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Questa
è una storia generale della Sicilia. Una storia, cioè, nella cui
narrazione emergono anche le vicende “civili” dell’isola; e
quindi non solo storia politica, militare, di dinastie regnanti e di
soggetti egemoni, di eventi e di scansioni temporali, ma altresì del
popolo nel vario atteggiarsi della vita collettiva, dei ceti sociali, dei
fatti economici, delle dinamiche dello spirito pubblico, dei costumi,
delle leggi, degli istituti, delle giurisdizioni, dei caratteri della
cultura e così via.
Sono infatti convinto che non abbia senso una nuova esposizione dei meri
fatti della Storia (anche se questi debbono, naturalmente, costituire la
parte principale e quasi il telaio del “grande racconto”), né che
giovi a molto la semplice cronaca dell’avvicendarsi di una successione
di episodi dinastici, politici, militari, quali quelli che hanno
punteggiato nel corso dei nostri tremila anni il dramma storico della
Sicilia. Ma occorre al contempo avere riguardo a tutti i fattori
identificativi della complessa trama della storia dell’isola, allo
svolgimento delle sue condizioni politiche e civili, sociali ed
economiche, alla dinamica dei suoi dati strutturali, istituzionali e
culturali, alle tendenze dello spirito pubblico, allo stato delle masse
popolari e dei ceti dominanti, ai modi di governo e ai loro riflessi sul
territorio e sulle compagini amministrate. Ed è rilevante altresì
indagare le ragioni dei fatti, l’indole e le intenzioni degli uomini che
quei fatti hanno di volta in volta determinato, e illustrare le
istituzioni politiche, amministrative e giurisdizionali del Paese.
Allo stesso tempo bisogna sottrarsi alla diffusa ossessione – deprecata
già da Rosario Romeo un quarantennio addietro – di fare della storia di
Sicilia «lo scenario di un dramma rappresentato soltanto e semplicemente
da attori stranieri», giacché questi hanno in ogni caso operato con
materiali della società locale, la cui partecipazione ha finito quasi
sempre per improntare di caratteri indigeni e originali l’opera dei
dominatori.
Con tali orientamenti metodologici e contenutistici questa “Storia
della Sicilia” elabora, dunque, il proprio discorso. Naturalmente,
il campo – ad ararlo tutto e profondamente – si presentava così
vasto, e così complesso era l’impasto organico delle sue zolle, che ben
altro che le povere forze di un solo aratore ci sarebbero volute. Mi sono
pertanto imposto un ragionevole dimensionamento dell’opera mia, che però,
di necessità, è poi venuta via via dilatandosi; e ho cercato di
esplorare e di affidare alla pagina in eque proporzioni tutto quel che mi
è parso necessario alla giusta configurazione del passato, in un contesto
nel quale trovassero armonica ed equilibrata composizione le varie tessere
del complesso mosaico storiografico ora configurato.
Le linee espositive muovono, come ho detto, dalla narrazione dei fatti
(vicende dinastiche, politiche, belliche, logistiche, movimenti di popolo,
ecc.) e dalla introspezione delle loro ragioni. Ho aggregato ad essi la
ricognizione delle condizioni dei tempi e del loro evolvere, la
descrizione dell’organizzazione istituzionale e amministrativa
dell’isola sotto le diverse dominazioni, l’analisi dell’andamento
della finanza pubblica, che è non trascurabile
meccanismo per delineare i
fini dello Stato, le emergenze della sua politica e le tensioni nel
rapporto coi sudditi (si pensi al gravame fiscale). In una tale visione
globale, componenti non secondarie della trattazione sono l’analisi
dello stato dell’economia attraverso i tempi, e l’esposizione del
vario configurarsi della società isolana, così dei ceti egemoni come
delle classi subalterne, e insieme l’osservazione dell’apporto
dell’intellettualità. Ho cercato, infine, di individuare, ad ogni
crocicchio della Storia, il multiforme confrontarsi dell’anima siciliana
con le condizioni dei tempi e con le strutture e coi processi del potere.
Tale doveva essere una “Storia della Sicilia” che si proponesse
con qualche aspirazione di un moderno apporto di contenuti e di metodo
alla lettura degli anni Duemila. Per altro, non era certo una scoperta.
