Siccome lisola è da
ogni lato esposta alle incursioni nemiche, ed è naturalmente frontiera dei Barbari, e nel
secolo decimoquinto nonché le spiagge diserte, ma sino le più popolate e forti città
eran minacciate alle volte ed alcuna fiata assai danneggiate dagli improvvisi assalti
degli armatori e dei corsali barbareschi, quindi fu conosciuto desser di assoluta
necessità che lIsola per tutto il littorale fosse guernita ed afforzata di
torri.
Così scrive il Villabianca nellampia relazione che introduce il suo trattato sulle Torri di guardia per li fani o sian fuochi di avviso ne littorali
della Sicilia. Lopera, che fa parte del tomo XXI degli Opuscoli
palermitani, conservato ms. nella Biblioteca Comunale di Palermo ai segni Qq.E.97,
venne compilata nel 1797, o almeno in quellanno il dotto marchese ne stendeva la
parte introduttiva; si compone di 163 fogli oltre gli indici. E strumento cospicuo
dinformazione storica e topografica, prima del Villabianca limitata alle relazioni
di Tiburzio Spannocchi e del Camilliani, che nel 1578 e nel 1583 visitarono per incarico
del governo le coste dellisola allo scopo di proporne gli apprestamenti difensivi,
ad alcuni brevi scritti del Mongitore, di Domenico Schiavo e di Rosario Gregorio e alle
poche notizie che si traggono dalle storie dei viceré di Vincenzo Auria e di Giovanni
Evangelista Di Blasi e dalle storie dei Parlamenti di Sicilia di Andrea Marchese e del
Mongitore, a non dire delle essenziali citazioni topografiche ricavabili dalle opere del
Fazello, del Massa e dellAmico.
Prima organica e compiuta trattazione della materia, dunque, e tuttoggi punto di
riferimento per chiunque voglia conoscenze di queste torri, che in gran numero vennero
erette nel XV e soprattutto nel XVI secolo lungo i litorali della Sicilia a difesa dalle
insidie arrecate dalle incursioni dei pirati barbareschi. Della originalità della ricerca
ebbe consapevolezza lo stesso Autore, che ritenne di avvertire nella prefazione
allopera: Il trovarsi fatta menzione assai avara da nostri nazionali
scrittori ne lor monumenti storici circa il dipartimento de fuochi di avviso,
che si fan delle torri di guardia alzate nelle riviere della Sicilia da tutte le parti del
suo triangolo per la difesa dalle invasioni de nemici, è stato per me il motivo di
avermi assoggettito a questo lavoro di patria novella erudizione.
Lopera si compone di un ampio studio introduttivo, nel quale il Villabianca, che per
la sua stesura molto si giovò di quanto al riguardo avevano scritto in particolare il
Gregorio e il Mongitore, in alcune parti pedissequamente attingendo ad essi, traccia la
storia dellintroduzione e delluso nellisola delle torri di guardia, e
della descrizione alfabeticamente ordinata - ma talora limitata al puro dato topografico -
degli organismi esistenti al suo tempo, dei quali lAutore ne censisce ben 168 (ma
sembra che essi siano stati oltre duecento); si conclude con le disposizioni del 1780
concernenti la giurisdizione alla quale erano soggetti gli uomini di guardia.
Queste torri, in unisola soggetta al flagello delle incursioni dei pirati musulmani,
che frequentemente piombavano di sorpresa con agili vascelli sulle sue coste per
catturarne le inermi popolazioni, alimentando ancora fino ai primi dellOttocento un
florido e disperato mercato degli schiavi, costituivano un rudimentale sistema di
vigilanza posto lungo i litorali della Sicilia in luoghi strategicamente stabiliti per
segnalare mediante laccensione di fuochi i pericoli che venivano dal mare e
consentire le necessarie opere di salvaguardia, il più delle volte tuttavia limitate alle
capacità delle popolazioni di rifugiarsi speditamente nellentroterra.
