Salvo
Di Matteo


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Sicilia 1713-Relazioni
per Vittorio Amedeo di Savoia

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Introduzione

Indice

Salvo Di Matteo

 

Introduzione

CASTELLALFERO & ALTRI
SICILIA 1713 RELAZIONI PER VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA
Fondazione Culturale Lauro Chiazzese della Sicilcassa

 

 

1. Il regno di Vittorio Amedeo II di Savoia in Sicilia.
Quando nel 1713, inopinatamente, Vittorio Amedeo di Savoia ottenne la Sicilia, e con essa il titolo regio, pochi nell'isola sapevano quanto meno dell'esistenza di quel principe lontano; il nome stesso di Piemonte era ignoto ai più: non diciamo, poi, della Savoia o della Valdaosta, territori di confine cui con Umberto Biancamano, piccolo feudatario della Borgogna, dopo l'anno Mille la casa sabauda aveva avviato le proprie fortune. Colpa, certo, della diffusa incultura che permeava anche i ceti dominanti, ma conseguenza altresì della povertà delle interrelazioni politiche e commerciali dell'isola, che valeva a limitarne gli orizzonti conoscitivi in direzione della stessa geografia d'Europa.
Inatteso, dunque, e un po' fortunoso - né per altro desiderato - era stato l'acquisto della Sicilia da parte del quarantasettenne duca torinese, che per suo conto, ansioso come gli avi suoi d'estendere i confini della propria angusta signoria, avrebbe preferito espandersi nel Milanese: dovette accontentarsi però di ciò che la sorte - o la diplomazia britannica, piuttosto - gli apparecchiò.
L’occasione era venuta con la guerra di successione spagnola, che per un tredicennio, dalla morte di Carlo II, ultimo degli Asburgo di Spagna, nel 1700, infiammò lo scacchiere europeo. A succedergli sul trono il sovrano morente - privo di discendenza malgrado il duplice talamo - aveva designato il nipote Filippo di Borbone, che poteva in certo senso considerarsi il naturale erede della corona per essere nato dal figlio di sua sorella, Maria Teresa. Questa, però, aveva sposato il Re Sole; il nonno di Filippo era quindi il francese Luigi XIV, il padre il Delfino di Francia, egli stesso era francese: quanto bastava per proiettare nel consorzio delle nazioni l'ombra minacciosa di una egemonia franco-ispana.
Il comune pericolo suscitò il dissidio armato, pretestuato o accresciuto dal profilarsi d’altri pretendenti: l'imperatore Leopoldo d'Austria, innanzi tutto, che vantava discendenza dal fratello di Carlo V e per via della madre Maria Anna - ancora un Asburgo di Spagna - era cugino del defunto monarca, del quale poi aveva sposato in prime nozze la sorella Margherita; l'elettore di Baviera, principe Giuseppe Ferdinando di Wittelsbach, anch'egli in corsa per diritti in linea femminile; più tardi persino Vittorio Amedeo di Savoia, cui un trattato del 1704, stipulato fra le Potenze quando ormai Filippo s'era intronizzato a Madrid e la guerra s'era accesa, assegnava il secondo posto nella linea di successione di Spagna, dopo l'austriaco.
Tutte queste pretensioni, reciprocamente elidendosi, e le preoccupazioni instaurate già al profilarsi della concorrenza borbonica avevano reso arduo il pacifico conseguimento di una soluzione, per altro elaborata dalle diplomazie europee già alla vigilia del trapasso del re: nell'intesa profilata, la Sicilia col regno di Napoli, staccata dalla Spagna, il cui trono era stato destinato all'elettore di Baviera, sarebbe toccata alla Francia. Ma poiché molte cose mutarono e molte delusioni si palesarono fra quegli stessi che avrebbero dovuto beneficiare della spartizione del vasto dominio - scontento l'imperatore d'Austria, che più degli altri contava di poter incoronarsi a Madrid per via delle propensioni stesse in suo favore dell'infermo Asburgo, mentre gli era stato ora assegnato il ducato di Milano; scontento Luigi di Francia, che pur lasciava vedere di accettare la successione austriaca purché ai regni meridionali d'Italia si aggiungesse per la sua Casa il Milanese; prematuramente scomparso il duca di Baviera, compromettendo le aspettazioni dei Wittelsbach; discorde il nuovo gabinetto madrileno, che teneva per i Borbone - prevalse alla fine il partito di Francia, e la designazione di Filippo fu assicurata.
Non senza drammatiche conseguenze, come si è detto, se la parola passò tosto alle armi. Alle armi si sarebbe ricorso, con tutta probabilità, qualunque fosse la soluzione adottata, né l'anima di Carlo in alcun modo aveva da dolersi per le novelle sciagure procurate al suo regno, poiché certo Luigi di Francia non avrebbe accettato, con l'espansione dell'Impero una volta asceso al trono di Spagna Leopoldo, di sentirsi addosso il fiato corto dell'Austria, né per le stesse ragioni di buon grado avrebbe visto il rafforzamento a occidente della Baviera.
Quanto a Vittorio Amedeo, egli veramente non molto poteva affidare sul riconoscimento delle proprie ragioni, compromesse per altro dall'intrinseca modestia del proprio stato, tant'è che, presa parte al conflitto, tenne in un primo tempo per la Francia, addirittura assumendo il comando delle truppe franco-ispane in Italia, e fu solo in un secondo tempo, avvertite le insidie della scomoda alleanza, che passò in campo avverso: se, infatti, in prospettiva c'era, restando fedele ai confederati di Spagna e di Francia, in caso di comune vittoria l'ingrandimento sul ducato di Milano, un tale vantaggio territoriale con ogni probabilità avrebbe conseguito anche parteggiando per l'Austria, senza dover temere di soggiacere in tal modo all'autocrazia di Parigi.
Per le Potenze che accesero le inevitabili fiamme del dissidio armato ben più sostanziali furono però le motivazioni del conflitto: non solo o non tanto rivendicare per l'imperatore o per qualcuno della sua Casa il trono madrileno - soluzione, poi, questa, rivelatasi imperseguibile e non meno dell'altra inopportuna, per i rischi connessi all'eccezionale accrescimento di potenza dell'Impero -, quanto soprattutto, in vista del costituirsi di una temibile organizzazione nazionale franco-spagnola che avrebbe esteso la propria ingombrante egemonia politica e commerciale sulla vecchia Europa, il fiaccarne le potenzialità con l'imposizione di una jugulatoria supremazia militare e con una traumatica erosione territoriale, che, privandola delle province italiane, per sempre l'avrebbe allontanata dal cuore del Mediterraneo.
Nel convulso quadro delle alleanze e degli antagonismi venuti quindi a realizzarsi sul fondamento di questa spietata miscela di apprensioni e di appetiti, un ruolo determinante assolse l'ingresso in giuoco dell'Inghilterra, che, ormai protesa a un destino marittimo e mercantile, vedeva nel ridimensionamento della potenza iberica e nella emarginazione del ruolo di Parigi la necessaria condizione per dare avvio alla propria strategia mediterranea, concretamente inaugurata nel 1704 con la conquista di Gibilterra.
Contro Francia e Spagna, dunque, l'Impero vide schierate le forze coalizzate d'Inghilterra, d'Austria, d'Olanda, della Prussia, in seguito anche della Savoia; e, allorché nel 1713 i rappresentanti della coalizione sedettero da vincitori al tavolo di Utrecht, la diplomazia inglese poté dare coronamento alla propria opera: estromesso Filippo dal Mediterraneo col sottrargli i possedimenti italiani in corrispettivo del riconoscimento del trono di Spagna, e assegnati la Lombardia e il Regno di Napoli all'Austria, puntò dritto a soffocare le vie marittime dell'Impero, appunto rafforzando in Sicilia lo Stato sabaudo; l'impianto nell'isola della corona dell'erede di Biancamano veniva infatti a fondare al centro del Mediterraneo l'altro polo di un asse politico e marittimo col Piemonte sufficientemente fragile nel contesto internazionale da dover fare ineludibilmente affidamento militare e logistico sulla solidarietà albionica (perché in tutto dipendente dall'Inghilterra per i trasporti e per la difesa), adeguatamente forte, potendo contare sulla temibile flotta britannica, per tenere a bada l'Austria e lontane dalle acque meridionali le navi di Francia.
Così, dunque, il duca piemontese, senza merito d'armi (nell'estate 1706 stava anzi per perdere Torino, assediata dalle truppe francesi, e fu sua fortuna il sopraggiungere degli imperiali guidati dal principe Eugenio), ma solo in forza di quel delicato intreccio di equilibri imposto dalle contingenze internazionali, divenne re di Sicilia.
I Siciliani, per la verità, non ne furono granché entusiasti, tanto radicato era in essi il sentimento di Spagna e così assuefatti erano al lungo e pacifico dominio dei suoi re da considerarli come i propri legittimi sovrani, dei quali la memoria storica della chiamata al trono al tempo di Pietro d'Aragona - un’investitura popolare - sembrava poi sanzionare e quasi sacralizzare il diritto. Né valevano a scalfire quel sentimento la considerazione delle persistenti deficienze degli ordinamenti civili e la dura consistenza dei problemi sociali ed economici dell'isola, per quel connaturato orgoglio e per la soddisfazione che in tutti vibrava dell'appartenenza a una patria possente e ad un monarca che si reputava il bastione della comune felicità, e per questo il termine di una generale devozione che era già privilegio il solo professare.
Una tale predisposizione dell'animo era attestata alla fine del Seicento dal Senato di Trapani in un ricorso al re: "Con sincerissima devozione e con isviscerato affetto contestamo alla Maestà Loro che l’ubbidire e servire alla loro regia Corona sia proprio nostro bene e che da’ nostri antenati successivamente da’ padri in figli noi tutti Trapanesi scendiamo impastati di questo senso e verità, che la Cattolica Loro è la più santa e dolce Monarchia di tutto il cristianesimo"; e uno scrittore di cose siciliane, il Giardina, testimone delle vicende del primo trentennio del Settecento, doveva, al tramonto ormai delle fortune di Spagna nell'isola, segnalare l'inclinazione che sempre s'ebbe dai Siciliani per quella nazione: "Par che la felicità del Regno di Sicilia fosse connaturalmente unita al dominio delli re di Spagna. L’esperienza della storia abbondantemente lo prova... Erasi quasi ancorata nell'isola la pubblica quiete ed avea ivi fermata la residenza con l'universal consolazione degli abitanti".
