Allorché, verso la fine del XVII secolo, Francesco Ambrogio Maja
scrisse la sua Isola di Sicilia passeggiata (singolare
titolo, certo, questo, per una descrizione della Sicilia, con quel verbo usato al
transitivo, quasi a voler dire un prendere per mano il lettore e condurlo in giro a vedere
e conoscere la realtà e i fenomeni della regione), già la letteratura corografica s'era
ornata di tutto un repertorio di trattati che, nell'insieme, costituivano il punto
conclusivo d'un egregio sforzo di approfondimento e di diffusione delle conoscenze intorno
a una realtà che in tanto meritava di essere divulgata quanto più ad essa si
riconoscevano attributi di eminenza nell'intera geografia del globo.
Uno sviscerato amor patrio, l'orgoglio di appartenere a una regione di remota civiltà,
uno spirito sensibile alle glorie del passato erano il più delle volte alle radici del
vasto fermento di studi e della produzione letteraria e scientifica intorno alla Sicilia:
isola ch'era "la prima e principale del mondo per eccellenza di bellezza e bontà
della sua essenza", come scriveva lo stesso Maja, sì che perfino biasimevole sarebbe
stato il negligerne la descrizione, che appunto perciò non mancava di rivestirsi di toni
spesso pesantemente celebrativi e laudatori.
Ciò però era conforme alla coscienza dei tempi e ai modi d'interpretarli, i quali solo
negli ingegni maggiori si mostrarono franchi - o comunque meno condizionati - dalle regole
d'ostentata magnificazione che asservivano la trattatistica corografica. E tuttavia, sia
che scoperto risulti in essa l'intento apologetico, sia che se ne palesi indenne, comune
fu alla produzione letteraria sulla Sicilia che ininterrottamente nell'intero corso del
Cinquecento e del Seicento (ma il fenomeno avrà prosecuzione anche nel secolo e mezzo
successivo) venne formandosi, il denominatore d'un sincero e profondo attaccamento
all'oggetto della trattazione: quella Sicilia, appunto, della quale venivano a descriversi
lo stato fisico e le vicende storiche.
E queste, naturalmente, non potevano che essere remote, risalivano addirittura ai tempi di
Noè, ostentavano inizio con una favolosa schiatta di giganti, pretesa capostipite di
tutte le stirpi che vennero dopo, poiché il presupposto logico voleva che, se grandi
erano - come si assumeva - le azioni dei siciliani, esse non potevano che avere origine da
una stirpe eroica e, anche morfologicamente, straordinaria, come appunto quella ciclopica.
Tant'è che non parve vero, allorché in una grotta nei pressi di Palermo e altrove
nell'isola vennero rinvenuti resti osteofossili di grandi proporzioni, di poter proclamare
ch'essi appartenevano a questi nostri mitici progenitori; appartenevano invece a mammut e
ad elefanti del quaternario, ma ipotesi siffatte - non solo per la rozzezza della cultura
scientifica del tempo - non potevano trovar spazio in una letteratura tanto incline alle
ragioni d'una esaltante magnificazione.
Cadde nella pania perfino il Fazello, che nel 1558 diede alla luce quel De rebus siculis, poi diffuso in volgare nel 1574 e tante
altre volte riedito in seguito, che è il capolavoro della nostra storiografia: opera di
corografia insieme e di narrazione storica.
Essa d'un colpo simponeva nel panorama della letteratura descrittiva, che pur, a
prescindere dalle storie municipali, annoverava già il De laudibus
Siciliae et primo de Valle Mazariae (1535) di Gian Giacomo Adria, il De situ insulae Siciliae (1537) di Claudio Mario Arezio o
Arezzo, le pagine dedicate alla Sicilia da Matteo Selvaggio nellOpus pulchrum et studiosis viris satis iucundum de tribus peregrinis seu
de colloquiis trium peregrinorum (1542), la Descrizione
della Sicilia (1557) di Antonio Giulio Filoteo degli Omodei, la Siciliae descriptio (1557) compresa nel trattato di
geografia di Domenico Mario Nigro.