Non sempre, per carenza di apprestamenti e di organizzazione o per difetto degli uomini
preposti alla sorveglianza, si mostrarono efficienti; né manca la documentazione di
guardiani colti di sorpresa allinterno delle torri e condotti in schiavitù. Alle
volte, se anche dalle torri fu dato tempestivamente lavviso dellarrivo delle
flottiglie corsare e si sarebbe potuto agevolmente opporsi ad esse, venne meno da parte di
chi era preposto alla difesa il coraggio di affrontare un avversario tanto superiore per
audacia e rapidità diniziativa; e il Villabianca ricorda al proposito il caso,
avvenuto ai suoi tempi, delle due galere che stazionavano pronte alla bisogna nel porto di
Palermo, le quali, pur tempestivamente avvertite dai fuochi della torre di monte
Pellegrino dellincursione che si preparava contro lisola di Ustica, salparono
con ritardo ad intercettare i corsari per viltà dei loro comandanti, sì che le feluche
barbaresche ebbero libero il campo in una razzia che fruttò loro un cospicuo numero di
schiavi. Ma, tantè, erano giunte a tal punto la temerarietà e lostentazione
di sicurezza dei pirati musulmani che questi avevano potuto persino attaccare il 12 agosto
1588 la piazzaforte di Augusta, deportandone gran quantità di poveri
cristiani, e in precedenza avevano preso le città di Licata e di Palma. Nè solo
gli inermi contadini, gli indifesi pescatori delle località costiere, sempre più
frequentemente fatte oggetto di improvvise scorrerie, finirono in catene nei porti del
Levante o dellAfrica settentrionale, ma anche personalità cospicue per censo,
cariche o qualità personali, come il poeta Antonio Veneziano, il vescovo di Catania,
Nicolò Caracciolo, il principe Giovan Luigi Moncada di Paternò.
Il problema era di quelli che, non pur al governo della Sicilia, ma a tutti gli Stati del
Mediterraneo imponeva ladozione dei necessari apprestamenti difensivi, unica misura
che sembrava sapesse, al più, prendersi da una cristianità piegata nel proprio orgoglio
e quasi annichilita di fronte allaudacia dei corsari barbareschi, al punto da non
osare che raramente di affrontare il nemico nelle proprie basi.
Si dette così inizio alla costruzione delle torri, cui era affidato di costituire un
sistema di avvistamento lungo il perimetro dellisola. Linquadramento di questi
organismi in un organico disegno di apprestamenti difensivi in tutte le coste della
Sicilia appartiene però alla seconda metà del XVI secolo, quando più viva e continua si
fece la minaccia delle incursioni piratesche, considerandosi le molte vessactioni,
pericoli e danni, che da corsali ricevono i Regnicoli, il gran disturbo e impedimento che
succede nel commercio per non ritrovarsi facte allintorno le marine desso
Regno seguitamente tutte quelle torri, le quali sono necessarie, acciochè giorno e notte
in tutte le parti sia continuata corrispondenza di guardie e segni, per sicurezza delle
dette marine.
In un primo tempo, invece, le costruzioni ebbero carattere episodico e furono più che
altro preordinate alla protezione dei luoghi del territorio che più apparivano soggetti
al pericolo delle scorrerie dei corsari o si trovavano in prossimità delle città
maggiori del Regno. Così nel 1317 il pretore di Palermo ordinava il pagamento del soldo
ad alcune persone allo scopo di accendere i fuochi di avviso sui monti di Solanto,
Pellegrino e Gallo in caso di necessità; alcuni anni più tardi, nel 1324, il re Pietro
II dAragona ordinava ai giurati della città di Siracusa che non si
trascurassero nei luoghi consueti i fani, di notte col fuoco,
e di giorno col fumo, e tale disposizione venne pure data nel 1329 dal re Federico
II dAragona alluniversità di Palermo: però si noti che in tutti questi casi
si parla dellaccensione di fani o fuochi di avviso, non già del presidio o della
costruzione di torri, la cui più antica erezione è documentata nella diplomatica solo a
partire dallinizio del XV secolo. Non mancano tuttavia notizie di fortificazioni
litoranee sorte già nel XIV secolo, e il Villabianca, a proposito della torre di
Stainpace, eretta nel litorale di Noto, scrive che edificata ella venne nel
1353 dal fu Blasco di Alagona; probabilmente della stessa epoca, o comunque del
secolo successivo, sono le torri di Archirafi, nella riviera di Mascali, di S. Calogero,
nel golfo di Catania, di Rasicolmo, fra Milazzo e il Peloro, di Capo grosso e
dellOgnina, che il Camilliani definisce molto antiche o trovò già in
stato di rovina allepoca in cui conduceva la propria ispezione lungo le coste
dellisola. Di maggiore antichità è la Colombara di Trapani, che per le condizioni
delle sue fabbriche venne restaurata al tempo del Fazello.