Perciò, consapevole di quanto grandemente un tal lascito di simpatie permeasse la società siciliana, a dispetto degli immensi problemi economici e sociali e del marciume degli ordinamenti del tempo, il governo inglese spedì a Palermo nei primi giorni di maggio del 1713 due vascelli, al cui comandante era affidato l'incarico di sondar l'animo della nobiltà dell'isola a riguardo della cessione che si preparava. Fu risposto all'inviato britannico che i siciliani nulla sapevano della singolare decisione, ma che, riconoscendo come loro sovrano Filippo V, solo quando il re si fosse eventualmente espresso nel senso prospettato avrebbero manife-stato il loro animo: il che, riferito alla regina d'Inghilterra, la indusse a sollecitare Filippo agli adempimenti della traslazione.
In Sicilia si fece presto ad adattarsi al nuovo stato di cose, tanto naturale in fondo appariva che i sovrani disponessero dei territori governati come di merci suscettibili di traslazioni dominicali; si trovò persino nel cambiamento una certa convenienza, nella illusoria prospettiva che, fondando nell'isola il proprio titolo di re, il nuovo monarca facesse della Sicilia - ristabilita, alla distanza di tre secoli, nella dignità e nell'autonomia di Regno - il fulcro dello Stato; sì che, un po' nel segno di questa speranza, un po' per piaggeria, un po' anche per la curiosità di conoscere quel re del quale nulla si sapeva, i rappresentanti dei corpi istituzionali e gli esponenti più cospicui del patriziato fecero a gara per raggiungere in fretta Torino, per dichiarare al sovrano i sentimenti della loro inconcussa devozione e assicurarsene i favori, esattamente come essi stessi o altri prima di loro avevano usato coi precedenti sovrani.
Vittorio Amedeo, sulle prime, non deluse le generali aspettative: il riguardo usato nell'accogliere quelle colorite frotte di ricorrenti ambasciatori, il buon tono, la disponibilità manifestata al dialogo, l'interessato indagare le notizie del Regno e, una volta venuto nell'isola (giunse a Palermo accompagnato dalla consorte Anna d'Orléans il 10 ottobre 1713 con una squadra navale inglese e traendosi appresso otto reggimenti sabaudi, che subito piazzò a presidio del Castello a mare e dei forti della città), il cortese adattarsi alla grandiosità e alla pompa delle feste apparecchiategli per il solenne ingresso e per l'incoronazione in cattedrale, il piacevole atteggiarsi con le dame, la sobrietà e la distinzione della sua allocuzione in Parlamento, allorché ai deputati dei tre bracci ivi congregati nobilmente assicurò di non avere altro pensiero che "di avvantaggiare questo Regno per rimetterlo (a Dio piacendo), col progresso del tempo, nell'antico suo lustro" e, più che donativi, come d'uso, parve chiedere suggerimenti e proposte per le riforme da attuare, tutto ciò gli accattivò le simpatie e le propensioni della nobiltà e del popolo; tanto più che il prolungarsi della permanenza dei sovrani e della Corte in Sicilia senza che si rendesse manifesto da parte loro alcun segno di impazienza o il desiderio di far ritorno a Torino alimentava l'illusione che proprio nella terra da cui aveva tratto la dignità della corona intendesse Vittorio Amedeo stabilire la sede del Regno.
Quasi due secoli erano trascorsi, da quando un re - Carlo V, nel 1535 - aveva posto per l’ultima volta piede nell’isola, serbatasi memore del rango in antico goduto e della gloria delle sue dinastie reali, orgogliosa - anche quando la delega viceregia l’aveva relitta a un ben più modesto ruolo di provincia - dell'appartenenza a un grande impero; e, seppure ora faceva parte di un piccolo dominio, era però lecito confidare che, ristabilita nell'antica dignità di Regno, in essa almeno risiedesse il suo sovrano: e che dell'isola facesse il fulcro del proprio Stato, la sede privilegiata della propria signoria.
Quell'idea si rivelò fallace. Non un momento solo Vittorio Amedeo pensò ciò che i suoi nuovi sudditi avevano vagheggiato: soprattutto non pensò, lui aduso ai rigidi sistemi vigenti nel suo disciplinato Piemonte, che l’andamento delle cose nell’amministrazione pubblica e nella gestione dell’economia e della società dovesse proseguire come per tutto il Viceregno spagnolo era proceduto. Se s’era adattato all’enfasi delle feste organizzate per il suo benvenuto e aveva fatto buon viso agli sprechi del cerimoniale, che aveva tenuto "la città e la nobiltà in apparato, luminarie e gale" per lo spazio di quasi tre mesi, questo era il massimo delle concessioni cui il suo spirito positivo e i suoi scrupoli di economo e persino pignolo amministratore potessero lasciarlo andare. Ma già all'indomani le cose cominciarono a mutare grandemente e i siciliani s'avvidero di che pasta quel loro sovrano venuto da un Nord gelido e rispettoso delle regole fosse fatto. E l'idillio si spezzò presto.
La regola era ciò che in quell'isola da troppo tempo adusa allo spagnolesco lassismo e al paternalismo dei suoi lontani sovrani, carezzata dal sole e dalle calure, la regola era ciò che non si accettava. Né, del resto, si accetta tuttora. Certo, l'errore di Vittorio Amedeo fu quello di aver preteso tutto e troppo rapidamente; l'equivoco dei siciliani fu quello di ritenere che il rigido montanaro piemontese potesse piegarsi all'accettazione dei metodi e dei costumi ereditati e che vedevano gli ordinamenti e la società oppressi dalla cancrena dell'arbitrio e della rilassatezza. Questo fu il fatale malinteso sul quale si divaricò il rapporto fra il sovrano e i suoi sudditi.
Il re non comprendeva la Sicilia, né aveva buona opinione dei siciliani e delle loro istituzioni; la stessa richiesta di collaborazione avanzata ai deputati del Regno nell'aula parlamentare ("Gradiremmo che ci somministriate que’ lumi e que’ mezzi che possono da voi dipendere e ci diate il modo di ridurre ad effetto le ottime nostre intenzioni"), che lusingò e sedusse, non era nemmeno veritiera o perlomeno era legata alla suggestione della giornata. Vittorio Amedeo era venuto colmo di (fondati) pregiudizi in Sicilia: sapeva abbastanza di quella terra che le vicende politiche gli avevano consegnata, quando vi sbarcò; la lunga moratoria piemontese prima di mettersi in mare gli era servita per raccogliere informazioni, anche da siciliani, come vedremo: perciò diffidava dei corpi istituzionali, delle magistrature civili, dell'aristocrazia, degli alti burocrati, e molti funzionari s'era tratto dietro da Torino per preporli ai gangli vitali dell'amministrazione finanziaria, della giustizia, della difesa, delle opere pubbliche, altri ne fece venire più tardi; e persino impose gente della sua terra nella gestione municipale di Palermo, stabilendo che nella giunta senatoria, la quale si rinnovava annualmente alla scadenza indizionale, due dei sei senatori dovessero essere piemontesi.
Tutto ciò, naturalmente, non poteva non ingenerare umiliazione e malcontento, in particolare in seno alle classi che con siffatti provvedimenti sentirono pesare su di sé un implicito giudizio di incompetenza e di immoralità, anch'esso per la verità non del tutto ingiustificato; e alle frustrazioni di coloro che perdettero i loro uffici perché soppressi o subirono la riduzione degli stipendi o vennero di punto in bianco estromessi da cariche ed onori e subordinati ai settentrionali si aggiunsero le acredini di quanti, in forza delle cose che maturavano, si sentirono minacciati nei propri interessi.
Poiché quei piemontesi, adusi al ferreo rigore dei loro sistemi, all'ordine e all'operatività delle amministrazioni di provenienza, estranei alle coartazioni dell'ambiente e solo curanti di fare al meglio il proprio mestiere, acuirono nella pratica dei propri uffici i rigori delle intenzioni del sovrano: ne seppero qualcosa coloro che si vedevano costretti a pagare, senza poter accedere a dilazioni, balzelli esosi statuiti con suprema indifferenza delle capacità contributive dei soggetti, o gli amministratori dei corpi periferici e i rappresentanti dei poteri locali incalzati dall'invadenza e dalle pressioni degli intraprendenti funzionari regi.
Ma non erano tutti e solo settentrionali coloro cui si affidava il re. Se è vero che a Corte e nelle più importanti funzioni amministrative e di controllo Vittorio Amedeo aveva piazzato savoiardi e piemontesi, da alcuni siciliani accettò tuttavia suggerimenti e collaborazione: dal barone Agatino Aparo, per esempio, come più avanti vedremo, catanese sebbene da tempo trapiantatosi a servizio dei Carignano, a Torino, che gli ispirò certe sostanziali riforme istituzionali, poi attuate; da un tal Battaglia, come sembra, singolare gentiluomo palermitano; e ancora dal duca di Furnari, dal marchese Giambattista Airoldi, dai principi di Campofiorito e di Niscemi, dal marchese di Giarratana. Ad altri consegnò l'esercizio di rilevanti giurisdizioni, ch'essi assolsero con grande decoro, taluno persino meritandosi le premure del sovrano perché lo seguisse più tardi in Piemonte: e furono fra questi i giureconsulti Francesco Aguirre, maestro razionale del Tribunale del Real Patrimonio (l'odierna Corte dei Conti), Giacomo Longo, giudice della Magna Regia Curia e titolare d'altri onorevoli incarichi, Ignazio Perlongo, avvocato fiscale (procuratore generale) dei Tribunali della R. Gran Corte e del R. Patrimonio e presidente del Concistoro, Nicolò Pensabene, presidente del Tribunale della Regia Gran Corte; ma i soli d'essi che si trasferirono poi a Torino furono l'Aguirre e il Pensabene, oltre che l'architetto Filippo Juvara e il giovane Giuseppe Osorio, paggio d'onore del sovrano durante la sua residenza in Sicilia, destinato a importanti incarichi diplomatici e di governo.
In fatto, però, la nomina o il mantenimento di pochi indigeni in alcuni dei più rimarchevoli uffici non mutò sostanzialmente il quadro di una generale piemontesizzazione dell'amministrazione, che, per le sottintese motivazioni da cui moveva, ai siciliani parve un insulto alla propria nazionalità; né diciamo delle naturali incomprensioni che incepparono i rapporti fra amministrati e amministratori, incapaci questi ultimi di intendere - se non addirittura indisposti ad intendere - i costumi, il sentimento, la stessa lingua del paese venuto a servire e nel quale invece sembrava che tutto dovessero programmaticamente raddrizzare, su tutto avessero da ridire, in tutto avessero da tenere a bada gli isolani, tanta era la loro affettazione di superiorità e tanta la spocchiosa pedanteria con la quale s’applicavano alle pratiche del loro lavoro.
