Salvo
Di Matteo


Gruppo Editoriale D'Agostino

Viaggio Pittorico
in Sicilia
di J. F. D’Ostervald
a cura di Salvo di Matteo


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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione


Per tutto il corso del Settecento e buona parte del secolo successivo un singolare fenomeno caratterizza i rapporti della Sicilia col resto dell’Europa: nasce nei confronti di questa terra, collocata - non solo geograficamente - ai margini del vecchio continente, protervamente segregata nel bozzolo d’una chiusa e arrogante ideologia, fondata sul mito d’una pretesa superiorità nel contesto delle nazioni (qual terra mai era più bella? qual paese più ornato? qual passato più nobile? quali monumenti più insigni? e così via) un interesse di conoscenze che stimola un gran numero di viaggiatori a muovere da ogni parte dell’Europa - dalla Francia, dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Inghilterra, dall’Italia stessa - alla sua “scoperta”.
Vi venivano, prigionieri di un sogno, carichi la mente di artificiosi schemi intellettualistici e l’animo di fuorvianti devianze sentimentali, alla ricerca d’una realtà precostituita sulla scorta di occasionali e imperfette informazioni di militari e navigatori, di reminiscenze di letture classiche rielaborate attraverso il prisma d’una fantasia turbata da emotive suggestioni, di confuse stereotipie di luoghi comuni che volevano la Sicilia immobile (e immobile in effetti era, per stato civile ed economico) nella propria atmosfera arcadica, colma di remote presenze e degli allettamenti d’una intatta classicità, terra favorita dagli dèi, fedele alle promesse d’incontaminate restituzioni, generosa nelle lusinghe d’arditi itinerari dello spirito.
E tutto ciò che vollero - queste cose e, molti di essi, null’altro - cercarono e conseguirono, quasi in una programmatica insensibilità addirittura ad accostarsi alle radici d’una diversa e non meno significativa realtà, poiché il fascino inebriante delle rovine, di quei ruderi immoti e malinconici che emergevano dal passato, e del paesaggio solare che si spiegava davanti ai loro occhi, così abbagliante ed esaltante da oscurare ogni altra visione, era tale da non rendere percettibile il povero volto e il malessere sociale della terra che attraversavano. Anzi, mancanza di strade e di alberghi, difficoltà nel procacciarsi il vitto, asperità degli estenuanti tragitti a dorso di mulo o all’interno di scomode portantine, la verifica delle miserevoli condizioni in cui versavano intere popolazioni nei cascinali e nei paesi attraversati appartenevano al mito del “buon selvaggio”, vale a dire alla retorica d’una mistica romantica e preconcetta.
Pellegrinaggi alla ricerca d’una Sicilia idealizzata dunque, posticcia per buona parte e fuor di misura o, se si vuole, a misura di coloro che venivano a cercarla. E, difatti, che cosa poteva accomunare un Goethe, il maggiore e il più celebre dei visitatori del tempo, singolare Ulisside sommerso dai fantasmi e dalle esaltazioni d’una imperante classicità, ad altre investigazioni che non fossero quelle delle dimensioni vagheggiate della bellezza assoluta? E che cosa mai poteva volersi da un Riedesel, aristocratico e studioso dell’arte classica, allievo di Winckelmann, venuto fra i primi in Sicilia e rimasto tanto rapito dalla solenne visione dei templi di Agrigento da null’altro chiedere che in quella terra di magiche rovine durare l’esistenza nell’oblio dei suoi e dai suoi obliato, oblitus et obliviscendus? E che cosa dall’austero D’Orville, che nelle antiche pietre investigava l’arcano segreto d’ancestrali valenze e l’incanto di una sublime architettura sepolta dal trascorrere dei secoli? Erano le suggestioni medesime che al francese Paul-Louis Courier facevano enfaticamente dire che fra Parigi e Siracusa sceglieva senza esitazioni Siracusa: ivi, infatti, nella Sicilia che non aveva visto e mai avrebbe veduto, aleggiavano intatti e protesi ai suoi desideri i miti di Proserpina e Aretusa, sopravvivevano - solo che si avessero mente e cuore per intendere - remote connotazioni d’un passato ellenico e romano.