Si deve inoltre alliniziativa privata di un gruppo di proprietari della contrada dei
Colli, preoccupati di proteggere i propri fondi dalle incursioni corsare, la costruzione
nel 1417 di una torre a Sferracavallo, della quale il Senato di Palermo assunse le spese
della custodia: essa, andata in tempi successivi in rovina, venne riedificata dai baroni
di Capaci e di Carini verso il 1545; nel 1455 venne eretta quella di Mondello; si pensò
pure più tardi di assicurare la capitale dellisola con un sistema di guardia che
facesse perno su un complesso di fortificazioni sparse lungo le sue coste, e in tal senso
deliberò un consiglio civico del 28 gennaio 1476, ma il progetto non venne poi mandato ad
esecuzione.
Non si trattò di casi isolati; altre torri, sebbene non numerose, cominciarono a sorgere
fra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento, in genere a protezione di
località isolate o a guardia di obiettivi che potessero essere dinteresse dei
pirati, come corsi dacqua, agglomerati sparsi di case e centri di pesca: erano in
genere organismi a pianta circolare costituiti in ridotti o sulla punta di promontori che
consentissero buona veduta, ma, in quanto di localizzazione assai rada e non inseriti in
un sistema continuo dl segnalazioni, non offrivano che scarse possibilità di protezione
per le popolazioni.
Fu solo nel 1549, durante il viceregnato del De Vega, che si dette corso a un primo piano
di costruzioni lungo i litorali dellisola. Le nuove torri sorsero in breve tempo e
furono finite di fabbricare nel 1553 o nel 1554; ad esse attesero Antonio Ferramollno,
finchè fu in Sicilia, lingegnere militare che sotto i precedenti viceré Pignatelli
e Gonzaga era stato adibito alle fortificazioni di Augusta, Siracusa, Messina, Milazzo,
Palermo, Trapani e di altre città, e con lui Domenico Giunti, venuto nellisola
verso il 1540, e altri. Sorsero in quei tempi, e comunque esistevano già quando il
Fazello pubblicava la sua Storia della Sicilia, nel 1558, le
torri dellAgnone, di Brucato presso Termini, quelle delle tonnare di Carini e di
Scopello, la torre di Falconara, quella di Millaja presso Licata, la torre di S. Giorgio
tra capo Calavà e Patti, la torre Mariazzo fra Tusa e Caronia, quella di S. Giuliano nel
litorale di Trapani e forse altre.
Pure verso la metà del XVI secolo, per iniziativa del Senato civico, che le mantenne a
proprie spese, vennero costruite lungo i litorali della costa palermitana diverse torri di
guardia; con quelle preesistenti di Mondello e di Sferracavallo, risultarono in numero di
dieci (le altre erano quelle di S. Elia, di capo Zafferano, di Mongerbino, di monte
Pellegrino, di Dammuso di Gallo, di Mazzone di Gallo, di Isola delle Femmine, di capo
Rama: ma non è da escludersi che taluna di queste fosse sorta in epoca precedente); con
la loro realizzazione venne a completarsi lopera di fortificazione della città. La
custodia ne venne affidata a un corpo di trenta torrari o torrieri,
cherano inquadrati in una compagnia di fanteria urbana; ad essi venne assegnata più
tardi luniforme dei granatieri.