I siciliani, da parte loro, non diversamente da quelli non compresero. E non compresero soprattutto quel sovrano, che veramente aveva idee e intenzioni di grande valenza e s'era posto l'obiettivo della riorganizzazione degli ordinamenti e della ricostruzione morale ed economica del regno: una esigenza, questa, che anche dai viceré spagnoli, ben consapevoli della corruzione e delle inefficienze degli uffici, dei tribunali, delle dogane, era stata per la verità avvistata, come è documentazione in molte delle relazioni politiche del tempo (e da taluno - dal viceré D'Ossuna - era stata concretamente affrontata); ma poiché la forza del privilegio dei ceti egemoni, l'ignoranza ereditaria dei nobili, cui appartenevano le leve della vita pubblica, la preponderanza nel l’esercizio dei diritti civili dei particolarismi e degli abusi, la persistenza di rapporti di vita sociale improntati a costumanze di tipo ancora medievale, l’assuefazione popolare al paternalismo dei governi, la generale indolenza delle classi lavoratrici, la parassitaria emergenza degli oziosi, l’imponenza del feudo, la diffusione del banditismo erano tutti fenomeni difficilmente eliminabili, a meno di una radicale operazione mirata alla palingenesi degli ordinamenti politici e delle strutture morali della società, fin allora storicamente impensabile e del resto nemmeno voluta, ecco che nessuna sostanziale evoluzione doveva maturare nella vita del paese.
Occorreva creare ed essere innanzi tutto "huomini nuovi", come affermava in una delle relazioni che leggeremo in questo libro uno scrittore che al sovrano si rivolgeva nella fiduciosa temperie del primo anno di regno; il che valeva quanto dire: occorre una formidabile opera di ricostruzione istituzionale e civile del paese.
Non si può negare - dicevamo - a Vittorio Amedeo un siffatto progetto: che intanto, almeno in quella che fu la concezione ideologica dalla quale ebbe a maturare, corrispondeva ai principi del suo illuminato assolutismo. Nel suo organizzato Piemonte, da lui stesso, dai suoi avi, per secoli il potere era stato esercitato in forme rigidamente accentrate nell'autorità del principe, senza condizionamenti feudali, senza cioè che all'aristocrazia, ridotta alla stregua di semplice nobiltà di casta, e al clero fosse lasciata alcuna autonoma funzione politica; ciò non solo significò il livellamento delle classi di fronte al sovrano, ma, consentendo la formazione di ordinamenti istituzionali e di organi burocratici direttamente dipendenti dal principe e quindi sottratti alle istanze del privilegio e degli abusi di parte, nella sostanza venne a realizzare i presupposti di quella parità politica dei cittadini di fronte allo Stato che valse al progresso morale, sociale, economico del paese.
Una siffatta condizione di cose non era in Sicilia, dove l'abuso feudale, il peso politico e sociale del baronaggio e degli ecclesiastici, il coacervo degli interessi corporativi gravemente si riflettevano sugli ordinamenti e sulle giurisdizioni e impedirono il miglioramento civile della società.
In questo, dunque - nel riordinamento dell'azienda statale, ora improntata a un sistema di rigido accentramento regio e gestita su criteri di severa economicità, nella graduale semplificazione strutturale degli organi istituzionali e nella loro emarginazione funzionale -, stettero il fondamento della riforma inaugurata da Vittorio Amedeo e insieme le ragioni del suo fallimento, in una regione tanto refrattaria, per organizzazione sociale e per costume, alla centralizzazione burocratica dell'esercizio del potere e incapace di concepire la parità dei sudditi di fronte al monarca, una sorta di uguaglianza di classe.
Una tale istanza, si pensi, nemmeno rientrava nelle rivendicazioni degli strati più pugnaci e meglio organizzati dei lavoratori - le maestranze -, che, quando pure nel 1647 a Palermo insorsero, non altro reclamarono, sul piano della loro affermazione sociale, che la partecipazione con propri rappresentanti al governo della città. E, quanto ai ceti nobiliari, era chiaro che essi non avrebbero ammesso d'essere espropriati di una sola oncia del loro potere e della loro influenza sui corpi pubblici e persino d'alcuna delle più ridicole prerogative: non ne era avvisaglia, forse, l'indignazione suscitata per il "pregiudizio" arrecato un giorno, a Corte, al principe del Cassaro, gran siniscalco del Regno, cui era stato impedito di affettare - com'era suo diritto, per via della carica rivestita - le pietanze durante il pranzo?.
Vittorio Amedeo badava al concreto e non teneva in alcun conto tutti quei fronzoli, né apprezzava le galanterie, le esibizioni di fasto, gli eccessi nel tenore di vita, gli sprechi che si facevan nei ricevimenti e nelle parate: e vi pose drasticamente rimedio. Diradò le feste di Corte, limitò le ammissioni degli aristocratici a palazzo, bandì nelle pubbliche funzioni e negli uffici la moda degli abiti alla spagnola, imponendo la foggia alla piemontese, ch'era assai più sobria e persino dimessa (lui stesso portava grezzi indumenti di lana, rozzi stivaloni e una spada di poco pregio), alle dame impose rigorose restrizioni nell'uso di sete e pizzi stranieri, pesanti limitazioni introdusse nel possesso di carrozze e cavalli, e vietò il giuoco nei circoli e nei pubblici luoghi.
Né appartenevano solo alla sua personale austerità, a quel costume di rigore e in un certo senso di grettezza che la gente - anche la più modesta, non solo i nobili - gli rimproverava, quelle severe prescrizioni, che, contenute in una prammatica del 9 aprile 1714, suscitarono diffuso malumore, anche perché parvero voler mortificare le usanze e il modo di vivere locali. E non s'intese che un ben più nobile e lungimirante fine aveva mosso il re, preoccupato di arginare lo sperpero dei beni del baronaggio, letteralmente dissanguato dagli eccessi nelle spese suntuarie e dalle perdite di interi patrimoni nel giuoco, perché non avessero a soffrirne i ceti inferiori per la mancanza di fonti di lavoro che dal decremento delle fortune nobiliari conseguiva.
Certo, non era solo con queste cose e coi rari e slegati provvedimenti adottati in campo economico (l'incremento delle costruzioni navali e della flotta mercantile per assorbire manodopera, favorire il commercio e assicurare le comunicazioni col Piemonte; la cura spesa per il miglioramento dei contratti di lavoro; le azioni di polizia dirette a reprimere la piaga del brigantaggio nelle campagne allo scopo di favorire i traffici interni) che Vittorio Amedeo poteva veramente proporsi di promuovere il risveglio dell'economia siciliana, ereditata in uno stato di profonda prostrazione. Ma quel sovrano, così sensibile per formazione intellettuale e pratica di governo ai princìpi dell'efficienza amministrativa, aveva compreso che senza una struttura operativa - burocratica, giudiziaria, finanziaria, militare - rigidamente organizzata, competente, dinamica, produttiva, senza una profonda operazione all'interno dell'immensa palude degli abusi e delle corruttele nella quale affogava la vita pubblica, senza l’instaurazione di un sistema di rigida parsimonia nell'azienda regia e nella vita dello Stato, ben difficilmente avrebbe potuto conseguire quegli obiettivi di progresso sociale professati nel discorso inaugurale del suo regno: perciò s'impegnò più d'ogni cosa nel suo programma di riforme istituzionali e amministrative e nell'opera di riassestamento delle disastrate finanze dell'isola.
L'errore fu nell'avere troppo radicalizzato quest'opera e nell'avere troppo drasticamente preteso dall'ambiente ciò che esso non poteva offrirgli o non era disposto ad offrirgli: perse di vista, insomma, quello che era il fine principale del riordinamento e della riforma dell'amministrazione - creare strumenti in grado di elaborare ed attuare iniziative dirette al progresso materiale e morale dell'isola -, per fare invece di quegli organi rinnovati, di uffici, dogane, tribunali, corpi militari, strutture "capaci di rendere il massimo sia nel campo finanziario che militare". Il massimo in termini di gettito tributario, s'intende, e di spese per la riorganizzazione delle milizie, per il mantenimento dell'esercito (piemontese) e per le esigenze della difesa: poiché quel regno, così soggetto alle scorrerie barbaresche, così esposto alle tensioni e alle bramosie internazionali - stretto com'era fra l'Austria da una parte, che malcelava la non sopita aspirazione a riunificare la Sicilia al Napoletano, e la Spagna dall'altra, nostalgica della sua antica provincia - , quel regno costava un salasso notevole di risorse e imponeva enormi cure in apprestamenti difensivi, soldo delle truppe e salmerie.
La conseguenza fu che, mentre sempre più si accrescevano le erogazioni militari, sempre meno risorse potevano impegnarsi nell'amministrazione civile e più venivano montando i bisogni di cassa; sicché altra risorsa non restò che di aumentare la già consistente pressione fiscale, con l'effetto di far lievitare i prezzi di frumento, olio, sale, legumi, tabacchi e d'altri generi e di porre per converso un freno alla produzione, per via della diminuzione dei consumi che ne derivò. Così, lungi dall'avvantaggiarsi, l'agricoltura subì una battuta d'arresto, di cui persino il commercio esterno risentì, essendo diminuite le esportazioni frumentarie; fu un circolo vizioso, perché, ridottisi i trasferimenti di prodotto all'estero, si collassò anche il gettito delle tratte di grano, con grave danno per l'erario.
Era naturale che, con siffatti provvedimenti, quel sovrano non fosse popolare, né piaceva alla gente, adusa allo splendido disinteresse dei monarchi spagnoli, che di tutto s'impicciasse, tutto volesse personalmente trattare - gli affari più gravi come le più minute cose -, su tutto volesse intervenire con la sua mentalità razionalizzante e dirigistica, che però non era valsa a dare una sterzata al carro senza timone dell'economia e della società dei miseri.