Tali opere, non tutte edite, ma che comunque anche in questo caso non mancarono di
circolare in copie manoscritte in un ristretto àmbito culturale, inauguravano una feconda
stagione della trattatistica siciliana o intorno alla Sicilia, che si avvale dei nomi di
Leandro Alberti (Descrittione di tutta Italia. Isole
appartenenti alla Italia, 1567 e poi 1588 e ancora successivamente), Marco
Antonio Martines (De situ Siciliae et insularum adjacentium
libri tres, 1580), Bartolomeo De Grandis (De
Siciliae insulae situ, et omnibus in ea memorabilibus, seconda metà del
500), Camillo Camilliani (Descrittione del littorale di
Sicilia, 1583), Giuseppe Carnevale (Historie et
descrittione del Regno di Sicilia, 1591).
Dellinizio del Seicento è il monumento della nostra geografia storica: la Sicilia antiqua del tedesco Filippo Cluverio (1619); ad essa
seguirono la Siciliae delineatio ac descriptio (1633)
del palermitano Francesco Nigro, il Discorso moderno del Regno di
Sicilia, e sue città per mare (1645) di Francesco Gioeni, la trattazione
della Sicilia contenuta nellHercole e studio geografico
(1660, e in latino 1670) del paternese Giovan Battista Nicolosi, la Cronica di Sicilia (1678) di Cristoforo Scannello; degli
anni attorno alla metà del secolo sono pure i rilievi geometrici e le descrizioni
dellisola del letterato e matematico Carlo Maria Ventimiglia. La
Sicilia in prospettiva del Massa, edita a Palermo nel 1709, costituirà il
degno coronamento di questa vivace e fermentante pubblicistica intorno alla geografia
della Sicilia.
Si colloca dunque nel contesto di una cospicua produzione letteraria, per tanta parte
dominata dallinfluenza del Fazello, cui essa stessa non seppe sottrarsi, la Sicilia passeggiata del Maja, una descrizione
dellisola condotta attraverso lo spoglio erudito degli autori classici e dei testi
dei moderni, che riepiloga le conoscenze acquisite nel patrimonio culturale del tempo, ma
integrandole con osservazioni e nuove cognizioni desunte nel rapporto diretto coi luoghi e
le cose oggetto della trattazione.
Lopera venne stesa negli anni fra il 1681 e il 1682, come è dichiarato a f. 547 v.:
"Oggi vive e regna nella verde Sicilia Carlo 2° austriaco, correndo lanni del
Mondo 5642 e della Natività di Gesù Christo anni 1682". Nello stesso foglio, il
capitolo LIV reca il titolo: "Degli viceré dellisola Sicilia, che hanno
governato dal tempo dellImperatore Carlo 5° sino al presente 1682". Non è
dubbio pertanto che in questanno scriveva il Maja, ma poi il manoscritto venne
tenuto da canto e aggiornato un lustro più tardi, se a f. 563 r., occupandosi del viceré
Francesco Bonavides conte di S. Stefano, lautore nota chegli "ha
governato lanni 1679, 1680, 1681, 1682, 1683, 1684, 1685, 1686, e corre lanno
1687".
Che lopera sia stata scritta sostanzialmente fra gli anni 1681 (o, al più, 1680) e
1682 è convinzione che nasce dalla considerazione della intrinseca compattezza della sua
stesura, la quale, se non dal punto di vista formale - chè il manoscritto rivela la
grafia di più mani -, nella sua tessitura appare frutto di un unico momento compositivo.
Desumere dal manoscritto stesso un termine a quo potrebbe anche, volendo, portarci
più lontano; ma, in ogni caso, linizio dellopera non può essere anticipato
al 1674, se nel cap. VII lautore, venendo a discorrere della scala di monte
Pellegrino, riferisce che "si sta conciando detta strada": e questa, appunto,
venne iniziata a costruire nel 1674, per finirsi assai più tardi, nel 1725.
Fra il 1682, anno in cui tralasciò di lavorare alla sua opera, ormai sostanzialmente in
effetti definita nella stesura in cui ci è pervenuta, e il 1687, anno in cui vi rimise
mano per un frettoloso aggiornamento degli avvenimenti storici, il Maja sapplicò a
un secondo lavoro corografico, un Breve ragguaglio di alcune città
della Sicilia (ma il titolo è di mano, forse, di un bibliotecario della
Comunale di Palermo), una descrizione di sedici città e paesi della Sicilia occidentale,
rimasta incompiuta, se è da opinare che lautore pensasse a una più ampia silloge,
per comprendervi se non altro diversi luoghi della sua diretta conoscenza.