Se, però, col completamento di tale complesso difensivo, la capitale dellisola
risultò munita di un adeguato sistema di avvistamento, non altrettanto poteva in generale
dirsi per la maggior parte delle coste della Sicilia, che, salvo brevi tratti, restavano
sguarnite e bene spesso oggetto delle incursioni corsare. La facilità con cui i
barbareschi giungevano nei litorali della Sicilia e la frequenza e il danno delle
scorrerie per le inermi popolazioni indussero quindi il governo ad adottare misure di più
ampio respiro; fu formulato il progetto della realizzazione di una cintura di torri a
caposaldo dellisola, e nel parlamento del 9 aprile 1579 venne finalmente deliberato
che si habbiino a fare effettivamente tutte le torri necessarie allintorno
delle marine di tutto il Regno e racconciare e accomodare quelle, le quali essendo in
parte commoda per questo servigio, havessero bisogno di riparactione e
racconciamento.
Lincarico di sopraintendere alla bisogna fu affidato alla Deputazione del Regno;
venne imposto un donativo di diecimila scudi, da esigersi per la prima volta in due anni
in tutta lisola, e si facultò la Deputazione a stornare una tantum, per le opere da
apprestarsi, fino a tremila scudi dal gettito del donativo dei ponti. Nei parlamenti
successivi del 1582 e del 1585 il donativo venne confermato nella misura e nelle modalità
di riscossione; divenne triennale nel 1588, poi nel 1597 venne elevato a ventimila scudi e
dal 1630 fu portato a trentamila scudi, da esigersi in tre anni.
Lingegnere fiorentino Camillo Camilliani, che già dal 1574 si trovava in Sicilia,
essendosi occupato della sistemazione della fontana di piazza Pretoria nella città di
Palermo, condusse per incarico della Deputazione negli anni 1583 e 1584, accompagnato dal
capitano Giovan Battista Fresco, una accurata ricognizione lungo le coste dellisola,
allo scopo di verificare le caratteristiche e le condizioni difensive dei litorali e lo
stato delle torri esistenti; risultato di questa ispezione fu una esatta relazione, divisa
in tre parti, nella quale il Camilliani descrisse puntualmente le particolarità delle
coste ed indicò i luoghi nei quali proponeva lerezione di nuove torri o il restauro
e lattivazione o modifiche di quelle esistenti. Le nuove fortificazioni vennero
ultimate nellarco di un decennio, se già nel 1594 il viceré conte di Olivares
poteva emanare le disposizioni sul numero dei serventi, sulla dotazione delle torri, sul
modo di eseguire le segnalazioni.
La scelta dei siti sui quali imbasare le costruzioni era determinata dalla possibilità di
dominare un ampio spazio di mare e di assicurare il continuum
delle segnalazioni fra i vari organismi e fra questi e le città. Le torri erano disposte,
scrive il Mongitore, intorno al littorale dellisola con proporzionata
distanza, in maniera che una guardi laltra; onde nellaccostarsi navi o nemiche
e di corsali, o amiche, le persone destinate alla custodia di queste torri siano in
obbligo la notte di avvisare la città vicina con tanti fuochi quante son le navi vedute
nel giorno. La torre poi che le succede vicina corrisponde con altrettanti fuochi, e
questa avvisa la seguente, e così di mano in mano una avvisa laltra; sicché in men
di unora resta tutta la Sicilia avvisata, e si mette in guardia. In oltre, il
principale, che presiede in ogni torre, è in obbligo di portar la notizia alla città
vicina.
A differenza delle torri preesistenti, che erano per lo più, come si è detto, a sezione
circolare, i nuovi organismi ebbero generalmente pianta quadrangolare; erano costituiti di
due piani intercomunicanti per mezzo di una scaletta che passava attraverso un foro; si
componevano di due ambienti con volta a botte nella zona basamentale, destinati a cisterna
e a deposito delle polveri e della legna, e di due o tre vani pure con volta a botte nel
piano superiore, adibiti allalloggiamento dei serventi, dal maggiore dei quali, per
mezzo di una scaletta, si accedeva alla terrazza, munita di parapetti e feritoie, nella
quale erano allocati i pezzi di artiglieria. Queste connotazioni morfologiche trovavano
delle varianti in tutti i casi in cui, soprattutto nelle fortificazioni di maggiori
dimensioni, poterono realizzarsi tipi edilizi più avanzati, rafforzandosi le muraglie,
modificandosi gli spalti, inserendo le scale di collegamento fra i piani allinterno
degli spessori murari.