Sopperiva con l'ingegno alla scarsa istruzione - scrive di lui Isidoro La Lumia -, con arditezza e con instancabile attivismo s'applicava ad ogni affare del Regno, ed era "abilissimo a scernere il suo tornaconto senza scrupolo de’ giudizi del mondo"; non ebbe riguardo, perciò, d'alienarsi ulteriormente l'amicizia del patriziato - che pure blandì con parche erogazioni d’onorificenze - proponendosi d'estirpare taluni dei privilegi feudali, operazione nella quale fallì per la forza anche economica del patriziato, come pure non riuscì nel tentativo di recuperare allo Stato le sorgenti d'acqua abusivamente usucapite da privati. Allo stesso tempo, sebbene poco incline - per i caratteri stessi della sua monarchia - al consentimento alle istanze municipali, cercò di rendersi conto dei problemi locali, ch'era un modo, in fondo, d'affrontarne la soluzione, recandosi negli ultimi mesi della sua residenza in Sicilia in giro per l'isola: e fu a Catania, per la cui Università dettò savi provvedimenti, e a Messina, città alla quale restituì talune prerogative perdute con la rivolta antispagnola.
Il 5 settembre s'imbarcò per il Piemonte, con grave costernazione dei siciliani, ai quali la lunga permanenza di quel monarca - pur così disamato ormai - nella loro terra aveva insinuato l'illusione della restaurazione della loro patria nell'antica gloria di Regno, che il ritorno del re a Torino ora dissolveva, aggiungendo all'amarezza degli isolani per tale abbandono il disappunto per l'appartenenza a uno Stato tanto più piccolo della grande e ampollosa Spagna.
Lo stesso giorno della sua partenza s'insediò viceré a Palermo il conte Annibale Maffei, un militare di nascita emiliana, maresciallo d'artiglieria nell'armata sabauda, che aveva assolto anche importanti incarichi diplomatici, fatto venire da Torino: un buon governante, cui in concreto null'altro però restava da fare che di proseguire nella politica regia e di attuare le disposizioni della Corona. A lui, infatti, Vittorio Amedeo, insieme col decreto di nomina, aveva fatto pervenire alcune Istruzioni riservate, con le quali gli prescriveva i comportamenti da tenere coi nobili, col popolo, con le maestranze, col clero; e soprattutto gli inculcava talune regole di governo che sostanzialmente venivano a comprimere l'autonomia del viceré, riservandosi il sovrano le decisioni sugli affari più importanti.
Se, dunque, i siciliani confidavano d'aver ottenuto almeno pausa - con la partenza del re - nel patimento di quella piemontese intransigenza che aveva inasprito i rapporti con la Monarchia, dovevano anche in questo ricredersi: Maffei fu lo specchio fedele nel quale si rifletté la volontà del suo signore, l'uomo giusto deputato a rappresentare ordinatamente la politica dirigistica e accentratrice del Savoia, ch'egli per altro interpretò con militaresca inflessibilità. Dal che molti altri turbamenti vennero alla Sicilia e persino disordini, e molti fastidi alla Corona: novello motivo d'irritazione nei confronti del governo fu, per esempio, la rigidezza con la quale si condusse la lotta contro il brigantaggio, comminandosi pene severissime ai signori nelle cui terre trovavano rifugio i malfattori o sanzionandosi il carcere e il risarcimento dei danni a carico dei capitani di giustizia che non fossero riusciti a prendere i rei di delitti consumati nel loro territorio.
Più gravi conseguenze per la stabilità del Regno ebbe il dissidio con la Chiesa sul problema dell'Apostolica Legazia, una vertenza giurisdizionale ereditata dallo Stato spagnolo e in precedenza lungamente covata (era in discussione l'esercizio nell'isola, da parte del re, dei poteri di capo della Chiesa, discendenti da una delega, legazia appunto, risalente ad epoca normanna), che ora, per l'intransigenza d'entrambe le parti, enormemente si acuì. Fra il papa che negava quella prerogativa - e alla fine, il 20 gennaio 1715, solennemente la revocò - e il sovrano che la affermava vigente e anche dopo la revoca continuò ad esercitarla, a farne le spese furono soprattutto le molte centinaia di preti e monaci e i numerosi vescovi costretti al carcere o all'esilio (a più di 1500 ascendevano nel 1717 i religiosi fuorusciti) per disobbedienza al sovrano, ma anche le popolazioni, rimaste per lungo tempo, a causa della chiusura delle chiese e degli interdetti comminati alle diocesi e, dal papa, all'intera Sicilia, dei servizi del culto e delle pratiche sacramentali: e ciò non poteva che acuire l'insofferenza dei sudditi nei confronti della Corona.
Uno storico inglese attento alle cose siciliane, il Mack Smith, non dubita che a minare l'esperimento di governo piemontese sia stato soprattutto il conflitto con la Chiesa; e in effetti, l’asserzione sembra interpretare il grido accorato della Deputazione del Regno, che in una consulta del 23 luglio 1718 dichiarava essere "la più sensibile [delle angustie] quella che deriva dall’espulsione de’ prelati". E certo il furore della controversia giurisdizionale degli anni di regno di Vittorio Amedeo fu una delle principali cause, quanto meno la più clamorosa, della rapida fine del dominio sabaudo in Sicilia, che però conosceva, come si è visto, molte altre matrici.
Due ne attestava in quello stesso 1718 il contemporaneo Mongitore, non certo tenero con quel re che tante speranze aveva deluse, preoccupandosi comunque d'avvertire che si trattava solo delle "cose principali": e l'una, appunto, era "la guerra fatta a papa ed ecclesiastici", l'altra "l’interesse", o in altri termini l'avidità, da cui nascevano l'esorbitante tassazione e la dura esazione delle imposte. Ma nel conto andavano pure poste tutte le altre cause: i malumori dei ceti egemoni, l’umiliazione dei funzionari messi in disparte, l'aumento generalizzato dei costi dei beni, le deluse speranze, l'insofferenza per gli sprezzanti atteggiamenti dell'altezzoso apparato della burocrazia regia e così via; certo, è un fatto che già nel gennaio 1716, dopo soli due anni di regno, Vittorio Amedeo doveva malinconicamente ammettere "el poco genio que los sizilianos tienen al nuevo govierno".
Una tale condizione di cose, non ignota a Filippo V, mai rassegnatosi alla perdita dei possedimenti italiani, lo animò a tentare la riconquista dell'isola, tanto più che al varo di una tale impresa lo stimolavano le pressioni del pugnace cardinale Alberoni, assurto alla guida del governo, e l'esigenza di assicurare un trono a uno dei figli natigli dalle seconde nozze con Elisabetta Farnese. Saggiò il terreno, dapprima, inviando alcuni incaricati in Sicilia a esplorare il campo, e, assicurato del "gran desiderio che aveano [i siciliani] che il re di Spagna si pigliasse la Sicilia", mise in cantiere l'audace iniziativa, che si concretizzò con la spedizione nell'isola di un'armata di ventiduemila uomini; questa, giunta a Palermo il 30 giugno 1718, dopo pochi giorni era padrona della città, da cui, considerata vana ogni resistenza, precipitosamente il Maffei s'era frattanto allontanato, ritirandosi verso le zone dell'interno, ovunque incontrando l'ostilità delle popolazioni e dovendo persino con le sue milizie savoiarde fronteggiarne (a Caltanissetta) gli assalti. Restava giuridicamente rappresentante di un regno ormai in estinzione, mentre nella capitale, con l’insediamento del viceré spagnolo, marchese de Lede, un concorrente - e per intanto vittorioso - potere si era costituito.
I tempi che seguirono furono quelli di una guerra combattuta, talora sanguinosamente, per lo spazio di quasi due anni da un capo all'altro dell'isola, perché, eccitata nei suoi timori o forse piuttosto ristabilita nelle sue aspirazioni al possesso della Sicilia, l’Austria, coalizzatesi in una nuova alleanza le altre Potenze garanti dei patti di Utrecht (l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda), intervenne militarmente nell'isola. La sconfitta della Spagna, battuta per terra e in mare, fu coronata dal trattato dell'Aja (17 febbraio 1720), che sancì, con l'assegnazione della Sicilia all’imperatore Carlo VI, l’inizio di una nuova dominazione.
Queste vicende, naturalmente, non interessano la storia del dominio sabaudo nell'isola, già di fatto cessato con l'allontanamento da Palermo del viceré Maffei, andato a rifugiarsi per qualche tempo nella tranquilla Siracusa a guardarsi lo scontro fra iberici e imperiali e poi - s'ignora in qual tempo, ma crediamo presto - silenziosamente scomparso coi suoi savoiardi sulla malinconica rotta del ritorno.
Meno di cinque anni era durato il regno di Vittorio Amedeo, né di esso alcuna cosa sopravvisse, se non il cattivo ricordo, riflesso nel funebre commiato del canonico Mongitore: "Qui termina il pacifico possesso della Sicilia che ebbe Vittorio Amedeo, duca di Savoia, il cui governo, ancorché sul principio venisse applaudito dall'universale acclamazione per la speranza concepita nel riflettere che, in buona politica, dovesse il re conciliarsi la benevolenza de' nuovi vassalli con governo splendido, giusto e plausibile, valevole a felicitar la Sicilia, nulladimeno ben presto conobbero tutti essersi ingannate le concepite speranze... Ma al tutto provvide Iddio col nuovo dominio, che liberò la Sicilia da ogni timore".
Epperò, sebbene generale sia stata la soddisfazione degli isolani per l'affrancamento dal dominio sabaudo, non mancarono - già a distanza di qualche generazione - fra gli scrittori nostri coloro che a Vittorio Amedeo dettero credito di ben fare. Quel sovrano, "dotato di uno spirito vero regio e di sublime operoso ingegno", scriveva poco dopo la metà del secolo il marchese di Villabianca, "lasciò la Sicilia nel tempo che preparava in essa il pubblico sospirato bene, che dal commercio già cominciato, dalle belle arti introdotte e da una osservata giustizia facea sperare sicuro"; e, con maggior consentimento, assai più tardi il Di Blasi: "Grandissime e vaste erano le idee ch’ei concepite avea per vantaggiare gl’interessi della Sicilia e suoi ancora: e, se avesse avuto il tempo e l’agio di eseguirle, forse questa isola non avrebbe invidiate le più ricche nazioni dell’Europa".
Vittorio Amedeo, intanto, chiusa la fallimentare esperienza siciliana, era passato re in Sardegna, non dissimulando tuttavia il proprio disappunto per aver dovuto barattare - come disse - "uno storione con una misera sarda".