Dal manoscritto, impresa calligrafica di un provetto amanuense, che qua e là tuttavia
reca piccole aggiunte e correzioni di pugno dellautore, si ricava in un punto
lepoca della stesura (il viceregnato del Bonavides); del resto, che lopera
fosse successiva alla Sicilia passeggiata si desume
dalla considerazione che, mentre in questa il Maja - il quale pur non desiste dal far
ostentazione di erudizione col citare le proprie fonti letterarie, dalletà classica
ai sincroni - non mostra (grave lacuna, invero, per un geografo) di conoscere lopera
del Cluverio, il cui nome difatti nelle sue pagine non ricorre mai, nel Ragguaglio ha invece frequenti citazioni della Sicilia antiqua del monaco di Danzica. Meno probabile è che
il Breve ragguaglio sia opera degli ultimi anni di
vita dellautore, successiva cioè allaggiornamento chegli fece nel 1687
della Sicilia passeggiata.
In questanno il Maja era già vecchio: contava 79 anni, essendo nato a Palermo
nel 1608; morrà quasi nonagenario cinque anni più tardi, il 28 novembre 1694,
concludendo una vita chegli stesso, a f. 8 v. della sua opera maggiore, ci fa
conoscere "affannata".
Era ornato di studi e ricco di dottrina acquisita applicandosi alle severe discipline
teologali e letterarie, nelle quali conseguì diverse lauree. Giovinetto ancora fu
ammesso, con lanagrammatico pseudonimo di Francesco Amai e col titolo di Elevato, nellAccademia dei Riaccesi, e qui poetava in
vernacolo, in lingua italiana e in latino e sonava - come sembra - di liuto. Era,
questaccademia, il più illustre cenacolo culturale del tempo; ricostituita sulle
ceneri di quella degli Accesi nel 1622 per iniziativa di don Pietro Corsetto, figlio del
giureconsulto Ottavio, giurista egli stesso per essere presidente del tribunale del Real
Patrimonio, uomo di vasta dottrina e probi costumi, tantè che nel 1628 venne
nominato vescovo di Cefalù e più tardi fu governatore e capitano generale del regno,
essa godette della protezione del viceré conte di Castro e del suo successore Emanuele
Filiberto di Savoja, che le aprì le stanze del palazzo reale - dove, nella grande aula,
Francesco Baronio svolse la prolusione inaugurale, alla presenza dello stesso viceré e
del cardinale Giannettino Doria -, prima che, decimata dalla pestilenza del 1624 e a
fatica ripresasi, passasse nei locali del convento di S. Giuseppe dei Teatini, dove ebbe
sede fino al 1657, anno nel quale si trasferì in alcuni locali annessi al convento di S.
Francesco dAssisi; qui si mantenne per lo spazio di un venticinquennio e finì sotto
il rettorato di don Pietro Corvino, verso il 1682.
Ne facevano parte personalità illustri per titoli o per dottrina: lo stesso viceré
Ferdinando Afan de Ribera marchese di Tarifa, che ne fu governatore, i principi di
Castiglione e di Villafranca, il gran giustiziere di Sicilia Vincenzo del Bosco, conte di
Vicari, il poeta e filosofo Simone Rao Requesenz, il matematico Carlo Maria Ventimiglia, i
poeti Giuseppe La Farina e Francesco Platamone, il letterato Berlinghiero Ventimiglia, un
poeta Antonio Pico discendente dai Pichi della Mirandola, il Baronio stesso, che doveva
finire presto miseramente i suoi giorni nel castello di Gaeta, Vincenzo Auria, che vi fu
iscritto appena ventenne, Tommaso Aversa, lo storico Antonio Collurafi, lo storico e
filologo Michele Del Giudice, Pietro Fullone, il medico e letterato Giuseppe Galeano, il
poeta Francesco Mugnos, Riccardo di Monte San Giuliano, il poeta e filosofo Giovanni Di
Leone, Giacinto Fortunio, Biagio Avitabile, il poeta Giuseppe Riccio, il teologo Girolamo
Matranga, Pietro Antonio Tornamira, il filosofo e teologo Onofrio Fortino, il letterato
Giovan Battista Vallegio, il poeta Antonino Tantillo, i fratelli Michele, Giovan Battista
e Placido Del Giudice, il letterato Vincenzo Montana e altri ancora.