L’indirizzo è quello tracciato dai redattori delle Annales
francesi e dalla VI Sezione della École Pratique des Hautes Études,
in una linea autorevolmente e variamente rappresentata da Bloch, Febvre,
Labrousse, Braudel, Le Goff, Aymard, Bresc e altri; oltretutto, già due
secoli addietro avvistata dal nostro Domenico Scinà nel suo Prospetto
della storia letteraria di Sicilia. A tale orientamento, dunque, mi
sono attenuto. Stabilire quale ne sia il risultato è affidato alla
benignità dei lettori e degli studiosi.
Aggiungerò che indagare e descrivere la storia della Sicilia offre
straordinarie peculiarità. È affiorata dall’emergere dello spirito
pubblico una chiara identità di popolo, quella stessa che nei grandi
momenti ha impresso una dimensione “sicilianista” e “nazionale” al
procedere storico. Una tale ottica non appartiene, in verità, agli
interessi precipui di questo libro, né del resto è peculiarmente posta
in rilievo nel corso della narrativa. Tuttavia quella dimensione c’è, e
traspare; né possono ignorarsi il radicato sicilianismo (o, se
vogliamo attutire il concetto, la radicata sicilianità) che fin
dal lontano passato si perpetua nobilmente nella cultura, nel costume e
nelle manifestazioni dello spirito del siciliano, né l’effettiva
fermentazione nella coscienza sociale e nella tradizione storiografica
dell’idea di nazione della Sicilia.
Questa consapevolezza orientò, alla fine del Settecento, la redazione
della Storia civile del Regno di Sicilia di Giovanni Evangelista Di
Blasi, scritta con la coscienza viva della funzione che la conoscenza del
passato storico dell’isola assolve come strumento e fattore della «conservazione
della nazione»; e ispirò negli stessi anni Rosario Gregorio,
occupato ad elaborare le sue Considerazioni sopra la storia di Sicilia
dal tempo dei Normanni coi codici di una filosofia critica legata
fortemente anch’essa al concetto di “nazione”. Risorgeva, nella
sistemazione del grande storico, la nazione siciliana «riconiata e
rinnovellata con un popolo nuovo» nella fase costitutiva del Regnum
normanno, momento fondante della Monarchia di Sicilia e insieme
dell’unità nazionale sicula. Ancora mezzo secolo più tardi, di
“nazione” parlerà Michele Amari in una sua Introduzione alla
storia costituzionale della Sicilia, e così anche il contemporaneo
marchese Francesco Pasqualino in una inedita Memoria sulla nazionalità
dei Siciliani. Ma qui il discorso potrebbe ampliarsi di molto.
In verità, siffatta consapevolezza nazionalistica (ossia la coscienza
collettiva di una identità di popolo con un comune patrimonio storico,
etnico, spirituale, culturale, alimentatasi nella condizionante cornice
geografica dell’insularità) aveva ascendenze assai remote. Essa
aveva trovato espressione già a metà del V secolo a. C. nell’effimero
movimento insurrezionale dei Siculi e, pochi decenni più tardi, nei
deliberati del congresso panellenico di Gela, in cui le disunite schiatte
greche dell’isola si riconobbero nella comune identità di Sicelioti.
Confermata dall’unificazione romana e passata attraverso le alterne
complicanze della Storia, questa solidarietà nazionale si dissolse col
governo degli Arabi per rifiorire coi Normanni. O – giudicherà intorno
al 1930 il polacco Kantorowicz – col regno di Federico di Svevia, il
sovrano che «come nessun altro risvegliò le forze nazionali e in
Sicilia doveva scovare ed eccitare queste forze per calarle in eterno nel
suo popolo eletto e renderlo veramente nazione». Farà presto tale
spirito a rappresentarsi nella Communitas Siciliae emersa dalla
rivolta del Vespro e, poco più tardi, negli ideali indipendentistici che
spinsero la coscienza popolare dell’isola a raccogliersi attorno
all’ardimentoso progetto di regno dell’aragonese Federico III.