Finzioni, certo, pregiudizi d’errabonde fantasie: e, infatti, che era più Aretusa se non un sudicio lavatoio e i solenni templi di Agrigento e di Siracusa se non informi ammassi di povere pietre fra le quali pascolavano le mandrie e cave per le vicine catapecchie dei villici? Altro che atmosfere d’Ellade e di Roma! Ma queste erano nelle coscienze e nel bagaglio culturale, e, se si vuole, nelle illusioni e nei luoghi comuni che accompagnavano il revival nella classicità di coloro che intraprendevano sì faticoso viaggio verso la sorgente del mito; e allora il risultato era scontato: nessuno spazio alla ragione, ma soprattutto un sensuale abbandono alle suggestioni delle evocazioni. Di tale stato d’animo si farà carico il marchese di Foresta: “Un dolce languore vi penetra l’animo: in luogo di osservare la natura, la si contempla; si vorrebbe riflettere, e invece si sogna”.
Per la verità, non è che tutto, nei resoconti dei forestieri venuti alla ricerca della Sicilia, si risolvesse in una rincorsa del mito perenne della classicità o nella verifica del fascino sottile dei remoti paesaggi d’arcadia, ché non tutti si mostrarono sensibili o particolarmente sensibili alle immagini del passato e agli stereotipi d’una suggestione intellettualistica: altri - il disincantato e frivolo Brydone, per esempio - si mostrò più attento agli usi e ai costumi della società palermitana del tempo, o - il lionese Roland de la Platière, lo svizzero von Salis-Marschlins - diede voce a una serie di notazioni economiche e sociali; e si sottrassero alle lusinghe del passato il Gourbillon, il Simond, Creuze de Lesser, per citarne alcuni. O ancora, venuto nell’isola verso il 1836, I’aristocratico Teodoro Renouard de Bussièrre doveva restare esterrefatto dinanzi al dramma della miseria che vi si consumava, e lasciarne impressionanti testimonianze: “La frase Muoio di fame è ripetuta senza tregua e potrebbe sembrare una espressione banale o uno stratagemma, ma a Palermo si incontra una miseria troppo reale per poterne dubitare”. Il che, poi, corrispondeva alle desolate notazioni del francese Joseph-Antoine de Gourbillon, venuto in Sicilia un quindicennio prima: “In questa città [Palermo] altro non vedo che una popolazione infelice, un porto del tutto deserto, un commercio assolutamente distrutto, una industria interamente finita e uno spirito più che avvilito”. E se tali erano le condizioni della capitale, immaginiamoci quale spettacolo dovesse offrire ogni altra parte dell’isola: per chi aveva sensibilità per il dramma sociale del paese, esso costituiva fonte d’attonita scoperta; altri, abbiamo detto, erano soverchiati dall’interesse per le memorie classiche.
Ci siamo limitati a qualche esemplificativa indicazione, ché l’esistenza di spesso cospicui contributi sulla letteratura dei viaggiatori stranieri in Sicilia esime da ogni altra informazione, necessariamente ripetitiva. Preme invece di rilevare l’ampio concorso di visitatori che da lontane terre d’oltralpe o d’oltrestretto vennero a percorrere, animati da un vivo interesse di conoscenze, le contrade dell’isola, della cui realtà, o di quella che al loro spirito appariva la realtà, lasciarono vivace testimonianza in una rigogliosa bibliografia periegetica. Gli itinerari erano sostanzialmente standardizzati: Palermo innanzitutto e i suoi dintorni e le città che appartenevano al periplo lungo i meno infidi percorsi costieri, da Selinunte ad Agrigento a Siracusa a Catania, e poi l’ignivomo gigante dalla mitologia ciclopica, l’Etna, e ancora Taormina, Messina, la costa settentrionale; pochi si spinsero nell’interno o ebbero interesse per una meno angusta geografia dell’isola, ché difficoltà di transiti, mancanza di sicurezza nelle strade, di locande, di servizi scoraggiavano più ardite imprese.
