Salvo
Di Matteo


Edizioni Arbor 2006

Storia della Sicilia
dalla preistoria ai nostri giorni

 

Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

Questa è una storia generale della Sicilia. Una storia, cioè, nella cui narrazione emergono anche le vicende “civili” dell’isola; e quindi non solo storia politica, militare, di dinastie regnanti e di soggetti egemoni, di eventi e di scansioni temporali, ma altresì del popolo nel vario atteggiarsi della vita collettiva, dei ceti sociali, dei fatti economici, delle dinamiche dello spirito pubblico, dei costumi, delle leggi, degli istituti, delle giurisdizioni, dei caratteri della cultura e così via.
Sono infatti convinto che non abbia senso una nuova esposizione dei meri fatti della Storia (anche se questi debbono, naturalmente, costituire la parte principale e quasi il telaio del “grande racconto”), né che giovi a molto la semplice cronaca dell’avvicendarsi di una successione di episodi dinastici, politici, militari, quali quelli che hanno punteggiato nel corso dei nostri tremila anni il dramma storico della Sicilia. Ma occorre al contempo avere riguardo a tutti i fattori identificativi della complessa trama della storia dell’isola, allo svolgimento delle sue condizioni politiche e civili, sociali ed economiche, alla dinamica dei suoi dati strutturali, istituzionali e culturali, alle tendenze dello spirito pubblico, allo stato delle masse popolari e dei ceti dominanti, ai modi di governo e ai loro riflessi sul territorio e sulle compagini amministrate. Ed è rilevante altresì indagare le ragioni dei fatti, l’indole e le intenzioni degli uomini che quei fatti hanno di volta in volta determinato, e illustrare le istituzioni politiche, amministrative e giurisdizionali del Paese.
Allo stesso tempo bisogna sottrarsi alla diffusa ossessione – deprecata già da Rosario Romeo un quarantennio addietro – di fare della storia di Sicilia «lo scenario di un dramma rappresentato soltanto e semplicemente da attori stranieri», giacché questi hanno in ogni caso operato con materiali della società locale, la cui partecipazione ha finito quasi sempre per improntare di caratteri indigeni e originali l’opera dei dominatori.
Con tali orientamenti metodologici e contenutistici questa “Storia della Sicilia” elabora, dunque, il proprio discorso. Naturalmente, il campo – ad ararlo tutto e profondamente – si presentava così vasto, e così complesso era l’impasto organico delle sue zolle, che ben altro che le povere forze di un solo aratore ci sarebbero volute. Mi sono pertanto imposto un ragionevole dimensionamento dell’opera mia, che però, di necessità, è poi venuta via via dilatandosi; e ho cercato di esplorare e di affidare alla pagina in eque proporzioni tutto quel che mi è parso necessario alla giusta configurazione del passato, in un contesto nel quale trovassero armonica ed equilibrata composizione le varie tessere del complesso mosaico storiografico ora configurato.
Le linee espositive muovono, come ho detto, dalla narrazione dei fatti (vicende dinastiche, politiche, belliche, logistiche, movimenti di popolo, ecc.) e dalla introspezione delle loro ragioni. Ho aggregato ad essi la ricognizione delle condizioni dei tempi e del loro evolvere, la descrizione dell’organizzazione istituzionale e amministrativa dell’isola sotto le diverse dominazioni, l’analisi dell’andamento della finanza pubblica, che è non  trascurabile meccanismo  per delineare i fini dello Stato, le emergenze della sua politica e le tensioni nel rapporto coi sudditi (si pensi al gravame fiscale). In una tale visione globale, componenti non secondarie della trattazione sono l’analisi dello stato dell’economia attraverso i tempi, e l’esposizione del vario configurarsi della società isolana, così dei ceti egemoni come delle classi subalterne, e insieme l’osservazione dell’apporto dell’intellettualità. Ho cercato, infine, di individuare, ad ogni crocicchio della Storia, il multiforme confrontarsi dell’anima siciliana con le condizioni dei tempi e con le strutture e coi processi del potere.