 

 

2. Le relazioni sulla Sicilia (1713-1714)
Vittorio Amedeo era - si è visto - tutt'altro che disinformato delle condizioni e dell'organizzazione istituzionale dell'isola, quando venne in Sicilia: cosa che, del resto, apparteneva al suo spirito razionalistico, alla sua mentalità sistematica, alla disciplina dei suoi comportamenti.
Con la complessa realtà ambientale del paese aveva cominciato a prendere contatti conoscitivi già all'indomani delle decisioni di Utrecht; in Torino, alla Venaria, alle numerose e folte ambascerie venute a ossequiarlo dal suo nuovo regno non aveva mancato di chiedere ogni notizia sulle cose di Sicilia; e in particolare s'intrattenne a parlarne col cavaliere Carlo Requesenz, fratello del principe di Pantelleria, giunto fra i primi all'inizio di giugno. Ma poi molte altre furono le fonti delle sue informazioni: egli stesso ne sollecitò, facendo scrivere a varie personalità al corrente delle faccende dell'isola che gli comunicassero gli opportuni ragguagli sulle condizioni del paese, sullo stato dell'amministrazione e delle difese, sui costumi degli abitanti, sulle istituzioni; altre gli pervennero, non richieste, da personaggi talora oscuri e solo desiderosi di assicurarsi con la loro iniziativa il favore del monarca o sinceramente desiderosi di giovare all'azione di governo; alcune relazioni furono, infine, frutto di incombenze più tardi commesse a speciali incaricati.