Nulla dei componimenti poetici del Maja ci è stato conservato, se non quelli compresi in
alcune operette a stampa della piena maturità, di cui appresso diremo: lavori, invero, di
artefatta costruzione e di formale ispirazione, densi di convulse ricercatezze
anagrammatiche, che non fanno rimpiangere quanto si è perduto. In essi tuttavia il nostro
autore dà prova di quella "varia eruditione" della quale il Mongitore lo dice
"conspicuus", tramandandoci le sole notizie bio-bibliografiche delle quali
disponiamo.
Da lui abbiamo notizia infatti che il Maja fu monaco dellordine ortodosso di S.
Basilio, nel quale raggiunse la dignità di abate di S. Pantaleo e di commissario
generale, e fu maestro di sacra teologia; ma dallordine basiliano uscì presto per
farsi sacerdote secolare. Appunto labito che vestiva lo condusse a lungamente
viaggiare per le sue predicazioni in molte parti dItalia e soprattutto in Sicilia;
egli stesso ci informa che "di presenza habij caminato più volte per tutta la
Sicilia". Certamente fu nella zona dellAlcantara, probabilmente per dirigersi a
Catania, a Taormina e nei paesi etnei; a lungo dimorò a Siracusa e a Gela; predicò nelle
terre di Chiusa e di Bivona; attraversò ripetutamente i territori dellAgrigentino.
Di molti luoghi si dice "assai prattico", indizio di lunghe permanenze; descrive
con cognizione nel Breve ragguaglio diverse città -
Trapani, Marsala, Mazara, Sciacca, Agrigento, Licata, Naro, Polizzi, Corleone, Sutera e
altre -, lasciando intendere una diretta esperienza dei siti; e fa delle osservazioni su
numerosi fenomeni naturali che dice maturate dallaver "veduto" le cose
oggetto della trattazione.
Quanto alla data di questi viaggi, non può che dedursene una sola. Scrive a f. 86 v.
della Sicilia passeggiata: "40 anni addietro,
quando predicai in Siracusa", e, poiché, come si è detto, egli redigeva il suo
manoscritto fra il 1681 e il 1682, dobbiamo pensare che in quella città sia stato verso
il 1642. È da ritenere comunque che prima del 1650 avesse già attraversato tutta
lisola, o almeno viaggiato per buona parte di essa, se in una sua opera pubblicata
in quellanno parla con cognizione di causa delle "saline di Sicilia nel
territorio di Cammarata... che [sono] come cinque latumie, o masse di pietra, da
dove colle mannaje e grosse mazze di ferro si va tagliando la vasta mole del sale e
profondando sino a 20 o 30 canne...".
Ecco in questa attenta annotazione un esempio di quelle osservazioni di cui è ricca la Sicilia passeggiata e che fanno di questopera un
documento del tutto originale nel panorama della corografia di Sicilia.
I primi scritti del Maja non sono tuttavia che operette di scarso pregio, ridondanti di
ampollose celebrazioni e di encomiastiche forzature, frutto di spirito campanilistico o
espressione di servile adulazione dei potenti.
Nelle patrie lettere il nostro autore esordì con un singolare volumetto di 44 pagine in
quarto piccolo, edito in Macerata nel 1649 per i tipi di Pietro Salvi: Lesempio contro la scandalosa esemplarità farisaica ove si vedono
dodeci articoli degni di Fede, in dodeci Anagramme puri, sopra larrogante Titulo di
Messina città nobile, et esemplare, con sue dilucidationi, e Sonetti. Vi saggiunge
lunico, e puro Anagramma sopra di Palermo città felice con multiplicato
spiegamento, e Sonetto. E più un altro Anagramma puro, con cui il Senato, el Populo
Romano dichiara la perpetua Felicità imparegiabile di Palermo. Il Maja lo
pubblicò sotto lo pseudonimo di Francesco Amai, "lelevato Accademico
Racceso", per inserirsi nella violenta disputa che opponeva le città di Messina e di
Palermo: a ciò fu spinto dallamore che lo legava alla sua patria e dalla
spigolosità di un carattere cui ben si addicevano i panni del polemista, quello stesso
carattere che, più tardi, lo farà inveire - con non dissimulato e ingeneroso riferimento
allInveges - contro i "maledetti sciacchitani", rei di essere venuti a
Palermo per godere dei benefici e della generosità della capitale dellIsola.