Tale doveva essere una “Storia della Sicilia” che si proponesse con qualche aspirazione di un moderno apporto di contenuti e di metodo alla lettura degli anni Duemila. Per altro, non era certo una scoperta. L’indirizzo è quello tracciato dai redattori delle Annales francesi e dalla VI Sezione della École Pratique des Hautes Études, in una linea autorevolmente e variamente rappresentata da Bloch, Febvre, Labrousse, Braudel, Le Goff, Aymard, Bresc e altri; oltretutto, già due secoli addietro avvistata dal nostro Domenico Scinà nel suo Prospetto della storia letteraria di Sicilia. A tale orientamento, dunque, mi sono attenuto. Stabilire quale ne sia il risultato è affidato alla benignità dei lettori e degli studiosi.
Aggiungerò che indagare e descrivere la storia della Sicilia offre straordinarie peculiarità. È affiorata dall’emergere dello spirito pubblico una chiara identità di popolo, quella stessa che nei grandi momenti ha impresso una dimensione “sicilianista” e “nazionale” al procedere storico. Una tale ottica non appartiene, in verità, agli interessi precipui di questo libro, né del resto è peculiarmente posta in rilievo nel corso della narrativa. Tuttavia quella dimensione c’è, e traspare; né possono ignorarsi il radicato sicilianismo (o, se vogliamo attutire il concetto, la radicata sicilianità) che fin dal lontano passato si perpetua nobilmente nella cultura, nel costume e nelle manifestazioni dello spirito del siciliano, né l’effettiva fermentazione nella coscienza sociale e nella tradizione storiografica dell’idea di nazione della Sicilia.
Questa consapevolezza orientò, alla fine del Settecento, la redazione della Storia civile del Regno di Sicilia di Giovanni Evangelista Di Blasi, scritta con la coscienza viva della funzione che la conoscenza del passato storico dell’isola assolve come strumento e fattore della «conservazione della nazione»; e ispirò negli stessi anni Rosario Gregorio, occupato ad elaborare le sue Considerazioni sopra la storia di Sicilia dal tempo dei Normanni coi codici di una filosofia critica legata fortemente anch’essa al concetto di “nazione”. Risorgeva, nella sistemazione del grande storico, la nazione siciliana «riconiata e rinnovellata con un popolo nuovo» nella fase costitutiva del Regnum normanno, momento fondante della Monarchia di Sicilia e insieme dell’unità nazionale sicula. Ancora mezzo secolo più tardi, di “nazione” parlerà Michele Amari in una sua Introduzione alla storia costituzionale della Sicilia, e così anche il contemporaneo marchese Francesco Pasqualino in una inedita Memoria sulla nazionalità dei Siciliani. Ma qui il discorso potrebbe ampliarsi di molto.
In verità, siffatta consapevolezza nazionalistica (ossia la coscienza collettiva di una identità di popolo con un comune patrimonio storico, etnico, spirituale, culturale, alimentatasi nella condizionante cornice geografica dell’insularità) aveva ascendenze assai remote. Essa aveva trovato espressione già a metà del V secolo a. C. nell’effimero movimento insurrezionale dei Siculi e, pochi decenni più tardi, nei deliberati del congresso panellenico di Gela, in cui le disunite schiatte greche dell’isola si riconobbero nella comune identità di Sicelioti. Confermata dall’unificazione romana e passata attraverso le alterne complicanze della Storia, questa solidarietà nazionale si dissolse col governo degli Arabi per rifiorire coi Normanni. O – giudicherà intorno al 1930 il polacco Kantorowicz – col regno di Federico di Svevia, il sovrano che «come nessun altro risvegliò le forze nazionali e in Sicilia doveva scovare ed eccitare queste forze per calarle in eterno nel suo popolo eletto e renderlo veramente nazione». Farà presto tale spirito a rappresentarsi nella Communitas Siciliae emersa dalla rivolta del Vespro e, poco più tardi, negli ideali indipendentistici che spinsero la coscienza popolare dell’isola a raccogliersi attorno all’ardimentoso progetto di regno dell’aragonese Federico III.