Si rivolse, ad esempio, al cardinale Del Giudice, stato viceré in Sicilia nei primi anni del secolo e a quel tempo residente a Madrid, assiduo alla corte di Filippo V e della consorte Maria Luisa di Savoia, il quale gli comunicò "quei lumi che forse non sono generalmente avvertiti e possono contribuire al regolato governo del regno di Sicilia... acquistati in quattro anni di risidenza"; dal marchese di Trivié, un piemontese che nel settembre del 1713 spedirà ambasciatore a Londra, si fece raccogliere alcune memorie di gente ch'era stata in Sicilia; e così altre relazioni gli trasmisero l'abate di Lavriano, il senatore Dentis, ch'era un piccolo feudatario della zona d'Ivrea, e - preziosissima questa - un nobile siciliano da tempo residente a Torino, il barone Agatino Aparo, ben al corrente tuttavia delle cose della sua terra.
Da molti siciliani ricevette inoltre il sovrano una varia letteratura sull'isola: dal principe di Campofiorito, don Luigi Reggio e Branciforte, uno dei signori venuti a riverirlo a Torino, che, probabilmente per richiesta del re, gli spedì poi una breve Relatione generale dello stato presente del regno di Sicilia, qualità e situazione delle piazze, città e porti e un'altra sulla città di Palermo; dal gentiluomo Carlo Gerolamo Battaglia, forse anch'egli componente d'una delle comitive recatesi in Piemonte; da un tal capitano Giuseppe Gari, nobiluomo di Taormina, come si professa, zelantissimo nel segnalare al sovrano lo stato delle difese della Sicilia; da un troppo ossequioso e cortigianesco, ma informatissimo, Andrea Statella. Era tanto, alla fine, quel materiale e così composito e frammentario, che un funzionario regio, il presidente Presset, si preoccupò di dargli organica sistemazione in un diligente "Ristretto", che costituisce una sorta di guida disposta per argomenti. Peccato che, redatto nel 1713, tale sommario non sia stato poi aggiornato con la documentazione d'epoca successiva.
Del 1714 è, infatti, una fondamentale descrizione dello stato dei litorali della Sicilia, compilata da un nobile astigiano, il cavaliere di Castellalfero, ingegnere e colonnello d'artiglieria, incaricato dal sovrano di una attenta ricognizione lungo le coste dell’isola, il quale altre più modeste relazioni redasse, come vedremo, sulle fortificazioni e sull'armamento delle piazzeforti del Regno. Chiare le finalità eminentemente militari della missione dell'ufficiale piemontese: del resto, non diversamente si spiegherebbe l'affidamento del mandato a un tecnico d'artiglieria, anche se poi non il solo rilievo della costa e la valutazione dello stato delle fortificazioni costiere rientrarono nel resoconto dell'inviato di Vittorio Amedeo, cui non sfuggirono i profili economici oltre che topografici e logistici dell'oggetto della propria missione.
Il materiale raccolto - quello pervenuto a Corte prima della partenza di Vittorio Amedeo, le relazioni e i rapporti successivamente trasmessi, le carte infine portate seco dalla Sicilia dal viceré Maffei - venne depositato nella Segreteria regia, donde confluì più tardi nell'Archivio di Stato di Torino, sistemato in un cosiddetto "Guardaroba del Regno di Sicilia", oggi più modernamente "Fondo Sicilia".
Fu Antonio Salinas, allora giovanissimo ufficiale di seconda classe nel Grande Archivio di Palermo e impegnato in alcuni lavori di carattere archivistico-diplomatico prima di dedicarsi interamente agli studi archeologici, che, inviato nell'aprile del 1861 dal Ministero a Torino allo scopo di ricercarvi i documenti relativi al regno in Sicilia di Vittorio Amedeo II, per primo ebbe a dar notizia di quell'inesplorato fondo in un'agile pubblicazione venuta alla luce nello stesso anno; e, dopo di lui, nel 1872, il palazzese Giuseppe Spata, che poté esaminare le carte durante il suo breve servizio nel R. Archivio di Torino; ultimo a interessarsene, negli anni 1910-11, il torinese Paolo Revelli, storico della geografia e della cartografia, seppure limitatamente alle scritture d'argomento geografico e corografico.
Malgrado, dunque, da più di un secolo ne fosse nota l'esistenza, il fondo è rimasto sostanzialmente inedito; solo due documenti hanno visto la luce, nel primo quindicennio del nostro secolo, nelle pagine dell'"Archivio storico per la Sicilia orientale": fra queste, l’importante Memoria dello stato politico della Sicilia del barone Aparo, uno scritto ricco di notizie e di suggerimenti che decisivamente, come già accennato, hanno influenzato le risoluzioni di Vittorio Amedeo e che, redatto dall'Autore in francese, e nel testo originale pubblicato per la prima volta nel 1734 ad Amsterdam, apparve poi in traduzione italiana nel 1915 nella rivista catanese, che l'anno prima aveva pubblicato la Notitia generale di tutto quello che si ritrova nel Regno di Sicilia del Battaglia; ma di ciò vedremo a suo luogo.
A noi è parso che, non solo questi due documenti, testimonianza delle condizioni e dei bisogni dell'isola all'inizio del breve regno sabaudo, ma anche gli altri qui trascritti meritassero di vedere la luce in una organica raccolta che ci parli della Sicilia del 1713 attraverso le attestazioni di indigeni e forestieri, cittadini del paese e inviati speciali al servizio del governo, tutti ugualmente viaggiatori - nella dimensione dell'analisi politica e di costume o nell'altra più diretta dell'esplorazione sul campo - all’interno di una realtà che, appunto in virtù di siffatte memorie, meglio si definisce e sostanzia.
Ciò spiega l'inserimento in questo volume di scritti di autori che in realtà "viaggiatori" non sono: unico "viaggiatore", più esattamente "esploratore", è il Castellalfero, straniero al paese, spedito a percorrere e descrivere la Sicilia lungo il perimetro delle sue coste; e per questo, non solo per i suoi caratteri introduttivi (il documento ci appresta, infatti, il preliminare ragguaglio geografico), la relazione del piemontese, sebbene cronologicamente posteriore di alcuni mesi alle altre qui pubblicate, apre il volume. Ma si avverta che lo scritto è, nella letteratura del suo genere, un autentico strumento di riferimento, frutto della ricognizione accurata di un esperto, la prima condotta a distanza di quasi un secolo e mezzo da quelle più note di Tiburzio Spannocchi e del Camilliani e perciò suscettibile di aggiornarne i dati e comunque di consentirci gli opportuni confronti.
Quanto ai suoi contenuti, non solo lo stato delle coste la relazione documenta e le loro potenzialità strategiche, ma anche la condizione delle piazze marittime; rileva la presenza e lo stato di torri e tonnare, di corsi e sorgenti d'acqua e le capacità ricettive di seni e ridotti, con molte informazioni sulle difese costiere; aggiunge ragguagli di prima mano sulle attività economiche dei siti (città, terre, caricatori) e, poiché anche in ciò era l'obiettivo del periplo dell'inviato, informa sui commerci di frodo che dai baroni e da altri privati in molti luoghi si operavano a detrimento del fisco. Sicché ci sembra che ingiustamente sia stato fin qui negletto questo interessante documento.
Dicevamo unico viaggiatore il Castellalfero, ma non il solo forestiero, in verità, a parlarci in questo volume della Sicilia: spagnolo è, infatti, l’anonimo autore della seconda relazione, probabilmente un militare o un funzionario che scriveva per il suo governo negli ultimi giorni del Viceregno, in un clima di estrema incertezza per le sorti dell'isola (sono trasparenti nel chirografo le preoccupazioni per la sua difesa). Redatta in spagnolo, la sua Relatione generale dello stato presente del Regno di Sicilia, rinvenuta probabilmente fra gli scarti di cancelleria all'avvento del Savoia o consegnata ai nuovi padroni da uno zelante impiegato di segreteria, preoccupato - come tanti siciliani, del resto - di assicurarsi la benevolenza dei vincitori, venne fatta tradurre perché più intelligibile risultasse a coloro che dovevano farne uso; nel fondo archivistico insieme con l'originale si conserva la traduzione italiana, da noi prescelta per questa raccolta.
Infine, sono ancora forestieri coloro che ci trasmettono informazioni sulla Sicilia dalle carte che il marchese di Trivié mette insieme per il proprio sovrano. Conosciamo il primo scrittore per qualche notizia che dà di sé: è un sacerdote, forse romano, don Francesco Gerboni, stato in Sicilia per tre anni come segretario dapprima del vescovo di Mazara e successivamente del principe di Niscemi, don Giuseppe Valguarnera, maestro razionale e decano del Tribunale del R. Patrimonio; adesso in Piemonte serve il marchese. Altri due scritti di questo gruppo sono adespoti: trattasi di un brevissimo testo in francese sull'Inquisizione siciliana estrapolato da una corrispondenza; assai più interessante l'ultimo scritto per le informazioni che contiene, anch'esso da attribuirsi ad un autore non indigeno (scrive "quel Regno", parlando della Sicilia, anziché "questo Regno"; crede che Palermo sia capitale del Valdinoto; qualche cosa riferisce per sentito dire); eppure questo ignoto corrispondente, forestiero ma, come sembra, almeno per qualche periodo residente in Sicilia - crederemmo un commerciante o un funzionario diplomatico -, ben disposto a dare ulteriori notizie se richiesto, fornisce ragguagli di grande interesse: si veda quel che dice, ad esempio, sulla pletora dei pubblici dipendenti e sul disordine istituzionale e burocratico del tempo in cui scrive. Siamo, è chiaro, ancora in tempo di Spagna, al trapasso dal Viceregno al Regno.
Ma torniamo al nostro Castellalfero. Si chiamava Alessandro Ignazio Francesco Amico e apparteneva alla più recente nobiltà subalpina: solo nel 1643 il nonno Alessandro, controllore delle Finanze dello Stato sabaudo, era stato investito, col titolo di cavaliere, del feudo nell'Astigiano da cui il casato trasse il nome; il nostro Alessandro ne venne investito il 10 marzo 1699, succedendo al genitore, il referendario Bartolomeo; del feudo farà poi donazione nel 1728 al figlio Bartolomeo Giuseppe, col quale la famiglia otterrà nel 1741 titolo comitale. Lui, intanto, era stato nominato governatore di Ivrea, carica che detenne dal 1727 al 1733: e questa è la data estrema della sua vita che conosciamo e che sembra consegnarci un uomo almeno sessagenario.
Era tenente colonnello di artiglieria nell'esercito sabaudo al tempo in cui, venuto in Sicilia al seguito di Vittorio Amedeo o qui fatto venire in un secondo tempo (comunque prima che finisse il 1713) dal Piemonte, intraprese il periplo dell'isola, compiendo un difficile viaggio in pieno inverno, con l'assistenza del primo commesso d'artiglieria Francesco Cagnoli; ma il sovrano aveva ben visto, scegliendo in quello scrupoloso militare, ch'era anche ingegnere ed esperto di fortificazioni, l’uomo giusto per portare a compimento la missione: la quale poi richiedeva capacità d'analisi ad ampio spettro, trattandosi - come si è detto - non solo di redigere il rilievo delle coste in un'ottica eminentemente strategica e difensiva, e quindi d'ordine topografico e militare, ma anche di raccogliere il maggior numero di dati riferiti all'organizzazione delle città e alle attività economiche e mercantili. La relazione finale dell'ispezione doveva offrire, quindi, il quadro complessivo della realtà della Sicilia lungo le sue marine e allo stesso tempo costituire lo strumento conoscitivo per i provvedimenti da adottare sulle fortificazioni costiere.
Il viaggio ebbe inizio il 2 gennaio 1714, partendo per mare da Palermo in direzione di ponente, ed ebbe termine col ritorno in città il 1° aprile: durò quindi esattamente tre mesi, nel corso dei quali il Castellalfero prese ogni puntuale annotazione e forse dovette nelle soste della navigazione applicarsi a una prima stesura del resoconto, se il 14 aprile - come risulta dalla datazione apposta in frontespizio - esso era già steso in bella. Diligentemente s'era curato, prima d'intraprendere la missione, di consultare la più recente pubblicistica corografica sulla Sicilia, e certamente tenne presente La Sicilia in prospettiva del Massa, da poco edita al suo tempo, della quale infatti qualche eco ricorre nella sua prosa. Redasse anche il rilievo cartografico delle coste, ma di un tale materiale iconografico, certamente di grande interesse per gli studi storici, non è traccia fra le carte d'archivio.