Le torri non avevano un armamento omogeneo, perché non tutte avevano la stessa mole, nè
erano destinate alle medesime funzioni: si distinguevano, infatti, essenzialmente quelle
destinate a scopi di segnalazione, che erano munite soltanto dei mezzi occorrenti alla
protezione dei serventi e in genere di un sol pezzo di artiglieria di piccolo calibro, e
le torri di difesa vere e proprie, meglio munite, cui era affidato il compito di
proteggere un certo tratto del litorale. Per lo più erano sorvegliate da tre custodi;
alcune ne contavano due o quattro.
Non tutte furono edificate dalla Deputazione del Regno, la quale, almeno fino a tutto il
Settecento, ne teneva sotto la propria amministrazione 37; un numero complessivamente ben
maggiore ne eressero le università litoranee e altre ne furono costruite ad iniziativa di
privati, per la salvaguardia di particolari territori o attività, se, come si è detto,
il Villabianca in questa sua opera ne censisce 168.
Il governo in ogni tempo si preoccupo del loro stato di conservazione, e talora alcuna ne
ricostruì dalle fondamenta quando minacciava rovina o era divenuta meno idonea
alluso cui era destinata. Disponeva frequenti ispezioni: una, riferisce il
Villabianca, venne effettuata nel 1751, per incarico del viceré duca di Laviefuille, da
Giuseppe Salomone, ufficiale nobile del Senato di Palermo, che poi presentò una
dettagliata relazione col piano di tutto il littorale del Regno, con le torri
situate ne precisi luoghi, ed uno stato di tutto ciò che in ogni torre, nelle
fabbriche, artigliaria, arme e munizioni abbisognasse; appunto dalle risultanze di
tale ispezione conseguì lanno appresso la costruzione della nuova torre di Mascali.
Una successiva ricognizione alle torri del regno venne condotta, fra il 1803 e
linizio del 1804, quando il Villabianca era già morto, dal direttore del Genio,
brigadiere Guillamat, e dal comandante delle Artiglierie, colonnello Salinero, e, a
seguito di essa, conclusasi con una relazione che proponeva misure di aumento di
artiglierie nelle torri esistenti, di riedificazione di torri abbandonate o dirute e di
addizione di torri novelle in qualche punto del littorale, il principe di Cutò, che
reggeva allora lisola con la carica di luogotenente e capitano generale, scrisse il
29 marzo 1804 alla Deputazione del Regno, invitandola, per lurgenza di provvedere in
presenza di nuove scorrerie di barbareschi, a far eseguire le opere di riattamento di
immediata necessità e a dotare le torri di munizioni e pezzi di artiglieria. Bisogna
ritenere che i lavori siano stati prontamente eseguiti. Nello stesso tempo, per ordine di
mons. Berengario Gravina, che reggeva allepoca il ripartimento della Deputazione,
vennero raccolte in un testo coordinato ed aggiornato tutte le disposizioni fin allora
emanate sulle torri e sui torrieri: fra laltro, venne introdotta la regola che ogni
anno il deputato preposto al ripartimento delle torri dovesse disporre la visita generale
di esse.
Al documento è allegato uno Stato generale di tutte le torri del
littorale dellIsola di Sicilia che sono a carico dellIll.ma Deputazione del
Regno, dal quale si ricava che le torri amministrate nel 1805 dalla Deputazione
erano in numero di 44, oltre i due posti di fano di S. Mazzeo, nel litorale di
Monte S. Giuliano, e del territorio di Modica. Ne diamo lelenco, ponendo fra
parentesi lautorità alla cui sopraintendenza erano affidate:
Isola delle Femmine (conte di Capaci, dal 1697), con quattro cannoni; Pozzillo (principe
di Carini, dal 1691), con un cannone; Ursa (monastero di San Martino), con tre cannoni;
Molinazzo (principe di Carini, dal 1691), con un cannone; Alba (principe di Carini), con
un cannone; Toleda (principe di Carini), con un cannone; Guidaloca (duca della Ferla), con
un cannone; Scopello (conte di Sanseverino, dal 1751), con un cannone; Giazzolino (don
Alberto M. Coppola, di Monte San Giuliano), con un cannone; Scieri (don Alberto M. Coppola
e il principe di Aragona), con un cannone; Roccazzo (Coppola e principe di Aragona), con
due cannoni; Isolilla (Coppola e principe di Aragona), con un cannone; Cofano (don Alberto