Gli eventi successivi dovevano veder transitare la rappresentanza del nazionalismo siculo dalle masse popolari a un riottoso e arrogante baronaggio che «emblematizzava in sé la coscienza confusa e immatura di una “nazione” siciliana» (Giarrizzo), mentre interpretava solo i propri interessi. Negli stessi tempi, finiva assorbita l’ostinata indipendenza della Sicilia all’interno della realtà politica di Spagna. Non così fu del sentimento nazionalistico degli isolani, adattatisi, alla fine, all’idea che la loro terra divenisse parte della personalità statuale di Spagna e che le libertà della Sicilia si dissolvessero nel seno della Monarchia iberica, poiché a tacitare il compresso – ma non estinto – orgoglio nazionale era il sentimento glorioso dell’appartenenza a un grande Stato. Del resto, bastò surrogare al principio della nazione il concetto di “libertà siciliane” (e “libertà” della Sicilia si ritenevano in buona fede le prerogative baronali, i privilegi delle autonomie civiche, i particolarismi che la Spagna concedeva a questa o a quell’altra parte), e bastò ottenere dalla Corona il rispetto di quelle parziali “libertà”, perché il sicilianismo sopravvivesse e anzi apologeticamente si gonfiasse.
Massima espressione di siffatte “libertà” era il Parlamento. Dominato dall’unico ceto che veramente contasse, esso non era altro, in verità, che la cassa di risonanza delle decisioni del sovrano e l’organo di deliberazione di quei donativi (collette fiscali) coi quali si stremavano i Siciliani, ricompensati con l’elargizione di qualche grazia di parata. Eppure, questo sterile istituto, sempre vantato dalla cultura curialesca e dall’albagia nobiliare come espressione delle libertà della Sicilia, seppe, in un momento esaltante della propria storia (1812), deliberare la Costituzione di un preteso Regno indipendente, elevandosi a garanzia degli interessi dei Siciliani.
Quella fase fu travolta dalle vicende dei tempi e dall’involuzione della politica regia. L’oppressivo centralismo napoletano suscitò, però, le latenti forze del sicilianismo e fomentò rinnovati spiriti d’indipendenza. Ora la “nazione siciliana” risorgeva in tutto l’appassionato fervore di una ancestrale identità di popolo, che ebbe sbocco in una autentica tempesta rivoluzionaria. La novità fu che allora la rappresentatività politica del nuovo rivendicazionismo passò dalla classe nobiliare all’intellettualità e al popolo. Per un quarantennio variamente si agitò il dibattito intorno ai poli indipendentismo–federalismo–unitarismo, finché nel 1860 avvenne la rottura in direzione della patriottica scelta unitaria: ma l’Unità nazionale, integrando la Sicilia nel circuito dell’italianità, istituzionalizzò un rapporto di subordinazione, che relegò l’isola al ruolo di mercato di consumo a vantaggio del capitalismo settentrionale, allo stesso tempo in cui ne drenava le risorse liquide per finanziare lo sviluppo del Nord industriale.
Un tale processo era forse inevitabile, in quella fase in cui l’Italia veniva costituendo le proprie strutture produttive e con esse – proprio laddove, nel Nord, erano più solide ed era più avanzato il sistema infrastrutturale – si trovava a dover competitivamente fronteggiare l’avanzamento dei mercati europei. Ma il radicalismo che informò la politica economica dello Stato unitario condannò in quel punto (e da allora per sempre) l’intero Mezzogiorno al sottosviluppo, inasprendo definitivamente le disarmonie fra le due aree del Paese. Il peggio fu che per molto tempo non si tentò, né persino si “pensò”, una politica di intervento al Sud, che fu cosa assai più tarda. Sicché, allorquando nel 1950, con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (e per la Sicilia anche coi finanziamenti del Fondo di solidarietà nazionale), prenderà il via quell’intervento straordinario nel Sud ch’era mancato per tutto un novantennio, le condizioni di retroguardia delle regioni meridionali si sarebbero trovate ad esser tali che il riequilibrio non si sarebbe più avuto.