Gli eventi successivi dovevano veder transitare la rappresentanza del
nazionalismo siculo dalle masse popolari a un riottoso e arrogante
baronaggio che «emblematizzava in sé la coscienza confusa e immatura di
una “nazione” siciliana» (Giarrizzo),
mentre interpretava solo i propri interessi. Negli stessi tempi, finiva
assorbita l’ostinata indipendenza della Sicilia all’interno della
realtà politica di Spagna. Non così fu del sentimento nazionalistico
degli isolani, adattatisi, alla fine, all’idea che la loro terra
divenisse parte della personalità statuale di Spagna e che le libertà
della Sicilia si dissolvessero nel seno della Monarchia iberica, poiché a
tacitare il compresso – ma non estinto – orgoglio nazionale era il
sentimento glorioso dell’appartenenza a un grande Stato. Del resto, bastò
surrogare al principio della nazione il concetto di “libertà
siciliane” (e “libertà” della Sicilia si ritenevano in buona fede
le prerogative baronali, i privilegi delle autonomie civiche, i
particolarismi che la Spagna concedeva a questa o a quell’altra parte),
e bastò ottenere dalla Corona il rispetto di quelle parziali “libertà”,
perché il sicilianismo sopravvivesse e anzi apologeticamente si
gonfiasse.
Massima espressione di siffatte “libertà” era il Parlamento. Dominato
dall’unico ceto che veramente contasse, esso non era altro, in verità,
che la cassa di risonanza delle decisioni del sovrano e l’organo di
deliberazione di quei donativi (collette fiscali) coi quali si
stremavano i Siciliani, ricompensati con l’elargizione di qualche grazia
di parata. Eppure, questo sterile istituto, sempre vantato dalla cultura
curialesca e dall’albagia nobiliare come espressione delle libertà
della Sicilia, seppe, in un momento esaltante della propria storia (1812),
deliberare la Costituzione di un preteso Regno indipendente, elevandosi a
garanzia degli interessi dei Siciliani.
Quella fase fu travolta dalle vicende dei tempi e dall’involuzione della
politica regia. L’oppressivo centralismo napoletano suscitò, però, le
latenti forze del sicilianismo e fomentò rinnovati spiriti
d’indipendenza. Ora la “nazione siciliana” risorgeva in tutto
l’appassionato fervore di una ancestrale identità di popolo, che ebbe
sbocco in una autentica tempesta rivoluzionaria. La novità fu che allora
la rappresentatività politica del nuovo rivendicazionismo passò dalla
classe nobiliare all’intellettualità e al popolo. Per un quarantennio
variamente si agitò il dibattito intorno ai poli
indipendentismo–federalismo–unitarismo, finché nel 1860 avvenne la
rottura in direzione della patriottica scelta unitaria: ma l’Unità
nazionale, integrando la Sicilia nel circuito dell’italianità,
istituzionalizzò un rapporto di subordinazione, che relegò l’isola al
ruolo di mercato di consumo a vantaggio del capitalismo settentrionale,
allo stesso tempo in cui ne drenava le risorse liquide per finanziare lo
sviluppo del Nord industriale.
Un tale processo era forse inevitabile, in quella fase in cui l’Italia
veniva costituendo le proprie strutture produttive e con esse – proprio
laddove, nel Nord, erano più solide ed era più avanzato il sistema
infrastrutturale – si trovava a dover competitivamente fronteggiare
l’avanzamento dei mercati europei. Ma il radicalismo che informò la
politica economica dello Stato unitario condannò in quel punto (e da
allora per sempre) l’intero Mezzogiorno al sottosviluppo, inasprendo
definitivamente le disarmonie fra le due aree del Paese. Il peggio fu che
per molto tempo non si tentò, né persino si “pensò”, una politica
di intervento al Sud, che fu cosa assai più tarda. Sicché, allorquando
nel 1950, con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (e per la
Sicilia anche coi finanziamenti del Fondo di solidarietà nazionale),
prenderà il via quell’intervento straordinario nel Sud ch’era mancato
per tutto un novantennio, le condizioni di retroguardia delle regioni
meridionali si sarebbero trovate ad esser tali che il riequilibrio non si
sarebbe più avuto.
Le delusioni post-unitarie
rinfocolarono la protesta sicilianista, che coinvolse tutti i ceti,
instaurarono una acuta “questione siciliana” come parte autonoma della
“questione meridionale”, diedero esca a nuovi fermenti rivoltosi (nel
1866, nel 1893-94), sedati con provvedimenti eccezionali di polizia. Così,
inasprendosi il contrasto con lo Stato nazionale, riprese vigore il
tradizionale e mai spento sicilianismo, e – trascorso l’apatico
tempo del fascismo – la Sicilia, preda di un amaro risentimento, si trovò
percorsa da quel motivo ricorrente della sua storia che era l’ideologia
della nazione isolana. Fu allora (1943-45) che forze estremistiche,
in una sorta di antagonistica revanche, rivendicarono – in buona
o in mala fede (molti, però, furono in buona fede) – la separazione dal
corpo nazionale e l’indipendenza. Ma non era qui il toccasana.