Alcuni ebbero vivo l’obiettivo di una testimonianza, oltre che letteraria, iconografica, anzi in qualche caso più di questa che di quella, ché il segno grafico, l’esatta rappresentazione dell’immagine della realtà percepita costituiva al postutto la documentazione viva e diretta dei luoghi, dei paesaggi, dei monumenti, delle costumanze, in una parola del complesso universo alla cui conoscenza quegli avventurosi avevano mosso, e forse il mezzo più idoneo a suscitare e restituire l’intatta magia che parlava - attraverso l’imponenza delle pietre, la suggestione della natura, I’articolata dimensione di figure ed episodi - allo spirito disposto ad intenderla. A siffatta esigenza diedero risposta due opere colossali prodotte dall’editoria francese pressoché contemporaneamente nell’ultimo ventennio del XVIII secolo: il Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile dell’abate Richard de Saint-Non, edito in 5 volumi a Parigi dal 1781 al 1786, e il Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari di Jean Houel, pubblicato in 4 volumi a Parigi dal 1782 all’87.
La prima fu opera d’équipe, alla quale concorsero, per il testo relativo alla Sicilia, Dominique Vivant Denon, un giovane letterato (1747-1825) destinato alla carica di direttore generale dei Musei francesi, e un gruppo di artisti per le illustrazioni all’acquaforte: venuto in Sicilia nel 1778, il Denon, al quale, insieme con gli aspetti del paesaggio e le bellezze monumentali, non sfuggirono i modi di vita, i costumi del popolo e l’acutezza del problema economico e sociale dell’isola, si avvalse dell’opera di disegnatori quali Després, Rénard, Chatelet, Cassas, che in numerose tavole fissarono l’immagine delle antichità, i grandiosi paesaggi e scene di costume ritratti con mano efficace, sebbene spesso - soprattutto nei disegni di Chatelet - guidata da intenti di enfatizzazione e tradita dalla suggestione che soverchiava lo spirito dell’artista.
Houel (1735-1813) venne in Sicilia nel 1776 e nell’isola soggiornò quattro anni; furono densi di osservazioni e conoscenze, che all’artista consentirono la rappresentazione in 264 morbide tempere del complesso mosaico siciliano: ruderi classici, scene di vita e di costume, figure e personaggi, paesaggi, fenomeni naturali, che con acuto spirito di osservazione descrisse nelle colorite e vivaci pagine a corredo delle illustrazioni.
L’opera che pubblichiamo, ancora un Voyage pittoresque en Sicile, venuta a un trentacinquennio di distanza dalle due precedenti ed edita a Parigi in due splendidi tomi in folio (cm. 48 x 61) nel 1822 e nel 1826, ma in realtà pubblicata a dispense per sottoscrizione e subito coronata da grande successo, esalta la tradizione del bel libro di immagini, che intanto altro preclaro esempio aveva avuto nelle Antiquities of Magna Graecia dell’inglese W. Wilkins, edite a Cambridge nel 1807: una formula che, con le evocazioni e l’immediatezza della rappresentazione iconografica, meglio si prestava ad esercitare una decisiva influenza sul gusto e sull’interesse dei lettori più esigenti e aperti alla conoscenza di quella Sicilia colma di promesse e ormai all’attenzione del mondo artistico europeo.
“Pittoresca” era, nella consapevolezza erudita, la Sicilia, con un preciso uso del termine riferito alla raffigurazione di una natura selvaggia, caratterizzata dalla presenza di rovine - quale lo aveva consolidato nella corrente terminologia l’uso fattone dai teorici inglesi dopo il 1730 -, e “pittoresca” o, rectius, “pittorica” (non, quindi, solamente letteraria) doveva esser l’impresa destinata a darne I’immagine e ad evocarne gli aspetti. Non bastava, però: occorreva che la rappresentazione della realtà visiva fosse quanto più esatta e fedele all’oggetto naturale, priva di quelle sublimazioni ideali e di quelle superfetazioni dell’ingegno che nell’opera del Saint-Non, ad esempio, avevano parafrasato e artefatto il vero; guardate il monte Pellegrino di Châtelet, per dirne una, o il tempio di Segesta, travisati e non riconducibili ad alcuna realtà concreta, o gli artificiosi paesaggi, le affastellate colline, la sagoma stessa dell’Etna, l’orrido promontorio della Scaletta, alterati e irriconoscibili: quale “informazione” ne avrebbero tratto i lettori? Il testo, poi, doveva costituire la semplice guida letteraria e descrittiva alla esatta comprensione dell’immagine, al suo inquadramento nel tempo e nel luogo, accompagnare insomma con un fedele commento l’esperienza che maturava dalla percezione grafica.