Le delusioni post-unitarie rinfocolarono la protesta sicilianista, che coinvolse tutti i ceti, instaurarono una acuta “questione siciliana” come parte autonoma della “questione meridionale”, diedero esca a nuovi fermenti rivoltosi (nel 1866, nel 1893-94), sedati con provvedimenti eccezionali di polizia. Così, inasprendosi il contrasto con lo Stato nazionale, riprese vigore il tradizionale e mai spento sicilianismo, e – trascorso l’apatico tempo del fascismo – la Sicilia, preda di un amaro risentimento, si trovò percorsa da quel motivo ricorrente della sua storia che era l’ideologia della nazione isolana. Fu allora (1943-45) che forze estremistiche, in una sorta di antagonistica revanche, rivendicarono – in buona o in mala fede (molti, però, furono in buona fede) – la separazione dal corpo nazionale e l’indipendenza. Ma non era qui il toccasana.
L’Autonomia che poi venne concessa fu il risultato di un compromesso giuridico e politico che valse alla crisi del separatismo e non giovò come avrebbe dovuto – nel suo successivo svolgimento – alle ragioni più vive e profonde dell’autonomismo. Prova ne sia che, insieme col senso frustrante di un esito “mutilato” e della rassegnazione, il serpeggiare esasperato di quella sicilianità che è tormento atavico dell’identità naturale dei Siciliani e segno ricco e caratterizzante di una lunga e nobile esperienza storica emerge ancora oggi, a tratti, nelle vicende dell’isola e gorgoglia nel cuore della sua gente. Essa si fa maldestra e perdente rivolta (lo scisma milazziano del 1958-59), si fa manifesto politico-culturale (in una iniziativa sicilianista orientata al ritorno alle piccole patrie, allo studio della storia della Sicilia, alla promozione di una ben più efficace politica di interventi), si fa protesta e progetto di un nuovo autonomismo (è il caso di una attuale e finora confusa vicenda partitica), e soprattutto grido lacerante di una mortificata società civile.
Però è vero. Nella delusione delle occasioni mancate, la svolta degli anni Duemila ha instaurato la “novella stagione”: e quasi un soffio di rinascenza ha dato anima alle cose, nuova concretezza alle intenzioni. Fra le inestinguibili contraddizioni, nuovi elementi dinamici nella politica sono venuti a vivificare lo stremato percorso storico della Regione, e molte delle aspre problematiche dell’isola hanno avuto soddisfacimento; per altro verso, questioni pesanti travagliano tuttora le vicende della società e dell’economia. Sarà un grande giorno quando, smentendo la straniera che scrisse: «Non è terra di felicità la Sicilia» (Edmonde Charles-Roux, Oublier Palerme, 1966), potremo affermare a nostra volta: «È terra di felicità la Sicilia».
La felicità! Il lettore scorra le ottocento pagine di questo libro, indaghi fra i vari segmenti della storia dell’isola, giudichi con sereno spirito quando e per quale di essi potrà dirsi: «È terra di felicità la Sicilia». Domani, forse? Invero, tutta la storia della Sicilia è un magnifico e irripetibile affresco, è grandiosa e altisonante come un’epopea, variegata e florida come il mitico giardino delle Esperidi: non ha confronti nella storia di alcun’altra terra. Ma quanto dramma e quanto dolore in essa! A nostro conforto diremo che anche in ciò è il sale della Storia.
Non si attribuisca a questa “Storia di Sicilia” di perseguire una tesi che non ha. Quanto si è detto sopra è solo una riflessione sui fatti del passato fino ad oggi, senza reconditi postulati, se non l’ambizione di rilevare nel processo storico della Sicilia quel filo che ne lega insieme le molteplici parti, mai spezzatosi attraverso i secoli. Se del sicilianismo e della identità nazionale della Sicilia si è parlato in questa premessa è proprio perché di essi affiorano la consistenza e i fenomeni, a volta a volta, nel corso della esposizione storiografica che segue. Non tutti, è vero, sono d’accordo su di essi. Ma ha ragione Denis Mack Smith: che si accettino o meno, la loro esistenza è solo questione di terminologia.
Per la migliore redazione di quest’opera molto sono debitore al vigile interessamento dell’amico Orazio Cancila, che il testo ha via via conosciuto nel corso del suo svolgimento, essendomi di autorevole conforto coi suoi aperti apprezzamenti e di efficace ausilio nei preziosi suggerimenti e nelle costruttive osservazioni critiche.
Dedico con antico sentimento l’opera a mia moglie, Mariangela, che la ha voluta e ad essa mi ha lungamente sollecitato, subendone alla fine, con nuove amorevoli rinunce, le conseguenze.