Appunto questo rango e la gloria di capitale i messinesi contestavano a Palermo, vantando
come prova della concessione del titolo alla propria città un privilegio di Ruggero II
del 1129; addirittura un ventennio prima si erano spinti al punto di inviare a Madrid
unambasceria per offrire al re un milione di ducati perché dividesse la Sicilia in
due regni con a capo rispettivamente le città di Palermo e di Messina. Negavano
lautenticità del privilegio i palermitani, che rivendicavano alla propria città
lantico titolo di "prima Sedes, Corona Regis et Regni caput" e alle mene
dei messinesi si erano opposti inviando nel 1630 al re Mariano Valguarnera, autore e
latore di un "Memoriale della Deputazione del Regno di Sicilia e della città di
Palermo intorno alla divisione di quel regno che tenta la città di Messina".
Ora, se la strana offerta non fu accolta dal sovrano, è vero però che la proposta venne
a scavare un solco dinsanabile rancore fra le due città, fra le quali non
sacchetarono le diatribe; era anzi a tal punto vivace verso la metà del secolo
lantagonismo, stimolato e mantenuto acceso dalla letteratura municipalistica del
tempo, che nellagone a un certo punto intervenne il Maja col suo libello, per
elucubrare con strani anagrammi e confusi ragionamenti, che volevano essere a sua misura
eruditi, sullarroganza di Messina e invelenire contro Placido Samperi, Placido Reina
e Geronimo Trimarchi, che sotto i nomi di MarcAntonio Sestini, Andrea Pocile e
Cannitelli si erano resi autori di tante menzogne e di tali spropositi "da non poter
bastare la vita a scrivere tante sciocchezze".
Il volumetto, comunque, perché cònsono allo spirito del tempo e venuto fuori in un clima
di arroventate polemiche, fu accolto con favore, se nella successiva opera il Maja
ringrazia il lettore "della buona volontà mostrata nel leggerlo curiosamente et
avidamente".
Questo secondo lavoro (Lo Scettro e la Corona dAlessandro
Magno, convertito in Baculo, e Mitra, con dodeci splendenti pietre pretiose, daltri
Anagrammi Purissimi, sopra il pregiato Nome del Reverendissimo P. Abbate Don Matteo di
Alessandro, Generale di San Basilio, pp. 39, Palermo, per Giuseppe Bisagni,
1650), pubblicato anchesso sotto lo pseudonimo di Francesco Amai, era operetta di
greve e stucchevole contenuto encomiastico; era dedicato, con palese intento adulatore, al
padre Matteo DAlessandro, abate generale dellordine basiliano, "non mai
abbastanza celebrato", "le cui nobilissime prerogative richiederebbero le rime
del Petrarca e del Tasso e le prose del Bembo e del Caro": basteranno questi pochi
cenni a dar la misura del suo contenuto e a denotarne lestrema caducità.
Nello stesso solco muove Lanagrammatico presaggio in lode del
Serenissimo Signore D. Giovanni dAustria secondo, ove nel Zodiaco di XII Anagrammi,
quasi splendenti Stelle per la loro purità, se gli augura proportionata grandezza, per
gli ottimi e sperimentati principij, ne Trionfi dItalia, Palermo,
per Bisagni, 1650. Loperetta, di sole 19 pagine, è uno zibaldone di artificiose
laudi in favore di don Giovanni dAustria, figlio bastardo del re Filippo IV di
Spagna e viceré di Sicilia, che il Maja - il quale stavolta, ripromettendosene benefici,
firma col proprio nome - gratifica fin dalla dedicatoria di ben 41 attributi
("Serenissimo, potente, ricco, ingegnoso, amoroso, amabile, devoto, grato, pio,
bello, buono, gratioso, giolivo, gentile, cortese, modesto", ecc.).