L’Autonomia che poi venne concessa fu il risultato di un
compromesso giuridico e politico che valse alla crisi del separatismo e
non giovò come avrebbe dovuto – nel suo successivo svolgimento – alle
ragioni più vive e profonde dell’autonomismo. Prova ne sia che,
insieme col senso frustrante di un esito “mutilato” e della
rassegnazione, il serpeggiare esasperato di quella sicilianità che
è tormento atavico dell’identità naturale dei Siciliani e segno ricco
e caratterizzante di una lunga e nobile esperienza storica emerge ancora
oggi, a tratti, nelle vicende dell’isola e gorgoglia nel cuore della sua
gente. Essa si fa maldestra e perdente rivolta (lo scisma milazziano del
1958-59), si fa manifesto politico-culturale (in una iniziativa
sicilianista orientata al ritorno alle piccole patrie, allo studio della
storia della Sicilia, alla promozione di una ben più efficace politica di
interventi), si fa protesta e progetto di un nuovo autonomismo (è il caso
di una attuale e finora confusa vicenda partitica), e soprattutto grido
lacerante di una mortificata società civile.
Però è vero. Nella delusione delle occasioni mancate, la svolta degli
anni Duemila ha instaurato la “novella stagione”: e quasi un soffio di
rinascenza ha dato anima alle cose, nuova concretezza alle intenzioni. Fra
le inestinguibili contraddizioni, nuovi elementi dinamici nella politica
sono venuti a vivificare lo stremato percorso storico della Regione, e
molte delle aspre problematiche dell’isola hanno avuto soddisfacimento;
per altro verso, questioni pesanti travagliano tuttora le vicende della
società e dell’economia. Sarà un grande giorno quando, smentendo la
straniera che scrisse: «Non è terra di felicità la Sicilia» (Edmonde
Charles-Roux, Oublier Palerme, 1966), potremo affermare a nostra
volta: «È terra di felicità la Sicilia».
La felicità! Il lettore scorra le ottocento pagine di questo libro,
indaghi fra i vari segmenti della storia dell’isola, giudichi con sereno
spirito quando e per quale di essi potrà dirsi: «È terra di felicità
la Sicilia». Domani, forse? Invero, tutta la storia della Sicilia è un
magnifico e irripetibile affresco, è grandiosa e altisonante come
un’epopea, variegata e florida come il mitico giardino delle Esperidi:
non ha confronti nella storia di alcun’altra terra. Ma quanto dramma e
quanto dolore in essa! A nostro conforto diremo che anche in ciò è il
sale della Storia.
Non si attribuisca a questa “Storia di Sicilia” di perseguire
una tesi che non ha. Quanto si è detto sopra è solo una riflessione sui
fatti del passato fino ad oggi, senza reconditi postulati, se non
l’ambizione di rilevare nel processo storico della Sicilia quel filo che
ne lega insieme le molteplici parti, mai spezzatosi attraverso i secoli.
Se del sicilianismo e della identità nazionale della
Sicilia si è parlato in questa premessa è proprio perché di essi
affiorano la consistenza e i fenomeni, a volta a volta, nel corso della
esposizione storiografica che segue. Non tutti, è vero, sono d’accordo
su di essi. Ma ha ragione Denis Mack Smith: che si accettino o meno, la
loro esistenza è solo questione di terminologia.
Per la migliore redazione di
quest’opera molto sono
debitore al vigile interessamento
dell’amico Orazio Cancila, che il testo ha via via conosciuto nel corso
del suo svolgimento, essendomi di autorevole conforto coi suoi aperti
apprezzamenti e di efficace ausilio nei preziosi suggerimenti e nelle
costruttive osservazioni critiche.
Dedico con antico sentimento l’opera a mia moglie, Mariangela,
che la ha voluta e ad essa mi ha lungamente sollecitato, subendone alla
fine, con nuove amorevoli rinunce, le conseguenze.
Salvo Di Matteo |