                                                                                                                        Salvo Di Matteo

 

Indice

Sommario

CAP. I   (12.000 a. C. – IX secolo a.C.)
PRIMA DELLA STORIA: POPOLAZIONI E CULTURE DAL NEOLITICO ALL’ETÀ DEL FERRO                                                                                  
- Le prime comunità sedentarie e l’avvento dei Sicani            
- I Siculi, un evento innovatore nella primitiva società della Sicilia. Gli Élimi                          
- I Fenici e le loro installazioni mercantili lungo le coste della Sicilia                        
CAP. II   (VIII secolo a. C. – 241 a. C.)
DALLE COLONIZZAZIONI FENICIO-PUNICA E GRECA ALL’AVVENTO
DI ROMA      

- Greci nella Sicilia orientale e meridionale, Fenicio-Punici a occidente      
- Costituzione delle città greche. I regimi tirannici         
- Gelone: una politica egemonica per Siracusa
- L’epicrazia punica. Scontro di due imperialismi 
- Ducezio e la riscossa sicula. I Sicelioti. Atene contro Siracusa       
- Cartagine contro Siracusa: guerra senza quartiere       
- Dionisio e il grande sogno dell’unificazione dei Greci d’Occidente  
- La disgregazione politica. Timoleonte e la restaurazione dello Stato    
- L’ultimo grande tiranno: Agatocle       
- Una grandezza al crepuscolo. Il tentativo di Pirro  
- Le aquile di Roma in Sicilia. Cartagine si allontana       
- L’indipendenza di Siracusa e la sua fine         
- L’economia della Sicilia nell’età greco-punica
CAP. III   (227 a. C. – V secolo d. C.)
LA SICILIA ROMANA: DALLA REPUBBLICA ALLA FINE DELL’IMPERO D’OCCIDENTE      
- L’ordinamento della provincia di Sicilia nell’età della Repubblica   
- Il sistema tributario e i latifundia      
- Le rivolte servili 
- Pretori corrotti e tempesta di guerre civili   
- Durante l’Impero: una spenta vita pubblica
- La riforma dell’organizzazione amministrativa: da Augusto a Costantino 
- Il declino della Sicilia nell’età del Basso Impero           
- Il Cristianesimo         
CAP. IV   (440 – 827)
LA SICILIA FRA BARBARI E BIZANTINI   
- Dal sacco vandalico al buon dominio dei Goti         
- La conquista bizantina. Giustiniano e la restaurazione della civiltà di Roma
- L’ordinamento amministrativo in età bizantina       
- Il ruolo della Chiesa e l’opera del pontefice Gregorio Magno           
- Una organizzazione di tipo militare: il sistema del thema
- Rivolte secessionistiche e lotta iconoclastica
- Verso una nuova Storia. Il tradimento di Eufemio    
CAP. V   (827 – 1061)
L’ ISLĀM: UNA RADICALE METAMORFOSI    
- Una conquista durata un secolo e mezzo
- La caduta degli ultimi baluardi di resistenza     
- Civiltà, società ed economia sotto il governo degli Arabi 
- L’organizzazione amministrativa. Il processo culturale        
- Le alterne vicende della signoria araba in Sicilia
CAP. VI   (1061 – 1154)
I NORMANNI: DALLA CONQUISTA AL REGNO  
- Uomini del Nord in Sicilia: la trentennale conquista      
- Il granconte Ruggero, fondatore dello Stato normanno     
- La società feudale: la terra ai baroni
- Rilatinizzazione della Sicilia e politica ecclesiastica            
- La Sicilia Regnum: Ruggero II     
- Nella linea della continuità: il programma politico di Ruggero II     
CAP. VII   (1154 – 1194)
DECLINO E FINE DI UN REGNO        
- Guglielmo il Malo: il lungo scontro con la nobiltà feudale          
- Gli anni della reggenza: intrighi attorno a un fragile trono  
- Guglielmo II: con lui gli ultimi bagliori della dinastia
- Gli epigoni: Tancredi e Guglielmo III. Enrico VI di Svevia, re di Sicilia
CAP. VIII   (1194 – 1266)
LA GRANDE SAGA DEGLI HOHENSTAUFEN
- Dalla Svevia con furore: Enrico VI       
- Federico II: dal Regno all’Impero      
- Il legislatore. La concezione dello Stato nelle Constitutiones melfitane    
- Il riordinamento giurisdizionale e la riforma amministrativa. Le collette 
- La fine, il mito: stupor mundi et immutator mirabilis       
- Manfredi: alla conquista del Regno     
- L’ultima epopea: la fine degli Hohenstaufen           
CAP. IX   (1266  -  1282)
GLI ANGIOINI E IL VESPRO 
- Carlo I d’Angiò e la Sicilia. Il Regno si sposta verso il Nord
- L’organizzazione dello Stato angioino. Una vorace politica fiscale
- La rivolta del lunedì di Pasqua, l’eccidio dei Francesi e la Communitas Siciliae         
- Giovanni da Procida e la vasta trama cospiratoria filo-aragonese    
- Il Vespro: considerazioni a margine del dibattito storiografico 
CAP. X   (1282 – 1337)
ARAGONESI IN SICILIA: DA PIETRO III A FEDERICO III        
- Un sire “valent e agradable”: Pietro III         
- Giacomo II o l’indipendenza tradita. Federico III e la pace di Caltabellotta 
- La riorganizzazione delle strutture del Regno. Uno Stato costituzionale           
- Il regime fiscale, tallone di Achille del regno di Federico III. Una economia di angustie             