Di lui celebra nello stesso anno ne Il glorioso trionfante ritorno
dallElba limpresa della liberazione dellisola toscana
dalle truppe francesi e il trionfale ingresso nella città di Palermo. Il libro, di 100
pagine, la maggiore certamente delle opere a stampa del Maja, dedicato
all"invittissimo Cattolico Re delle Spagne", del quale egli si proclama
"devotissimo", dovette essere scritto per incarico del Senato civico, e
certamente lautore se ne riprometteva adeguati allori, se alla sua stesura si
impegnò con attento studio, sostituendo al tono sterilmente encomiastico dei precedenti
lavori una più misurata e dotta maniera espositiva, che si esalta nella trattazione
geografica dellisola dElba, quasi a preludio della ben più ponderosa opera
corografica sulla Sicilia.
Il viceré non si mostrò ingrato e al dotto abate conferì, in tangibile segno di
apprezzamento, il titolo e lappannaggio di regio storiografo.
Non si può dire, tuttavia, che il Maja si sia distinto nel nuovo ruolo. La sua successiva
produzione letteraria reca infatti ancora una volta limpronta del contingente e
dellordinario; conosciamo un opuscoletto di 16 pagine, pubblicato nel 1651 per i
tipi del Bisagni - Le Muse dOreto che per alquanti Accademici
Raccesi, mostrano la loro devotione, cantando in lode del M.R.P. Don MarcAntonio
Sanseverino C.R. Napolitano, Predicator Insigne nella Chiesa di San Gioseppe di Palermo
-, nel quale sono raccolti alcuni stanchi componimenti poetici di verseggiatori
accademici, e un libretto dello stesso anno, pubblicato per i tipi di Nicola Bua: Le Preggiate Ninfe dOreto radunate a consolare la Viceregina D.
Maria Brizegno e Ronchiglio per la perdita del morto marito nella Regia di Sicilia a 9 di
luglio 1651 descritte in brieve Poema Eroico.
Dopo, silenzio per lo spazio di un dodicennio. Il Mongitore ci attesta un Chronicon D. Joannis Austriaci, opera rimasta `manoscritta
presso gli eredi e della quale dobbiamo lamentare la perdita, e alcuni lavori a stampa
degli anni fra il 1663 e il 1666: De Bulla Cruciatae lepidus fereque
Apologeticus discursus, seguito dal De Bulla Montis Serrati discursus in calce Bullae
Cruciatae, edito in Venezia per Nicola Pezzana nel 1663; S. Caterina da Siena difesa dallimposta Revelatione contra
lImmaculata Concettione di Maria Vergine, presa dal latino del M.R.P. Hippolito
Maracci, Palermo, per le stampe del Bossio, 1665; Oratione
funerale in morte del Re Filippo IV N.S., Palermo, Pietro de Isola, 1666; La Rosalia Vergine Palermitana oratione Panegirica, Palermo,
Bua e Camagna, 1666.
Stante la scarsa produzione letteraria del Maja nel trentennio compreso fra il 1651 e gli
anni in cui attese a scrivere la Sicilia passeggiata e
il Breve ragguaglio di città, deve ritenersi che in
questo lungo periodo di tempo egli sia stato preso dai suoi viaggi e dalle predicazioni
"in multis Italiae et Siciliae civitatibus, ubi ejus doctrina, ac eruditio non
vulgaris effulsit", come riferisce il Mongitore, il quale - non dimentichiamolo -
scriveva pochi anni dopo la sua morte.
Già vecchio, quindi, il nostro autore si dette a redigere quellopera per la quale
gli compete un posto non trascurabile nella letteratura corografica della Sicilia: che, in
fondo, intraprese non solo per onorare il suo ufficio di regio storiografo, quanto
soprattutto perché sollecitato dallo zelo che lo moveva a illustrare, attraverso la
descrizione dei fatti geografici e degli avvenimenti storici, la grandezza e la nobiltà
dellisola e dei suoi abitatori. Questo intento è palese nei contenuti e nel tono
stesso della narrazione, nella frequente apologia che tesse delle bellezze della regione e
degli elementi che valevano ad esaltare la gloria e la magnificenza dei siciliani,
soprattutto della città di Palermo, che, con capzioso ragionamento, dimostra essere la
prima del mondo.