Siamo alla motivazione dell’opera.
La quale ebbe l’ideatore e l’impresario in uno svizzero di Neuchâtel, Jean Fréderic D’Ostervald (1773-1850), editore e curatore appassionato e infaticabile, prezioso e raffinato, che assai più tardi, dal 1844 al 1847, darà alle stampe le tavole delle altitudini della Svizzera e del principato di Neuchâtel e all’incirca nello stesso tempo una carta topografica e stradale della Svizzera e delle contrade limitrofe, edita a Parigi. Null’altro di lui ci è noto.
Mosso da un progetto preciso - quello di rendere con criteri d’arte e di fedeltà l’immagine classica, e non solo quella, della Sicilia - si diede al reperimento e alla raccolta in vari luoghi, in Svizzera, in Germania, in Inghilterra, del materiale illustrativo schizzato da artisti che avevano percorso l’isola e ne avevano tratto precise raffigurazioni iconografiche. Selezionò scrupolosamente alla fine molti disegni del conte di Forbin, che in numero di 42 vennero a costituire il nerbo dell’opera, 15 disegni di L. F. Cassas, uno degli artisti venuti in Sicilia al seguito di Denon, e alcuni dello zurighese Huber, di Michalon, di Frommel, di C. R. Cockerell e di qualche altro; ma poi alcuni schizzi del Forbin e del Cassas servirono da base alle riproduzioni fattene da altri disegnatori. Dai disegni trasse splendide acquetinte, fatte eseguire da alcuni incisori inglesi e svizzeri (Hégui, Bentley, Himely, Legrand, Salathé, Fielding, Egerton, Bennet, Réeve), chiamati successivamente a Parigi.
La matita di Louis Nicolas Philippe Auguste conte di Forbin offerse quindi, in una serie di vedute rigorosamente esatte, notevoli per nitore e armonia delle linee e purezza degli effetti pittorici, il maggior contributo all’opera. Questo artista, pittore e archeologo, era nato a La Roque d’Anthéron nel 1777 da una. delle più illustri famiglie della Provenza, travolta dalla Rivoluzione; allievo del David, aveva partecipato alle campagne di Napoleone e conseguito qualche grado nell’armata e a Corte; dotato di profonda cultura classica e animato da grande sete di conoscenze, nel 1810 iniziò una serie di viaggi in Italia, in Grecia, nell’Asia minore, in Palestina, in Egitto, dei quali fu frutto nel 1819 un Voyage dans le Levant, apprezzabile per spirito di penetrazione e capacità di osservazione dei costumi. In Sicilia giunse, quasi a cercarvi tregua, com’egli stesso scrisse, “nei travagli e nelle spine della vita”, alla fine di aprile del 1820, proveniente da Napoli; e viaggiò per molte parti dell’isola: ne trasse una serie di vedute, quasi tutte valse ad illustrare questo Voyage pittoresque en Sicile (un paio d’altre, di minore importanza, sono state raccolte da Marcellus ne Le portefeuille du Comte de Forbin, Parigi 1842) e al contempo scrisse una delle migliori opere letterarie del tempo sulla Sicilia, Souvenirs de la Sicile, edita a Parigi nel 1823. Sarà nominato più tardi da Luigi XVIII conservatore del Louvre, fonderà il Museo delle antichità etrusche ed egiziane di Parigi e quello moderno del Lussemburgo; morrà a Parigi nel 1841.