M. Coppola), con un cannone; Nubia (principe di Paceco), con un cannone; Alcagrossa (cav.
Ignazio Nobile, di Trapani), con un cannone; Trefontane (i giurati di Castelvetrano), con
un cannone; Polluce (i giurati di Castelvetrano), con due cannoni; Porto Palo (duca di
Terranova, dal 1670), con due cannoni e tre petriere; Macauda (i giurati di Sciacca), con
due cannoni; Marinata (il principe della Cattolica, dal 1721), con un cannone; Felice (il
principe della Cattolica), con tre cannoni Monterosso (il principe della Cattolica), con
un cannone; Monterossello (il principe della Cattolica), con un cannone; S. Carlo (il
principe di Lampedusa, dal 1637), con quattro cannoni; Manfria (don Mariano Carpinteri e
Gravina, di Terranova), con un cannone; Insegna (don Mariano Carpinteri e Gravina), con
due cannoni; Vigliena (il marchese di S. Croce, dal 1595), con un cannone; Punta Pietra
(il marchese di S. Croce), con una colubrina; Scalambri (il marchese di S. Croce), con un
cannone; Cadamemi o Mazzarelli (il duca di S. Filippo), con tre cannoni; Vindicari (don
Franco Nicolaci, di Noto), con quattro cannoni; Faraglione (il principe di Aci, dal 1690),
con cinque cannoni; S. Anna (don Pietro Colonna, di Acireale), con tre cannoni; Furnari
(il principe di Furnari, dal 1596), con tre cannoni; Marina di Patti (i giurati di Patti),
con due cannoni; Piraino (il principe di Castellazzo e il duca di Piraino), con tre
cannoni; Passo di Lauro (i giurati di Caronia), con un cannone ed una petriera; Fontanella
(il barone Michele Collotti di Castelbuono, dal 1805), con due cannoni; Pietra della Nave
(don Filippo Agnello, di Cefalù), con due cannoni; Calura (don Filippo Agnello), con un
cannone; Grugno (don Filippo Agnello), con due cannoni; Colonna (i giurati di Termini),
con tre cannoni e due petriere; Acqua dei Corsari (il pretore di Palermo), con due
cannoni.
I serventi erano generalmente in numero di tre, tranne che nelle torri di Isola delle
Femmine, Porto Palo, San Carlo, Vigliena, Punta Pietra, Cadamemi, Vindicari, Furnari,
Marina di Patti, Piraino e Acqua dei Corsari, che avevano quattro custodi ciascuna;
larmamento individuale di questi era costituito da schioppi e spingarde.
Lartiglieria era in genere di calibro assai modesto: solo le torri di Isola delle
Femmine, Punta Pietra, Roccazzo, Felice, San Carlo, Vindicari, Marina di Patti erano
munite di cannoni di calibro superiore alle sei once e, di queste, solo le ultime tre
possedevano cannoni doltre dodici once di calibro.
Ma ormai i tempi erano maturi per una radicale trasformazione del sistema. Le incursioni
barbaresche, autentico flagello di Dio, che in passato avevano battuto le nostre coste,
andarono cessando nei primi decenni del nuovo secolo e solo per poco ancora le torri che
erano state erette contro la loro minaccia continuarono a esercitare la propria funzione
davviso con laccensione di fani, soppiantati già
dai primi anni dellOttocento dalle segnalazioni telegrafiche. Gradatamente
abbandonate e in gran parte andate in rovina, restano in alcuni luoghi del litorale a
testimoniare di lontane drammatiche vicende della nostra storia.
Salvo Di Matteo |