LIsola di Sicilia passeggiata è conservata fin
qui inedita, ai segni Qq. D. 87, nella Biblioteca Comunale di Palermo, alla quale pervenne
per donazione del cav. G. Speciale, direttore della Reale Stamperia e dei Regi Studii di
Palermo; è un grosso volume rilegato di 570 fogli numerati solo nel retto, nel formato di
cm. 15,7 x 21,7. Il Breve ragguaglio di alcune città della Sicilia
è un manoscritto calligrafico conservato nella stessa Biblioteca ai segni Qq. D. 83,
di 131 facciate non numerate, nel formato di cm. 16 x 22,5. Questultima opera è,
con tutta probabilità, rimasta incompiuta, ripromettendosi verisimilmente il Maja di
estendere la trattazione ad altre città non comprese nel novero di quelle da lui
illustrate.
I due scritti sostanzialmente si completano; se il Ragguaglio
descrive le città secondo un disegno che ne affronta gli elementi topografici,
storici e monumentali, più vasta dimensione ha la Sicilia
passeggiata, che contiene una descrizione analitica dellisola conforme
ai modi della tradizione umanistica, che nellopera del Fazello trovava già insigne
riscontro. Le "deche" del domenicano di Sciacca ne hanno costituito anzi, per
molti versi, il modello, tantè che il nostro autore, prendendole a riferimento, non
si limitò a una trattazione meramente geografica, ma alla descrizione dello stato fisico
della Sicilia (capitoli I - XIV) aggiunse la narrazione degli avvenimenti dellisola
dai tempi più antichi alla sua epoca (capitoli XV - LVIII).
Questa parte storica, prolissa opera di compilazione per buona misura priva di
originalità, è certo la più caduca: non mancano tuttavia in essa pagine di indubbia
validità, soprattutto in una dimensione di testimonianza degli eventi coevi; e queste,
limitatamente ai fatti di Palermo dal 1647 al gennaio 1650 (rivolta del DAlesi),
hanno trovato un editore nel Basile, che nel 1931 pubblicò in un raro volumetto, con
brevi annotazioni, i ff. 495 v. - 513 r. del manoscritto.
Per il resto, lopera è rimasta inedita, se si eccettuano vari brani di essa
trascritti da un anonimo, allinizio del Settecento, nelle erudite note a corredo di
un discorso a stampa di Giovanni Maria Amato, dal che le venne una certa fortuna,
essendosene diffusa la conoscenza in un pur ristretto àmbito letterario. E difatti
attingendo a questo volumetto si appoggiarono in varie citazioni allautorità del
Maja il Massa nella sua Sicilia in prospettiva, il
Mongitore nella Sicilia ricercata, il Villabianca
nella Fontanagrafia Oretea, e in una occasione il Di
Blasi (che però dovette avere il ms. fra le mani, poiché lo cita direttamente) nella sua
Storia cronologica de vicerè di Sicilia e il
Leanti nello Stato presente della Sicilia. Segno,
questo, che alla Sicilia passeggiata si riconosceva
autorità di fonte e che lopera, anche se non divulgata, costituiva già valido
strumento di informazioni e di conoscenze.
In fondo, era questo lintento che moveva lautore: tracciare un profilo
aggiornato della complessa realtà dellisola, in una visione articolata nella quale
trovassero posto la descrizione dei litorali, la trattazione delle acque e delle
manifestazioni orografiche più rilevanti, la soluzione del dibattito sulle distanze
topografiche, lillustrazione dei fenomeni fisici degni di memoria, fino alle più
minute curiosità che apparivano meritevoli di nota; in ciò egli si rifece allampia
letteratura sullargomento, riassumendo diligentemente la tradizione geografica
dalletà classica ai suoi tempi, ma con lo spirito rivolto alla costante
magnificazione della sua terra e allesaltazione della sua città natale. Usò con
discernimento le fonti, che in più casi pose a raffronto per stabilire quella che gli
appariva la più corretta; ma non si fece scrupolo di limitarsi semplicemente a riferire
le opinioni altrui quando sulle questioni trattate non si riconosceva in grado di
formulare un personale avviso. Aggiungeva però di solito molte osservazioni alle notizie
che traeva dai precedenti scrittori, ampliando coi dati sperimentali e con le cognizioni
che gli provenivano dai lunghi viaggi e dalle permanenze in molti luoghi dellisola
le conoscenze sulla realtà della Sicilia.