Forbin compilò quindi una descrizione della Sicilia; ma non è suo il testo dell’opera che presentiamo. Questo si deve ad Achille ètienne Gigault de la Salle (1772-1855), che in Francia ricoperse alcuni pubblici uffici: fu consigliere referendario della Corte dei Conti, censore della Biblioteca di Parigi, prefetto dell’Alta Marna. La Salle fece una breve escursione in Sicilia nel 1820; non poté ricavarne che superfìciali cognizioni, ma poi soprattutto si affidò per la stesura del suo testo alle informazioni tratte da letture sulla storia e sui monumenti dell’isola, alla sua matura sensibilità, alle impressioni che gli suggerivano le vivide immagini che era deputato a commentare. Per questo, come giustamente venne osservato, il testo di Gigault de La Salle, introdotto da un sostanzialmente corretto sommario storico delle vicende della Sicilia, più che come espressione di esperienza originale, si segnala per il rilievo di fedele commento alle illustrazioni e per averne accentuato il valore documentario.
Tuttavia le notazioni sono generalmente valide, ove si prescinda dai persistenti pregiudizi sull’architettura del medioevo, la descrizione spesso sorretta dall’incantata suggestione dei monumenti del passato classico e dei paesaggi, dalla percezione del “pittoresco” dei luoghi, da spunti non infrequentemente colmi di lirismo e di vividi effetti narrativi: il lettore soffermi la propria attenzione sul testo che illustra la veduta parziale di Agrigento o sull’altro che accompagna la drammatica veduta dell’interno del cratere dell’Etna, tanto per non dire che di qualche esempio. La Salle rielaborò poi e riscrisse il proprio testo per un’opera descrittiva sulla Sicilia, Sicile, edita a Parigi nel 1835 e di nuovo nel 1842, come parte della collana “L’Univers, ou histoire et description de tous les peuples, de leurs religions, moeurs, coutumes”, apparsa in una traduzione italiana sotto il titolo La Sicilia pittoresca antica e moderna, Venezia 1840, adorna di 24 piccole incisioni, brutte copie di quelle utilizzate nel Voyage pittoresque.
J. F. D’Ostervald fece precedere l’opera, da lui dedicata alla duchessa di Berry, da una densa premessa:
Trovandomi in possesso dei disegni che il sig. Conte di Forbin aveva eseguito in Sicilia e di quelli che il sig. Cassas vi aveva precedentemente abbozzato, legato da amicizia a parecchi amatori e distinti artisti che avevano visitato quel bel Paese e mi offrivano di utilizzare i loro lavori, certo di poter essere assecondato da un autore versato nello studio delle antichità, la cui penna ornata è in grado di riproporre l’incanto dei luoghi attraverso la loro descrizione, ho intrapreso una nuova descrizione della Sicilia con un ardore derivante dall’inclinazione che ho sempre avuto per le arti e col fermo proposito di realizzare un’opera superiore a quelle che già possediamo. Ci sono riuscito? Le illustrazioni qui raccolte sono più fedeli, scelte con maggior gusto, meglio eseguite di quelle che figurano nelle opere dell’abate di Saint-Non, dello Houel, del Wilkins? Le notizie storiche sono più istruttive, le fonti più veritiere, le descrizioni più esatte e più vive?
La mia condizione di editore non mi permette di affermare tutto ciò. È il pubblico, sempre giusto nelle sue determinazioni, che deve giudicare; i soli punti sui quali desidero insistere sono l’aspirazione, che mi ha costantemente animato, di realizzare opera degna del suo argomento e gli sforzi che non mi sono stancato di fare per conseguire questo fine. Nulla ho risparmiato e nulla mi ha distolto dalla mia cura per raggiungere la massima perfezione del lavoro. Ho percorso la Svizzera, la Germania e più volte l’Inghilterra per esaminare le cartelle degli artisti che mi offrivano materiale, per confrontarlo con quello che già possedevo, per trarne ciò che credevo preferibile, e alla fine ne ho affidato l’esecuzione ai migliori disegnatori di Parigi e di Londra. Le illustrazioni al bulino, su tavole di così grandi dimensioni, avrebbero comportato spese enormi e richiesto un tempo considerevole; mi sono perciò orientato verso un tipo la cui esecuzione è più rapida e il cui prodotto si avvicina di più al disegno originale, chiamando successivamente a Parigi una decina di incisori di acquetinte fra i più abili dell’Inghilterra e della Svizzera. Malgrado la loro perizia, un gran numero di tavole che non si son potute riprodurre e sono rimaste, inutilizzate, nelle mie mani provano le difficoltà che presenta questo genere di illustrazioni, nonché gli sforzi compiuti perché la mia impresa non ne soffrisse. La stampa delle tavole è stata scrupolosamente sorvegliata; quella del testo, affidata in un primo tempo al sig. Pietro Didot e poi al sig. Giulio Didot, suo figlio e successore, lascerà, spero, soddisfatti i più esigenti intenditori della bella tipografia. Dal sig. F. M. Montgolfier di Vidalon-les-Annonay ho ottenuto la miglior carta da stampa che abbia fabbricato.
