo, dato alle cose, ai piccoli accadimenti, alle usanze, ai modi di dire, alla tradizione orale. È un risveglio che, se pur colto a volte dallo Schneegans in un aspetto folklorico, ne rivela in ogni caso l'impatto suggestivo, il raccordo con quella mobilità cromatica tipicamente popolare. Il percorso di Schneegans non ha la presenza esclusiva del “viaggio conoscenza” di un Montesquieu; lo scrittore tedesco è già ricco di un suo materiale che non vuole molto modificare, è uno scheletro piuttosto rigido, se non fosse per quelle comparazioni tra miti e culture che lo dialettizzano. Ma capacità più moderna appare quella di innestare questo mondo classico in un vero e proprio bagno sociale, in un'impressionistica realtà popolare dove le figure, anche le più minute, acquistano valenze ora di ordine comportamentale, ora psicologico, ora squisitamente antropologico, di capace respiro. Altre volte però avallano un luogo comune, sottolineano un pregiudizio; poi tutto viene sommerso, quasi per una necessità di sfuggire ad un quotidiano soffocante, nella grandezza ellenica delle architetture siciliane.
La Sicilia per Schneegans è anche quello che dice un suo connazionale, durante la visita a Girgenti, prima di congedarsi e continuare la caccia a quaglie e anitre: “Dove non c'è mare né orizzonte libero manca l'aria, manca la luce e manca la vita”. E poi, perentoriamente: “La Sicilia for ever”.

 

Indice

 

SICILIA FOR EVER! di Aldo Gerbino

La Sicilia nella natura, nella storia e nella vita

Capitolo Primo

NEL LEVANTE
Da Napoli a Messina
Scilla e Cariddi
La Settimana Santa, Cristianesimo e paganesimo
Un convento sotterrato
Goethe in Messina
La poesia siciliana di Schiller

Capitolo Secondo

SULLA COSTA SETTENTRIONALE
Il paese del sole e il paradiso del vino

Capitolo Terzo

IN MEZZO ALLE ROVINE
Taormina
Il romanticismo dei normanni
Lungo la costa. Reminiscenze dell’Odissea

Capitolo Quarto
NEI MONDI DISTRUTTI
L’antica Siracusa
Aretusa
Sopra e sotto la terra
Anapo e Ciane
Epipoli

Capitolo Quinto

SUL TERRENO VULCANICO
Catania, Donne e amore
L’Etna

Capitolo Sesto

NEL PAESE DELLO ZOLFO
Per l’interno dell’Isola
Enna. Reminiscenze della mitologia antica
La vita in campagna
Mafia e brigantaggio
Nelle zolfare

Capitolo Settimo

SULLA COSTA MERIDIONALE
Verso Girgenti
L’antica Acragas
I Templi di Girgenti
Una lettera del diavolo. Un sarcofago

Capitolo Ottavo

NELL’OVEST
I campi di rovine nell’ovest
Palermo
DI ALCUNI MONUMENTI E LEGGENDE POPOLARI IN PALERMO
di Giuseppe Pitré

Indice illustrazioni