- Una lunga vicenda di guerra. Morte di «un rei de llegenda»      
CAP. XI   (1337 – 1414)
LA CRISI DEL REGNO E LA FINE DELL’INDIPENDENZA   
- Il baronaggio, ceto dominante nella dissoluzione della compagine statale           
- La corona sbiadita: i regni di Pietro IV e di Ludovico d’Aragona    
- Il Regno nella bufera dell’anarchia feudale. Federico IV il Semplice      
- Il governo dei Quattro Vicari 
- I Martini e la restaurazione del potere regio  
- L’opera politica di Martino il Giovane. La riforma parlamentare
      e la fine dell’indipendenza del Regno           

CAP.  XII   (1415 – 1516)
LA SICILIA NEL ‘400: DA ALFONSO IL MAGNANIMO A FERDINANDO
IL CATTOLICO           

- Un grande evento politico e istituzionale: la nascita del Viceregno     
- Sicilia e Napoli: due Regni sotto un’unica corona           
- Metodi finanziari del Viceregno: la politica dei donativi         
- L’azione riformatrice di Alfonso il Magnanimo e l’evolvere della vita civica        
- Il regno di Giovanni II di Navarra: la Sicilia si allontana da Napoli
- Il regno di Ferdinando il Cattolico: assolutismo centralizzatore e rinascita civile  
- L’Inquisizione e la cacciata degli Ebrei    
- Risveglio umanistico delle arti e delle lettere   

CAP.  XIII   (1516 – 1556)
SOTTO IL REGNO DELL’IMPERATORE GLORIOSO: CARLO V     
-
Guerre interminabili nel sogno augusto della restaurazione
       dell’impero universale     
- L’opposizione nobiliare e l’utopia del rinnovamento politico-sociale.
   Dalla cacciata del viceré Moncada alle congiure Squarcialupo e Imperatore 
- La Sicilia baluardo della cristianità e l’impresa di Tunisi 
- Il trionfale viaggio di Carlo V in Sicilia e l’epica glorificazione
- La Sicilia nel sistema difensivo della Monarchia spagnola.
      La fortificazione dell’isola       
- Fisco ed evoluzione dell’economia nella prima metà del Cinquecento. I riveli 