Avevo annunciato nel mio programma che il “Viaggio pittorico in Sicilia” sarebbe constato di non meno di 27 e di non più di 32 fascicoli, avendo allora intenzione di comprendervi qualche escursione nell’interno della Sicilia, ma il timore di accrescere troppo il contenuto dell’opera e di stancare i sottoscrittori mi ha indotto a non superare i 24 fascicoli, sicché mi sono limitato a descrivere quella parte dell’isola che è ordinariamente percorsa dagli appassionati e che è quella che offre i monumenti più importanti e il maggior grado di sicurezza e comodità per i viaggiatori.
Il testo storico avrebbe dovuto comprendere due fascicoli, equivalenti a otto fogli, ma esso ne occupa cinque. L’eccedenza, rappresentata da una tavola di disegno architettonico con relative delucidazioni, è stata da me aggiunta per farne un fascicolo completo, fornito gratuitamente agli abbonati.
Mi attardo in questi minuti particolari perché considero la vendita con preventiva sottoscrizione d’impegno come una specie di associazione, il cui gerente è obbligato a dare un esatto rendiconto ai suoi committenti. Non ho, preteso, esponendo le cure che questa impresa mi è costata, di esonerarmi da critiche; il mio unico fine è stato quello di ottenere l’indulgenza dei miei abbonati. Questi valuteranno forse che una considerevole impresa, condotta a termine nello spazio di tre o quattro anni, deve necessariamente essere accolta con benevolenza; ma ho cercato, adempiendo i miei impegni con schiettezza e lealtà, di corrispondere alla fiducia che i miei abbonati mi hanno accordato, e formulo nei loro riguardi l’espressione della mia gratitudine. Senza il loro appoggio, senza le alte protezioni delle quali sono stato onorato, senza la munifica beneficenza di una persona che non mi è permesso di nominare se non dicendo che essa è sempre pronta a incoraggiare ciò che si fa di buono e di bello, io non sarei potuto pervenire felicemente al termine della laboriosa impresa.
Al primo posto, fra le persone verso le quali non mi è fatto divieto di manifestare pubblicamente la riconoscenza che mi sono acquistata col loro consenso e con la loro assistenza, debbo citare il sig. de La Salle, corrispondente dell’Accademia delle Belle Arti dell’Istituto di Francia e autore del testo di quest’opera; temo tuttavia di non riuscire a esprimere adeguatamente l’elogio della sua produzione. Questo scambio di lodi fra editore ed autore, del quale una vergognosa industria mercantile abusa quotidianamente, non si conviene ai rapporti fra il sig. de La Salle e me. Mi si permetta unicamente di rilevare che non è possibile adempiere le obbligazioni contratte col pubblico con maggiore zelo, coscienza, rispetto; aggiungerei anche generosità, se fossero in discussione i nostri rapporti personali, ma temerei di far perdere a un omaggio reso dal fondo del cuore il solo pregio che possa avere agli occhi del sig. de La Salle
Un nome che si è affacciato per primo al mio pensiero dando inizio a questa premessa, e che debbo ripetere concludendola, è quello del sig. Conte di Forbin, perché quest’opera vede la luce in conseguenza del suo viaggio in Sicilia. I suoi schizzi che ha voluto cedermi, scelti con gusto sicuro e tracciati con rara maestria, son serviti da base alle raffigurazioni più importanti della mia raccolta, e non dubito che concorreranno in modo determinante al successo dell’opera.