La relazione (Relazione istoriografica delle città, castelli, forti e torri esistenti ne' littorali del Regno di Sicilia, con le annotazioni delle cale, punte, grotte, porti e trafichi che attorno il medemo si fanno) accompagnò il re a Torino, e da qui il 30 gennaio 1715 riprese la strada per Palermo, spedita dal sovrano al viceré Maffei perché opportunamente se ne avvalesse per le operazioni della difesa costiera. Non fu l'unico risultato - sebbene il più cospicuo - della trasferta nell'isola di quel cavaliere, che poi altre più minute compilazioni eseguì: alcuni inventari delle "torri e castelli che circondano il lido del Regno" e "di tutto ciò che si ritrova nelle torri reali che circondano il Regno di Sicilia alla ripa del mare", uno "Stato generale o sia relatione di tutta l'artiglieria... in caduna piazza del Regno di Sicilia", e persino - sebbene più tardi - alcune memorie "sugli abusi che si praticano nel Regno".
Appunto la redazione di quest'ultimo chirografo, databile forse al 1715, induce a ritenere ancora presente e operante in quell'anno nell'isola il Castellalfero; in ogni caso, che la sua missione in Sicilia non si sia esaurita con la consegna al re della Relazione istoriografica e ch'egli debba invece essersi fermato ancora per qualche tempo nel paese sembra dover arguirsi dalla richiesta avanzata il 23 settembre 1714 dal Gran Maestro di Malta, Perellos, al viceré Maffei perché spedisse nella sua isola l'ufficiale piemontese allo scopo di studiarne le fortificazioni e proporre gli opportuni rimedi. Castellalfero non venne mandato, però, a Malta, perché il viceré, segnalata la richiesta del Gran Maestro al sovrano, n'ebbe risposta che, semmai, "potrete mandargli quel capitano d’artiglieria che stimerete più proprio per porre in qualche ordine quei magazzeni".
lnsieme con questo tecnico il Perellos aveva richiesto l'invio a Malta di Giuseppe Ignazio Bertola, un ingegnere esperto di fortificazioni che Vittorio Amedeo di Savoia aveva con un gruppo d'altri specialisti condotto seco dal Piemonte per studiare le condizioni delle difese di Palermo e progettarne il rinnovamento: e il Bertola, in effetti, scrupolosamente si applicò a indagare lo stato delle difese della città, di cui redasse un artificioso e greve progetto di potenziamento, rimasto per fortuna inattuato. Comunque, al di là dei concreti risultati conseguiti, il trasferimento in Sicilia di tanti esperti militari, incaricati di eseguire rilievi costieri o di elaborare piani di fortificazione, vale a focalizzare la consapevolezza nel sovrano sabaudo - naturalmente sensibile a siffatte problematiche per provenire egli stesso da una regione di confine - del ruolo strategico della Sicilia e degli interessi che ne minacciavano la sicurezza, e ne lumeggia l'apertura culturale con cui operò l'approccio alla soluzione degli ardui problemi difensivi del territorio.
Egli, dunque, assillato da fondamentali esigenze conoscitive, conscio dell'esigenza non solo di risanare, ma anche di render forte il suo regno, raccolse relazioni su ogni cosa che riguardasse la Sicilia, a specialisti affidò di indagare la realtà topografica dei litorali e di rendergliene il completo ragguaglio, fece mettere in cantiere ambiziosi progetti di fortificazione, che poi gli mancò l'occasione di eseguire: ciò, tuttavia, nulla toglie ai meriti del suo diligente operare. Un altro della sua casa, il figlio principe di Piemonte, non meno di lui fu aperto alla conoscenza del territorio, sebbene coniugando nei professati intendimenti inclinazione al dato topografico e gusto della rappresentazione oleografica: pensò infatti a una raccolta di piante delle città e delle piazzeforti dell'isola, tutte d'ugual misura, e a tal fine il 28 novembre 1714 incaricò il viceré Maffei che facesse eseguire "li quadri o siano piante di tutte le città e piazze del Regno da qualche buon pittore, quali quadri dovranno essere d’un piede d’altezza e d’un piede e mezzo di larghezza" e glieli spedisse a Torino; ed è gran peccato che la morte prematura di questo principe, nel 1715, non avesse consentito la realizzazione dell'impresa.
Alla relazione del Castellalfero, che apre il volume, seguono la Relatione generale dello stato presente del Regno di Sicilia, qualità e situatione delle piazze, città e porti, fertilità del paese, inclinatione de' siciliani e necessità di ristabilire le fortificationi delle piazze e munirle delle provisioni necessarie di guerra dell'Anonimo spagnolo e il Trattato delle piazze d'armi e fortezze del Regno di Sicilia, in cui si descrive la loro situatione, qual quantità di soldati vi fusse nel Governo passato e chi le comandava di quel tal capitano Giuseppe Gari che abbiamo visto dichiararsi nobile taorminese e che con la sua sgangherata prosa e il dissestato lessico significativamente interpreta la generale povertà culturale del patriziato del tempo. Ambedue i testi, sostanzialmente descrittivi della realtà topografica e delle condizioni militari della Sicilia all'avvento del Savoia e densi di informazioni di carattere corografico o d'interesse strategico, ci è parso che ben si prestassero a collaborare con la Relazione dell'ufficiale piemontese nella documentale rappresentazione dell'isola.
A un diverso modulo, per altro già professato nel titolo, appartengono le successive Notitie per il governo del Regno di Sicilia mandate dal cardinale De Giudici, più tosto politiche che informative: e sono ragguagli e "ponderazioni" sulla nobiltà e sul popolo, sullo stato delle finanze, sul commercio dei grani, sulla tenuta militare delle piazzeforti, sugli abusi esistenti nel comando delle galere, sugli errori della politica monetaria, sulle giurisdizioni ecclesiastiche (il Tribunale della Monarchia, il S. Uffizio, la Bolla della Crociata) e, da ultimo, sui nobili e sugli alti burocrati "de’ quali potrà aversi distinta considerazione e confidenza".
Tutte queste cose, infatti, il sovrano, preoccupato di giungere preparato all'incontro con la Sicilia, chiede al suo illustre corrispondente. E il cardinale Francesco Del Giudice può fornire al riguardo precise informazioni e dare giudizi meditati, poiché in Sicilia era stato viceré e capitano generale dal febbraio 1702 al luglio 1705; conclusosi poi l'ordinario triennato della carica, era passato a reggere l'episcopato di Monreale, cattedra alla quale era stato frattanto elevato nel gennaio del 1704 per la morte di mons. Francesco Roano; ma nella sua diocesi poi non stette a lungo, essendosi trasferito - pur mantenendo la titolarità dell'arcivescovato, la più pingue delle prelazie d'Europa - nel dicembre del 1705 a Roma, dove nel 1709 rappresentava la Spagna presso la S. Sede.
Ora, però, quando Vittorio Amedeo si rivolgeva a lui, non vi si trovava più (e, infatti, si rammarica d'essere "sprovveduto delle annotazioni, che si conservano in Roma, essendosi regolato con li motivi suggeriti dalla memoria"): passato nel 1712 a Madrid e qui nominato inquisitore generale, sarà pure elevato nel 1715 alla dignità di primo ministro. Presto osteggiato dal cardinale Alberoni, resosi grato alla nuova regina di Spagna, la conterranea Elisabetta Farnese, nipote del duca di Parma, della quale aveva procurato le nozze col vedovo Filippo V, dovrà lasciargli l'anno dopo la carica; si ritirerà ancora a Roma, dovendo ulteriormente patire l'onta d'esser dichiarato nemico della Spagna e, all'atto dell'occupazione della Sicilia da parte dell'armata ispanica nel 1718, di subire la confisca di tutte le entrate del suo arcivescovato, nella cui titolarità rientrerà più tardi. Nominato segretario della congregazione del S. Uffizio e vescovo di Preneste, a Roma si spegnerà quasi ottuagenario (era nato a Napoli nel 1647) il 10 ottobre del 1725.
Con la Relatione generale del Regno di Sicilia con la genealogia di tutte le famiglie più nobili di Andrea Statella ci troviamo in presenza di una organica rappresentazione della Sicilia; trattasi di una sintetica "guida", realizzata con bell'ordine, attraverso la storia, la geografia, le realtà civiche, l'organizzazione istituzionale, le giurisdizioni, il blasone: di tutto quel che v'è da sapere l'Autore, pur nei limiti di un rapido ragguaglio, nulla trascura; e appare informato e diligente.
Eppure non può evitarsi che desti allarme l'ampolloso esordio di questo per altro apprezzabile trattatello, quell'untuoso indirizzo d'omaggio al nuovo sovrano: "Signore, in attestato dell’umilissimo e cordiale omaggio della mia fedeltà, presento a’ piedi della Maestà Vostra in pochi fogli deliniata una compendiosa descrizione di quel Regno, che, benché povero di meriti, vien destinato dalla sua Real munificenza al venturoso grado d’anfiteatro delle sue grandezze. Al riflesso dei preziosi e virtuosi talenti che freggiano il diadema della sua gran potenza inaridirebbero le penne dei Demosteni e dei Tullij, ma non già la mia, che vien mossa a tale impresa non per stimolo di gloria, ma per riverenza d'ossequio, e quei difetti manifesti allo splendor del grande ingegno della Maestà Vostra, che inciterebbero in altri li rimproveri, forse concilieranno in me un amorevole condono, giaché comparisco colla nuova e preziosa marca di suo ubedientissimo vassallo"; e su tal metro prosegue l'Autore per un pezzo, fino ad invocare sul capo del re "la felicità d’un Augusto, i trionfi d’un Cesare e gli anni d’un Nestore per i vantaggi della cattolica religione, per la gloria della sua Real persona e per il sollievo di tutto il Regno".
Ignoriamo praticamente ogni cosa di questo Andrea Statella, che pure è tutt'altro che uno sprovveduto, appare ben al corrente dell'ordinamento del paese e delle genealogie nobiliari e, tutto sommato, ha penna esercitata. Non escluderemmo ch'egli potesse appartenere alla nobile famiglia Statella, conosciuta in Napoli e in Sicilia fin dai tempi di Carlo d'Angiò, nella quale per gran tempo ereditaria era stata la carica di gran siniscalco del Regno; suoi esponenti, in tempi recenti, a Palermo avevano tenuto dignità di pretore, di capitano giustiziere e di governatore della Compagnia della Pace. Certo, un Andrea è ignoto alla genealogia della stirpe, né il nostro Autore in altro modo ci conforta ad attribuirgli ceppo nobiliare che con la sicura conoscenza che mostra di avere delle cose trattate e con l'omologazione onomastica: e, veramente, è poco.
Delle Notitie riguardanti il Regno di Sicilia raccolte dal marchese di Trivié si è già discorso; tuttavia non sarà fuor di luogo ritornarvi per qualche spunto che esse offrono. Abbiamo detto trattarsi di ragguagli di varia fonte richiesti dal patrizio piemontese per compiacere Vittorio Amedeo: e il primo a venirci incontro da quelle carte è un povero prete, Francesco Gerboni, che campa la vita in casa del marchese, probabilmente con funzioni segretarili, ma che ha qualche cognizione della Sicilia per esservi stato in precedenza; eppure dai ricordi della sua dimoranza non sa trarre, a dispetto del titolo reboante della sua relazione - Memoria... concernenti (sic) la qualità del paese, il genio e costumi delle genti, le arti, le scienze, il commercio, gabelle, arcivescovati e vescovati e loro redditi -, che poche e insulse informazioni: "Il paese è bello, buono, ameno e fertilissimo... Li cavalli vi sono bellissimi, ma feroci... Frutti in quantità, belli, buoni e saporiti tutto l’anno... Le scienze e l’arti vi fioriscono... La nobiltà è assai civile, trattabile...". Sembrano sufficienti queste banali notiziole al meschinello per profittare dell'occasione che gli si presenta: "S’io avessi merito, m’accontenterei che S.A.R. mi dasse o la cappellania maggiore dell’esercito o quella delle galee o quella del castello di Palermo, quando non mi volesse dare un canonicato della Cappella reale di palazzo, essendone capace per essere già beneficiato in Mazzara. E per mio nipote d’una piazza di sovrastante a una delle porte di Palermo per i dritti, essendone habile, e che non è desiderar molto, essendo impieghi delli minimi". In fondo, ci pare che sia in questo misero epilogo la parte più interessante dell'intero discorso, per le antropologiche riflessioni ch'esso suscita.