Certo, le carenze culturali nel campo delle scienze fisiche e il difetto di scrupoli
scientifici lo indussero alcune volte in errore riguardo a fenomeni cui lesperienza
dei nostri tempi dà diversa identificazione o lo spinsero sulla china di ingenue
asserzioni. Si vedano, al proposito, le spiegazioni che dà di fenomeni naturali da lui
osservati in varie parti dellisola o dei quali aveva conoscenza dalla letteratura
(sulle proprietà delle acque di alcune sorgenti e di alcuni laghi, su talune produzioni
minerali e così via) o la sbrigativa liquidazione di pur rilevanti questioni geografiche.
Per esempio, a proposito delle difficoltà di misurazione del perimetro della Sicilia, se
la cava così: "Il circuito grande non ammette critica di tanta esattezza... Se tale
circuito fosse di panno o seta e noi lo avessimo da comprare a baratto o vendere di gran
prezzo, farìamo più diligenza nel misurare".
Siffatte deficienze, e persino laffrettata stesura o le superficialità rilevabili
in alcune parti dellopera, che risultano mera elencazione di toponimi geografici, o
lavvertenza spesse volte ripetuta che di taluni argomenti storici sarebbe tornato a
discutere "in appresso", hanno indotto a giudicare chegli si proponesse
già, mentre scriveva, una successiva revisione del manoscritto e lapprofondimento
di alcune parti. Se così è, bisogna pensare che tale intenzione sia stata vanificata
dalletà avanzata (quando il Maja pose termine al suo manoscritto era già quasi, lo
abbiamo detto, ottuagenario); invero, è pur opinabile chegli maturasse un ulteriore
approfondimento di alcune parti della materia storica, ma, quanto alla trattazione
geografica, dobbiamo ritenerla definitiva nella stesura in cui ci è pervenuta, ancorché
talune questioni, chegli reputava di marginale interesse nelleconomia
dellopera, risultino appena accennate. E tuttavia da pensare al proponimento di una
revisione formale, poi in effetti non operata.
La considerazione che la Sicilia passeggiata disciplini
per molta parte una materia che trovava già ampio discorso nei trattati dei precedenti
autori ha indotto pure qualche autorevole critico a riconoscerle carattere essenzialmente
didattico. Ciò, in verità, sarebbe ingiustificatamente riduttivo, chè certo, seppur
lopera ha struttura compilatoria, derivando in molte parti dalla sapiente analisi
delle notizie desunte dagli scritti dei classici e dei moderni, non fecero difetto al suo
autore un profondo acume critico e la capacità di operare ragionate scelte fra diverse
opinioni e soprattutto lesercizio di un metodo che tendeva ad arricchire - come si
è messo in luce - le informazioni corografiche coi ragguagli delle proprie dirette
conoscenze. La consapevolezza per altro di scrivere opera diretta a un pubblico smaliziato
di lettori, seppur usando "un linguaggio alla buona, privo di preoccupazioni
stilistiche, di quelle ampollosità che furono proprie agli scrittori del XVII secolo,
linguaggio duomo colto... con grandissimo vantaggio della schiettezza, della
sincerità e dellefficacia del racconto", era ben avvertita dallo stesso Maja,
che difatti a f. 18 r., descrivendo la nuova villa della marchesa di Geraci nella piana
dei Colli, non manca di esortare che "lo restante si lo vada meditando il curioso
lettore, sino che lo vada a godere in qualche parte di presenza".
Che altro da dire? In un giudizio di sintesi, la Sicilia passeggiata,
opera di indubbia vitalità e di utile fruizione, costituisce un punto fermo nella
letteratura sulla Sicilia, autorevolmente inserendosi nel vasto fermento di studi fra
Cinquecento e Settecento sullisola, della quale traccia con spirito appassionato un
vivido disegno globale.
Ledizione da noi curata comprende, intere, le parti geografica e corografica
(capitoli I - XIV e i capitoli LV, LVI, LVIII, che sono qui riuniti a costituire il
capitolo XV) e, insieme, il Breve ragguaglio di alcune città della
Sicilia, che ne costituisce il naturale complemento. La trascrizione è
rigorosamente fedele; qualche intervento si è operato sullortografia, correggendosi
labuso delle maiuscole e, ove necessario, linterpunzione.
Per altre notazioni, si rinvia allampio apparato critico a corredo.
Salvo Di Matteo
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