La nostra integrale edizione, prima in Italia e ingiustamente tardiva, in una traduzione che rispetta la lettera e lo spirito dell’opera, si lusinga di conservarne intatti il valore documentario e con esso la suggestione delle splendide acquetinte. Ci siamo avvalsi, per la riproduzione dell’intero corredo iconografico, del fresco esemplare posseduto dalla Biblioteca dell’Assemblea Regionale Siciliana, con apprezzabile sensibilità fornitoci perché si potessero eseguire direttamente sull’originale le fotoincisioni. L’ampio corredo di note e la costante informazione bibliografica varranno - se è lecita l’autocitazione - all’arricchimento della proposta culturale.

 

Indice

- Introduzione
- Viaggio pittorico in Sicilia
- Sommario storico della Sicilia
- Tavole e loro decrizioni

Palermo
1 - Il porto
2 - Entrata del porto
3 - Veduta generale da S. Maria di Gesù
4 - La Cattedrale
5 - Chiesa di S. Maria della Catena
6 - Convento dei Cappuccini
7 - Esterno della cappella di S. Rosalia
8 - Interno della cappella e della grotta di S. Rosalia
9 - Interno del convento di S. Maria di Gesù

Monreale
10 - Veduta
11 - Chiostro dei Benedettini
12 - Convento di San Martino

Bagheria
13 - Veduta della Bagheria e della baia di Palermo
14 - Un acquedotto
Sala di Partinico
15 - Veduta

Segesta
16 - Il teatro
17 - Il tempio visto da lontano
18 - Il tempio
19 - L’interno del tempio

Trapani
20 - Il porto

Marsala
21 - L’antico porto di Lilybeo e il monte Erice

Erice
22 - Veduta del monte

Campobello
23 - Le cave

Selinunte
24 - Rovine del tempio grande
25 - Frammenti delle rovine di un tempio
26 - Resti di un tempio sulla spiaggia del mare

Sciacca
27 - Convento dei Benedettini
28 - Il monte San Calogero e le acque termali

Agrigento
29 - Panorama parziale del sito dell’antica città
30 - Veduta dalle alture
31 - Veduta delle mura dal tempio di Giunone Lucina
32 - Rovine dei templi di Ercole e di Giove Olimpico
33 - Rovine del tempio di Giove Olimpico
34 - Testa di uno dei giganti del tempio di Giove Olimpico
35 - Restauro di uno dei gigangi del tempio di Giove Olimpico
36 - Piano di restauro del tempio di Giove Olimpico
37 - Tempio della Concordia
38 - Veduta laterale del tempio della Concordia
39 - Interno del tempio della Concordia
40 - Tempio di Giunone Lucina e resti delle antiche mura della città
42 - Tomba di Terone
43 - Resti del tempio di Esculapio
44 - Il tempio di Girgenti

Modica
45 - Il castello

Ispica
46 - Veduta della cava

Siracusa
47 - Veduta dal teatro
48 - Tomba antica detta la tomba di Archimede
49 - Veduta laterale del tempio di Minerva
50 - Interno della Cattedrale, antico tempio di Minerva
51 - Fonte Aretusa
52 - Ingresso delle catacombe di S. Giovanni fuori le mura
53 - Il teatro
54 - Latomie dei Cappuccini
55 - Grandi latomie e Orecchio di Dionisio
56 - Veduta interna delle latomie
57 - Rovine del tempio di Giove Olimpico
58 - Fonte Ciane
59 - Luogo dove sorgeva la casa di Timoleont
60 - Veduta delle alture dell’Epipoli
62 - Una tomba antica

Catania
63 - Veduta del porto
64 - La cappella del SS. Salvatore
65 - Ingresso del museo del principe di Biscari