Riscattano almeno la leggerezza del marchese, che non si fa scrupolo di inoltrare il chirografo del Gerboni al suo principe, le Notitie generali sovra le qualità del Regno, dignità ecclesiastiche, rendite, commercio e governo giuridico, politico et economico fornitegli da un ben più acuto, e anonimo, corrispondente: di esso abbiamo già fatto cenno.
Il successivo documento è opera di un oscuro gentiluomo palermitano, Carlo Gerolamo Battaglia, un uomo deluso, demotivato, esacerbato per i mali della società, colmo d'indignazione per gli abusi dei nobili, per la corruzione e il malaffare degli uffici e dei tribunali, per i disordini dell'economia e le inefficienze nel governo della cosa pubblica: si ricava, da qualche labile indizio recuperabile dal manoscritto, che conduce vita ritirata, lontano dai pubblici affari, forse materialmente ai margini della città (si definisce "un orso"); e tuttavia è attentissimo alle vicende del paese, che con sofferta partecipazione segue dalla protettiva turris eburnea del suo isolamento. Così la Notitia generale di tutto quello che si ritrova nel Regno di Sicilia... e di molti abusi della nobiltà, ecclesiastici e popolari in genere, con la descritione in più luoghi del genio et humore dei Siciliani è una severa, puntigliosa analisi della realtà di una regione della quale l'inesorabile testimone descrive con profonda e amara inquietudine le pesanti emergenze, con una prosa aspra, a volte rotta e convulsa, che naturalmente si conforma alla crudezza delle cose narrate.
Eppure non è acredine nelle parole dell'Autore, il quale, orgoglioso del proprio ostinato appartarsi, silenziosa coscienza critica nella stagione del malessere, può ora affidare alla speranza del prossimo riscatto propiziato dall'avvento del nuovo principe la patetica elencazione dei molteplici mali dell'isola, il ragguaglio devastante e forse esasperato d'una povera condizione di cose: "Parlo ad un Principe, parlo ad un Signore, confesso i difetti e sospiro i ripari: a ciò è inviato dal Cielo il gran Re di Sicilia, all’aumento del Regno, all’impero dei costumi, a regolare il tutto".
E, dunque, ecco che cosa è veramente la Sicilia (ma noi faremmo qualche sconto all'irosa requisitoria del Nostro, consapevoli che la collera può a volte indurre a esagerare la reale entità dei fatti). Trascorre nelle impietose pagine - ben più che l'anodino ragguaglio di uno stato di fatto pur miserevole - l’accusatoria esposizione dei difetti, delle degenerazioni, degli scandali, delle infamie: se si descrive in esse la naturale feracità delle terre, ecco che subito viene a denunziarsi il loro abbandono; se si parla dell'attività dei caricatori, ecco che immediatamente si rileva la disonestà di bordonari e misuratori, con secco danno dell'erario; se si parla dell'abbondanza degli armenti, si scopre poco dopo che per gli eccessi delle macellazioni si prepara già una gran penuria di bestiame; e poi, citando alla rinfusa, i difetti delle scuole, l’ignavia della nobiltà, l'ignoranza dei sacerdoti, la gran copia degli oziosi, i delitti della sbirraglia - soggetti di malaffare più che tutori dell'ordine -, il torpore e le connivenze della giustizia, le inefficienze della sanità (di sei ospedali a Palermo, "non uno che fosse reale; ed, oh, quanti salarij di ospidaleri, medici, officiali ed altri che vivono bene coll’infermi!"); ancora, mercati dove impunemente si truffa la gente, strade "piene di bruttezza e rompicolli", fontane che versano "lividure".
Sempre pescando alla rinfusa, emergono poi da quell'autentico cahier de doléances che è la relazione del Battaglia le gravi conseguenze degli abusati vizi del giuoco e della libertà di portar armi, l'immagine di una nobiltà in rovina per l'eccesso delle spese suntuarie e per le dissipazioni in equipaggi sontuosi e cocchi di gala ("Oh, benedizione havrà la M.V. se glieli proibisce!"), il suggerimento che a por freno all'impunità dei banditi nelle campagne si decreti a carico dei capitani di giustizia l'obbligo di ristorare del proprio i danni sofferti dalle vittime.
Vittorio Amedeo dovette certo tenere in conto il lucido rapporto di quel suddito che con sì drammatica evidenza gli presentava la Sicilia; e infatti molti dei provvedimenti poi adottati sembrano ispirarsi anche ai rilievi e ai suggerimenti del Battaglia: le prammatiche sul giuoco, sul lusso, sulle carrozze nobiliari, sul porto d'armi, sulla responsabilità civile dei capitani di giustizia, i più severi controlli sui caricatori e così via.
Segue a questo straordinario documento l'ultima (non in senso cronologico, però) preziosa testimonianza sulla Sicilia del 1713: la Memoria dello stato politico della Sicilia del barone Agatino Aparo, o Apary come altri - a noi sembra meno bene - scrivono, pedissequamente ripetendo la lezione onomastica contenuta nel titolo del manoscritto, che però è in francese, come l'intero testo nella redazione originaria, d'altronde: Mémoires de l'état politique de la Sicile presenté a Victor Amedée ler, Roy de Sicile, de Jerusalem, de Cypres et d'autres lieux, duc de Savoye et Monferrat, prince du Piemont etc., par le Baron Agatin Apary de la ville de Catanea, I'année 1713.
Un nobile catanese, dunque: e, infatti, a Catania tuttora si conserva il cognome Aparo (non Apary, quindi); ma poi un barone di questo nome è sconosciuto a tutti i repertori nobiliari della Sicilia. Sarebbe da pensarsi a un pseudonimo, se Domenico Scinà, che però scriveva un secolo più tardi, non ci riferisse qualche notizia della vita di lui, integrando e confermando quel poco ch'egli stesso dice nella lettera dedicatoria premessa alla sua Memoria: così sappiamo che è un avvocato, esperto nell'amministrazione della giustizia, che in passato aveva esercitato la professione forense in Spagna, davanti alle supreme Corti; ora, da tempo trapiantatosi a Torino, si trovava a servizio del principe di Carignano, ma certamente non aveva interrotto i rapporti con la propria terra, come rivela per altro l'esatta conoscenza che manifesta degli affari dell'isola. Resosi grato con la sua relazione a Vittorio Amedeo, lo accompagnerà nel 1713 in Sicilia, facendo con lui ritorno più tardi in Piemonte; si spense, a detta dello Scinà, nel 1737.
Prima di quel documento, l'Aparo non era tuttavia noto al sovrano, tanto da ritener necessario di dargli qualche personale ragguaglio in premessa allo scritto e di dover informarlo che lavorava per il genero Carignano: una sorta di commendatizia. Non ne aveva bisogno, però, ché quella relazione, così nutrita in succinto di dati e di notizie sulle condizioni politiche, istituzionali, economiche, sociali dell'isola, sulle giurisdizioni e sul clero, sulla marineria e sulla sicurezza pubblica, sui benefici ecclesiastici e sull'istruzione e così via, un poco incline forse a enfatizzare i guasti del Viceregno ispanico, rappresentava - e in effetti costituì per il sovrano - un puntuale vademecum del quale Vittorio Amedeo si avvalse, non solo per fondarvi le proprie conoscenze del paese sul quale iniziava a regnare, ma altresì per trarne l'ispirazione di quei "rimedi ed espedienti necessari a ristabilire il buon ordine", che l’Aparo sapientemente gli aveva somministrati.
Le Mémoires de l'état politique de la Sicile ebbero una singolare fortuna: unico documento fra tutte le relazioni del suo genere a emergere presto dalla segreteria sabauda, apparvero un ventennio più tardi in appendice al volume di Pierre del Callejo y Angulo, Description de l'isle de Sicile et des côtes maritimes, avec le plans de toutes ses forteresses nouvellement tirés, selon l'état ou elles se trouvent présentement. Dell'opera, stampata nel 1734 dalle officine di Amsterdam, era questa la seconda edizione, la prima essendo apparsa a Vienna nel 1719, sprovvista della relazione dell'Aparo: ora, venuto in possesso di una copia del manoscritto del nobiluomo siciliano, fornitagli forse dallo stesso autore o reperita negli ambienti di Corte, il Callejo pensò bene di connettere quello scritto alla propria descrizione geografica della regione allo scopo di offrire al lettore anche il quadro dell'organizzazione politica dell'isola. Per quanto l'operazione dello spagnolo fosse da reputare, al suo tempo, scarsamente significativa, stante il contingente carattere e l'ormai scemata attualità delle Mémoires dell'Aparo, essa valse tuttavia, per l'ampia circolazione goduta dal libro - ornato, fra l'altro, di gustose quanto imprecise immaginette -, ad assicurare allo scritto una certa divulgazione nei salotti letterari e fra gli studiosi e dignità di citazione nelle bibliografie siciliane.
Esula dai nostri interessi la questione concernente la figura del Callejo. Personaggio oscuro e ambiguo, rimasto nell'ombra malgrado le ricerche di coloro che si son posti sulle sue tracce, egli ha di recente rivelato la propria effettiva dimensione di sfrontato plagiario dell'altrui opera: si deve a Liliane Dufour l'averlo accertato, raffrontando l'opera dello spagnolo con una inedita Description de la isla de Sicilia y sus costas maritimas di Giuseppe Formenti, rinvenuta fra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Vienna.
Formenti, un ingegnere militare presente in Sicilia dal 1684 fino almeno al 1700, per esservi venuto come aiutante del Grunembergh per i lavori della cittadella di Messina e poi trasferitosi ad Augusta per i restauri delle locali fortificazioni e a Siracusa e Noto, la redasse nel 1705; il documento successivamente pervenne al principe Eugenio di Savoia. Si trovava quindi a Vienna, nella biblioteca di questo insigne generale; e a Vienna, appunto, nel 1719, quando il Formenti ormai da un quindicennio non era più, vide la luce - come si è detto - per la prima volta, in francese, l'opera del Callejo, che scrupolo non si fece di intestarsi ciò che in definitiva altro non era che la traduzione, anche nel titolo, del lavoro dell'italiano. Non ne avremmo parlato se tre lustri più tardi la Description di Callejo-Formenti non si fosse incontrata con le Mémoires de l'état politique de la Sicile dell'Aparo.
Con l'interessante ragguaglio del barone siciliano si conclude, dunque, il vario percorso intorno alla realtà della Sicilia nell'anno di Vittorio Amedeo di Savoia: un percorso, è vero, frastagliato, frammentario, per l'eterogeneità degli interessi e dei valori di coloro che l'hanno compiuto, e tuttavia sempre tale da donare al visitatore (o al lettore o allo studioso, trattandosi del nostro libro) un succedersi copioso di prospettive (o, che è lo stesso, immagini della realtà storica).
Così l'"esplorazione" di Castellalfero, il "viaggio" nella memoria compiuto dai forestieri per vario motivo venuti nell'isola, l'"escursione" nei fatti e nelle cose del paese condotta dagli indigeni si concretizzano, in forza della loro valenza testimoniale, in altrettanti materiali per la conoscenza storica, fonti preziose per l'osservazione degli interpreti: ma questo - e il modo di utilizzare siffatti strumenti - è altro discorso. Non diverso, comunque, da quello che potrebbe farsi per gli altri Viaggi di questa collana di libri, già così rara e preziosa.
La trascrizione dei documenti è diplomatica; siamo però intervenuti, conformemente a criteri moderni, sull'interpunzione e sulle maiuscole, allo scopo di favorire la corrente lettura dei testi; alcuni (pochi) interventi operati sull'ortografia delle parole, nei casi che ci è parso lo giustificassero, sono stati di volta in volta segnalati.
Salvo Di Matteo

 

Indice

Premessa di Francesco Pillitteri
Introduzione di Salvo Di Matteo
Relazioni sulla Sicilia per Vittorio Amedeo di Savoia
Alessandro Ignazio Amico di Castellalfero
"Relazione istoriografica delle città, castelli, forti e torri esistenti ne’ littorali del Regno di Sicilia"
Anonimo spagnolo
"Relatione generale dello stato presente del Regno di Sicilia"
Giuseppe Gari
"Trattato delle piazze d’armi e fortezze del Regno di Sicilia"
Card. Francesco Del Giudice
"Notitie per il governo del Regno di Sicilia"
Andrea Statella
"Relatione generale del Regno di Sicilia"
Marchese di Trivié
"Notitie riguardanti il Regno di Sicilia, cioè: Memoria del prete D. Francesco Gerboni concernente la qualità del Paese; Memoria sovra le prerogative del Tribunale del S. Officio; Notitie generali sovra le qualità del Regno"
Carlo Gerolamo Battaglia
"Notizia generale di tutto quello che si ritrova nel Regno di Sicilia"
Agatino Aparo
"Memoria dello stato politico della Sicilia"