CAP.  XIV   (1556 – 1598)
LA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL XVI SECOLO      
- La rivoluzione dei prezzi e la falcidia fiscale. «I Siciliani disperati tutti»   
- La razionalizzazione dei meccanismi dell’esazione: le Percettorie           
- La vittoria di Lepanto. Un parlamento succube del dissanguamento della Sicilia   
- Economia e società in Sicilia nella seconda metà del Cinquecento 
- Arricchimento monumentale delle città e rigoglio della cultura

CAP.  XV   (1598 – 1713)
LA SICILIA NEL XVII SECOLO   
- Disordine civile e povertà spirituale       
- Non bastano gabelle e donativi, il Viceregno svende tutto  
- Fondazione di comuni rurali, crisi frumentaria e dissesto del baronaggio   
- La grande peste, la rivolta del D’Alesi, la sfortunata secessione di Messina    
- Municipalismo culturale e rigoglio monumentale delle città      

CAP.  XVI   (1713 – 1734)
SOTTO LE DOMINAZIONI SABAUDA E AUSTRIACA           
- La Sicilia nella politica europea        
- Un Regno per il duca di Savoia. Le rovinose condizioni dell’isola       
- Provincia dell’Impero d’Austria. Una esosa politica di rapina

CAP.  XVII   (1734 – 1759)
UNA NUOVA DINASTIA PER LA SICILIA: I BORBONE DI NAPOLI            
- Don Carlos conquista il trono. Costituzione e caratteri del Viceregno
       borbonico     
- Tensioni col baronaggio e donativi di guerra
- Le riforme economico-sociali e il Supremo Magistrato del Commercio  
- Nuovo e vecchio nella cultura e prime aperture al pensiero europeo        

CAP.  XVIII
   (1759 – 1802)
IL REGNO DI FERDINANDO IV DI BORBONE: ESORDIO TRA RIFORMA
E ASSOLUTISMO
      
 - L’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia. La scuola laica
       e l’eversione del patrimonio fondiario dell’Ordine    
- Elementi di regresso nel riformismo moderato della Monarchia.
       Il ministero Sambuca e la cacciata del viceré Fogliani         
- L’azione riformatrice del viceré Caracciolo e le condizioni
       dell’economia siciliana     
- La grande riforma fallita: il nuovo catasto          
- Caramanico viceré in Sicilia, Caracciolo a capo del governo         
- E dietro l’orgoglio baronale il pelago del dissesto finanziario     
- L’Europa nella cultura siciliana. Un illuminismo parziale e solitario         
- Giacobinismo e reazione 
- Sotto il vento di Francia: la Monarchia profuga in Sicilia

CAP.  XIX   (1806-1842)
IL REGNO BORBONICO NEL PRIMO QUARANTENNIO
      DELL’OTTOCENTO        

- La Corte in Sicilia sotto protettorato britannico      
- Nuovi orientamenti del ceto nobiliare        
- La Costituzione del 1812 e la moderna coscienza dello Stato    
- La restaurazione e la nascita del Regno delle Due Sicilie
- La rivolta carbonara del 1820  
- 1837, l’anno del colera e della follia     
- Liberi da fedecommessi e ipoteche i feudi si trasformano in latifondi     
- Agricoltura e industria nel secondo quarto dell’Ottocento. Gli esordi
         della mafia

CAP.  XX    (1842-1861)
IL RISORGIMENTO          
- Il dibattito politico: fra unitarismo repubblicano e federalismo neoguelfo      
- La rivoluzione federalista del 1848       
- La restaurazione borbonica e l’evoluzione politica della Sicilia
        nel decennio pre-unitario          
- Garibaldi e l’impresa dei Mille   
- Il governo della Dittatura. L’annessione e la nascita del Regno d’Italia
- Ininterrotta vitalità della cultura siciliana: poesia patriottica, storiografia
        e filosofia nell’età risorgimentale         

CAP.  XXI   (1861-1878)
LA SICILIA ITALIANA: IL TEMPO DELLA DELUSIONE               
-
Le condizioni strutturali, sociali, economiche della Sicilia
        all’ingresso nell’Italia        
- L’unificazione aggrava gli squilibri fra il Nord e la Sicilia
- La Luogotenenza generale di Sicilia e la sua fine         
- Il diffuso malcontento, l’opera del partito d’azione e la rivolta
      del “Sette e mezzo”       
- La terra si dà ai latifondisti. La Sicilia abbandona la Destra           

CAP. XXII   (1878-1899) 
LA SICILIA ITALIANA : L’ULTIMA RIVOLTA     
- Lo sfascio economico dell’ultimo ventennio del secolo           
- I  Fasci dei lavoratori, le rivolte sociali e il Commissariato civile per la Sicilia  
- La grande presenza della Sicilia nella cultura del quarantennio

CAP.  XXIII   (1900-1942)
DALLA BELLE ÉPOQUE ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE 
-
Il “mondo parallelo” e i Florio 
- L’età giolittiana. La Sicilia sacrificata agli interessi dell’industria settentrionale               
- Si aggrava l’inferiorità strutturale della Sicilia   
- Il vasto fermento del cooperativismo agricolo. I contadini comprano la terra   
- Il movimento migratorio: un esodo biblico                       
- Il primo dopoguerra e l’aggravarsi delle tensioni sociali
- Il fascismo. La partecipazione della Sicilia alla conquista del potere     
- La “battaglia del grano” e la lotta al latifondo. Con la mafia ai ferri corti       
- Economia e società alla vigilia del secondo conflitto mondiale                   

CAP.  XXIV   (1943-1945)
LA SICILIA IN GUERRA, SEPARATA, SEPARATISTA      
-  Luglio 1943: la guerra sbarca in Sicilia. Il bilancio della disfatta                      
- Il governo dell’Amgot e il difficile dopoguerra  
- Il separatismo e la ripresa politica                      
- Il ritorno all’Italia e l’Alto Commissariato per la Sicilia. Le conflittualità
        sociali e l’evoluzione del Mis                      
- L’Evis, esercito indipendentista. La guerriglia armata e il ruolo del banditismo   

CAP. XXV
E, INFINE, L’AUTONOMIA  
(1945-1947) 
-
L’approvazione dello Statuto siciliano e il referendum per la Repubblica   
- La lotta al banditismo e le nuove tensioni sul problema della terra     
- La nascita della Regione e l’eccidio di Portella della Ginestra        
- La Sicilia nella cultura isolana della prima metà del XX secolo           

CAPITOLO XXVI
       (1947-1967)                                                                            
GLI ANNI DELLA REGIONE: DIARIO DI UNA STORIA IN CORSO        
- Una somma di poteri mai prima goduti, in una condizione di precarietà
politica e istituzionale e di sperimentalismo amministrativo         
- I primi governi: dagli anni dell’assestamento a quelli dell’instabilità politica          
- Dieci anni dopo: un gramo bilancio economico e sociale          
- Si profila il malaffare mafioso         
- La crisi dell’Autonomia e l’operazione Milazzo          
- La svolta politica: il centro-sinistra al potere
- La «camicia di inerzia» della Regione. Si naviga a vista           
- Venti anni dopo: uno sviluppo incompleto e contraddittorio         

CAPITOLO XXVII       (1967-2006)                                                                
LA REGIONE DALLA SOLIDARIETÀ AUTONOMISTICA
         ALLA POLARIZZAZIONE DELLA POLITICA
    

- Il tempo della politica di “solidarietà autonomistica”       
- Dai governi della «sopravvivenza» a quello del «rilancio». L’offensiva mafiosa         
- Verso e oltre il Duemila. Morte e rinascita del sistema dei partiti 
- La Sicilia nella letteratura dei Siciliani. Il secondo mezzo secolo                       

BIBLIOGRAFIA     
           
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